gennaio 2013Monthly Archives

L’immaturità dell’esperienza di fede …

 

Dalla lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi

«Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a esseri spirituali, ma carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non cibo solido, perché non ne eravate ancora capaci. E neanche ora lo siete, perché siete ancora carnali. Dal momento che vi sono tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera umana? Quando uno dice: «Io sono di Paolo», e un altro: «Io sono di Apollo», non vi dimostrate semplicemente uomini? Ma che cosa è mai Apollo? Che cosa è Paolo? Servitori, attraverso i quali siete venuti alla fede, e ciascuno come il Signore gli ha concesso. Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere. Sicché, né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere. Chi pianta e chi irriga sono una medesima cosa: ciascuno riceverà la propria ricompensa secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio».

Paolo, pur avendo accarezzato il sogno di comunità ideali, ha dovuto confrontarsi con le difficoltà concrete delle comunità cristiane, come ben vediamo in questa Lettera ai Corinti. Per quel gruppo di cristiani l’Apostolo ha lavorato un anno e mezzo, a rischio della vita, con grande entusiasmo, ha attraversato momenti di sconforto, di solitudine, di sofferenze. Ha investito molto per la comunità di Corinto, l’ha amata e tuttavia deve ammettere che non rispecchia quel volto da lui desiderato. Quali sono concretamente le difficoltà che l’Apostolo riscontra nella comunità di Corinto?

A me sembra soprattutto l’immaturità dell’esperienza di fede: “parlo a voi come a neonati in Cristo”. Paolo, come una madre che genera un figlio, percepisce tutta la debolezza della comunità e anche la possibilità che quanto ha seminato in mezzo ad essa venga spazzato via molto presto.

Ciò che tormenta Paolo sono soprattutto: 

   Le divisioni
l’immaturità della fede si traduce in fragilità e nella fragilità è più facile che avvengano divisioni per  i motivi più svariati, alcuni dei quali sono menzionati da Paolo stesso.
Tali divisioni gli causano molto dolore  e delusione.
Lui conosce molto bene il desiderio di Cristo per la sua Chiesa, desiderio che ha assunto come missione: Padre che siano uno.

● «Vi esorto pertanto fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d’intenti» (v. 10). E l’unione che Paolo annuncia è di pensiero e di intenti che si realizza solo nel pensiero di Cristo.

● Le divisioni, nella comunità di Corinto non sono solo di carattere intellettuale, ma anche di status sociale. La maggior parte dei cristiani di Corinto apparteneva agli strati sociali più umili (cf 1Cor 1,26): di essi solo alcuni erano cittadini liberi, mentre altri, in numero imprecisato, erano schiavi (1Cor 12,13; cf 7,21). Il contenuto della Lettera però fa supporre che nella comunità vi fossero persone dotate di una buona cultura, quindi anche dei mezzi per procurarsela.

Lo stato benestante, e anche più colto della comunità, è certo quello più sensibile al messaggio di Paolo e ai suoi risvolti culturali. I cristiani meno dotati dal punto di vista economico e intellettuale, vivono la loro fede in modo semplice e spontaneo, portando con sé i condizionamenti della loro esperienza antecedente. Costoro sono guardati con una certa sufficienza dai primi, che li considerano «psichici» (2,14), «carnali» (3,1), «deboli» (8,9-11): a loro vanno chiaramente le simpatie dell’apostolo.

● Queste divisioni toccano perfino le assemblee liturgiche, l’Eucaristia:

«Le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio. Anzitutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo» (11,17-18).

L’Eucaristia denuncia l’armonia perduta. Quando una comunità smarrisce l’armonia, ci si accorge nella celebrazione dell’Eucaristia.

● Paolo però enuncia anche un principio importante:
E’ necessario che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi» (1Cor 11,19).

Possiamo chiederci: oggi, come  viviamo il nostro essere comunità, il nostro essere chiesa di Gesù Cristo, come sono i nostri rapporti?

«Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: infatti quel giorno la farà conoscere, perché con il fuoco si manifesterà, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera, che uno costruì sul fondamento, resisterà, costui ne riceverà una ricompensa. Ma se l’opera di qualcuno finirà bruciata, quello sarà punito; tuttavia egli si salverà, però quasi passando attraverso il fuoco. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi».

Questi versetti della lettera di Paolo aprono uno spaccato di realtà che ci può illuminare nei giorni di incontro, di confronto, di decisioni. 

L’unico fondamento su cui costruire è Cristo.
Ciascuno stia dunque attento a come costruisce o edifica il corpo di Cristo.

v   E’ per questo che Paolo un po’ più avanti esorta la comunità usando la metafora del corpo il quale, pur essendo uno, ha una ricca pluralità e diversità di membra.

v   Il corpo non sarebbe più tale se non risultasse di membra differenti. La vera minaccia contro l’unità della Chiesa non viene dalla varietà dei doni dello Spirito, ma semmai dal tentativo di uno di essi di erigersi al di sopra degli altri, o dal suo rifiuto di servire, o dalla sua pretesa di fare a meno degli altri.

v   L’originalità di ciascuno, è sempre a vantaggio dell’intera comunità. La persona con la sua propria funzione, ha una sua propria collocazione.

v   La collocazione di ciascuno nella comunità è dono e volontà del Signore, non scelta individuale. I molti doni provengono dal medesimo Dio e appartengono al medesimo corpo: la varietà è necessaria. Paolo afferma quindi che ogni singolo dono ha bisogno degli altri doni.

v   Ogni gruppo sociale o religioso rischia di perdere la coesione ed unità, allorché i suoi membri tirano in direzioni opposte o invidiano i rispettivi ruoli e incarichi. 

v   La vita consacrata in quanto tale è dono, che sgorga dalla grazia battesimale, dal cuore di Cristo, nella chiesa e attraverso la chiesa. Appartiene dunque alla sua dimensione carismatica, abita al cuore della Chiesa e vive del suo palpito e con l’autenticità del suo essere fa battere il cuore della chiesa.

Queste riflessioni possono servire a:
prendere maggior coscienza insieme, del valore del dono di Dio nella chiesa, con la chiesa, per la chiesa, per questo, ascoltiamo una piccola grande maestra di vita spirituale:

Nel cuore della Chiesa io sarò l’amore
Dall’«Autobiografia» di santa Teresa di Gesù Bambino
(Manuscrits autobiographiques, Lisieux 1957, 227-229)
«Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi ritrovavo in nessuna delle membra che san Paolo aveva descritto, o meglio, volevo vedermi in tutte. La carità mi offrì il cardine della mia vocazione. Compresi che la Chiesaha un corpo composto di varie membra, ma che in questo corpo non può mancare il membro necessario e più nobile. Compresi che la Chiesaha un cuore, un cuore bruciato dall’amore. Capii che solo l’amore spinge all’azione le membra della Chiesa e che, spento questo amore, gli apostoli non avrebbero più annunziato il Vangelo, i martiri non avrebbero più versato il loro sangue. Compresi e conobbi che l’amore abbraccia in sé tutte le vocazioni, che l’amore é tutto, che si estende a tutti i tempi e a tutti i luoghi, in una parola, che l’amore é eterno. 
Allora con somma gioia ed estasi dell’animo grida: O Gesù, mio amore, ho trovato finalmente la mia vocazione. La mia vocazione é l’amore. Si, ho trovato il mio posto nella Chiesa, e questo posto me lo hai dato tu, o mio Dio. 

Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore ed in tal modo sarò tutto e il mio desiderio si tradurrà in realtà».

«Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli fa cadere i sapienti per mezzo della loro astuzia. E ancora: Il Signore sa che i progetti dei sapienti sono vani. Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio». (1Cor 3,1-23)

M. Maria Viviana Ballarin, op
Presidente USMI nazionale
suoredomenicane.to@gmail.com

 

La fede come viaggio

Cos’è la fede? Un viaggio… Un viaggio che inizia quando Dio semina nella nostra vita la novità assoluta della sua Parola creatrice. Una Parola che trasforma la quotidiana esistenza nel grande “viaggio della fede”. Il luogo del viaggio per eccellenza è la strada, là dove nascono le domande vere, quelle che abbracciano la vita e la morte, quelle che aprono la porta a Dio e all’amore, al mistero e al futuro, alla propria e altrui identità. Strada e fede, un binomio singolarissimo in cui i due termini si richiamano e si inverano a vicenda.

Chi cammina percepisce i bisbigli, le presenze, i passaggi misteriosi del Signore, perché è lui il compagno discreto e sconosciuto che ci affianca delicatamente fino ad ospitarci alla mensa della  grazia, dell’amicizia e dell’amore. Stare a mensa con il Vivente significa rompere il guscio che ci imprigiona, andando oltre la legge che ci irrigidisce, valicare la frontiera che ci impoverisce.

La storia biblica ci ricorda un “oltre” al quale tutti sono chiamati. Abramo cammina con Dio senza nessuna sicurezza, Mosè affronta passaggi oscuri e rischiosi attraverso il mare e il deserto, Giacobbe lotta con una presenza misteriosa tutta la notte sulla sponda dello Iabbok. Giona, dopo la grande fuga, naufraga nel silenzio di Dio per comunicare la misericordia divina. Maria di Nazareth affronta la fatica di un cammino verso le regioni montuose di Ain-Karim per donare a Elisabetta la gioia del compimento delle antiche promesse. Paolo di Tarso non smetterà di respirare la polvere delle strade per portare ovunque il Vangelo di Gesù. È questa la nostra segreta speranza: che la strada grigia e banale del quotidiano diventi per tutti la strada dell’incontro gioioso con il Risorto, sole che sorge per illuminare ogni credente. Ma non sarà tanto la forza a tenerci in piedi in questo lungo viaggio, né una grande intelligenza, ma più che mai sarà “la capacità di cambiare”. La fede cerca persone flessibili che sanno adattarsi continuamente vincendo le avversità e imparando sempre le nuove regole del gioco che la vita insegna.

Il beato Giacomo Alberione, maestro del viaggio interiore, nella sua proposta spirituale di conformazione al Signore Gesù (Donec formetur Christus in vobis), ci ricorda che «l’uomo uscito dalle mani di Dio deve fare un viaggio di prova che si chiama vita» e che il viaggio sarà riuscito se alla fine avrà compiuto lo stesso viaggio di Gesù tra gli uomini il quale «passò beneficando e risanando tutti » (At 10,38). L’uomo, nel tempo della sua unica vita, è chiamato a uscire da se stesso per assumere il modo di pensare di Gesù, il suo modo di amare e di volere, di agire e di parlare.

Il Padre misericordioso non ci lascia soli e nel suo infinito amore ci ha donato Gesù, maestro e fratello e “compagno di viaggio” per indicarci la verità, percorrere con noi la via e per noi farsi vita. Il viaggio della fede trasforma sempre chi viaggia in una benedizione per tutti.

Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione (Gen 12,1-2). (Da Paolineonline- Anno IV – n. 36).

                                                                                                                      Francesca Pratillo, fsp

La fede richiede pensiero

Una delle cause della crisi della fede cristiana risiede nell’attuale povertà del suo pensiero, e, poiché il pensiero cristiano alimenta da due millenni la creatività culturale dell’intero Occidente, possiamo dire che la crisi della fede cristiana coincida in definitiva con l’attuale semiparalisi della creatività spirituale dei popoli che chiamiamo occidentali.

In tal senso il Cardinale di Parigi Jean-Marie Lustiger scriveva già negli anni ’80: “A generare l’universo scientifico, moderno e secolarizzato, è stato il mondo occidentale, nato dalla Parola biblica. Di conseguenza la crisi di questo mondo è una crisi della fede.  (…) La crisi del nostro secolo, nella misura in cui esso vive del trionfo dell’Occidente, è una crisi collettiva del cristianesimo stesso”.

Crisi della modernità, quindi, e crisi della fede cristiana non sono due fenomeni distinti tra di loro, ma rappresentano lo stesso fenomeno, osservato da due punti di vista differenti.

Il problema che sorge mi pare questo: in che modo la crisi della cultura moderna, il suo attuale declino nichilistico, provoca e coinvolge la nostra fede? Come possiamo rinnovare la nostra esperienza di Dio in Cristo attraversando queste terribili purificazioni? Quali aspetti storici del cristianesimo stanno morendo in questa passione culturale? Quali aspetti della modernizzazione dobbiamo assimilare come stimoli evolutivi, e quali dobbiamo invece riconoscere nella loro natura intrinsecamente distruttiva?

Perché il problema consiste proprio nel capire meglio che cosa stia accadendo sul pianeta terra, nell’elaborare un racconto di questi ultimi secoli, plausibile e coerente, che ci aiuti a comprendere, ad esempio, se i fenomeni che chiamiamo “secolarizzazione” siano da interpretare complessivamente come anticristiani, oppure se in essi, almeno in parte, non si sia espresso proprio lo spirito della Nuova Umanità del Cristo, come ci suggerisce Benedetto XVI: “In un certo senso la storia viene in aiuto alla Chiesa attraverso le diverse epoche di secolarizzazione, che hanno contribuito in modo essenziale alla sua purificazione e riforma interiore” (Discorso durante l’Incontro con cattolici impegnati nella Chiesa e nella società – Freiburg 25 settembre 2011).

E’ questa immensa opera di discernimento che ancora manca, tanto che, anche in seno alla Chiesa, manca una visione complessiva, unitaria e sensata, di ciò che è accaduto in Europa dal1500 inpoi. Perciò la nostra cultura è debole, e anche la nostra fede non trova spesso le parole giuste per essere efficace annuncio di Nuova Umanità.

La NuovaEvangelizzazioneperciò richiede una nuova centralità contemplativa, da cui possa scaturire quella fiamma di Visione e di Pensiero che sappia illuminare in modo nuovo e potente la storia umana che giunge fino a noi, una storia che dall’Occidente cristiano si apra ai processi di unificazione planetaria che ormai rappresentano l’oggi messianico.

Perciò ancora Benedetto XVI ci ricorda nella Enciclica Caritas in veritate che senza pensiero nessuna evoluzione umana risulta possibile: “Paolo VI notava che ‘il mondo soffre per mancanza di pensiero’. L’affermazione contiene una constatazione, ma sopratutto un auspicio: serve un nuovo slancio del pensiero” (n. 53).

                                                                  Marco Guzzi