febbraio 2013Monthly Archives

Abita la terra e vivi con fede (Sal 37,3)

L’autentica vita di fede procede dalla profondità interiore di chi si cimenta nella fatica esistenziale del vivere la Parola. Pertanto la Parola, in quanto criterio della fede, esige la conoscenza di Dio e la diffusione di questa conoscenza. Non ci è chiesto di sacrificare animali, ma di offrire la Parola che viene sempre nuova dal cielo e annunciarla con le parole veraci di Dio, finché tutta la terra sia piena della sua conoscenza. Abbiamo il Libro, ma anche la parola vivente. Anche il testimone fedele è una parola di Dio. Infatti, solo colui che ha fede è ambasciatore del Regno di Dio.

Si tratta di consegnarsi alla Parola e viverla ancora e sempre fedelmente oltre gli entusiasmi iniziali. Questo il compito del seguace di Cristo: leggere la parola di Dio tutta, leggere il mondo con il linguaggio dell’essere non quello dell’avere.

La fede è il luogo del nascondimento di Dio e la scomodità che ne consegue è un’attesa  paziente del Dio fedele, perché “i mulini di Dio macinano lentamente”. Non sempre le cose sono come appaiono a prima vista, bisogna guardarle con gli occhi della fede per scoprire ciò che in esse è stato nascosto con cura. “Quanto più sarei vicino a Dio se la mia fede non fosse semplice apparenza, ma irremovibile come l’Himalaya”  Gandhi 

Dio solo può darci la fede, a noi testimoniarla.  Non è così semplice. Impone scelte radicali. Esige di scegliere tra la verità difficile e la facile menzogna. Esige coraggio e integrità. Se temi non stai in piedi, affondi. “Soccombe chi non ha l’animo retto” ma se credi “ti sarà fatto secondo la tua fede”. Se sai attendere e non ti affidi a sostegni umani non devi temere, ma se non avrai fede non trasporterai neanche un fuscello.

Chi si appoggia ai potenti e alle loro facili lusinghe si allontana dall’amore infinito di Dio. Certo, la fede non è un virtù tutta sorrisi. E’ la fatica del vivere da figli di Dio. Non si tratta di formule vuote, ma di un pieno di giustizia e amore, realtà  che misurano la distanza tra vero e falso servizio di Dio.

Dio esige chiarezza nella fede, testimonianza autentica. Esige rispetto per la vita e la libertà altrui e non gradisce un culto ben curato se non si soccorre il fratello nel bisogno. Ci chiede di ricordarci del prossimo non solo quando ci reca disturbo perché “la giustizia scrosci come l’acqua  e la veracità sia un ruscello perenne”.

Ma come credere “se prendete gloria gli uni dagli altri”. La fede è un di più. Mai tolleranze compiacenti per renderla facile. “Di questi tempi non basta essere brave persone, di buoni c’è inflazione, ne compri due con un penny. Questi tempi richiedono eroismo” J. M. Coetzee  L’eroismo della fede. Vivere di fede spesso significa morire da martiri: Luther King, Gandhi, Bonhoeffer, O. Romero, M. Kolbe… questo mondo ha bisogno di lottatori, di gente che non si piega e non retrocede.

Facilmente la fede viene meno e muore in coloro che stanno in silenzio di fronte alla tirannia e all’ingiustizia, in coloro che si assoggettano all’umiliazione della paura.

Si dovrebbe agire, ma si preferisce l’atteggiamento delle coscienze pavide: aspettare…  Invece credere richiede di andare avanti anche quando ti trovi davanti dei cartelli con su scritto: Indietro! 

 “Il mondo oggi ha bisogno di uomini che non possono essere comprati, che mantengono la

parola, che stimano il carattere più del denaro, onesti nelle grandi come nelle piccole cose, capaci di correre rischi e di andare contro corrente per la verità,  che non scendono a compromessi e non ritengono virtù la furbizia e la mancanza di scrupoli”  J. Allen Peterson.

La fede esige di restare al proprio posto, anche nelle difficoltà partecipando ai problemi di questo mondo. Dobbiamo camminare qui e ora perché “il terreno del domani è troppo insicuro e i futuri si spezzano facilmente a metà…” J. Luis Borges  che ci suggerisce poi di coltivare il nostro giardino e non attendere che qualcuno ci porti dei fiori.

Ogni giorno è giorno della fede, dell’obbedienza alla fede. Il giusto, l’umile vive per la fede,  perché fonda tutto sul Risorto. Non signoreggia né con Dio né con i fratelli.

Si deve rimanere piccoli, ridiventare piccoli per avere il pass per il Regno. In tal senso, la fede è quasi un cammino a ritroso. Dice Bernanos: “Una volta usciti dall’infanzia bisogna soffrire a lungo per rientrarci”.

Perdersi in Dio fino all’annullamento in Lui, senza pretese di ricompense quaggiù, come pregava E. Stein: “Fa’, Signore che percorra pienamente le tue vie. Non voglio comprendere la tua guida, sono tua figlia. Sia fatta la tua volontà anche se non appagherai mai il mio desiderio, in questo tempo”. Oggetto della fede è l’eternità di Dio, l’eterno è la parte di eredità di chi crede.

Intanto, ci si allontana da Dio, si riduce acqua e terra al proprio servizio, si deturpa la natura e offende il creato, ci si divide tra ricchi e poveri, bianchi e neri. Ma, in tutto ciò dove è la fede? E ne troverà ancora il Signore al suo ritorno?

La fede non è per chi dice Signore, Signore, non è per gli entusiasti di professione, solo con le opere mostreremo la nostra fede che elimina ogni intercapedine tra Parola e vita.

Bisogna abitare la terra  nel pieno rispetto dei fratelli e del creato.

E quando scarseggia la Parola, là dove non è pronunciata bisogna annunciarla con nuovi linguaggi per dire a tutti: Dio è il Dio della terra. Qui serve la fede, una “fede che ama la terra”.  

Sì, si ferma quaggiù la fede, l’amore prosegue. Si può dire che la fede non è fine a se stessa, è in funzione della carità. Vi è una grande reciprocità tra fede e amore. La fede ci porta a vivere la carità, i gesti d’amore inducono alla fede.

Lo scrittore A. Cohen di sua madre e delle madri in genere dice:  “Madri che ci trovate incomparabili e unici, che non vi stancate di servirci anche se abbiamo 40 anni, che non ci volete meno bene se siamo brutti, falliti, deboli… madri che certe volte mi costringete a credere”.

Oggi, ogni giorno, da semplici “operai” della fede, “lo sguardo fisso su Gesù che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Ebr. 12,2) senza pensare al raccolto, dediti solamente alla semina vogliamo procedere verso il Regno dei beati, desiderosi di incontrare Colei alla quale rivolgere il più grato e gioioso saluto: “Beata te che hai creduto”…  anche per tutti noi.

                                                                           Lucia Gallus fsp

La fede si rinnova alle fonti della gioia

Se dovessi indicare alcuni elementi indispensabili per avviare una vera Nuova Evangelizzazione, direi: innanzitutto la gioia, e poi l’entusiasmo che scaturisce soltanto dalla gioia, e infine l’allegria che è vitalità, energia del corpo e della mente, leggerezza frizzante del gesto e della parola.

Dati questi elementi il resto viene da sé, in quanto questi elementi non sono altro che la vita dello Spirito in noi. Per cui dovremmo chiederci con maggiore serietà e concretezza: perché noi cristiani diamo spesso un’immagine di tristezza, di pesantezza, e perfino di vecchiume, piuttosto che contagiare le persone che incontriamo con la nostra visione dell’avvenire, con la nostra libertà un po’ folle di donne e uomini tornati per sempre bambini, nascenti, sboccianti e fiorenti come rose?

Georges Bernanos fa esprimere ad un ateo, nel suo famoso scritto I grandi cimiteri sotto la luna del 1938, queste amare riflessioni rivolte a noi cristiani: “Voi non vi interessate ai miscredenti, però i miscredenti si interessano enormemente a voi (..) Vi consideriamo interessanti. Poi risulta che non lo siete, e questo inganno ci fa soffrire. (..)  Quando uscite dal confessionale siete in stato di grazia. Lo stato di grazia… Bene, e poi? Non sembra un gran che. Ci chiediamo cos’è quel che fate con la grazia di Dio. Non dovrebbe forse risplendere in voi? Dove diavolo mettete la vostra allegria? (..) Non basta rispondere che Dio si è  messo nelle vostre mani (…) Per noi, che possiamo solo sperare da voi la partecipazione a un dono che secondo quanto dite è ineffabile, l’importante non è sapere se Dio si è  messo nelle vostre mani, ma quel che fate con Lui”.

Il Salmo 85 dice: “Rallegra la vita del tuo servo, /perché a te, Signore, innalzo l’anima mia” (85,4).

Allora forse per ritrovare la fonte della gioia dovremmo imparare ad elevare meglio e con più forza la nostra anima verso Dio, e cioè dovremmo imparare a pregare meglio.

Dobbiamo uscire da un ciclo storico in cui la fede è stata spesso interpretata e vissuta al massimo come impegno sociale, come volontarismo e volontariato, come moralismo e intellettualismo, come ideologia religiosa insomma, e non come miracolo della liberazione dalla morte e dai suoi terrori, da cui poi spontaneamente e appunto allegramente fluisce l’opera di carità.

Dobbiamo perciò rimettere al centro il Centro, e cioè l’iniziazione battesimale e pasquale, e la vita interiore che questa iniziazione comporta.

Dobbiamo chiederci quali pratiche spirituali possano OGGI rinnovare l’esperienza della nostra nascita dall’acqua della liquidazione del nostro vecchio Io, e dallo Spirito che ci rigenera nella libertà e nell’eternità gioiosa di Dio.

Dobbiamo in altri termini ripartire da una nuova centralità contemplativa.

Su questo tema, tra l’altro, avvierò proprio in questo mese un Corso presso il “Claretianum”, l’Istituto di Teologia della Vita Consacrata di Roma.

La gioia, infatti, scaturisce soltanto dalle sue fonti più profonde, che ogni giorno dobbiamo ritrovare, riscavare dentro le rocce quaternarie della nostra dimenticanza, e della nostra infinita tristezza mortale.

La NuovaEvangelizzazionedovrà essere una stagione di ricerca appassionata della gioia dello Spirito, e una riscoperta della gioia che dà la ricerca stessa di Dio, della verità, della nostra più autentica realizzazione.

Paolo VI perciò scriveva nella Esortazione Apostolica Evangelii nuntiandi: “Possa il mondo del nostro tempo, che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza, riceverela Buona Notizia non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo, la cui vita irradi fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia di Cristo, e accettino di mettere in gioco la propria vita affinché il Regno sia annunciato  ela Chiesa sia impiantata nel cuore del mondo” (n. 80). 
                                                                                                                                                                                             Marco Guzzi

La fede è un abbraccio ritrovato

 

Credo che la più grande lezione di catechismo la stia imparando come mamma, vedendo crescere il mio bambino che ha da poco compiuto cinque anni e che si sta affacciando alla vita con l’entusiasmo e l’infinita curiosità di chi cerca un’appartenenza e un’identità. In fondo, a pensarci  bene, nell’arco di tutta la nostra vita, aneliamo a conoscere le cose e le persone per sentircene parte. La fede è un prodigio immenso che, nel bel mezzo delle vicissitudini che caratterizzano ogni vita, sempre orienta e rassicura. Una rassicurazione che ognuno è chiamato a fare e rifare propria ogni giorno per poterne ricevere motivazioni e coraggio e per riuscire a coltivare la virtù della speranza. Guardando mio figlio, constato che la fede è qualcosa di assolutamente semplice, un seme nella nostra natura di esseri indifesi fin dai primi giorni di vita. Diventa poi qualcosa di complesso a mano a mano che il cuore, crescendo, si indurisce, mentre si nasconde dietro linee difensive legate alla delusione, alla diffidenza e a tante paure che prendono il sopravvento su di lui. Se provo a guardare il mondo con gli occhi di un bambino, del mio bambino, posso scorgere i colori vividi della realtà e l’armonia che li tiene uniti; la gioia della scoperta e il gusto delle piccole conquiste. Un bambino che nasce, prima ancora di articolare parola o di muovere i primi passi sa già che qualcuno si prenderà cura di lui. L’affettività è la prima forma di comunicazione che egli mette in atto per sentirsi protetto e rassicurato. Affettività che richiede implicitamente una forma di abbandono all’altro. Al genitore, a chi lo accudisce, a chi lo coccola. Nella complessa rete di segnali inconsci che i neonati mettono in atto per ‘richiamare’ attenzione e ‘ri-conoscenza’ ci sono anche quelli che, in maniera più rocambolesca e contorta, mettono in atto gli adulti emancipati  per darsi un senso, per dare pienezza alla propria esistenza, per sentirsi appagati. L’attenzione spasmodica che cercano gli adulti è sapere di non essere soli. Sapere che esiste un Dio che non ci abbandona, che è pronto ad esserci vicino e a rassicurarci nei momenti di smarrimento, laddove la nostra ragione non basta a darci la pace del cuore. Questa convinzione diventa sicurezza e certezza non sulla base di prove scientifiche ma in base alla forza con cui la facciamo nostra. Quando insieme a mio figlio abbiamo iniziato a sfogliare alcuni semplicissimi libri rivolti ai bambini per le loro prime preghierine e per conoscere alcuni rudimenti sulla figura e sulla vita di Gesù, le sue domande mi hanno riempito di tenerezza e mi hanno fatto percepire alcuni particolari

-fino a quel momento considerati secondari- con l’impellenza e la luminosità del suo spirito ingenuo e innocente, sensibile e acuto, attento ma anche incredibilmente fresco e spontaneo. Gesù gli piace moltissimo, fin da subito ha imparato a considerarlo un amico speciale, un protettore, un papà. Certo lo ha anche impressionato moltissimo il racconto della sua morte in Croce ad opera di persone che non avevano accolto il suo messaggio e la grandezza del suo annuncio. Però tutto questo lo ha aiutato a capire che a volte gli esseri umani possono compiere degli errori, possono fare delle scelte sbagliate. Che esiste una differenza sostanziale tra il buon operato ed il cattivo operato. Inoltre non sempre accetta di buon grado di dover comunicare con Gesù attraverso il pensiero, relazionarsi con Lui a distanza. Vorrebbe un compagno di giochi, qualcuno che sappia giocare a pallone e che possa insegnargli ‘i trucchi’ per poter diventare imbattibile, per poter reggere il confronto oramai quasi di sfida che si sta aprendo con i compagni di scuola e le prime insicurezze che affiorano con la crescita. Anche questo è servito. E’ servito per fargli capire il ruolo di grande responsabilità che ha Gesù nel Regno dei cieli. Prendersi cura di tutti. Fare in modo che tutti possano stare bene. E poi Gesù crede molto in lui, sa che diventerà un bravo bambino e che sarà capace di imparare tante cose grazie alla sua volontà e al suo talento. Sa che un giorno potrà mostrare con gioia a Gesù le cose che ha imparato. Questo gli sta anche facendo prendere atto che i super eroi invincibili dei cartoni animati in fondo sono solo un bluff. Si impara con impegno e con fatica, si convive con ostacoli e problemi che a volte ci spaventano ma, come dice sempre lui, “non bisogna arrendersi mai”. Mio figlio ha imparato una cosa importantissima. E’ riuscito con slancio a fare un grosso salto mentale: capire la differenza tra sentirsi protetto dal grembo materno e trovare in sé – perché ricevuta da Dio – la forza per raggiungere la stessa confortevole sicurezza camminando sulle proprie gambe. Conquistarsi le cose, raggiungere il traguardo è la vittoria più bella sulla propria pigrizia e sull’egoismo. La fede in fondo è proprio questo, un dono e una conquista. Si ritrova qualcosa che era già in noi fin dagli albori. Fin da quando, come fa sempre il mio piccolo bimbo, si allungano le braccia per ricevere l’abbraccio materno nella certezza che non mancherà. Poi si cresce, ci si smarrisce un po’, aumentano i dubbi, si incontrano salite, si impara a proprie spese che esiste il dolore e che esistono ‘cose’ spiacevoli con cui bisogna misurarsi. Si impara a trovare una forza nuova in noi che diventa grande proprio quando impariamo a convivere con i nostri limiti e le nostre imperfezioni. La fede è questa trasformazione. Trasformazione che è conversione sofferta. E’ la pienezza di vita che abbiamo sempre cercato, è l’abbraccio confortevole di qualcuno che si prende cura di noi.

Romina Baldoni