Verso un più grande rinnovamento

Con che spirito chiudiamo questo Anno della fede?

Io credo che lo spirito che si sta rinforzando in ogni settore della Chiesa sia quello del rinnovamento, il bisogno di un grande rilancio, di un nuovo entusiasmo, alimentato anche dal magistero innovatore di Papa Francesco.

Credo però che sia anche fondamentale qualificare meglio e dare contenuti concreti a questa fame di rinnovamento, in quanto talvolta nella Chiesa cattolica rischiamo di illuderci, di esaltarci per le piazze piene, per le folle plaudenti, per gli eventi massmediali. Tutte cose importanti e positive, ma solo se vengono seguite da sostanziali trasformazioni interiori delle persone, e cioè da un reale fiorire della fede.

In fondo negli ultimi trenta anni, specialmente grazie al carisma di Giovanni Paolo II, abbiamo già visto centinaia di piazze stracolme, e milioni di persone accorrere in ogni parte della terra, attirate dalla presenza del Papa. Eppure non mi sembra che la fede cristiana abbia conquistato molte posizioni, se ad esempio le percentuali dei praticanti a Roma, proprio nella diocesi del Papa, sono scese sotto il 10%….

Dobbiamo perciò certamente gioire della popolarità del Papa, ma poi ascoltare meglio ciò che egli ci dice e propone alla Chiesa universale, e cioè innanzitutto una riforma radicale di tutti gli itinerari formativi, a partire da quelli dei formatori stessi, preti e laici che siano.

Se non daremo un impulso colossale a questa riforma, se non rilanceremo una straordinaria stagione di sperimentazioni spirituali, in cui creare nuovi cammini di iniziazione cristiana per i credenti e i non credenti del XXI secolo, rischiamo che tutto questo entusiasmo delle masse si trasformi in un ennesimo fuoco di paglia.

Nel discorso che ha tenuto all’episcopato brasiliano, sabato 27 luglio, Papa Francesco ha detto con estrema chiarezza: “Cari Fratelli, se non formeremo ministri capaci di riscaldare il cuore alla gente, di camminare nella notte con loro, di dialogare con le loro illusioni e delusioni, di ricomporre le loro disintegrazioni, che cosa potremo sperare per il cammino presente e futuro? (…) Per questo è importante promuovere e curare una formazione qualificata che crei persone capaci di scendere nella notte senza essere invase dal buio e perdersi; di ascoltare l’illusione di tanti, senza lasciarsi sedurre; di accogliere le delusioni, senza disperarsi e precipitare nell’amarezza; di toccare la disintegrazione altrui, senza lasciarsi sciogliere e scomporsi nella propria identità.

Serve una solidità umana, culturale, affettiva, spirituale, dottrinale. Cari Fratelli nell’Episcopato, bisogna avere il coraggio di una revisione a fondo delle strutture di formazione e di preparazione del clero e del laicato della Chiesa che è in Brasile. Non è sufficiente una vaga priorità della formazione, né di documenti o di convegni. Serve la saggezza pratica di mettere in piedi strutture durevoli di preparazione in ambito locale, regionale, nazionale e che siano il vero cuore per l’Episcopato, senza risparmiare forze, attenzione e accompagnamento. La situazione attuale esige una formazione qualificata a tutti i livelli.”

Questo è il punto, questa è la vera sfida: dobbiamo elaborare nuovi cammini formativi a tutti i livelli, e per far questo dobbiamo anche elaborare una nuova cultura cristiana, un linguaggio cristiano per le donne e gli uomini del XXI secolo, attingendo alla più viva e feconda Tradizione e a tutte le fonti del sapere contemporaneo.

Il cristianesimo deve mostrarsi con nuovo splendore come la più potente forza culturale e spirituale a favore dell’uomo, e contro ogni forma di massificazione. Dobbiamo liberare l’uomo di oggi dal duplice pericolo dell’annientamento nella massa e dell’isolamento individualistico. La fede cristiana è infatti il luogo della più piena realizzazione personale, che si compie però proprio nella ricchezza delle relazioni, nell’ampliamento dell’amore fraterno. Deve divenire chiaro a tutti questa alternativa tra massificazione/isolamento da una parte e individuazione/realizzazione personale e arricchimento relazionale dall’altra. Allora la nostra fede potrà offrirsi ad un mondo estenuato come sorgente viva, come fonte di autentica felicità.

Marco Guzzi

LA FEDE E LE VIRTÙ DEL SERVO DI DIO GIOVANNI BATTISTA QUILICI

Don Giovanni Battista Quilici nasce a Livorno il 26 aprile 1791, nel momento in cui l’Europa inizia ad essere segnata da un periodo di guerre e turbolenze che dureranno molti anni. Livorno,  attivo porto del Mediterraneo, città multietnica e complessa sotto il profilo socio-culturale, è particolarmente coinvolta e sconvolta dalle invasioni napoleoniche e da altri eserciti stranieri che la occupano nell’ultimo decennio del XVIII secolo e nel primo di quello successivo. Solo dopo il 1814, con il rientro del Granduca Ferdinando III in Toscana, la città conosce una graduale stabilità, ma per una vera ripresa saranno necessari diversi anni.
L’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza di Giovanni Battista Quilici sono vissute in questi scenari di guerre, di razzie, di fame e miseria della popolazione; per quanto la sua famiglia non mancasse del necessario, grazie al lavoro artigianale del padre, sicuramente egli ha risentito della grave crisi economica e sociale che imperversava nella città, sviluppando in lui la capacità di adattamento nelle difficoltà, lo stile di sobrietà e lo spirito di sacrificio che ne caratterizzarono la vita.
L’esempio dei genitori e soprattutto l’educazione paterna portano, in Giovanni Battista, i loro frutti fin dalla sua giovinezza e l’esempio del fratello Jacopo, che si comporta in modo scorretto e “stravagante”[1], non lo influenza minimamente; egli sa scegliere le sue amicizie, alcune durate fino alla morte. Anche la situazione ambientale, spesso difficile e scabrosa, influisce come ‘scuola di vita’ nella formazione del giovane Quilici.
Mentre vive in famiglia e frequenta, fin da bambino, le scuole dei PP. Barnabiti, le situazioni di disagio che incontra quotidianamente non lo lasciano indifferente e diventano una continua provocazione tanto da fargli maturare il desiderio di un coinvolgimento personale nel dare risposte umane, spirituali ed educative alla sua città. Egli diviene particolarmente sensibile ai bisogni umani e spirituali della gente nella quale scopre un appello di Dio a consacrare la sua vita a Lui; prima si orienta alla vita consacrata tra i Domenicani e, successivamente, al sacerdozio diocesano.
Tra il 1810 e il 1811, Giovanni Battista, ormai ventenne, vive un periodo di cambiamenti e di scelte difficili: insieme all’amico Pietro Paolo Stefanini è sul punto di iniziare il cammino di formazione tra i Domenicani[2], quando l’Ordine viene soppresso da Napoleone Bonaparte[3]; possiamo intuire le difficoltà che tale evento può aver suscitato nel giovane Quilici.
Nel gennaio del 1811 muore il padre, perno della vita familiare. Il dolore per la perdita del genitore e le necessità della madre, vedova, che rimane alle dipendenze del poco affidabile fratello Jacopo, sicuramente creano in Giovanni Battista un momento di incertezza. Non conosciamo il suo vissuto interiore, né chi lo abbia aiutato nel discernimento. I documenti ci dicono che, il 7 dicembre 1811, egli inoltra al Vescovo Ganucci la domanda per essere ammesso nel numero dei chierici ed iniziare la sua formazione nel clero diocesano.
Lascia definitivamente la famiglia nel 1816 quando, ordinato sacerdote e

nominato viceparroco, si trasferisce nella parrocchia di San Sebastiano. Non ci sono testimonianze che rivelino quanto abbia influito il contesto sociale sulla maturazione della sua vocazione, ma lo si può intuire dallo stile di vita sacerdotale che egli intraprende e dalle risposte che cerca di dare ai bisogni della sua città. Il fatto di non aver potuto realizzare un percorso formativo in un Seminario[4], gli dà il merito di essere stato in grado di curare autonomamente gli aspetti spirituali e disciplinari, servendosi di buoni maestri, utilizzando al meglio le opportunità formative possibili in quel contesto; inoltre questo ha sicuramente contribuito a farlo rimanere inserito nella sua realtà cittadina e a leggerne gli aspetti carenti e positivi alla luce della sua esperienza di fede.
La città cosmopolita in cui cresce, per quanto impoverita e devastata dalle guerre, contribuisce a formare nel Servo di Dio una mentalità aperta, tollerante, capace di cogliere in ogni cultura e in ogni persona gli aspetti positivi e di stabilire relazioni costruttive con altre confessioni religiose. Il contesto sociale, così variegato e “libertino”, gli permette anche di affinare la sensibilità e lo spirito critico sia verso situazioni sia verso persone ambigue e male intenzionate, che sono fonte di malessere e occasione di degrado morale e sociale, soprattutto per le persone più fragili.
Livorno è una città con grandi sacche di marginalità sociale, dove l’ignoranza e la miseria lasciano campo aperto all’immoralità, alla corruzione e allo sfruttamento della gioventù, soprattutto di quella femminile. Nella vita di don Giovanni questa realtà è stata una grande provocazione tanto che egli attiva la sua vivace creatività, animata dall’ardente zelo per il Regno di Dio e la salvezza del prossimo.
Il retroterra culturale e religioso livornese è particolare: oltre alla forte immigrazione di popoli, culture e religioni si sono diffusi il Giansenismo, la Massoneria e il Giurisdizionalismo che avversano, più o meno palesemente, ogni iniziativa ecclesiale a favore del popolo e vogliono relegare l’attività dei sacerdoti “nelle sacrestie”.
La giovane Diocesi è priva di strumenti e strutture adeguate per far fronte alle nuove esigenze formative del clero e del laicato e i Vescovi, per diversi motivi, sono presenti in modo discontinuo fino al 1822. Il Servo di Dio sente fortemente questi problemi e se ne fa carico collaborando nella formazione dei sacerdoti[5] e formando lui stesso dei laici in grado di affiancare questi nell’evangelizzazione e nella carità; cerca a più riprese di ideare e realizzare il Seminario diocesano. La città gli offre collaboratori appassionati, sacerdoti e laici, uomini e donne: egli conquista la fiducia del popolo livornese, vivace e generoso, e di alcuni uomini di governo, che lo appoggiano nella realizzazione delle sue intuizioni.
L’ambito principale in cui possiamo individuare i suoi tratti spirituali è nel vissuto della sua vocazione sacerdotale; questa, accolta come chiamata di Dio nella Chiesa, percepita in tutta la sua grandezza e dignità, anima e dà forma alla sua spiritualità, i cui aspetti più profondi motivano e alimentano il suo sacerdozio, conducendo il Servo di Dio alla conformazione a Cristo Sacerdote, fino ad offrire, come Lui, la vita per la salvezza dei fratelli[6].
Il contesto in cui don Quilici vive ed opera, gli propone continuamente occasioni per crescere ed irrobustirsi nel suo habitus virtuoso, soprattutto attraverso gli ostacoli
che deve affrontare; ne possiamo qui evidenziare alcune fra i più rilevanti e ricorrenti nel corso della vita.
I mercanti del vizio che adescavano le giovani per indurle alla prostituzione gli fecero sempre una guerra spietata[7], talvolta con calunnie, con lettere anonime alle autorità, altre volte con aggressioni e percosse. Egli non si lascia mai intimidire e al contrario, sentendo questo particolare ministero parte viva del suo sacerdozio, ad immagine del Buon Pastore affronta tutti gli ostacoli con fortezza e grande fiducia in Dio, nulla risparmiando di sé pur di condurre a nuova vita quelle creature costate “il Sangue di un Dio”[8].
L’apparato burocratico del Governo granducale, attraverso alcuni suoi funzionari, intralcia spesso l’operato del Servo di Dio avversando anche le modalità originali della sua predicazione che attira e converte molte persone, tra cui quelle dalla vita dissoluta.
Quando egli svolge la sua attività tra i condannati, i responsabili del carcere ammirano la trasformazione umana dei reclusi che avviene grazie alla sua opera, ma ostacolano la sua missione appena i carcerati cominciano ad esigere che i loro diritti vengano rispettati, attribuendo a lui la causa del loro malcontento e delle proteste.
Tra il 1825 e il 1828, i suoi oppositori impediscono che venga accolta dal Granduca la sua richiesta per avere un locale dove accogliere le penitenti e le donne consacrate che avrebbero dovuto educarle; anche negli anni successivi cercheranno di porgli sempre nuovi inciampi alla realizzazione del suo progetto.
Nel biennio dal 1835 al 1837, i funzionari governativi requisiscono l’Istituto, ormai terminato, ben tre volte, per farne un ospedale per i colerosi, mentre potevano essere utilizzate altre strutture per affrontare l’emergenza del colera. Era chiaro l’intento di voler espropriare l’Istituto per dargli finalità diverse da quelle per cui era nato.
La rigida applicazione delle leggi giurisdizionaliste rese impraticabile la venuta in Toscana delle Figlie di S. Giuseppe di Torino[9], che avrebbero diretto l’Istituto; in seguito fu ostacolata accanitamente l’approvazione definitiva delle Costituzioni delle Figlie del Crocifisso[10], tanto che don Giovanni morì senza averla ottenuta.
Anche nel primo gruppo delle giovani maestre, che desideravano consacrarsi a Dio, incontrò penose avversità, forse tra le più dolorose, con il tradimento di una di esse, Carolina Soffredini, la quale rinforzò, con il suo ambiguo comportamento, le difficoltà già apposte dai funzionari governativi descritte sopra.
Alcuni confratelli sacerdoti, forse non comprendendo appieno lo zelo e la dedizione a tutto campo del Servo di Dio, lo avversarono, a volte apertamente, ma più spesso in modo subdolo creandogli molta amarezza e dispiaceri.
Anche nella sua famiglia naturale dovette affrontare situazioni dolorose e difficili a causa del comportamento deviante di alcuni intimi familiari[11] che, oltre a creargli problemi e preoccupazioni, non accettavano la sua dedizione ai poveri e arrivarono ad usare verso di lui anche la violenza fisica.
Egli affronta tutte le difficoltà con determinazione, coraggio e mitezza; si affida a Dio e sa cogliere in esse delle opportunità per continuare con rinnovato amore la sua missione.
Il Servo di Dio trascorre tutta la sua vita nella città di Livorno, percepita come un mondo composito e complesso, pieno di risorse e di contraddizioni; da essa si è fatto interrogare e plasmare, lasciandovi tracce indelebili di trasformazione. Egli ha amato “teneramente”[12] la sua città, cogliendone profondamente le bellezze e le fragilità che ha portato con cuore di padre, sentendosi in essa missionario, come egli stesso afferma: “…la natura mi ha fornito di un cuore molto sensibile e d’una mente assai riflessiva, per cui sento vivamente la compassione che merita questa mia patria in mezzo a tanti urgenti bisogni e prevedo i mali che dovrà indispensabilmente soffrire in appresso, se a questi non si provvede in tempo. Vorrei che restassero soddisfatti i miei desideri, giacché le mie sollecitudini sono unicamente intente a giovare ai miei simili. A questo fine sono dirette le mie operazioni, ed abitando in queste contrade, sembrami d’essere come uno dei Missionari dell’America o del Perù, i quali sono instancabili per rendere religiosi e culti quegli abitatori”[13].

-               La vita del Servo di Dio è profondamente intrecciata con quella della sua città, non solo negli eventi e situazioni che ha saputo cogliere come appello di Dio e nelle risposte che ha dato in Suo nome, ma proprio nel suo essere ‘livornese’ nel carattere franco e immediato, nella sensibilità umana, nella vivace tempra di educatore, di sacerdote e di missionario. L’accoglienza continua della grazia di Dio gli ha permesso di rimanere profondamente uomo e di trasformare dal di dentro la realtà in cui ha vissuto.

Sr Agnese Didu

F.d. C

 


[1]  Tale definizione che si trova in una lettera del Governo del tempo.

[2]  I Padri Domenicani erano presenti a Livorno nella Chiesa di S. Caterina.

[3]  Il 13 settembre 1810.

[4]  La Diocesi di Livorno, costituita nel 1806, era priva di Seminario.

[5]  Crea un’associazione di sacerdoti i quali vengono denominati “Operai Evangelici”, per curarne la formazione spirituale e pastorale e perché possano sostenersi reciprocamente in comunione col Vescovo.

[6]  Dopo qualche tempo del suo apostolato tra i “forzati del Bagno penale”, scrive al Vescovo: “Fino dal primo istante che destinati fummo alla coltura di queste anime, abbiamo sempre ciò imputato a singolare disposizione del Cielo, per animarci sempre più ad intraprendere con santo coraggio, tutte quelle religiose imprese, che suggerisce al cuore nostro il nostro sacerdotale ministero. […] Monsignore, non si spaventi per la molteplicità delle nostre incombenze, se Iddio continua ad assisterci coll’onnipotente sua grazia, potremo sovvenire i nostri fratelli potrem servire la patria; e quando poi per la gloria di Dio, per la salute delle anime ci toccasse la morte, sarebbe la più gran ricompensa che ci venisse accordata dal Datore di ogni bene” (Quilici, Epistolario, lettera a Mons. Gilardoni, del 25 novembre 1822).

[7]  Lo testimonia la sua prima biografa Sr. M. Angela Testi.

[8]  Cf. G. B. Quilici, Epistolario, lettera alla Granduchessa M. Carolina moglie di Leopoldo II, del 15 gennaio 1828.

[9]  Le Suore di S. Giuseppe di Torino erano state indicate al Quilici dalla marchesa di Barolo per dirigere l’Istituto.

[10]  Cf. Quilici, Epistolario, lettera all’Auditore del Governo, Giuseppe Carpanini, del 20 maggio 1844.

[11]  Il fratello Jacopo e il nipote Tommaso (cf. lettera del can. Pietro Paolo Stefanini all’Auditore del Governo di Livorno, del 15 novembre 1844).

[12]  Quilici, Epistolario, lettera al Commissario dei R. Spedali di Livorno, del 20 agosto 1835.

[13]  Ivi, al Direttore delle RR. Fabbriche conte De Cambray Digny, del 1° luglio 1835.

La fede “pratica” di Sant’Agostino Roscelli

Lasciare per fede, a diciassette anni, il proprio paese, Bargone, per incamminarsi verso Genova e prepararsi all’ordinazione sacerdotale è stata la diretta conseguenza di quella fede che ha visto sua madre, Maria Gianelli, chiedere ed ottenere per lui, Agostino Roscelli, il battesimo il giorno stesso della sua nascita 27.07.1818 “perché temeva della sua vita”.
Non dimenticherà facilmente quel gesto don Agostino Roscelli ma lo ripeterà migliaia di volte, con infinito amore, su creaturine rifiutate, a cui ha donato, per amore, la dignità cristiana.
Sacerdote, attratto dalla luce eucaristica e dal Crocifisso, è vissuto nascosto all’ombra della fede. Una fede “pratica” che si è trasformata in impegno al Confessionale, tra i carcerati, tra i ragazzi abbandonati, tra le giovani, nel brefotrofio, nei Monasteri, nelle Associazioni Sacerdotali e Missionarie ma soprattutto in valori evangelici nella continua lotta contro il peccato, il male e contro le situazioni che ne costituivano l’humus.

Non è fede ma pia illusione quella che non si confronta con le vicissitudini della vita e non spinge all’azione possibile ed opportuna.

Prete senza ambizioni, è stato “spinto” dalla fede a fondare, il 15.10.1876, l’Istituto delle Suore dell’Immacolata affinché proseguisse in questo suo impegno/carisma ispirandosi a Maria, la tutta pura.
Dopo aver condiviso col Crocifisso difficoltà di ogni sorta, reso cieco dalla malattia, semplicemente, come aveva vissuto, raccomandando alle sue Suore l’osservanza scrupolosa della Regola ed un umilissima sepoltura, il 7.05.1902, è andato incontro al Signore che aveva servito ed amato in modo eroico.

Giovanni Paolo II, dopo il “miracolo dello spillo” radiograficamente documentato, e quello di un medico immediatamente ripresosi da un coma irreversibile, ha proclamato il 7.05.1995 beato ed l’11.06.2001 santo AGOSTINO ROSCELLI. La festa liturgica cade il 7 maggio.

A proposito di fede “pratica” … ecco alcuni suoi consigli
“Amate Dio? Allora amate anche il prossimo! Non amate il prossimo? Allora non è vero che amate Dio!”.
“Un cuore, che ama, ha sempre presente al pensiero l’oggetto amato; chi ama Dio, zela con ogni impegno il suo onore e la sua gloria, e volentieri soffre e patisce per Lui contrarietà e travagli, come fece Maria che viveva di continuo assorta nella dolce contemplazione dell’amato suo Bene e ardeva d’immenso desiderio per la gloria divina, soffrendo molto volentieri per Dio fatiche ed incomodi”.
“La conoscenza che deve avere di Gesù Cristo chiunque desidera salvarsi deve essere di due specie: speculativa e pratica.

SPECULATIVA, in quanto ogni cristiano deve vedere e tenere per fermo, quanto ci insegna la fede su Gesù Cristo.
PRATICA. La cognizione speculativa che tutti dobbiamo avere del nostro Divin Salvatore, non basta da sola a farci conseguire la vita eterna.

Chi vuol salvarsi, oltre a credere fermissimamente quanto la fede insegna riguardo a Gesù Cristo, deve avere di Lui anche una cognizione pratica, che diriga la sua vita.
Per divenire imitatori di Gesù Cristo dobbiamo spogliarci dell’uomo vecchio e terreno, per rivestirci dell’uomo nuovo tutto celeste; deporre cioè gli abiti viziosi: l’ira, lo sdegno, la simulazione, l’impazienza, ed indossare invece gli abiti virtuosi: la misericordia, la benignità, la modestia, l’umiltà, la pazienza e soprattutto la carità, che è il vincolo di ogni perfezione.
Senza saper bene ciò che Egli ha fatto, senza aver sempre dinanzi agli occhi questo divino Esemplare, come potremmo ricopiare in noi stessi la sua immagine e divenire suoi veri discepoli in questa vita, per poi partecipare alla sua gloria nell’altra? Ecco, dunque, l’importanza e la necessità che tutti abbiamo di conoscere praticamente Gesù Cristo, nostro amorosissimo Salvatore.

Dobbiamo studiare attentamente la Sua santissima vita e meditare a lungo le grandi virtù che in tutte le occasioni e in tutte le azioni esercitò, per poter regolare la nostra condotta sull’esempio che Egli ci diede.
Con questo studio impareremo ad essere umili, perché Gesù fu umile; impareremo ad essere mansueti, perché Egli fu mansueto.
Se noi attendessimo con sollecitudine a questo studio e procurassimo davvero di imprimerci bene in mente la vita e le azioni di Colui che è nostro capo e nostro esemplare, quanto sarebbe più conforme a quella di Gesù Cristo la nostra condotta!
L’amore di Gesù Cristo ci insegnerebbe ad amarci scambievolmente; a soffrire con rassegnazione le avversità; ad abbracciare volentieri la penitenza.
Questo era il grande libro che i Santi studiavano assiduamente: la vita di Gesù Cristo.
Da questo libro appresero l’obbedienza e, sull’esempio di Gesù Cristo che fu obbediente fino alla morte, con quanta sottomissione e prontezza accoglievano tutte le disposizioni divine!

Da questo libro appresero la mansuetudine e, ad esempio di Gesù Cristo che, sebbene coperto di obbrobri dai suoi persecutori non apriva bocca, soffrivano anch’essi con pace qualunque oltraggio, e mai pensavano a vendicarsene.
Da questo libro appresero ad amare la povertà e, sull’esempio di Gesù, che, sebbene padrone di ogni cosa si fece povero per noi, con eroica generosità disprezzavano ricchezze e comodità.
Se i Santi intrapresero grandi fatiche per promuovere la salute delle anime e dilatare la gloria del nome santo di Dio, l’esempio di Gesù rendeva instancabile il loro zelo. Se intrepidi andavano incontro alla morte e soffrivano sereni i più crudeli martiri, l’esempio di Gesù e la considerazione delle sue pene, li rendeva così pazienti e così coraggiosi.
Insomma, come non perdevano mai di vista questo divino Esemplare, così, divenuti simili a Lui, vivevano dello spirito di Lui e con lo spirito di Lui operavano.

Ricordiamo che per ottenere la vita eterna che Gesù Cristo ci ha meritato con la sua passione e morte, non basta credere e confidare in Lui, bisogna anche seguire i Suoi esempi e praticare le sue virtù. Senza quest’imitazione, la speranza degenera in presunzione e la fede, anziché salvare, rende più colpevoli.
Dunque non perdiamo mai di vista questo divin Esemplare e teniamo a Lui rivolti gli occhi e gli affetti.
Noi felici, se impareremo da questo Divino Maestro tali lezioni e le metteremo in pratica; potremo sperare che, avendolo seguito in questa vita, lo andremo a godere un giorno in Cielo e saremo con Lui beati in eterno. Amen

Madre  Rosangela Sala
Superiora Generale Istituto delle Suore dell’Immacolata di Genova
Presidente USMI Regionale Liguria

 

Don Zefirino Agostini, uomo di fede

“Ogni vita umana e le sue sorti stanno nelle mani di Dio”[1]

La vita e l’opera di Don Zefirino Agostini, dà compimento a queste sue stesse parole: “Dio può tutto. Preghiera, preghiera”[2]: un continuo e fiducioso abbandono nelle mani del Signore, che lo ha guidato, misteriosamente ad essere sacerdote, parroco e fondatore, facendogli intuire, nella preghiera, la trama sottile della Provvidenza.

I primi anni della sua vita sono segnati dall’esperienza della prova. Nasce a Verona il 24 settembre 1813, secondogenito, da Angela e Antonio, stimato medico, in un periodo segnato dalle gravi conseguenze delle battaglie tra francesi e austriaci sul suolo italiano e l’anno successivo perde il padre, morto assistendo i feriti. La cura paterna di Dio si rivela a lui nell’amorosa sollecitudine della madre, che trovandosi sola, si stringe sempre più fortemente a Cristo per trasmettere il suo amore ai figli e generarli alla fede. Li avvia ai Sacramenti e si fa aiutare dai nonni paterni a Terrosa, dove don Zefirino apprende i primi rudimenti scolastici.

Dalla madre Zefirino impara silenziosamente il mistero dell’unione unione intima con Dio, come tralcio alla vite e gradualmente riconosce nella cura ricevuta, l’amore Provvidente del Padre.

Spinto a rispondere a questo amore, entra in seminario, dedicandosi allo studio con impegno sincero e  intenso, continuando a vivere con la madre, rimasta sola. La sua fede matura così integrando studio, servizio in casa e vita apostolica in parrocchia a San Nazaro, dove cura la DottrinaCristianae l’Oratorio. Vive lo studio in modo orante, lasciandosi guidare da insegnanti sapienti; si nutre della Parola di Dio, degli scritti dei Padri, dei Sacramenti, in particolare dall’Eucarestia, che considera sorgente di ogni dono. Prega molto per discernere il progetto di Dio, e lasciarsi trasformare dalla sua grazia, crescendo di giorno in giorno nell’amore per la vocazione a cui Dio lo chiama, finché l’11 marzo 1937 è ordinato sacerdote. La parrocchia che gli è affidata è San Nazaro, dove don Zefirino si affida definitivamente a Cristo e ai fratelli, consumandosi totalmente nell’amore, come scriverà lui stesso: “l’anima, totalmente dimentica di se stessa e spogliata di ogni amor proprio, ama il suo Dio con tutte le forze, con un amore purissimo e, felicemente, perde se stessa in Dio”[3].

Egli si rivela uomo di fede, sacerdote zelante, instancabile, ed i parrocchiani intuiscono che il segreto di una tale vitalità è l’unione intima con Dio che per lui è preghiera incessante, anche mentre cammina, per mantenersi attento e docile alla voce di Dio e all’azione del suo Spirito, che dispone sapientemente incontri ed eventi. Proprio nella preghiera, nell’ascolto della Parola di Dio e delle persone che incontra, don Zefirino vive il suo ministero sacerdotale, lasciandosi condurre dal “filo della Provvidenza”, che lo chiama ad un nuovo decisivo passo.

Nella sua intensa vita spirituale e pastorale, fatta di predicazione intensa e sollecita, assidue confessioni, impegno in Curia, nella catechesi e nell’oratorio giovanile, prende coscienza delle povertà e desideri della vasta e popolosa parrocchia di san Nazaro, che chiedono una risposta urgente, tanto da impostare il suo primo apostolato sull’azione formativa.

Dall’ascolto della realtà, dopo la preghiera intensa e il consiglio di persone prudenti, presenta la sua domanda al concorso di parroco, riconoscendovi una chiamata di Dio. Da ora, per più di 50 anni, fino al 1896, anno della sua morte, mai lascerà i suoi parrocchiani.

Si accorge in particolare dello stato di povertà morale, culturale e materiale in cui versano le bambine e le fanciulle del popolo e si mette all’opera, e pur nel fallimento dei primi tentativi si consegna: “il Signore non vorrà permettere che siano inutili le molte faticose preoccupazioni sostenute fino ad ora. Quando Egli vorrà, mi metterà in mano un filo”[4].

Mentre attende e prega, nel desiderio di far rifiorire l’Oratorio Parrocchiale delle Giovani, riporta alla memoria un incontro avuto molti anni prima a Salò con  gruppo di Orsoline, fondate da Angela Merici, santa bresciana vissuta nel XVI secolo, verso la quale si sente attratto, per stima, venerazione e affetto. Un incontro che ha custodito nel cuore, come un piccolo seme, affidandolo alla benevolenza di Dio e che ora rivela un disegno sapiente.

Si presentano infatti tre giovani dell’Oratorio, disponibili a fare qualcosa per le bambine povere della parrocchia, sull’esempio di S. Angela Merici nella cura delle fanciulle, aprendo per loro una scuola di carità. Egli indica loro l’ascolto della voce di Dio, la sola che può infondere sicurezza in ogni scelta di vita e invita alla preghiera come chiave dell’attesa e della paziente prudenza come sottile ma robusta trama su cui ricamala Provvidenza.

La ferma risoluzione delle giovani, che ritornano più volte,  fornisce a don Agostini la nota iniziale di un incipit il cui soggetto appare sempre più la Provvidenza: “che sia questo il filo che mi mette in mano il Signore?”[5], si chiede, fino ad abbandonarsi con fiducia a questa ispirazione.

Un umile ambiente, spoglio e pochi locali presi in affitto in via Muro Padri diventano il luogo in cui, come piccolo seme, prende avvio il disegno di Dio; qui il I novembre 1856 le giovani si riuniscono nella “Pia Unione delle Sorelle Devote di S. Angela” e danno inizio alla prima scuola di carità per le bambine povere della parrocchia. Non mancano difficoltà, “tribolazioni e spine”, soprattutto economiche, che don Zefirino, affronta con impegno e fede in Dio, tanto da scrivere che per provvidentissima disposizione di Dio “erano necessarie, a chi scrive, le grandi angustie e tribolazioni sofferte, per arrivare ad ottenere, alla fine, un gran bene che, in modo diverso, non si poteva umanamente sperare”[6].

[i]Quando nel 1860 alcune sorelle esprimono il desiderio di fare vita comune, don Zefirino intuisce che in quell’ispirazione alla quale ha obbedito, si rivela  il filo rosso della volontà del Signore. Scriverà che non per nulla Dio lo ha tratto quasi per forza, con la sola fede nella sua Provvidenza, a dare inizio a quest’opera, aiutandolo a sostenerla, nonostante le più dure prove. Accorgendosi di essere stato un umile strumento nelle mani di Dio, così si rivolge alle giovani orsoline:

“Dopo tutto questo, non cesseranno tutte le Sorelle di pregare fervorosamente ed assiduamente il Signore per mezzo dell’intercessione della Santissima Vergine, di S. Angela Merici e di tuttala Corte Celesteaffinché si degni di benedire e dare incremento al nascente Pio Istituto con i mezzi che l’amabilissima sua Provvidenza sa ottimamente somministrare, tanto nell’ordine spirituale che nel temporale.

Siano esse sempre ripiene di grandissima fiducia negli aiuti di quel Dio che per le sue opere si vale di strumenti deboli e poveri, perché meglio risplenda la gloria della sua potenza.

Cerchino, nella profonda e costante umiltà del loro spirito, unicamente questa gloria di Dio nel fare il bene a cui si consacrano, e non temano affatto che saranno esse, nelle mani dell’Onnipotente e Misericordioso Signore, quel grano di senape il quale, benché molto piccolo e spregevole, fecondato dalle grazie celesti nel campo di Dio, può crescere e moltiplicarsi in grande misura”[7].

Bibliografia di riferimento          

- Don Zefirino Agostini, Gli Scritti alle Orsoline FMI, 2° edizione, Grafical srl, Marano di Valpolicella,  Verona 2013

-    Angelo Orlandi, Don Zefirino Agostini. Nel suo tempo in nome del Vangelo. Profilo storico biografico, 2° edizione, Grafical srl, Marano di Valpolicella, Verona 2013               

Note

[1]  Zefirino Agostini, Miscellanea di prediche, catechesi, omelie rivolte al popolo, a cura di Sr M. Clemente Micheloni.

2 Zefirino Agostini, Gli Scritti alle Orsoline FMI, “La pace sia con voi, arrivederci”, p. 515.

3 Zefirino Agostini, Gli Scritti, Obbligo e mezzi di amar Gesù Cristo, Meditazione V – Scritto 369, p. 271.

4 Zefirino Agostini, Gli Scritti alle Orsoline FMI, Memorie sulla Fondazione dell’Istituto Orsoline, 18 febbraio 1887, Doc. 114, AOV,  p. 424.

5 Ibidem, p. 425.

6 Ibidem, p. 428.

7 Zefirino Agostini, Gli Scritti, Regolamento per la Pia Unione delle Sorelle Devote di S. Angela Merici, pp. 20- 21.

 

Sr M. Paola Angeli, orsolina FMI

 



[1]  Zefirino Agostini, Miscellanea di prediche, catechesi, omelie rivolte al popolo, a cura di Sr M. Clemente Micheloni.

[2] Zefirino Agostini, Gli Scritti alle Orsoline FMI, “La pace sia con voi, arrivederci”, p. 515.

[3] Zefirino Agostini, Gli Scritti, Obbligo e mezzi di amar Gesù Cristo, Meditazione V – Scritto 369, p. 271.

[4] Zefirino Agostini, Gli Scritti alle Orsoline FMI, Memorie sulla Fondazione dell’Istituto Orsoline, 18 febbraio 1887, Doc. 114, AOV,  p. 424.

[5] Ibidem, p. 425.

[6] Ibidem, p. 428.

[7] Zefirino Agostini, Gli Scritti, Regolamento per la Pia Unione delle Sorelle Devote di S. Angela Merici, pp. 20- 21.



[i]

La sua fede era così grande…

Santa Maria De Mattias nacque il 4 febbraio 1805 a Vallecorsa, provincia di Frosinone. Ricchezza e cultura non mancavano nella sua famiglia – anche se alle donne era proibito studiare – come pure una profonda fede cristiana. Attraverso il dialogo con il papà ella apprese e interiorizzò non solo le verità della fede, ma soprattutto episodi e figure della Sacra Scrittura che egli le leggeva sin dalla tenera età, e sviluppò un grande amore a Gesù, Agnello immolato per la salvezza dell’umanità. Tutto questo avveniva mentre il paese e i dintorni vivevano il periodo tragico del brigantaggio: 1810 – 1825. Nell’anima di Maria, infatti, maturava un confronto tra il sangue umano versato nell’odio e nella vendetta, e quello di Cristo versato per amore, Sangue che salva. Fu attraverso il dialogo con il papà a cui rivelò il suo buio interiore e il suo affidarsi alla Madonna perché le desse lume, che Dio le fece sperimentare in modo mistico la bellezza del suo amore che si è manifestato nella sua pienezza in Cristo Crocifisso, in Cristo che dona tutto il suo Sangue.

Fu proprio questa esperienza la sorgente, la forza, la motivazione che la portò sulle strade d’Italia per far conoscere a tutti l’Amore tenero del Padre Celeste, come ella diceva; o l’Amore Crocifisso Gesù. Era convinta, infatti, che la riforma della società nasce dal cuore della persona e che, questa, si trasforma quando giunge a comprendere quanto preziosa sia agli occhi di Dio, di quanto amore è stata fatta oggetto: Gesù ha dato tutto il suo Sangue per riscattarla.

Era stata la sua esperienza, per questo cercava di condurre tutti, piccoli e grandi, a scoprire quello che a lei era stato svelato e che l’aveva trasformata.

Sotto la guida di un compagno di San Gaspare, Venerabile Don Giovanni Merlini, ella fondò la Congregazione delle Suore Adoratrici del Sangue di Cristo in Acuto (Frosinone) il 4 marzo 1834, all’età di 29 anni. Era stata chiamata per fare scuola alle fanciulle – aveva imparato da sola a leggere e a scrivere – dall’Amministratore di Anagni, Mons. Giuseppe Maria Lais.

Maria, però, che si portava dentro il sogno della riforma della società e del mondo, non si limitò alla scuola, ma radunò mamme e giovani per catechizzarle, per innamorarle di Gesù ed educarle a vivere cristianamente, secondo il proprio stato. Gli uomini a cui non poteva parlare, secondo il costume del tempo, andavano spontaneamente ad ascoltarla ed anche di nascosto; i pastori, abbandonati a sé stessi chiesero di essere istruiti da lei e per di più dopo il calar del sole; la gente accorreva alle funzioni sacre per ascoltare la maestra.

Maria così, da ragazza timida e introversa, era diventata una predicatrice che affascinava le fanciulle, gli adulti, i semplici e le persone colte, i laici e i sacerdoti perché, quando parlava di Gesù e dei misteri della fede era come se avesse visto di persona quelle realtà. Il suo desiderio struggente era infatti che neppure una goccia del Sangue Divino andasse perduta; che raggiungesse tutti i peccatori per purificarli e perché, lavati in quel fiume di misericordia, ritrovassero la via giusta per la pace e la comunione tra gli uomini.

Quella di Maria De Mattias fu una esistenza vissuta nel solo desiderio di dar gusto a Gesù che le aveva rubato il cuore sin dalla giovinezza e nell’impegno gioioso di salvare il “caro prossimo” dall’ignoranza del mistero d’amore di Dio per l’umanità. Tutto questo non le fece risparmiare fatica; non si abbatté nelle contrarietà; operò sempre in profonda comunione con la Chiesa locale, quella universale e per amore di essa. L’epoca in cui visse Maria de Mattias fu caratterizzata da forti contrasti politici e sociali. Con acutezza femminile e una profonda esperienza di fede, Maria intuì che dentro quella umanità, lacerata da odio e violenze, scorreva già il Sangue di Cristo e attraversava la storia inquinata del suo tempo. Lei stessa, usando l’immagine del fiume, scrisse nella prima stesura della regola: “Il Sangue di Cristo, come una fonte, anzi come un fiume accessibile a tutti”… – si dilata in tanti rivoli e raggiunge – “…tutti i figli di Adamo, li accompagna e li segue in ogni passo della loro vita terrena, fino alla pienezza della vita eterna” (Regole e Costituzioni del 1857). Il Sangue di Gesù, infatti, può a ragione, essere paragonato ad un fiume di misericordia che sana le ferite del mondo, provocate dalle potenze del male. Mescolandosi a quello umano, versato dalla sopraffazione dell’uomo sull’uomo, questo Sangue divino, entra silenziosamente e continuamente nelle vene della storia: dall’interno la purifica dalla melma del peccato e la risana. Questo capì Maria de Mattias mentre calava nelle profondità del mistero del Sangue di Cristo e ne coglieva la portata salvifica. Con lo slancio generoso che la caratterizzava, lei stessa entrò dentro quel fiume di misericordia e in esso si immerse senza riserve. Fece esperienza di come il fiume del Sangue di Cristo, raccogliendo tutta la miseria umana, aveva l’immenso potere di ricostruire le coscienze degli uomini. Navigandovi dentro, Maria scoprì anche che la salvezza e la redenzione sono di preferenza trasportate, laddove ce n’è più bisogno,  dalla potenza della solidarietà umana; quella  che nasce nel cuore di chi ha stabilito una alleanza di amore con il Figlio di Dio, morto e risorto. Per questo esorta  le sue suore, a “…dimorare sotto l’ombra della croce, tra i rivi scorrevoli del Sangue divino” (lett 180), ad aprire il cuore all’amore per i fratelli e a donarsi con generosità fino a spargere, se necessario, anche il proprio sangue, per imitare quel Gesù che ha dato tutto se stesso per noi. La forza dirompente del Sangue Redentore diventa in Maria l’energia vitale che la portò a fare della sua stessa vita un dono irrevocabile, messo al sevizio delle costruzione del Regno di Dio. Nel suo itinerario terreno, fu costantemente animata da un ardente desiderio di vedere tutta l’umanità, rinnovata nel Sangue di Cristo, sperimentare la libertà e la pienezza della vita.

Nel proclamarla santa, il 18 maggio 2003. Giovanni Paolo II sancisce la grandezza della sua statura e la propone come modello alla Chiesa intera.

Suor Nadia Coppa ASC

 

Suor Tecla Merlo, donna di fede

Non ci stupiremo mai abbastanza di fronte alle meraviglie che Dio compie negli uomini. Come non stupirsi e non ringraziare il buon Dio quando pensiamo alla figura, umile e maestosa, di suor Tecla Merlo? La rivedo, nel suo portamento regale, col suo sguardo profondo e penetrante, con il cuore aperto ai bisogni dell’umanità, pronta ad assecondare i progetti di Dio su di lei.

Suor Tecla apparteneva a una di quelle famiglie che a ragione può dirsi “chiesa domestica”, nella quale si viveva un cristianesimo senza compromessi, in cui si respirava un’atmosfera di pace, di preghiera, di fede, di impegno sociale e religioso. Secondogenita di quattro figli, nacque a Castagnito d’Alba (Cuneo) il 20 febbraio 1894. Al battesimo le venne dato il nome di Teresa. Mostrò presto le sue doti naturali, una acuta intelligenza, un carattere buono e generoso. Don Alberione, volendo fondare una Congregazione femminile con la stessa spiritualità e missione dei Paolini, desiderò incontrarla per proporle di seguirlo in questa avventura. Le parlò del nuovo apostolato per la nascente istituzione, di nuovi pulpiti, di donne associate allo zelo sacerdotale. Era un salto nel buio, ma alla luce della fede ella intravide quello che il Signore stava suscitando nella Chiesa, e vi aderì. Quando le prime Figlie di San Paolo emisero i voti religiosi, Teresa – che prese il nome di Maestra Tecla – venne eletta Superiora generale dell’Istituto. Ella fu non solo la prima Generale, ma anche la prima vera madre della Congregazione che ha guidato con sapienza, accogliendo pienamente il carisma paolino che nel tempo assumeva la sua fisionomia in modo sempre più preciso. Ella accolse e trasmise con fede ed entusiasmo i vari strumenti comunicativi – stampa, cinema, radio,  televisione e il complesso mondo mediale. Fu la vera mediatrice del carisma paolino, e per il Fondatore un aiuto costante per formare le Figlie di San Paolo, per avviarle all’apostolato specifico, per costituire le nuove Congregazioni che avrebbero fatto parte della Famiglia Paolina. (cfr Alberione, Abundantes divitiae, 244).

 

Donna di fede

Maestra Tecla, madre sapiente delle Figlie di San Paolo, può essere annoverata tra le donne forti di cui parlala Scrittura. Nonsempre quanto le veniva chiesto o proposto era chiaro, ma ella sapeva fidarsi del Fondatore, vedendo in lui uno strumento della volontà di Dio, un innovatore dell’opera evangelizzatrice. Sperimentò presto l’avverarsi di quello che poteva sembrare un sogno: a Susa le giovani ci cimentarono nel bollettino diocesano, “il mezzo moderno ed efficace per portare alle famigliela Paroladi Dio, un mezzo potente di evangelizzazione” (Alberione), nella stampa dei primi libretti e opuscoli. Da Susa ad Alba, a Roma, nelle varie città e nazioni, le Figlie di San Paolo hanno accolto i nuovi e più potenti mezzi di comunicazione, guidate dal Fondatore e dalla sapiente guida di Maestra Tecla, donna dalla fede solida, fede alimentata dalla Parola di Dio e dall’Eucaristia, dalla preghiera e dalla fedeltà alla vocazione. Una fede operosa, che si alimentava della preghiera assidua e si esprimeva in opere concrete. La fede dominava ogni suo pensiero e ogni sua parola, rendeva acuto il suo sentire apostolico. La fede la faceva vibrare per i nuovi orizzonti e la rendeva partecipe della sete di giustizia e di pace di tanti popoli. Dalla fede sgorgava una speranza illimitata nei disegni di Dio che opera attraverso i suoi apostoli, e conseguentemente l’abbandono nelle mani e nei progetti di Dio. Dalla fede scaturiva la sua carità: “Era caritatevole con tutti”: le consorelle, i sacerdoti, le famiglie in difficoltà, le popolazioni che soffrivano per guerre, ingiustizia e povertà. Bisognava farsene carico e annunciare loro il messaggio cristiano, che è un messaggio di liberazione da ogni schiavitù. Suor Ignazia Balla, un’altra colonna della Congregazione, affermò di averla vista “crescere nella fede, anzi in quello spirito di fede del quale la sua vita fu pervasa”.

Come l’adesione alla proposta del Fondatore fu un sì di adesione totale a un progetto che aveva accolto nella fede, così Maestra Tecla trasformò la sua vita in un atto di fede, di amore e di abbandono in Dio. E non si stancò di ripetere la necessità di avere una fede solida, quella fede che sa spostare le montagne: “Prendiamo  tutto dalle mani del Signore e abbiamo fede”; “Bisogna aver fede, una fede viva, quella fede che ci fa confidare nel Signore”; “Abbiamo la promessa che il Signore è con noi: ‘Non temete, io sono con voi’, perciò vivere di fede”; “Se ci mettiamo fede e confidiamo nella grazia di Dio, possiamo tutto”.

sr Anna Pappalardo, fsp

Educare i giovani alla fede

 

“Mio figlio ha un profilo su facebook, il problema non è quello, me l’ha detto, ma la legge dovrebbe dare ai genitori la possibilità di controllare quello che fanno i figli minorenni nei social network”. “No caro ascoltatore, l’ignorante è lei, se vuole vedere cosa fa suo figlio su facebook si faccia un profilo, diventi suo amico e potrà vedere tutto ciò che succede”. Questo il dialogo ascoltato alla radio, in una trasmissione per genitori.

L’educazione dei giovani ha a che fare con la comunicazione, anche l’educazione alla fede. E per comunicare è necessario conoscere i codici, non si ammettono ignoranze! L’esempio più efficace ce l’ha dato papa Francesco nella Giornata Mondiale della Gioventù di Rio: da grande comunicatore è riuscito a dialogare con due milioni di giovani in modo immediato, profondo, brillante.

La comunicazione tuttavia non è sufficiente: infatti esistono tanti esperti comunicatori che però non educano, non veicolano valori, o addirittura diseducano. In una scuola superiore fu assunto un animatore abile e preparato che riuscì a entrare in sintonia con i ragazzi, ma mise in crisi il collegio docenti perché non possedeva i contenuti del progetto formativo e fu licenziato.
I contenuti non bastano ancora: Don Bosco ci insegna che l’educazione è questione di amore.
Gli ingredienti dell’educare i giovani alla fede sono almeno tre: la comunicazione, i contenuti della fede e l’amore.

La comunicazione
Mauro proveniva da una buona famiglia, con genitori amorevoli, due fratelli e una sorella, che avevano successo nella vita scolastica e sociale. Vivevano in un bel quartiere e Mauro aveva tutto quello che un ragazzino può desiderare. Ma nelle elementari Mauro fu subito etichettato come soggetto «speciale».
Nelle medie era il «disadattato piantagrane». Alle scuole superiori cominciò a inanellare espulsioni e voti disastrosi.
Una domenica, un insegnante incrociò la famiglia e disse: «Mauro sta facendo molto bene in questo periodo. Siamo molto soddisfatti di lui». «Forse ci state confondendo con un’altra famiglia…» disse il padre. «Il nostro Mauro non ne azzecca mai una. Siamo molto imbarazzati e non sappiamo capire perché».
Mentre l’insegnante se ne andava, la madre osservò: «Però, a pensarci bene, Mauro non si è cacciato nei guai nell’ultimo mese. Inoltre è sempre andato a scuola presto e si è sempre fermato più del necessario. Che cosa starà succedendo?». Alla consegna della prima pagella, i genitori di Mauro si aspettavano voti bassi e note insoddisfacenti sul comportamento. Invece sulla pagella c’erano voti più che sufficienti e una menzione speciale in condotta. Mamma e papà erano sconcertati. «A chi ti sei seduto vicino, per avere questi voti?» chiese papà con sarcasmo. «Ho fatto tutto da solo» rispose umilmente Mauro. Perplessi e non completamente convinti, i genitori di Mauro lo riportarono a scuola per parlare con il preside.  Egli assicurò loro che Mauro stava andando molto bene. «Abbiamo una nuova insegnante di sostegno, e sembra che lei abbia una particolare influenza su Mauro» disse. «Penso che dovreste conoscerla».
Quando il trio si avvicinò, la donna aveva il capo abbassato. Le ci volle un istante per accorgersi che aveva visite. Quando lo capì, si alzò in piedi e iniziò a gesticolare con le mani. «Cos’è questo?» chiese indignato il padre di Mauro. «Linguaggio dei segni? Questa donna è sordomuta! ». «Ecco perché è così straordinaria» disse Mauro, mettendosi in mezzo. «Lei fa molto di più, papà. Lei sa ascoltare!».

L’ascolto è un bisogno fondamentale di tutti, figuriamoci dei giovani! Abbiamo due orecchie e una bocca perché impariamo ad ascoltare il doppio di quanto parliamo. Ma in fatto di giovani sembra che gli adulti sentano sempre il bisogno di insegnare, di parlare, di predicare. Se si tratta di educare alla fede ancora di più: i giovani sono considerati “tabula rasa” su cui gli adulti devono scrivere i grandi contenuti della fede. Ma il segreto è sempre l’ascolto. Una mamma portò la figlia dalla direttrice di una scuola perché la convincesse a iscriversi. Di fronte alla figlia la direttrice chiese alla mamma: “Come mai sua figlia non vuole iscriversi qui?”. “Non lo so, non ne abbiamo parlato, ha solo sempre detto no!”. Poi, ascoltando la ragazza, è venuto fuori il sogno che aveva e le remore circa quel tipo di scuola… Fu sufficiente ascoltare…
I ragazzi di un corso professionale furono “costretti” a partecipare a una messa con altre scuole. Si comportarono in maniera imbarazzante, dimostrando di non avere la più pallida idea di cosa fosse non solo la Messa ma neppure una chiesa. Dopo la celebrazione furono severamente rimproverati: “possibile che non siate stati in grado di comprendere la differenza tra la piazza e la chiesa?”. In effetti era possibile: nessuno di quei ragazzi aveva mai messo piede in chiesa, nessuna delle famiglie di quei ragazzi aveva una qualche minima vita di fede. Era irrispettoso verso quei ragazzi pretendere che conoscessero “come ci si comporta in chiesa”. E’ mancanza di rispetto dare per scontato che essi conoscano il segno di croce o sappiano che in chiesa c’è il Santissimo Sacramento! Con quegli stessi ragazzi fu poi celebrata una messa solo per loro con un sacerdote capace di sintonizzarsi con il loro mondo. Una celebrazione lunghissima non per la lunghezza della predica che praticamente non ci fu, ma per la pazienza di spiegare quasi ogni passaggio, ogni segno, ogni gesto o parola. Nessuno di loro perse un attimo, qualcuno si commosse, fu un momento meraviglioso per i ragazzi e per il sacerdote.
Ascoltare non significa solamente “star a sentire” quello che i giovani dicono, perché per lo più essi faticano ad esprimersi con le parole, significa “comprenderli” nel bellissimo significato etimologico di questo verbo: “prenderli con sé”, accoglierli nella propria vita. Come farebbe Gesù. Egli non chiede il certificato di battesimo, né che conoscano il segno della croce.

Mentre si svolgeva la veglia della giornata mondiale dei giovani, in città c’era la notte bianca e alcune suore si trovavano di fronte a una chiesa e provavano a fermare i giovani per un dialogo: “sai che in questo momento il Papa sta parlando con due milioni di giovani?”… qualcuno evitava e faceva finta di non sentire, qualcuno diceva “questo papa mi piace molto”, qualcun altro voleva sapere di più e qualcuno addirittura accettò l’invito ad un incontro due sere dopo. Le suore affermano di aver vissuto una bellissima Giornata Mondiale dei Giovani!
A volte gli adulti pensano che per comunicare con i giovani sia necessario studiare il loro linguaggio, o conoscere chissà quale gergo. Il papa non ha perso un minuto per studiare il mondo giovanile, è entrato in sintonia con loro.

Un adulto si lamentava dei giovani perché non salutano. “Guarda” diceva mentre i giovani passavano davanti a lui. Nessuno effettivamente salutava. Ho provato a salutare e tutti hanno risposto al mio saluto, alcuni con un semplice ciao, altri si sono guardati intorno, stupiti che salutassi proprio loro e poi hanno risposto anche con un sorriso… “Visto?” ho detto. “Si, ma loro devono rispettare gli adulti” ha concluso… Prima condizione per educare i giovani alla fede è entrare in sintonia con loro, sintonizzarsi, ascoltarli, comprenderli.

Il “contenuto” della fede
Educare i giovani alla fede non significa “fare catechismo”. Il contenuto della fede non sono le nozioni da sapere. Anche qui pensiamo al papa: non ha fatto una catechesi, ma ha dato testimonianza. Il contenuto della fede è innanzi tutto la testimonianza della vita. “Quello che sei grida così forte che non sento quello che dici!” è una bella sintesi del contenuto della fede.
I giovani di un oratorio furono accompagnati a fare gli auguri di Natale in tre case di riposo. Divisi in tre gruppi un gruppo andò nella casa di riposo delle suore del Cottolengo, gli altri due nella casa di riposo del comune. Quello che ricevettero i ragazzi dalle suore anziane e ammalate fu una grande testimonianza fatta di sorrisi e di sguardi profondi, senza molte parole! Anche gli altri giovani fecero però una grande esperienza: donarono se stessi, il loro sorriso, la loro attenzione e incontrarono il Signore. Gli animatori seppero farlo notare e la soddisfazione fu grande. Il contenuto della fede è la testimonianza che doniamo e riceviamo.
Un vecchietto che da molto tempo si era allontanato dalla Chiesa, un giorno andò dal parroco. Sperava di essere aiutato finalmente a risolvere i suoi problemi di fede. Quando entrò nella canonica, c’era già una persona a parlare con lui. Il sacerdote intravide il vecchietto in piedi in corridoio, e subito, uscì a portargli una sedia.

Quando l’altro si congedò, il parroco fece entrare il vecchio signore. Conosciuto il problema, gli parlò a lungo e dopo un fitto dialogo, l’anziano, soddisfatto, disse che sarebbe tornato alla Chiesa. Il parroco, contento, ma anche un po’ meravigliato, gli chiese: «Senta, mi dica, di tutto il nostro incontro, qual è l’argomento che più l’ha convinta a tornare a Dio?». «Il fatto che sia uscito a portarmi una sedia», rispose il vecchietto.
Le parole non sono indispensabili, i gesti sì! Come spiega un altro racconto, anche se un po’ esagerato…
Un giovane si presentò a un sacerdote e gli disse: “Cerco Dio”.
Il reverendo gli propinò un sermone. Concluso il sermone, il giovane se ne andò triste in cerca del vescovo.
“Cerco Dio”. Monsignore gli lesse una sua lettera pastorale. Terminata la lettura, il giovane, sempre più triste, si recò dal papa. “Cerco Dio”. Sua santità cominciò a riassumergli la sua ultima enciclica, ma il giovane scoppiò in singhiozzi. “Perché piangi?”, gli chiese il papa del tutto sconcertato. Cerco Dio e mi offrono parole.
Quella notte il sacerdote, il vescovo e il papa fecero un medesimo sogno. Sognarono che morivano di sete e che qualcuno cercava di dar loro sollievo con un lungo discorso sull’acqua.
Non un lungo discorso sulla fede ma la testimonianza di quanto l’incontro con Cristo abbia cambiato e riempito di felicità la nostra vita, questo serve ai giovani!
Un giorno una pozzanghera disse al pozzo vicino a sé: “Che vita insignificante la mia! Nessuno si accorge di me se non che qualche uccellino ogni tanto, per bere un po’ d’acqua. Tu invece sei ben conosciuto e vengono a te da lontano, ti hanno dato persino un nome”.
Il pozzo le rispose: “Cara amica mia, è vero che vengono da lontano e che mi hanno dato un nome, ma non vengono per me, vengono tutti a prendere l’acqua che la terra mi dona e se ne vanno felici per l’acqua che possono prendere. Ma a me va bene così, perché in ogni caso li vedo andar via contenti. Ma anche tu non devi lamentarti, perché è vero che non hai un nome ma quando la tua acqua è calma, riflette lo stupendo azzurro del cielo sulla terra, mentre la mia acqua non ha che buio attorno a sé.
Pensaci amica mia, ciò che conta sia per me che per te è permettere all’acqua che ci viene donata di dissetare chi ne ha bisogno.
Tu cara amica, disseti chi non sa più guardare il cielo”.

Educare è questione di amore.
Comunicazione, contenuti della fede, ma senza amore “non passa” la fede!
Un signore organizzò un viaggio in Cina per conoscere parte dei suoi tanti misteri ed ammirare questo popolo così numeroso. Dopo pochi giorni che si trovava lì, s’innamorò follemente di una donna cinese. Poiché non conosceva la lingua, a malapena poteva comunicare con lei a gesti. Tutto il suo affetto passava attraverso le diverse espressioni, ma non attraverso la parola. Una volta tornato al suo paese, poiché non poteva capire le sue lettere, si mise a studiare la difficile lingua cinese. Così la sua relazione con la donna poteva continuare. Ci vollero mesi ed anni perché arrivasse a dominare la lingua. Fece un dottorato in lingua cinese, divenne un famoso sinologo, teneva conferenze sull’arte e la cultura cinese, viaggiava in tutto il mondo. Ma la lingua e la cultura cinese, i viaggi e la fama lo assorbirono così tanto che arrivò a dimenticare la donna della quale un tempo era stato innamorato. E soltanto in alcuni momenti del suo gran daffare ricordava con nostalgia quel primo amore per il quale aveva iniziato tutto e che aveva fatto cambiare direzione alla sua vita. Don Bosco, nella sua genialità educativa, affermava che “Non basta amare i giovani, bisogna che essi sentano che sono amati”. E’ interessante ascoltare il suo racconto:
Nella festa dell’Immacolata Concezione di Maria (8 dicembre 1841), nell’ora che mi era stata fissata, stavo indossando i paramenti per celebrare la santa Messa. II sacrestano, Giuseppe Comotti, vedendo un ragazzo in un angolo, lo invitò a servire la Messa.

- Non sono capace – rispose tutto mortificato.
- Dai, vieni a servire questa Messa – insistette
- Ma non sono capace, non l’ho mai servita.
- Allora sei un bestione! – si infuriò il sacrestano. – Se non sai servire Messa, perché vieni in sacrestia?

Sempre in furia, afferrò la canna che gli serviva per accendere le candele e la menò sulle spalle e sulla testa del povero ragazzo, che scappò a gambe levate. Allora gridai al sacrestano:

- Ma cosa fa? Perché picchia quel ragazzo? Che male le ha fatto?
- Viene in sacrestia e non sa nemmeno servir Messa!
- E per questo bisogna picchiarlo?
- A lei cosa importa?
- Importa molto, perché è un mio amico. Lo chiami subito. Ho bisogno di parlare con lui.

Il sacrestano gli corse dietro gridando: «Ehi, ragazzo! ». Lo raggiunse, lo tranquillizzò e lo riportò accanto a me. Mortificato e tremante stava lì a guardarmi. Gli domandai con amorevolezza:

- Hai già ascoltato la Messa?
- No.
- Vieni ad ascoltarla. Dopo ho da parlarti di un affare che ti farà piacere.

Me lo promise. Desideravo far dimenticare a quel poveretto le botte ricevute e cancellare la pessima impressione che doveva avere sui preti di quella chiesa. Celebrai la santa Messa, recitai le preghiere di ringraziamento, poi lo condussi in una cappellina. Con la faccia allegra gli assicurai che più nessuno l’avrebbe picchiato, e gli parlai:

- Mio caro amico, come ti chiami?
- Bartolomeo Garelli.
- Di che paese sei?
- Di Asti.
- È vivo tuo papà?
- No, è morto.
- E tua mamma?
- Anche lei è morta.
- Quanti anni hai?
- Sedici.
- Sai leggere e scrivere?
- Non so niente.
- Hai fatto la prima Comunione?
- Non ancora.
- E ti sei già confessato?
- Sì, ma quando ero piccolo.
- E vai al catechismo?
- Non oso.
- Perché?
- Perché i ragazzi più piccoli sanno rispondere alle domande, e io che sono tanto grande non so niente. Ho vergogna.
- Se ti facessi un catechismo a parte, verresti ad ascoltarlo?
- Molto volentieri.
- Anche in questo posto?
- Purché non mi prendano a bastonate.
- Stai tranquillo, nessuno ti maltratterà. Anzi, ora sei mio amico, e ti rispetteranno. Quando vuoi che cominciamo il nostro catechismo?
- Quando lei vuole.
- Stasera?
- Va bene.
- Anche subito?
 - Con piacere.

Mi alzai e feci il segno della santa Croce per cominciare. Mi accorsi però che Bartolomeo non lo faceva, non ricordava come doveva farlo. In quella prima lezione di catechismo gli insegnai a fare il segno di Croce, gli parlai di Dio Creatore e del perché Dio ci ha creati.
Non aveva una buona memoria, tuttavia, con l’attenzione e la costanza, in poche lezioni riuscì a imparare le cose necessarie per fare una buona confessione e, poco dopo, la sua santa Comunione.

A Bartolomeo si aggiunsero altri giovani. Durante quell’inverno radunai anche alcuni adulti che avevano bisogno di lezioni di catechismo adatte per loro. Pensai soprattutto a quelli che uscivano dal carcere. Toccai con mano che i giovani che riacquistano la libertà, se trovano un amico che si prenda cura di loro, sta loro accanto nei giorni festivi, trova per loro un lavoro presso un padrone onesto, li va a trovare qualche volta lungo la settimana, dimenticano il passato e cominciano a vivere bene. Diventano onesti cittadini- e buoni cristiani. Questo è l’inizio del nostro Oratorio, che fu benedetto dal Signore e crebbe come non avrei mai immaginato. Don Bosco ha ragione: i giovani si accorgono quando si vuole loro bene. Se i giovani si sentono amati è anche più facile educarli alla fede. L’amore di Dio passerà infatti attraverso l’amore degli adulti che amano i giovani. C’era una bambina che aspettava i genitori che erano in ritardo nel venirla a prendere. La suora le chiese: vuoi venire a pregare con me? E la portò in chiesa a dire il rosario con la comunità. Ogni tanto la bambina guardava la suora che le faceva un bel sorriso, ogni tanto la suora le chiedeva: “Sei stanca? Vuoi uscire?” la bambina diceva “No” e quando arrivarono i genitori li costrinse ad aspettare che terminasse la preghiera. Il segreto? La bambina si sentiva amata da quella suora.

 sr Manuela Robatta fma

Alla radice la fede

Origine

La congregazione delle Ancelle della S. Famiglia è nata a Cagliari nel 1933, quando l’arcivescovo di Cagliari, Mons. Ernesto Maria Piovella e Mons. Giuseppe Orrù, rettore del Seminario diocesano, considerata la situazione della diocesi, per poter avere delle religiose che si occupassero dei bambini negli asili, delle ragazze negli oratori e collaborassero con i parroci, mossi dallo Spirito, decisero di fondare una Congregazione femminile diocesana, che divenne di diritto Pontificio, con decreto di lode, il 22 aprile 1956.

Carisma

Spirito di comunione di servizio per la promozione umana e cristiana delle famiglie.

La fede nei fondatori

Gli  uomini di Dio vivono nella fedeltà, e diventano faro della Sua tenerezza. L’esempio di queste figure, segnate dai doni di Dio, sono vissute facendo del bene,  seminando solo fede e Amore.

Con  il passare dei giorni ingigantiscono fino a diventare gli unici e veri uomini di fede.

Così è di Mons. Ernesto Maria Piovella e Mons. Giuseppe Orrù. La vita di questi Pastori nella Chiesa che è in Cagliari rivela ancora oggi la mirabile armonia tra il loro pensiero e la loro azione, la sublimità dell’ideale da loro vagheggiato e la loro costanza nel realizzarlo.

La profondità della loro vita interiore e la prodigiosa fecondità del loro apostolato: sono aspetti di personalità spirituali straordinarie, vive e attuali. La loro fede è ribadire la supremazia di Dio e il porLo al centro del proprio esistere. Per loro il vivere la fede conduce all’amore, l’amore che conduce all’azione; il frutto della fede è l’unione con l’Assoluto, la pace del cuore.

I pensieri di Dio sono al di sopra dei loro  pensieri. Per questo confidare nel Signore vuol dire vivere di fede nonostante tutto. L’amore di Dio che ama eternamente sta dietro ogni avvenimento, anche se a volte in modo nascosto. Solo credendo, la fede cresce e si rafforza. Non c’è altra possibilità se non abbandonarsi, in un crescendo continuo, nelle mani di un Amore che si sperimenta sempre più grande perché la sua origine è Dio segno operante di una Presenza Viva.    

La vita di fede per Mons. Piovella e Mons. Orrù, non è un fare né un possedere ma  una relazione personale in cui “entrare”  attraverso la fedeltà alle clausole dell’alleanza osservate con sentimenti filiali. La vita donata  ha suggerito loro tutta la valenza affettiva di una vita vissuta come relazione col Dio fedele, così esprimono ancora oggi la carica di profonda umanità che portano dentro la loro esperienza profonda di fede che diventa speranza, dove non c’è speranza.

Sr Maria Dina Serra
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Esperienza di fede in Padre Jean-Pierre Médaille s.J.

Jean-Pierre Médaille, gesuita francese (1610-1669), vive in un periodo drammatico e splendido della storia della Francia, un tempo in cui gli opposti si rincorrono per dare vita al “nuovo” che secondo lo stile di Dio ha dell’inaudito. Il quadro della “spiritualità irradiante” che esplode nella prima metà del secolo XVII, è il terreno fertile in cui lo Spirito Santo semina germogli di novità.

        Per delineare, in breve, l’esperienza di fede vissuta da Padre J. P. Médaille, entriamo in un preciso stralcio della sua vita, il momento delicato e difficile dell’origine della Congregazione, quasi paradigma del suo credere, come uomo di Dio, in tutto il corso della sua esistenza.

        Jean-Pierre Médaille incontra alcune donne desiderose di consacrarsi a Dio ma non in clausura, bensì mettendosi a servizio del prossimo. Progetto impossibile a quel tempo perché si poneva al di là e oltre gli schemi che la stessa Chiesa, dopo il Concilio di Trento, aveva eretto con fermezza guardando con sospetto ogni cambiamento dopo la spaccatura della Riforma. La vita religiosa femminile era solo claustrale. Che cosa fare? Leggendo la domanda di quelle giovani come un “segno di Dio” e in sintonia con le urgenze sociali di allora, Padre Médaille non si preoccupa subito di dare risposte. Di fronte alla difficoltà, non solo grande ma insuperabile, che già aveva visto fallire altri progetti simili (ad esempio le Visitandine di San Francesco di Sales), consegna semplicemente le domande ad un Altro, a Dio, e vive nella fede la pazienza dell’attesa. Come ha scritto Rilke: “Sii paziente verso tutto ciò che è insoluto nel tuo cuore … Vivi le domande adesso, può darsi allora che a poco a poco, senza accorgertene, un giorno tu possa ricevere la risposta”.

        Non sappiamo quanto sia stato lungo il tempo dell’attesa, ma Padre Médaille ha saputo entrare nei tempi di Dio e ad un certo punto Dio ha tolto il velo al suo sguardo facendogli “vedere” il Suo disegno. La luce in lui si è accesa in un contesto di preghiera davanti l’Eucaristia, in cui aveva portato il problema di quelle donne che si volevano consacrare a Dio ma non in clausura. L’Eucaristia gli ha fatto capire quale strada percorrere in quella realtà storica ed ecclesiale. Padre Médaille scriverà nella Lettera Eucaristica, documento carismatico: “Il Signore mi ha fatto vedere…”.

In quel “vedere” cogliamo il dinamismo della sua esperienza di fede. Egli “vede”, ma il suo più che essere uno sguardo di contemplazione, è lo sguardo del sogno in senso biblico, di chi “intravede” ossia vede dentro, in profondità, vede oltre, perché questo è il modo di vedere di Dio e il progetto del Piccolo Disegno è un progetto di Dio (egli precisa sempre: “il suo disegno”). In un orizzonte segnato dall’oscurità, la riposta è quella della fede che altro non è che pensare secondo Dio, allargare le prospettive, guardare oltre la realtà presente. E in questa ottica dell’ “oltre” va letta l’esperienza forte di fede di Padre Médaille come fondatore.

Una chiave interpretativa ci viene data dall’immagine evangelica della potatura: l’immagine del tralcio e della vite è usata da Padre Médaille nei suoi scritti. Potare è un’arte e un’arte difficile che si impara perché si ha occhio e allora si capisce quale ramo va tagliato e quale lasciato. Un esperto viticultore sa che il tralcio più grosso, quello che ha già fatto il frutto, è quello che va tagliato per primo. È il tralcio fragile che va lasciato e la sua fragilità evidente non deve ingannare perché è il germe che darà frutto e frutto abbondante.

In questo è la forza della fede di Padre Médaille. Per restare fedele al progetto di Dio, che in quel tempo è novità assoluta, l’Istituto nascente va “potato”: niente fondatore potente, niente riconoscimento civile, niente voti solenni, niente clausura, ossia i tralci forti. Ma è il tralcio piccolo che va conservato, quello fragile ma che ha in sé l’essenza stessa della vita religiosa. Se Padre Médaille non avesse accettato la legge della potatura, ma fosse rimasto legato al “tralcio forte” (i canoni della Vita Religiosa claustrale del tempo), il Piccolo Disegno non sarebbe nato.

Questa è l’ottica della fede grande in cui Padre Médaille si è collocato: non conta ciò che appare; la piccola gemma che stava nascendo aveva in sé la forza di Dio e i frutti erano assicurati. E qui la sua fede si intreccia con la speranza, che fa cogliere gli appelli del futuro già seminati nel tempo presente. Allora potrà scrivere, proprio in una visione di futuro dal sapore di profezia: “Mi pare già di intravedere la nostra associazione, che in realtà non è nulla, stabilita in molti luoghi …  Voglia Dio che sia diffusa in tutta la Chiesa!”.  E la storia documenta che questo si è avverato.

Quale il segreto della sua fede? Lo esprime una semplice parola che ritroviamo anche nell’ultimo suo scritto (una lettera inviata ad una suora di San Giuseppe), un po’ il “canto del cigno” di Padre Médaille, il suo canto finale, un canto da lui intonato fin dall’inizio, che ha accompagnato ogni stagione della sua esistenza e che raggiunge la pienezza nel momento in cui la sua vita sta per chiudersi. La parola è “Provvidenza” a cui egli dona un volto materno: “la Provvidenza è come una madre che sa, che conosce”. Di fronte alla certezza che Dio provvede (per Abramo sul monte, per lui e per noi nei luoghi della nostra storia), Padre Médaille non aggiunge nulla, mette la parola “punto”. E il suo punto lo esprime con un brevissimo verbo che chiude sempre i suoi scritti: Amen = così sia. È il verbo dell’adesione di fede che esprime certezza, fiducia e diventa accoglienza: è la sua professione di fede fatta con il cuore; dicendo “amen” egli dice: “certamente, è così”.

E la Provvidenza è intervenuta in una maniera che sempre stupisce: proprio la Chiesa, quasi contraddicendo se stessa, ha approvato a Le Puy la novità di un Istituto religioso apostolico, che andava oltre (e contro) i suoi canoni, servendosi di un Vescovo illuminato, Mons. Henri de Maupas, che ha saputo guardare in avanti come tutti i profeti: si dice di solito che l’istituzione non abbia sobbalzi di profezia …

                                                        Suor Patrizia Graziosi – Suore di San Giuseppe

patriziasg@libero.it

 

 

Gioia di ritrovarsi figli di un unico Padre

Sono sr Gabriella, nata e vissuta a Roma; più di venti anni fa ho conosciuto le Suore Francescane dei Poveri e pian piano ho compreso che il Signore mi chiamava ad essere
una di loro per portare al mondo Gesù. In questi anni ho conosciuto tante realtà che mi hanno aperto orizzonti nuovi e fatto scoprire ancora di più la mia fede e la mia vocazione.

Sono convinta che ogni incontro nella nostra vita è un’occasione di crescita, soprattutto quando sulla nostra strada incontriamo persone completamente diverse,  per cultura, fede, stile di vita. Apparentemente ci “scomodano”, ma poi ci aprono un mondo, ci allargano il cuore.

Questo l’ho sperimentato in modo forte quando ho incontrato più da vicino il popolo Rom circa 10 anni fa a Messina.

Dovevo continuare un servizio avviato in precedenza dalle mie consorelle con la Caritas Diocesana; mi sono ritrovata in una realtà che non avevo scelto, ma ho colto subito che il Signore mi chiamava lì in mezzo a loro, per fare un pezzo di strada insieme. Coglievo che questo popolo così diverso dal mio  aveva qualcosa da dirmi e da donarmi.

Ricordo il primo impatto; non fu semplice perché avevo dentro di me tanti pregiudizi e vedere queste famiglie con tanti bambini che vivevano in un campo fatiscente con fogne a cielo aperto, senza servizi, con topi e scarafaggi che giravano, mi fece pensare che dovevamo fare qualcosa per loro, per “civilizzarli”. Compresi presto che questo atteggiamento non era giusto e cercai di mettermi in ascolto. Ascoltare significava per me entrare in relazione con questi fratelli in modo normale, condividendo preoccupazioni, dolori, rabbie, come pure tanti  momenti di festa.

Con il gruppo di volontari cercavamo anche di far comprendere l’importanza del frequentare la scuola per i bambini, promuovendo inoltre attività di dopo scuola.

Abbiamo lottato con i pregiudizi della gente per la ricerca di un lavoro, perché contrariamente a quanto si pensa, tanti di loro mi dicevano continuamente che volevano lavorare e si vergognavano di chiedere l’elemosina o di “arrangiarsi”.

Andavamo nelle parrocchie per far conoscere questa realtà presente sul loro territorio e che spesso ignoravano. Ci siamo trovati a discutere con tanti “cristiani” che non volevano la loro presenza perché di disturbo alla quiete del quartiere.

Tutto è servito per avvicinarci al popolo Rom, ai nostri reciproci mondi, a costruire un rapporto di fraternità che va oltre ogni razza e cultura.

Ricordo il giorno in cui andai a salutare una famiglia che partiva per la Francia e commossa la donna mi disse: grazie sei stata per noi una sorella.

Questi fratelli, che non sono dei santi, come non lo siamo noi, mi hanno insegnato molto e mi hanno fatto crescere nel mio cammino umano e spirituale. Da loro ho imparato uno stile di accoglienza che ti fa sentire a “casa”, il dimenticare le offese, la pazienza, l’abbandonarsi alla Provvidenza.

Un momento che ci ha avvicinato ancora di più è stato il vivere tutta la preparazione a lasciare il campo, secondo l’Ordinanza del Comune, poi la notte dello sgombero e la sistemazione nelle case. Anche se le famiglie erano state preparate, è stato forte vedere come la ruspa distruggeva le “case” dove avevano vissuto per venti anni. Il condividere questi momenti, il piangere con loro, ci ha fatto sentire veramente fratelli, figli di un unico Padre.

Le famiglie sono state portate in diverse case dislocate nella città. Tre famiglie sono andate proprio in un’ alloggio nella Parrocchia dove alcuni mesi prima avevamo fatto un incontro molto difficile, ci eravamo  scontrati con i pregiudizi della gente.

Il Parroco, quando sono arrivate queste famiglie, le ha presentate una domenica alla Messa. È  stato bellissimo, perché quelle stesse persone che avevano protestato, si sono rese disponili ad aiutare. Dopo un po’ di tempo una signora è venuta da me per dirmi che anche lei era tra coloro che non volevano i Rom, ma dopo  averli conosciuti, si vergognava di quello che aveva detto e pensato e mi disse che sentiva il bisogno di andare da loro a chiedere scusa!

Ciò che non conosciamo ci spaventa e ci fa chiudere, ma solo aprendo il nostro cuore, anche rischiando, scopriamo che dietro ogni volto c’è Gesù, c’è una persona da amare.

Da pochi mesi sono a Pistoia e ho ritrovato anche qui i Rom, mi è sembrato un segno bello, il Signore mi chiama ancora a condividere un altro pezzo di strada con loro e non posso che dire grazie!

sr Gabriella D’Agostino

srgabry.dag@gmail.com