novembre 2012Monthly Archives

Raimon Panikkar: tra cielo e cuore

Cammini d’infinito alla ricerca della fede contemplativa.

«L’occidente muore, vittima di un totalitarismo tecnologico e di una specializzazione esasperata, espressione di una cosmologia difettosa che finisce per soffocare l’uomo, che ha ormai dimenticato la terza dimensione, quella del divino»*.
Queste parole di pregnante verità sono state dette da un uomo di straordinario pensiero, un uomo dei nostri tempi che ha saputo guardare lontano, che ha incarnato una spiritualità universale e che è riuscito ad abbattere le barriere delle categorie, delle tipologie e del dualismo in cui la modernità occidentale ha intrappolato l’espressività umana.
Un uomo che ha attraversato tutte le frontiere razionali e mistiche, rimanendo fedele a quattro religioni: cattolica, induista, buddhista e secolare. Un uomo che ha ridefinito con intuito e lucidità alcune questioni fondamentali come Dio, l’Uomo e il Cosmo, lasciandoci intravedere un nuovo orizzonte ideologico. Quest’uomo è Raimon Panikkar.
Molti sono i suoi picchi intuitivi, i punti focali capaci di riassumere il suo pensiero, lasciando trapelare saggezza e luminosa purezza. La realtà, egli sosteneva, è tutta divina. Non può esistere una realtà religiosa separata dalla realtà “per se stessa”. Il senso più profondo dell’incarnazione cristiana è l’aver reso divino anche tutto ciò che è concreto e limitato, perfino il corpo e la materia, senza con ciò toglierne l’essenza.
Ed ancora in difesa dell’Ecumenismo e del dialogo: «Se devo amare il prossimo come me stesso, e questo “prossimo” ha un’altra religione, come posso farlo se dimentico o magari disprezzo la sua religiosità? Non lo posso amare come l’altro è veramente. Per questo, il dialogo interreligioso è fondamentalmente un atto religioso». Lo stesso rito dell’Eucaristia rievoca l’universalità e l’abbraccio del mondo, l’unione tra cielo e terra. L’amore pieno è amore verso ogni cosa, nel senso più olistico di donazione totale di sé. L’amore ci apre alla retta coscienza, alla trasparenza e alla purezza. Vivere nel giusto equilibrio tra visione e conoscenza è in sé pienezza e realizzazione. La felicità infatti, secondo il pensiero di Panikkar è aspirazione “stella che guida ogni azione”. «La vita nella sua esperienza più profonda è godimento (…) La nobile verità dell’origine della felicità: la fede che la gioia esiste ed è possibile; l’uomo proviene dalla felicità, è sensibile solo alla felicità e, in quanto riesce realmente a vivere, è felice».
La speranza di raggiungere la felicità è gioia. «La speranza è dell’invisibile nel presente, nel sogno del futuro, ed è per essa che confidiamo nella Vita». La profondità del suo pensiero è maturata provando sempre a guardare oltre, cercando di liberarsi di una coscienza storica a volte limitante. Egli arriva a dire anche cose piuttosto forti ma è forte della sua verità e della sua saggezza. Quando sostiene che la prima evangelizzazione cattolica è fallita e che probabilmente volgerà al fallimento anche la nuova evangelizzazione, il suo è un ammonimento e un accorato auspicio. Lui sa che il cristianesimo inteso nella sua visione totalitaria, politico religiosa, così come fu nel Medioevo, è ormai venuto meno. Al tempo stesso sa che la via di appiglio è la liberazione da ogni costrizione dottrinale o di tradizione, sa che essere genuinamente cristiani come realtà esperienziale è la giusta via. Lui ha sempre percepito la sete di misericordia dei giovani, il fascino esercitato su di loro dall’uomo di Nazareth, che esortava a non giudicare a non ingannare, ad essere miti e umili. Questo fenomeno lo ha definito “cristiania”. L’esperienza senza barriere, l’essere penetrati e assorbiti dalla forza delle beatitudini. La beatitudine non è dottrina, non è un codice, non è diritto canonico. Lui sapeva che in questi ultimi anni l’umanità aveva speso il proprio tempo a confondere l’essenza della fede con l’istituzione. Attraverso le sue intuizioni egli porge gli strumenti per raccogliere la sfida del terzo millennio. Il Regno di Dio è tra noi, nelle relazioni umane, tra quelli che si vogliono bene. Nel nostro mondo reale dobbiamo scoprire -senza un perché- la giustizia, la felicità, la pienezza e la natura divina dell’uomo. I Padri definivanola Ecclesia come “mistero del cosmo”. La Chiesa deve essere organismo e non organizzazione, deve avere uno spirito e non una ragione d’essere. In essa vi è tutta la creazione e tutta la realtà. Per questo Panikkar non ha mai dato credito ai conservatori che gli intimavano di uscire dalla Chiesa. Lui rispondeva che non gli si poneva il problema di uscire da una chiesa-sistema nel quale non era mai entrato e nello stesso tempo non aveva nessuna intenzione di uscire dalla chiesa in cui credeva, la chiesa come fede, la chiesa del mondo.
Egli ha predicato l’amore disarmato, quello evangelico che incarna Gesù. La via che ci è stata indicata è la via a cui la Chiesa deve rimanere fedele, senza lasciarsi tentare da un potere che schiaccia o dalla violenza delle parole. In questo senso l’inferno diventa il simbolo più forte della nostra responsabilità, della nostra unicità e della nostra libertà. Ciascuno di noi è unico, se non agisce secondo la verità del suo essere, rimane un vuoto che fluttua nel cosmo, un buco dell’universo che niente e nessuno potrà colmare. Quel buco è l’Inferno. E’ nell’uomo e solo in esso la possibilità di fallire la propria esistenza, di passarle semplicemente accanto. L’inferno non è altro che incompiutezza cosmica, sfasamento di armonia e relazionalità uomo-cosmo. Questo capita quando l’uomo perde fede in se stesso. Se l’uomo non ha fede in se stesso non può nemmeno riporla in Dio, né nell’universo. Panikkar ha desiderato un ritorno ad una nuova relazione uomo-Dio, l’abbattimento della struttura rigida tra teologia e ateismo che da sempre ha rappresentato il bivio della riflessione sul senso e sull’infinito. Qualcosa che finiva per erigere un Dio rappresentativo di una razionalità segretamente guidata dall’angoscia di un’umanità che si sente abbandonata. Ma l’incontro con se stessi si compie nell’armonia del vivere ogni attimo con amore e intensità. Vivere veramente la vita è fare esperienza autentica di Dio e del cosmo. Non penetrare il mistero, ma intravederlo. La fede è il ciglio sul quale si affaccia la nostra finitudine. Così come la preghiera, essa richiede affidamento e fiducia radicale. Un moto interiore di piena convinzione che finisce per rassicurarci, per renderci capaci di ascoltare noi stessi e gli altri al di là di un linguaggio codificato. Noi siamo gocce e siamo mare. Abbiamo una natura divina in persone umane. E’ questo il mistero della Trinità ed anche il mistero della nostra fede.

Romina Baldoni  


* Citazioni  prese dal testo: Raimon Panikkar, profeta del dopodomani, Raffaele Luise, San Paolo 2011.

 

 

Crisi e rigenerazione dei cammini di iniziazione cristiana

 “Ci troviamo in un’epoca di profonda secolarizzazione che ha perso la capacità di ascoltare e di comprendere la parola evangelica come messaggio vivo e vivificante” (n.6).

I Lineamenta del Sinodo dei Vescovi sulla Nuova Evangelizzazione descrivono molto bene le difficoltà che incontra nel nostro tempo la diffusione della Buona Novella; ma poco prima, al n. 2, ci sollecitano a capire che queste problematiche devono “divenire una domanda della Chiesa su di sé. Questo consente di impostare il problema in maniera non estrinseca, ma corretta, poiché pone in causala Chiesa tutta nel suo essere e nel suo vivere. E forse così si può anche cogliere il fatto che il problema dell’infecondità dell’evangelizzazione oggi, della catechesi nei tempi  moderni, è un problema ecclesiologico, che riguarda la capacità o meno della Chiesa di configurarsi come reale comunità, come vera fraternità, come corpo e non come macchina o azienda”.

Risulta cioè del tutto sterile accusare il mondo secolarizzato della nostra incapacità di testimoniare in modo credibile e affascinante la fede che dovrebbe animarci. Mentre è certamente più fecondo, e molto più biblico, interrogarci sul perché la nostra fede  appaia spesso tanto fiacca da fare così poca luce intorno a sé.

La Nuova Evangelizzazionenon può che essere un tempo di straordinarie revisioni e purificazioni dentrola Chiesa, se non vuole ridursi ad un fenomeno di facciata.

E allora forse potremmo partire da questa amara constatazione del monaco benedettino Anselm Grun: “La Chiesaha sicuramente perso competenza nel campo della cura delle anime. Si è occupata troppo poco dell’anima del singolo e ne ha studiato troppo poco la struttura per poterla aiutare in modo adeguato nel cammino che porta a diventare uomini”. 

Troviamo forse facilmente nelle nostre parrocchie persone in grado di aiutare concretamente le persone ad affrontare la propria angoscia, la propria disperazione, i travagli di un passaggio storico di portata antropologica? Troviamo nei nostro Ordini religiosi numerosi madri e padri spirituali davvero in grado di accompagnare le anime nei passaggi iniziatici della loro trasformazione? Oppure spesso non troviamo altro che iniziative di tipo sociale o culturale che spesso ignorano le profondità abissali dell’anima umana?

Papa Benedetto scrive infatti nel Motu Proprio “Porta fidei”: “Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato”.

E allora la Nuova Evangelizzazione deve ripartire proprio dall’iniziazione alla fede cristiana, e cioè dal mistero del Battesimo. Siamo sicuri che il credente faccia o abbia fatto almeno in parte l’esperienza personale della morte della propria vecchia identità e della rigenerazione del proprio Io nello Spirito di Cristo? Poniamo questo mistero al centro delle nostre attività pastorali?

 Io credo di no, ed è ora che torniamo a farlo, perché un cristianesimo senza esperienza spirituale personale, ricco nelle sue istituzioni, e povero di contemplazione e del sapore di Dio, è ormai del tutto esaurito.

 E forse questa crisi è proprio una grazia, un drastico invito alla conversione della Chiesa.

Marco Guzzi