luglio 2013Monthly Archives

Alla radice la fede

Origine

La congregazione delle Ancelle della S. Famiglia è nata a Cagliari nel 1933, quando l’arcivescovo di Cagliari, Mons. Ernesto Maria Piovella e Mons. Giuseppe Orrù, rettore del Seminario diocesano, considerata la situazione della diocesi, per poter avere delle religiose che si occupassero dei bambini negli asili, delle ragazze negli oratori e collaborassero con i parroci, mossi dallo Spirito, decisero di fondare una Congregazione femminile diocesana, che divenne di diritto Pontificio, con decreto di lode, il 22 aprile 1956.

Carisma

Spirito di comunione di servizio per la promozione umana e cristiana delle famiglie.

La fede nei fondatori

Gli  uomini di Dio vivono nella fedeltà, e diventano faro della Sua tenerezza. L’esempio di queste figure, segnate dai doni di Dio, sono vissute facendo del bene,  seminando solo fede e Amore.

Con  il passare dei giorni ingigantiscono fino a diventare gli unici e veri uomini di fede.

Così è di Mons. Ernesto Maria Piovella e Mons. Giuseppe Orrù. La vita di questi Pastori nella Chiesa che è in Cagliari rivela ancora oggi la mirabile armonia tra il loro pensiero e la loro azione, la sublimità dell’ideale da loro vagheggiato e la loro costanza nel realizzarlo.

La profondità della loro vita interiore e la prodigiosa fecondità del loro apostolato: sono aspetti di personalità spirituali straordinarie, vive e attuali. La loro fede è ribadire la supremazia di Dio e il porLo al centro del proprio esistere. Per loro il vivere la fede conduce all’amore, l’amore che conduce all’azione; il frutto della fede è l’unione con l’Assoluto, la pace del cuore.

I pensieri di Dio sono al di sopra dei loro  pensieri. Per questo confidare nel Signore vuol dire vivere di fede nonostante tutto. L’amore di Dio che ama eternamente sta dietro ogni avvenimento, anche se a volte in modo nascosto. Solo credendo, la fede cresce e si rafforza. Non c’è altra possibilità se non abbandonarsi, in un crescendo continuo, nelle mani di un Amore che si sperimenta sempre più grande perché la sua origine è Dio segno operante di una Presenza Viva.    

La vita di fede per Mons. Piovella e Mons. Orrù, non è un fare né un possedere ma  una relazione personale in cui “entrare”  attraverso la fedeltà alle clausole dell’alleanza osservate con sentimenti filiali. La vita donata  ha suggerito loro tutta la valenza affettiva di una vita vissuta come relazione col Dio fedele, così esprimono ancora oggi la carica di profonda umanità che portano dentro la loro esperienza profonda di fede che diventa speranza, dove non c’è speranza.

Sr Maria Dina Serra
usmicagliari@tiscali.it

 

Esperienza di fede in Padre Jean-Pierre Médaille s.J.

Jean-Pierre Médaille, gesuita francese (1610-1669), vive in un periodo drammatico e splendido della storia della Francia, un tempo in cui gli opposti si rincorrono per dare vita al “nuovo” che secondo lo stile di Dio ha dell’inaudito. Il quadro della “spiritualità irradiante” che esplode nella prima metà del secolo XVII, è il terreno fertile in cui lo Spirito Santo semina germogli di novità.

        Per delineare, in breve, l’esperienza di fede vissuta da Padre J. P. Médaille, entriamo in un preciso stralcio della sua vita, il momento delicato e difficile dell’origine della Congregazione, quasi paradigma del suo credere, come uomo di Dio, in tutto il corso della sua esistenza.

        Jean-Pierre Médaille incontra alcune donne desiderose di consacrarsi a Dio ma non in clausura, bensì mettendosi a servizio del prossimo. Progetto impossibile a quel tempo perché si poneva al di là e oltre gli schemi che la stessa Chiesa, dopo il Concilio di Trento, aveva eretto con fermezza guardando con sospetto ogni cambiamento dopo la spaccatura della Riforma. La vita religiosa femminile era solo claustrale. Che cosa fare? Leggendo la domanda di quelle giovani come un “segno di Dio” e in sintonia con le urgenze sociali di allora, Padre Médaille non si preoccupa subito di dare risposte. Di fronte alla difficoltà, non solo grande ma insuperabile, che già aveva visto fallire altri progetti simili (ad esempio le Visitandine di San Francesco di Sales), consegna semplicemente le domande ad un Altro, a Dio, e vive nella fede la pazienza dell’attesa. Come ha scritto Rilke: “Sii paziente verso tutto ciò che è insoluto nel tuo cuore … Vivi le domande adesso, può darsi allora che a poco a poco, senza accorgertene, un giorno tu possa ricevere la risposta”.

        Non sappiamo quanto sia stato lungo il tempo dell’attesa, ma Padre Médaille ha saputo entrare nei tempi di Dio e ad un certo punto Dio ha tolto il velo al suo sguardo facendogli “vedere” il Suo disegno. La luce in lui si è accesa in un contesto di preghiera davanti l’Eucaristia, in cui aveva portato il problema di quelle donne che si volevano consacrare a Dio ma non in clausura. L’Eucaristia gli ha fatto capire quale strada percorrere in quella realtà storica ed ecclesiale. Padre Médaille scriverà nella Lettera Eucaristica, documento carismatico: “Il Signore mi ha fatto vedere…”.

In quel “vedere” cogliamo il dinamismo della sua esperienza di fede. Egli “vede”, ma il suo più che essere uno sguardo di contemplazione, è lo sguardo del sogno in senso biblico, di chi “intravede” ossia vede dentro, in profondità, vede oltre, perché questo è il modo di vedere di Dio e il progetto del Piccolo Disegno è un progetto di Dio (egli precisa sempre: “il suo disegno”). In un orizzonte segnato dall’oscurità, la riposta è quella della fede che altro non è che pensare secondo Dio, allargare le prospettive, guardare oltre la realtà presente. E in questa ottica dell’ “oltre” va letta l’esperienza forte di fede di Padre Médaille come fondatore.

Una chiave interpretativa ci viene data dall’immagine evangelica della potatura: l’immagine del tralcio e della vite è usata da Padre Médaille nei suoi scritti. Potare è un’arte e un’arte difficile che si impara perché si ha occhio e allora si capisce quale ramo va tagliato e quale lasciato. Un esperto viticultore sa che il tralcio più grosso, quello che ha già fatto il frutto, è quello che va tagliato per primo. È il tralcio fragile che va lasciato e la sua fragilità evidente non deve ingannare perché è il germe che darà frutto e frutto abbondante.

In questo è la forza della fede di Padre Médaille. Per restare fedele al progetto di Dio, che in quel tempo è novità assoluta, l’Istituto nascente va “potato”: niente fondatore potente, niente riconoscimento civile, niente voti solenni, niente clausura, ossia i tralci forti. Ma è il tralcio piccolo che va conservato, quello fragile ma che ha in sé l’essenza stessa della vita religiosa. Se Padre Médaille non avesse accettato la legge della potatura, ma fosse rimasto legato al “tralcio forte” (i canoni della Vita Religiosa claustrale del tempo), il Piccolo Disegno non sarebbe nato.

Questa è l’ottica della fede grande in cui Padre Médaille si è collocato: non conta ciò che appare; la piccola gemma che stava nascendo aveva in sé la forza di Dio e i frutti erano assicurati. E qui la sua fede si intreccia con la speranza, che fa cogliere gli appelli del futuro già seminati nel tempo presente. Allora potrà scrivere, proprio in una visione di futuro dal sapore di profezia: “Mi pare già di intravedere la nostra associazione, che in realtà non è nulla, stabilita in molti luoghi …  Voglia Dio che sia diffusa in tutta la Chiesa!”.  E la storia documenta che questo si è avverato.

Quale il segreto della sua fede? Lo esprime una semplice parola che ritroviamo anche nell’ultimo suo scritto (una lettera inviata ad una suora di San Giuseppe), un po’ il “canto del cigno” di Padre Médaille, il suo canto finale, un canto da lui intonato fin dall’inizio, che ha accompagnato ogni stagione della sua esistenza e che raggiunge la pienezza nel momento in cui la sua vita sta per chiudersi. La parola è “Provvidenza” a cui egli dona un volto materno: “la Provvidenza è come una madre che sa, che conosce”. Di fronte alla certezza che Dio provvede (per Abramo sul monte, per lui e per noi nei luoghi della nostra storia), Padre Médaille non aggiunge nulla, mette la parola “punto”. E il suo punto lo esprime con un brevissimo verbo che chiude sempre i suoi scritti: Amen = così sia. È il verbo dell’adesione di fede che esprime certezza, fiducia e diventa accoglienza: è la sua professione di fede fatta con il cuore; dicendo “amen” egli dice: “certamente, è così”.

E la Provvidenza è intervenuta in una maniera che sempre stupisce: proprio la Chiesa, quasi contraddicendo se stessa, ha approvato a Le Puy la novità di un Istituto religioso apostolico, che andava oltre (e contro) i suoi canoni, servendosi di un Vescovo illuminato, Mons. Henri de Maupas, che ha saputo guardare in avanti come tutti i profeti: si dice di solito che l’istituzione non abbia sobbalzi di profezia …

                                                        Suor Patrizia Graziosi – Suore di San Giuseppe

patriziasg@libero.it