7 febbraio 2013Daily Archives

La fede è un abbraccio ritrovato

 

Credo che la più grande lezione di catechismo la stia imparando come mamma, vedendo crescere il mio bambino che ha da poco compiuto cinque anni e che si sta affacciando alla vita con l’entusiasmo e l’infinita curiosità di chi cerca un’appartenenza e un’identità. In fondo, a pensarci  bene, nell’arco di tutta la nostra vita, aneliamo a conoscere le cose e le persone per sentircene parte. La fede è un prodigio immenso che, nel bel mezzo delle vicissitudini che caratterizzano ogni vita, sempre orienta e rassicura. Una rassicurazione che ognuno è chiamato a fare e rifare propria ogni giorno per poterne ricevere motivazioni e coraggio e per riuscire a coltivare la virtù della speranza. Guardando mio figlio, constato che la fede è qualcosa di assolutamente semplice, un seme nella nostra natura di esseri indifesi fin dai primi giorni di vita. Diventa poi qualcosa di complesso a mano a mano che il cuore, crescendo, si indurisce, mentre si nasconde dietro linee difensive legate alla delusione, alla diffidenza e a tante paure che prendono il sopravvento su di lui. Se provo a guardare il mondo con gli occhi di un bambino, del mio bambino, posso scorgere i colori vividi della realtà e l’armonia che li tiene uniti; la gioia della scoperta e il gusto delle piccole conquiste. Un bambino che nasce, prima ancora di articolare parola o di muovere i primi passi sa già che qualcuno si prenderà cura di lui. L’affettività è la prima forma di comunicazione che egli mette in atto per sentirsi protetto e rassicurato. Affettività che richiede implicitamente una forma di abbandono all’altro. Al genitore, a chi lo accudisce, a chi lo coccola. Nella complessa rete di segnali inconsci che i neonati mettono in atto per ‘richiamare’ attenzione e ‘ri-conoscenza’ ci sono anche quelli che, in maniera più rocambolesca e contorta, mettono in atto gli adulti emancipati  per darsi un senso, per dare pienezza alla propria esistenza, per sentirsi appagati. L’attenzione spasmodica che cercano gli adulti è sapere di non essere soli. Sapere che esiste un Dio che non ci abbandona, che è pronto ad esserci vicino e a rassicurarci nei momenti di smarrimento, laddove la nostra ragione non basta a darci la pace del cuore. Questa convinzione diventa sicurezza e certezza non sulla base di prove scientifiche ma in base alla forza con cui la facciamo nostra. Quando insieme a mio figlio abbiamo iniziato a sfogliare alcuni semplicissimi libri rivolti ai bambini per le loro prime preghierine e per conoscere alcuni rudimenti sulla figura e sulla vita di Gesù, le sue domande mi hanno riempito di tenerezza e mi hanno fatto percepire alcuni particolari

-fino a quel momento considerati secondari- con l’impellenza e la luminosità del suo spirito ingenuo e innocente, sensibile e acuto, attento ma anche incredibilmente fresco e spontaneo. Gesù gli piace moltissimo, fin da subito ha imparato a considerarlo un amico speciale, un protettore, un papà. Certo lo ha anche impressionato moltissimo il racconto della sua morte in Croce ad opera di persone che non avevano accolto il suo messaggio e la grandezza del suo annuncio. Però tutto questo lo ha aiutato a capire che a volte gli esseri umani possono compiere degli errori, possono fare delle scelte sbagliate. Che esiste una differenza sostanziale tra il buon operato ed il cattivo operato. Inoltre non sempre accetta di buon grado di dover comunicare con Gesù attraverso il pensiero, relazionarsi con Lui a distanza. Vorrebbe un compagno di giochi, qualcuno che sappia giocare a pallone e che possa insegnargli ‘i trucchi’ per poter diventare imbattibile, per poter reggere il confronto oramai quasi di sfida che si sta aprendo con i compagni di scuola e le prime insicurezze che affiorano con la crescita. Anche questo è servito. E’ servito per fargli capire il ruolo di grande responsabilità che ha Gesù nel Regno dei cieli. Prendersi cura di tutti. Fare in modo che tutti possano stare bene. E poi Gesù crede molto in lui, sa che diventerà un bravo bambino e che sarà capace di imparare tante cose grazie alla sua volontà e al suo talento. Sa che un giorno potrà mostrare con gioia a Gesù le cose che ha imparato. Questo gli sta anche facendo prendere atto che i super eroi invincibili dei cartoni animati in fondo sono solo un bluff. Si impara con impegno e con fatica, si convive con ostacoli e problemi che a volte ci spaventano ma, come dice sempre lui, “non bisogna arrendersi mai”. Mio figlio ha imparato una cosa importantissima. E’ riuscito con slancio a fare un grosso salto mentale: capire la differenza tra sentirsi protetto dal grembo materno e trovare in sé – perché ricevuta da Dio – la forza per raggiungere la stessa confortevole sicurezza camminando sulle proprie gambe. Conquistarsi le cose, raggiungere il traguardo è la vittoria più bella sulla propria pigrizia e sull’egoismo. La fede in fondo è proprio questo, un dono e una conquista. Si ritrova qualcosa che era già in noi fin dagli albori. Fin da quando, come fa sempre il mio piccolo bimbo, si allungano le braccia per ricevere l’abbraccio materno nella certezza che non mancherà. Poi si cresce, ci si smarrisce un po’, aumentano i dubbi, si incontrano salite, si impara a proprie spese che esiste il dolore e che esistono ‘cose’ spiacevoli con cui bisogna misurarsi. Si impara a trovare una forza nuova in noi che diventa grande proprio quando impariamo a convivere con i nostri limiti e le nostre imperfezioni. La fede è questa trasformazione. Trasformazione che è conversione sofferta. E’ la pienezza di vita che abbiamo sempre cercato, è l’abbraccio confortevole di qualcuno che si prende cura di noi.

Romina Baldoni