maggio 2013Monthly Archives

Gioia di ritrovarsi figli di un unico Padre

Sono sr Gabriella, nata e vissuta a Roma; più di venti anni fa ho conosciuto le Suore Francescane dei Poveri e pian piano ho compreso che il Signore mi chiamava ad essere
una di loro per portare al mondo Gesù. In questi anni ho conosciuto tante realtà che mi hanno aperto orizzonti nuovi e fatto scoprire ancora di più la mia fede e la mia vocazione.

Sono convinta che ogni incontro nella nostra vita è un’occasione di crescita, soprattutto quando sulla nostra strada incontriamo persone completamente diverse,  per cultura, fede, stile di vita. Apparentemente ci “scomodano”, ma poi ci aprono un mondo, ci allargano il cuore.

Questo l’ho sperimentato in modo forte quando ho incontrato più da vicino il popolo Rom circa 10 anni fa a Messina.

Dovevo continuare un servizio avviato in precedenza dalle mie consorelle con la Caritas Diocesana; mi sono ritrovata in una realtà che non avevo scelto, ma ho colto subito che il Signore mi chiamava lì in mezzo a loro, per fare un pezzo di strada insieme. Coglievo che questo popolo così diverso dal mio  aveva qualcosa da dirmi e da donarmi.

Ricordo il primo impatto; non fu semplice perché avevo dentro di me tanti pregiudizi e vedere queste famiglie con tanti bambini che vivevano in un campo fatiscente con fogne a cielo aperto, senza servizi, con topi e scarafaggi che giravano, mi fece pensare che dovevamo fare qualcosa per loro, per “civilizzarli”. Compresi presto che questo atteggiamento non era giusto e cercai di mettermi in ascolto. Ascoltare significava per me entrare in relazione con questi fratelli in modo normale, condividendo preoccupazioni, dolori, rabbie, come pure tanti  momenti di festa.

Con il gruppo di volontari cercavamo anche di far comprendere l’importanza del frequentare la scuola per i bambini, promuovendo inoltre attività di dopo scuola.

Abbiamo lottato con i pregiudizi della gente per la ricerca di un lavoro, perché contrariamente a quanto si pensa, tanti di loro mi dicevano continuamente che volevano lavorare e si vergognavano di chiedere l’elemosina o di “arrangiarsi”.

Andavamo nelle parrocchie per far conoscere questa realtà presente sul loro territorio e che spesso ignoravano. Ci siamo trovati a discutere con tanti “cristiani” che non volevano la loro presenza perché di disturbo alla quiete del quartiere.

Tutto è servito per avvicinarci al popolo Rom, ai nostri reciproci mondi, a costruire un rapporto di fraternità che va oltre ogni razza e cultura.

Ricordo il giorno in cui andai a salutare una famiglia che partiva per la Francia e commossa la donna mi disse: grazie sei stata per noi una sorella.

Questi fratelli, che non sono dei santi, come non lo siamo noi, mi hanno insegnato molto e mi hanno fatto crescere nel mio cammino umano e spirituale. Da loro ho imparato uno stile di accoglienza che ti fa sentire a “casa”, il dimenticare le offese, la pazienza, l’abbandonarsi alla Provvidenza.

Un momento che ci ha avvicinato ancora di più è stato il vivere tutta la preparazione a lasciare il campo, secondo l’Ordinanza del Comune, poi la notte dello sgombero e la sistemazione nelle case. Anche se le famiglie erano state preparate, è stato forte vedere come la ruspa distruggeva le “case” dove avevano vissuto per venti anni. Il condividere questi momenti, il piangere con loro, ci ha fatto sentire veramente fratelli, figli di un unico Padre.

Le famiglie sono state portate in diverse case dislocate nella città. Tre famiglie sono andate proprio in un’ alloggio nella Parrocchia dove alcuni mesi prima avevamo fatto un incontro molto difficile, ci eravamo  scontrati con i pregiudizi della gente.

Il Parroco, quando sono arrivate queste famiglie, le ha presentate una domenica alla Messa. È  stato bellissimo, perché quelle stesse persone che avevano protestato, si sono rese disponili ad aiutare. Dopo un po’ di tempo una signora è venuta da me per dirmi che anche lei era tra coloro che non volevano i Rom, ma dopo  averli conosciuti, si vergognava di quello che aveva detto e pensato e mi disse che sentiva il bisogno di andare da loro a chiedere scusa!

Ciò che non conosciamo ci spaventa e ci fa chiudere, ma solo aprendo il nostro cuore, anche rischiando, scopriamo che dietro ogni volto c’è Gesù, c’è una persona da amare.

Da pochi mesi sono a Pistoia e ho ritrovato anche qui i Rom, mi è sembrato un segno bello, il Signore mi chiama ancora a condividere un altro pezzo di strada con loro e non posso che dire grazie!

sr Gabriella D’Agostino

srgabry.dag@gmail.com

SENZA SOGNI NON SI PUÒ PARTIRE

Beato l’uomo che trova in te il suo rifugio
e ha le tue vie nel suo cuore …
Cresce lungo il cammino il suo vigore. (Sal  83,6.8)

Per partire occorrono una meta e un motivo. Abramo è pellegrino in cerca di una terra, non un vagabondo senza sogni e senza meta! Senza sogni da realizzare non si può partire.  Chi sogna è pieno di desideri. Il desiderio è la capacità di sapersi pensare nel futuro diverso da come è oggi. Il desiderio non si può, comunque, confondere con l’illusione perché al contrario dell’ illusione che vive sulle nuvole, il desiderio si radica su un progetto da realizzare nella storia e attraverso scelte precise. Il desiderio che si fa ‘sogno’ suscita energie inattese. E’ come la pista di volo, come una pedana di lancio, indispensabile per potersi alzare e decollare. Dio chiede molto, perché il suo sogno sull’umanità è grande. Concede sogni e visioni (cfr. Gio 3,1-2) e s’impegna in prima persona per farli realizzare. Di qui la fede animata dalla speranza che vede lontano, anche oltre le nubi, e muove i passi necessari e praticabili, come vediamo in Gen 12,2-3:

Il Signore disse ad Abram:
«Farò di te una grande nazione
e ti benedirò,
renderò grande il tuo nome
e possa tu essere una benedizione.
Benedirò coloro che ti benediranno
e coloro che ti malediranno maledirò,
e in te si diranno benedette
tutte le famiglie della terra».

Il comando del Signore Dio a uscire dalla propria terra è esigente, ma contiene una promessa straordinaria: ti indicherò la terra che ti darò e farò di te un popolo numeroso.  Sarai portatore di benedizione, per tutte le famiglie della terra. Ad Abramo, senza una terra propria, Dio promette la terra che è spazio di vita e possibilità di gestire la propria libertà. Con la terra, una discendenza immensa, promessa di futuro, che la possa abitare. Egli sarà mediatore di vita per tutti i popoli. Per ricevere la benedizione e portare la benedizione dovrà lasciare quello che crede essere suo. Consegnandosi alla perdita di tutto quanto possiede, come ricchezza che riempie il cuore, troverà la pienezza della vita. Non vi sono altre alternative. La promessa di una terra e di una discendenza riempie di speranza il cuore di Abramo che si dispone a lasciare tutto. Si fida di Dio e si affida alla sua parola tanto vicina a lui e pure tanto misteriosa.

Due promesse di Dio superano il sogno di Abramo
1.
1.    « Farò di te una grande nazione e … renderò grande il tuo nome» (v 2).
«Rendere grande il nome» corrisponde ad avere una importanza non prevedibile al momento.  Questa promessa, Dio la rivolgerà a Davide: «Sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra» (2 Sam 7,9). L’autore ispirato mostra che la promessa a Davide si fonda su quella di Abramo. Al patriarca non fu dato di vederne la realizzazione, mentre la vedranno i suoi discendenti.  Dio, veramente, rende grande il nome di coloro che chiama e si affidano a lui, totalmente e senza condizioni. Dio rende grande il nome di chi, per rispondere alla sua chiamata, è disposto a lasciare i legami naturali e umani che danno sicurezza. C’è un modo per avere un nome e diventare grandi. E’ la via seguita da Gesù.  Paolo nella lettera ai Filippesi 2,6-11 mostra che Gesù per ottenere il Nome ha seguito la via dello ‘spogliamento’ di ciò che gli era proprio e dell’obbedienza fiduciosa al Padre che lo ha condotto al dono si de stesso nella croce (cfr. Gv 13,12-15). Chi ha un nome ha una personalità forte. Il giusto del salmo 1 può essere definito colui che ha un Nome (personalità). Perciò non è come la paglia trasportata dal vento e destinata a marcire ma, nel suo camminare verso l’alto, resiste alle intemperie della storia. Il raggiungimento del nome si ottiene vivendo le indicazioni di Dio.

Dio disperde il popolo che vuole costruirsi la torre che arriva al cielo, per darsi un nome, di sua iniziativa.

La via che Dio chiede all’umanità  di intraprendere per essere qualcuno non può andare verso il cielo, il luogo di Dio, ma deve svolgersi sulla terra, come storia.  Ciò significa che l’umanità, fatta di uomini e donne, vecchi e bambini, è pellegrina verso nuovi traguardi di vita.  Dio creò l’umanità maschio e femmina, a sua immagine e somiglianza (Gen 1,26-27), in relazione tra di loro, diversi per essere complementari e aver bisogno l’uno dell’altro. Solo gli animali, che non hanno storia, furono creati secondo la «loro specie». L’accoglienza senza remore delle reciproche diversità produce traguardi impensabili di comunione, che regala un nome, cioè una  identità, che nessuno può togliere.

  1. 2.    «Ti benedirò… e possa tu essere  una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno… in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra (vv. 2b-3).
    In questa promessa il verbo benedire ricorre cinque volte. La benedizione biblica è fonte di vita. Quando Dio benedice (dice – bene) comunica la vita.  Dio, chiamando Abramo, elargisce la benedizione che all’inizio aleggiava sugli esseri viventi (cfr. Gen 1,22-28) e dopo il diluvio era stata promessa all’umanità intera. Quella benedizione è data ad un singolo uomo perché  egli diventi mediatore di benedizione (cfr. Gen 22,15-18; Sir 44,19-26) per tutte le genti della terra. La frase «In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» raggiungerà una pienezza che la Bibbia ebraica non poteva immaginare. Gesù di Nazareth, discendente di Abramo, è la benedizione per eccellenza, perché è il Figlio di Dio, morto e risorto, che ha dato la vita per tutti.

Egli, attraverso i suoi discepoli, farà giungere la benedizione della figliolanza di Dio alle donne e agli uomini di ogni tempo che crederanno in lui. Non i popoli andranno più Gerusalemme per lodare il Signore, ma da Gerusalemme la salvezza raggiungerà gli angoli della terra. La benedizione che dovrà raggiungere tutti i popoli richiama per contrasto la torre di Babele, che voleva radunare tutti in un solo popolo, anzi una sola città omogenea. Solitamente il racconto di Babele lo s’interpreta alla luce della Pentecoste che sarebbe il superamento dell’omogeneità e della massificazione (cfr. At 2,1-13). Senza escludere questa interpretazione, lo si può leggere anche alla luce dell’Ascensione (cfr. At 1,6-11) nella quale i discepoli vedono Gesù «elevato in alto» (At 1,9) e fissano il cielo (1,10). Due uomini in bianco appaiono loro e li scuotono dal loro sguardo statico e incantato:

«Uomini di Galilea, perche state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi e stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo» (At 1,11).

«Il messaggio è semplice: il vostro futuro immediato non è il cielo, ma la terra; non è l’eternità, ma la storia. Avete una missione da compiere e un mondo nuovo da costruire. Non guardate il cielo lassù, guardate la terra e il compito che vi aspetta quaggiù. I discepoli se ne andranno, e il loro viaggio continua ancora oggi, in ogni parte del mondo. L’umanità di Gn 11,1-9 è chiamata da Dio a costruire il mondo, non a raggiungere il cielo»[1] .
Per raggiungere il cielo dovete percorrere la vie di questo mondo con un messaggio e un progetto che costruisce famiglie di popoli.  Il messaggio è il vangelo che è Gesù Cristo  (cfr. Mc 1,1), al quale si aderisce nella fede, che fa di tutti i popoli una sola famiglia e di tutte le razze la nuova umanità cristiana, senza distinzione di culture, stati sociali e sesso (cfr. Gal 3,21-14).

Nella logica del paradosso
Abramo non è nato eroe!  «La sua fede non è immediatamente perfetta»[2]. Egli benedetto da Dio, vive nella sofferenza questa benedizione così da percepirla quasi come  ‘maledizione’. Giunge a Canaan e vi trova la carestia; va in Egitto per sfuggire alla fame, ma la sua vita è posta in pericolo dal faraone che s’invaghisce di Sarài, la quale benché avanti negli anni, è molto bella. Per salvarsi afferma che Sarài è sua sorella, così se il faraone o qualche potente dell’Egitto avesse messo gli occhi su di lei, non lo avrebbe ucciso per liberarsi del concorrente scomodo (cfr. Gen 12, 10-20). Lo stesso farà a Gerar con il re Abimelech, divenendo, se Dio non fosse intervenuto, da portatore di benedizione, veicolo di morte (cfr. Gen 20,1-18).  Si lascia vincere dalle paure, in particolare quella della morte, madre di ogni paura, rappresentata dalla mancanza di futuro, perché il figlio non nasce. E cerca scappatoie umane. Nella Bibbia i chiamati, depositari della benedizione, vivono la loro chiamata, apparentemente, come «maledizione». Il profeta Geremia maledice il giorno della sua nascita (cfr. Ger 20, 7-9. 14-18).  Ester l’ebrea, che era stata scelta tra tutte le ragazze più belle del regno, per essere regina, vivrà la sua regalità come maledizione. La sua posizione di privilegio la pone nel rischio di morire per salvare il suo popolo dalle trame del perfido Aman. Se vuole realizzarsi come regina deve accettare il rischio di morire: «Se io debbo perire, che io perisca!» (Ester 4,16).  Accettando questa «maledizione» e mettendosi nel rischio di morire per il popolo, diviene benedizione per tutti.  Solo quando si dispose a sacrificare la vita, divenne regina e anche madre del suo popolo. Per la sua scelta di dono della vita e la sua disponibilità a lasciare i privilegi regali, Ester, unica donna dell’Antico Testamento, prefigura Gesù che accetta di morire per dare agli altri la vita, indicando la via della regalità nel dare la vita. Gesù il benedetto per eccellenza è trattato da Dio come il maledetto . «Maledetto chi è appeso al legno» (cfr. Gal 3,13; cfr. Dt 21,23). Gesù assumendo su di sé la maledizione diviene fonte di benedizione per tutti.  È la logica del mistero pasquale: dalla morte, dono volontario e gratuito, la vita in pienezza per se stessi e gli altri.

Tratti teologici del cammino di Abramo
Compiuto in libera adesione alla voce di Dio, geograficamente parte da Carran (Nord) e va a Canaan (Sud), secondo la direzione iniziale impressa da Terach quando uscì da Ur del Caldei con i membri della sua famiglia. In realtà, inizia dall’ascolto della parola di Dio che Abramo accoglie e segue. L’identità spirituale di Abramo e dei suoi discendenti non dipende da un «luogo/terra» e nemmeno dalla sua condizione mobile di nomade, ma unicamente dalla «Parola» che lo accompagna lungo il suo cammino e gli apre le strade. Abramo partì lasciando le sue ricchezze che possono essere racchiuse in tre «p» minuscole: il paese (geografia); la patria (cultura), il padre (affetti) per avventurarsi in una terra che non conosceva, seguendo l’unica ricchezza che è la Parola (P maiuscola). Obbediente alla Parola, fu esule, straniero, emigrante, nomade.

Il pellegrinaggio di Abramo è voluto da Dio (cfr. Gs 24,2-3), è metafora del «santo viaggio» del credente (Sal 84/83, 1-8) che ha sete della casa di Dio.

  • Per la sintesi e la riflessione personale
    Abramo, chiamato da Dio, parte per realizzare sogni la cui realizzazione è consegnata al futuro. Può capitare di non avere motivi di speranza, di vivere incapaci di immaginare una vita migliore, un di più, un meglio. Quali le cause che bloccano le energie che mettono in movimento?
  • La speranza è carente là dove regna la logica del tutto qui e ora. Senza rimandi e senza fatiche.  Il salmista prega: «Alla ricchezza non attaccate il cuore» (Sal 612, 11). Se il cuore è attaccato a qualche cosa che è ritenuto assoluto, gli occhi saranno fissi in quella direzione e i piedi non possono camminare.
  • Nell’estate 1972 il gruppo di cantautori  detti «I nomadi» cantarono la canzone Io vagabondo. Con questa canzone interpretavano un’esigenza del tempo che considerava il viaggio come metafora di una libertà da raggiungere, abbandonando la propria casa, le comodità vissute, viaggiando senza soldi, senza mezzi, affidandosi al caso. Viaggiavano e basta, come vagabondi, verso un’idea. Felici di viaggiare. Che differenza trovi tra il pellegrinare di Abramo in risposta alla chiamata di Dio e dietro le sue indicazioni e questo vagabondare pieno di entusiasmo verso la libertà, senza un orizzonte chiaro? Confronta questa esperienza con la frase: «Andare avanti per andare avanti, così semplicemente, non è ancora un vero viaggio. Occorre andare alla ricerca di uno scopo; prevedere un arrivo, un punto di sbarco» (Hèlder Camara).
  • La speranza è fede in movimento. La speranza, connessa con la fede, si riversa nella carità.  Leggi Gen 14,1-24: Abramo vive la sua fede solidale, difendendo Lot a rischio della sua vita.  Lot  oltre a  essere il nipote, essendo nel bisogno, è il «fratello». La fraternità è esigente e attiva. La parola di Dio accolta e ubbidita crea fraternità solidale.

NB.    Per gentile concessione dell’autrice (pagg. 45-54).

         Filippa Castronovo, Pellegrini nella fede, Paoline 2013, pp. 176, € 14,00


[1] Jean Luis Ska, Una città e una torre (Gn 11,1-9), in Ricomporre Babele, Fondazione  Internazionale onlus, Milano 7-9 aprile 2011, Atti del convegno reperibili nel sito www.ricomporrebabele.org. a p. 32.

[2] Francesco Rossi De Gasperis, Sentieri di vita. La dinamica degli esercizi Spirituali nell’itinerario delle Scritture, Principio e Fondamento e prima settimana, Milano 2005, pp. 378-380.