agosto 2013Monthly Archives

Educare i giovani alla fede

 

“Mio figlio ha un profilo su facebook, il problema non è quello, me l’ha detto, ma la legge dovrebbe dare ai genitori la possibilità di controllare quello che fanno i figli minorenni nei social network”. “No caro ascoltatore, l’ignorante è lei, se vuole vedere cosa fa suo figlio su facebook si faccia un profilo, diventi suo amico e potrà vedere tutto ciò che succede”. Questo il dialogo ascoltato alla radio, in una trasmissione per genitori.

L’educazione dei giovani ha a che fare con la comunicazione, anche l’educazione alla fede. E per comunicare è necessario conoscere i codici, non si ammettono ignoranze! L’esempio più efficace ce l’ha dato papa Francesco nella Giornata Mondiale della Gioventù di Rio: da grande comunicatore è riuscito a dialogare con due milioni di giovani in modo immediato, profondo, brillante.

La comunicazione tuttavia non è sufficiente: infatti esistono tanti esperti comunicatori che però non educano, non veicolano valori, o addirittura diseducano. In una scuola superiore fu assunto un animatore abile e preparato che riuscì a entrare in sintonia con i ragazzi, ma mise in crisi il collegio docenti perché non possedeva i contenuti del progetto formativo e fu licenziato.
I contenuti non bastano ancora: Don Bosco ci insegna che l’educazione è questione di amore.
Gli ingredienti dell’educare i giovani alla fede sono almeno tre: la comunicazione, i contenuti della fede e l’amore.

La comunicazione
Mauro proveniva da una buona famiglia, con genitori amorevoli, due fratelli e una sorella, che avevano successo nella vita scolastica e sociale. Vivevano in un bel quartiere e Mauro aveva tutto quello che un ragazzino può desiderare. Ma nelle elementari Mauro fu subito etichettato come soggetto «speciale».
Nelle medie era il «disadattato piantagrane». Alle scuole superiori cominciò a inanellare espulsioni e voti disastrosi.
Una domenica, un insegnante incrociò la famiglia e disse: «Mauro sta facendo molto bene in questo periodo. Siamo molto soddisfatti di lui». «Forse ci state confondendo con un’altra famiglia…» disse il padre. «Il nostro Mauro non ne azzecca mai una. Siamo molto imbarazzati e non sappiamo capire perché».
Mentre l’insegnante se ne andava, la madre osservò: «Però, a pensarci bene, Mauro non si è cacciato nei guai nell’ultimo mese. Inoltre è sempre andato a scuola presto e si è sempre fermato più del necessario. Che cosa starà succedendo?». Alla consegna della prima pagella, i genitori di Mauro si aspettavano voti bassi e note insoddisfacenti sul comportamento. Invece sulla pagella c’erano voti più che sufficienti e una menzione speciale in condotta. Mamma e papà erano sconcertati. «A chi ti sei seduto vicino, per avere questi voti?» chiese papà con sarcasmo. «Ho fatto tutto da solo» rispose umilmente Mauro. Perplessi e non completamente convinti, i genitori di Mauro lo riportarono a scuola per parlare con il preside.  Egli assicurò loro che Mauro stava andando molto bene. «Abbiamo una nuova insegnante di sostegno, e sembra che lei abbia una particolare influenza su Mauro» disse. «Penso che dovreste conoscerla».
Quando il trio si avvicinò, la donna aveva il capo abbassato. Le ci volle un istante per accorgersi che aveva visite. Quando lo capì, si alzò in piedi e iniziò a gesticolare con le mani. «Cos’è questo?» chiese indignato il padre di Mauro. «Linguaggio dei segni? Questa donna è sordomuta! ». «Ecco perché è così straordinaria» disse Mauro, mettendosi in mezzo. «Lei fa molto di più, papà. Lei sa ascoltare!».

L’ascolto è un bisogno fondamentale di tutti, figuriamoci dei giovani! Abbiamo due orecchie e una bocca perché impariamo ad ascoltare il doppio di quanto parliamo. Ma in fatto di giovani sembra che gli adulti sentano sempre il bisogno di insegnare, di parlare, di predicare. Se si tratta di educare alla fede ancora di più: i giovani sono considerati “tabula rasa” su cui gli adulti devono scrivere i grandi contenuti della fede. Ma il segreto è sempre l’ascolto. Una mamma portò la figlia dalla direttrice di una scuola perché la convincesse a iscriversi. Di fronte alla figlia la direttrice chiese alla mamma: “Come mai sua figlia non vuole iscriversi qui?”. “Non lo so, non ne abbiamo parlato, ha solo sempre detto no!”. Poi, ascoltando la ragazza, è venuto fuori il sogno che aveva e le remore circa quel tipo di scuola… Fu sufficiente ascoltare…
I ragazzi di un corso professionale furono “costretti” a partecipare a una messa con altre scuole. Si comportarono in maniera imbarazzante, dimostrando di non avere la più pallida idea di cosa fosse non solo la Messa ma neppure una chiesa. Dopo la celebrazione furono severamente rimproverati: “possibile che non siate stati in grado di comprendere la differenza tra la piazza e la chiesa?”. In effetti era possibile: nessuno di quei ragazzi aveva mai messo piede in chiesa, nessuna delle famiglie di quei ragazzi aveva una qualche minima vita di fede. Era irrispettoso verso quei ragazzi pretendere che conoscessero “come ci si comporta in chiesa”. E’ mancanza di rispetto dare per scontato che essi conoscano il segno di croce o sappiano che in chiesa c’è il Santissimo Sacramento! Con quegli stessi ragazzi fu poi celebrata una messa solo per loro con un sacerdote capace di sintonizzarsi con il loro mondo. Una celebrazione lunghissima non per la lunghezza della predica che praticamente non ci fu, ma per la pazienza di spiegare quasi ogni passaggio, ogni segno, ogni gesto o parola. Nessuno di loro perse un attimo, qualcuno si commosse, fu un momento meraviglioso per i ragazzi e per il sacerdote.
Ascoltare non significa solamente “star a sentire” quello che i giovani dicono, perché per lo più essi faticano ad esprimersi con le parole, significa “comprenderli” nel bellissimo significato etimologico di questo verbo: “prenderli con sé”, accoglierli nella propria vita. Come farebbe Gesù. Egli non chiede il certificato di battesimo, né che conoscano il segno della croce.

Mentre si svolgeva la veglia della giornata mondiale dei giovani, in città c’era la notte bianca e alcune suore si trovavano di fronte a una chiesa e provavano a fermare i giovani per un dialogo: “sai che in questo momento il Papa sta parlando con due milioni di giovani?”… qualcuno evitava e faceva finta di non sentire, qualcuno diceva “questo papa mi piace molto”, qualcun altro voleva sapere di più e qualcuno addirittura accettò l’invito ad un incontro due sere dopo. Le suore affermano di aver vissuto una bellissima Giornata Mondiale dei Giovani!
A volte gli adulti pensano che per comunicare con i giovani sia necessario studiare il loro linguaggio, o conoscere chissà quale gergo. Il papa non ha perso un minuto per studiare il mondo giovanile, è entrato in sintonia con loro.

Un adulto si lamentava dei giovani perché non salutano. “Guarda” diceva mentre i giovani passavano davanti a lui. Nessuno effettivamente salutava. Ho provato a salutare e tutti hanno risposto al mio saluto, alcuni con un semplice ciao, altri si sono guardati intorno, stupiti che salutassi proprio loro e poi hanno risposto anche con un sorriso… “Visto?” ho detto. “Si, ma loro devono rispettare gli adulti” ha concluso… Prima condizione per educare i giovani alla fede è entrare in sintonia con loro, sintonizzarsi, ascoltarli, comprenderli.

Il “contenuto” della fede
Educare i giovani alla fede non significa “fare catechismo”. Il contenuto della fede non sono le nozioni da sapere. Anche qui pensiamo al papa: non ha fatto una catechesi, ma ha dato testimonianza. Il contenuto della fede è innanzi tutto la testimonianza della vita. “Quello che sei grida così forte che non sento quello che dici!” è una bella sintesi del contenuto della fede.
I giovani di un oratorio furono accompagnati a fare gli auguri di Natale in tre case di riposo. Divisi in tre gruppi un gruppo andò nella casa di riposo delle suore del Cottolengo, gli altri due nella casa di riposo del comune. Quello che ricevettero i ragazzi dalle suore anziane e ammalate fu una grande testimonianza fatta di sorrisi e di sguardi profondi, senza molte parole! Anche gli altri giovani fecero però una grande esperienza: donarono se stessi, il loro sorriso, la loro attenzione e incontrarono il Signore. Gli animatori seppero farlo notare e la soddisfazione fu grande. Il contenuto della fede è la testimonianza che doniamo e riceviamo.
Un vecchietto che da molto tempo si era allontanato dalla Chiesa, un giorno andò dal parroco. Sperava di essere aiutato finalmente a risolvere i suoi problemi di fede. Quando entrò nella canonica, c’era già una persona a parlare con lui. Il sacerdote intravide il vecchietto in piedi in corridoio, e subito, uscì a portargli una sedia.

Quando l’altro si congedò, il parroco fece entrare il vecchio signore. Conosciuto il problema, gli parlò a lungo e dopo un fitto dialogo, l’anziano, soddisfatto, disse che sarebbe tornato alla Chiesa. Il parroco, contento, ma anche un po’ meravigliato, gli chiese: «Senta, mi dica, di tutto il nostro incontro, qual è l’argomento che più l’ha convinta a tornare a Dio?». «Il fatto che sia uscito a portarmi una sedia», rispose il vecchietto.
Le parole non sono indispensabili, i gesti sì! Come spiega un altro racconto, anche se un po’ esagerato…
Un giovane si presentò a un sacerdote e gli disse: “Cerco Dio”.
Il reverendo gli propinò un sermone. Concluso il sermone, il giovane se ne andò triste in cerca del vescovo.
“Cerco Dio”. Monsignore gli lesse una sua lettera pastorale. Terminata la lettura, il giovane, sempre più triste, si recò dal papa. “Cerco Dio”. Sua santità cominciò a riassumergli la sua ultima enciclica, ma il giovane scoppiò in singhiozzi. “Perché piangi?”, gli chiese il papa del tutto sconcertato. Cerco Dio e mi offrono parole.
Quella notte il sacerdote, il vescovo e il papa fecero un medesimo sogno. Sognarono che morivano di sete e che qualcuno cercava di dar loro sollievo con un lungo discorso sull’acqua.
Non un lungo discorso sulla fede ma la testimonianza di quanto l’incontro con Cristo abbia cambiato e riempito di felicità la nostra vita, questo serve ai giovani!
Un giorno una pozzanghera disse al pozzo vicino a sé: “Che vita insignificante la mia! Nessuno si accorge di me se non che qualche uccellino ogni tanto, per bere un po’ d’acqua. Tu invece sei ben conosciuto e vengono a te da lontano, ti hanno dato persino un nome”.
Il pozzo le rispose: “Cara amica mia, è vero che vengono da lontano e che mi hanno dato un nome, ma non vengono per me, vengono tutti a prendere l’acqua che la terra mi dona e se ne vanno felici per l’acqua che possono prendere. Ma a me va bene così, perché in ogni caso li vedo andar via contenti. Ma anche tu non devi lamentarti, perché è vero che non hai un nome ma quando la tua acqua è calma, riflette lo stupendo azzurro del cielo sulla terra, mentre la mia acqua non ha che buio attorno a sé.
Pensaci amica mia, ciò che conta sia per me che per te è permettere all’acqua che ci viene donata di dissetare chi ne ha bisogno.
Tu cara amica, disseti chi non sa più guardare il cielo”.

Educare è questione di amore.
Comunicazione, contenuti della fede, ma senza amore “non passa” la fede!
Un signore organizzò un viaggio in Cina per conoscere parte dei suoi tanti misteri ed ammirare questo popolo così numeroso. Dopo pochi giorni che si trovava lì, s’innamorò follemente di una donna cinese. Poiché non conosceva la lingua, a malapena poteva comunicare con lei a gesti. Tutto il suo affetto passava attraverso le diverse espressioni, ma non attraverso la parola. Una volta tornato al suo paese, poiché non poteva capire le sue lettere, si mise a studiare la difficile lingua cinese. Così la sua relazione con la donna poteva continuare. Ci vollero mesi ed anni perché arrivasse a dominare la lingua. Fece un dottorato in lingua cinese, divenne un famoso sinologo, teneva conferenze sull’arte e la cultura cinese, viaggiava in tutto il mondo. Ma la lingua e la cultura cinese, i viaggi e la fama lo assorbirono così tanto che arrivò a dimenticare la donna della quale un tempo era stato innamorato. E soltanto in alcuni momenti del suo gran daffare ricordava con nostalgia quel primo amore per il quale aveva iniziato tutto e che aveva fatto cambiare direzione alla sua vita. Don Bosco, nella sua genialità educativa, affermava che “Non basta amare i giovani, bisogna che essi sentano che sono amati”. E’ interessante ascoltare il suo racconto:
Nella festa dell’Immacolata Concezione di Maria (8 dicembre 1841), nell’ora che mi era stata fissata, stavo indossando i paramenti per celebrare la santa Messa. II sacrestano, Giuseppe Comotti, vedendo un ragazzo in un angolo, lo invitò a servire la Messa.

- Non sono capace – rispose tutto mortificato.
- Dai, vieni a servire questa Messa – insistette
- Ma non sono capace, non l’ho mai servita.
- Allora sei un bestione! – si infuriò il sacrestano. – Se non sai servire Messa, perché vieni in sacrestia?

Sempre in furia, afferrò la canna che gli serviva per accendere le candele e la menò sulle spalle e sulla testa del povero ragazzo, che scappò a gambe levate. Allora gridai al sacrestano:

- Ma cosa fa? Perché picchia quel ragazzo? Che male le ha fatto?
- Viene in sacrestia e non sa nemmeno servir Messa!
- E per questo bisogna picchiarlo?
- A lei cosa importa?
- Importa molto, perché è un mio amico. Lo chiami subito. Ho bisogno di parlare con lui.

Il sacrestano gli corse dietro gridando: «Ehi, ragazzo! ». Lo raggiunse, lo tranquillizzò e lo riportò accanto a me. Mortificato e tremante stava lì a guardarmi. Gli domandai con amorevolezza:

- Hai già ascoltato la Messa?
- No.
- Vieni ad ascoltarla. Dopo ho da parlarti di un affare che ti farà piacere.

Me lo promise. Desideravo far dimenticare a quel poveretto le botte ricevute e cancellare la pessima impressione che doveva avere sui preti di quella chiesa. Celebrai la santa Messa, recitai le preghiere di ringraziamento, poi lo condussi in una cappellina. Con la faccia allegra gli assicurai che più nessuno l’avrebbe picchiato, e gli parlai:

- Mio caro amico, come ti chiami?
- Bartolomeo Garelli.
- Di che paese sei?
- Di Asti.
- È vivo tuo papà?
- No, è morto.
- E tua mamma?
- Anche lei è morta.
- Quanti anni hai?
- Sedici.
- Sai leggere e scrivere?
- Non so niente.
- Hai fatto la prima Comunione?
- Non ancora.
- E ti sei già confessato?
- Sì, ma quando ero piccolo.
- E vai al catechismo?
- Non oso.
- Perché?
- Perché i ragazzi più piccoli sanno rispondere alle domande, e io che sono tanto grande non so niente. Ho vergogna.
- Se ti facessi un catechismo a parte, verresti ad ascoltarlo?
- Molto volentieri.
- Anche in questo posto?
- Purché non mi prendano a bastonate.
- Stai tranquillo, nessuno ti maltratterà. Anzi, ora sei mio amico, e ti rispetteranno. Quando vuoi che cominciamo il nostro catechismo?
- Quando lei vuole.
- Stasera?
- Va bene.
- Anche subito?
 - Con piacere.

Mi alzai e feci il segno della santa Croce per cominciare. Mi accorsi però che Bartolomeo non lo faceva, non ricordava come doveva farlo. In quella prima lezione di catechismo gli insegnai a fare il segno di Croce, gli parlai di Dio Creatore e del perché Dio ci ha creati.
Non aveva una buona memoria, tuttavia, con l’attenzione e la costanza, in poche lezioni riuscì a imparare le cose necessarie per fare una buona confessione e, poco dopo, la sua santa Comunione.

A Bartolomeo si aggiunsero altri giovani. Durante quell’inverno radunai anche alcuni adulti che avevano bisogno di lezioni di catechismo adatte per loro. Pensai soprattutto a quelli che uscivano dal carcere. Toccai con mano che i giovani che riacquistano la libertà, se trovano un amico che si prenda cura di loro, sta loro accanto nei giorni festivi, trova per loro un lavoro presso un padrone onesto, li va a trovare qualche volta lungo la settimana, dimenticano il passato e cominciano a vivere bene. Diventano onesti cittadini- e buoni cristiani. Questo è l’inizio del nostro Oratorio, che fu benedetto dal Signore e crebbe come non avrei mai immaginato. Don Bosco ha ragione: i giovani si accorgono quando si vuole loro bene. Se i giovani si sentono amati è anche più facile educarli alla fede. L’amore di Dio passerà infatti attraverso l’amore degli adulti che amano i giovani. C’era una bambina che aspettava i genitori che erano in ritardo nel venirla a prendere. La suora le chiese: vuoi venire a pregare con me? E la portò in chiesa a dire il rosario con la comunità. Ogni tanto la bambina guardava la suora che le faceva un bel sorriso, ogni tanto la suora le chiedeva: “Sei stanca? Vuoi uscire?” la bambina diceva “No” e quando arrivarono i genitori li costrinse ad aspettare che terminasse la preghiera. Il segreto? La bambina si sentiva amata da quella suora.

 sr Manuela Robatta fma