settembre 2013Monthly Archives

La fede “pratica” di Sant’Agostino Roscelli

Lasciare per fede, a diciassette anni, il proprio paese, Bargone, per incamminarsi verso Genova e prepararsi all’ordinazione sacerdotale è stata la diretta conseguenza di quella fede che ha visto sua madre, Maria Gianelli, chiedere ed ottenere per lui, Agostino Roscelli, il battesimo il giorno stesso della sua nascita 27.07.1818 “perché temeva della sua vita”.
Non dimenticherà facilmente quel gesto don Agostino Roscelli ma lo ripeterà migliaia di volte, con infinito amore, su creaturine rifiutate, a cui ha donato, per amore, la dignità cristiana.
Sacerdote, attratto dalla luce eucaristica e dal Crocifisso, è vissuto nascosto all’ombra della fede. Una fede “pratica” che si è trasformata in impegno al Confessionale, tra i carcerati, tra i ragazzi abbandonati, tra le giovani, nel brefotrofio, nei Monasteri, nelle Associazioni Sacerdotali e Missionarie ma soprattutto in valori evangelici nella continua lotta contro il peccato, il male e contro le situazioni che ne costituivano l’humus.

Non è fede ma pia illusione quella che non si confronta con le vicissitudini della vita e non spinge all’azione possibile ed opportuna.

Prete senza ambizioni, è stato “spinto” dalla fede a fondare, il 15.10.1876, l’Istituto delle Suore dell’Immacolata affinché proseguisse in questo suo impegno/carisma ispirandosi a Maria, la tutta pura.
Dopo aver condiviso col Crocifisso difficoltà di ogni sorta, reso cieco dalla malattia, semplicemente, come aveva vissuto, raccomandando alle sue Suore l’osservanza scrupolosa della Regola ed un umilissima sepoltura, il 7.05.1902, è andato incontro al Signore che aveva servito ed amato in modo eroico.

Giovanni Paolo II, dopo il “miracolo dello spillo” radiograficamente documentato, e quello di un medico immediatamente ripresosi da un coma irreversibile, ha proclamato il 7.05.1995 beato ed l’11.06.2001 santo AGOSTINO ROSCELLI. La festa liturgica cade il 7 maggio.

A proposito di fede “pratica” … ecco alcuni suoi consigli
“Amate Dio? Allora amate anche il prossimo! Non amate il prossimo? Allora non è vero che amate Dio!”.
“Un cuore, che ama, ha sempre presente al pensiero l’oggetto amato; chi ama Dio, zela con ogni impegno il suo onore e la sua gloria, e volentieri soffre e patisce per Lui contrarietà e travagli, come fece Maria che viveva di continuo assorta nella dolce contemplazione dell’amato suo Bene e ardeva d’immenso desiderio per la gloria divina, soffrendo molto volentieri per Dio fatiche ed incomodi”.
“La conoscenza che deve avere di Gesù Cristo chiunque desidera salvarsi deve essere di due specie: speculativa e pratica.

SPECULATIVA, in quanto ogni cristiano deve vedere e tenere per fermo, quanto ci insegna la fede su Gesù Cristo.
PRATICA. La cognizione speculativa che tutti dobbiamo avere del nostro Divin Salvatore, non basta da sola a farci conseguire la vita eterna.

Chi vuol salvarsi, oltre a credere fermissimamente quanto la fede insegna riguardo a Gesù Cristo, deve avere di Lui anche una cognizione pratica, che diriga la sua vita.
Per divenire imitatori di Gesù Cristo dobbiamo spogliarci dell’uomo vecchio e terreno, per rivestirci dell’uomo nuovo tutto celeste; deporre cioè gli abiti viziosi: l’ira, lo sdegno, la simulazione, l’impazienza, ed indossare invece gli abiti virtuosi: la misericordia, la benignità, la modestia, l’umiltà, la pazienza e soprattutto la carità, che è il vincolo di ogni perfezione.
Senza saper bene ciò che Egli ha fatto, senza aver sempre dinanzi agli occhi questo divino Esemplare, come potremmo ricopiare in noi stessi la sua immagine e divenire suoi veri discepoli in questa vita, per poi partecipare alla sua gloria nell’altra? Ecco, dunque, l’importanza e la necessità che tutti abbiamo di conoscere praticamente Gesù Cristo, nostro amorosissimo Salvatore.

Dobbiamo studiare attentamente la Sua santissima vita e meditare a lungo le grandi virtù che in tutte le occasioni e in tutte le azioni esercitò, per poter regolare la nostra condotta sull’esempio che Egli ci diede.
Con questo studio impareremo ad essere umili, perché Gesù fu umile; impareremo ad essere mansueti, perché Egli fu mansueto.
Se noi attendessimo con sollecitudine a questo studio e procurassimo davvero di imprimerci bene in mente la vita e le azioni di Colui che è nostro capo e nostro esemplare, quanto sarebbe più conforme a quella di Gesù Cristo la nostra condotta!
L’amore di Gesù Cristo ci insegnerebbe ad amarci scambievolmente; a soffrire con rassegnazione le avversità; ad abbracciare volentieri la penitenza.
Questo era il grande libro che i Santi studiavano assiduamente: la vita di Gesù Cristo.
Da questo libro appresero l’obbedienza e, sull’esempio di Gesù Cristo che fu obbediente fino alla morte, con quanta sottomissione e prontezza accoglievano tutte le disposizioni divine!

Da questo libro appresero la mansuetudine e, ad esempio di Gesù Cristo che, sebbene coperto di obbrobri dai suoi persecutori non apriva bocca, soffrivano anch’essi con pace qualunque oltraggio, e mai pensavano a vendicarsene.
Da questo libro appresero ad amare la povertà e, sull’esempio di Gesù, che, sebbene padrone di ogni cosa si fece povero per noi, con eroica generosità disprezzavano ricchezze e comodità.
Se i Santi intrapresero grandi fatiche per promuovere la salute delle anime e dilatare la gloria del nome santo di Dio, l’esempio di Gesù rendeva instancabile il loro zelo. Se intrepidi andavano incontro alla morte e soffrivano sereni i più crudeli martiri, l’esempio di Gesù e la considerazione delle sue pene, li rendeva così pazienti e così coraggiosi.
Insomma, come non perdevano mai di vista questo divino Esemplare, così, divenuti simili a Lui, vivevano dello spirito di Lui e con lo spirito di Lui operavano.

Ricordiamo che per ottenere la vita eterna che Gesù Cristo ci ha meritato con la sua passione e morte, non basta credere e confidare in Lui, bisogna anche seguire i Suoi esempi e praticare le sue virtù. Senza quest’imitazione, la speranza degenera in presunzione e la fede, anziché salvare, rende più colpevoli.
Dunque non perdiamo mai di vista questo divin Esemplare e teniamo a Lui rivolti gli occhi e gli affetti.
Noi felici, se impareremo da questo Divino Maestro tali lezioni e le metteremo in pratica; potremo sperare che, avendolo seguito in questa vita, lo andremo a godere un giorno in Cielo e saremo con Lui beati in eterno. Amen

Madre  Rosangela Sala
Superiora Generale Istituto delle Suore dell’Immacolata di Genova
Presidente USMI Regionale Liguria

 

Don Zefirino Agostini, uomo di fede

“Ogni vita umana e le sue sorti stanno nelle mani di Dio”[1]

La vita e l’opera di Don Zefirino Agostini, dà compimento a queste sue stesse parole: “Dio può tutto. Preghiera, preghiera”[2]: un continuo e fiducioso abbandono nelle mani del Signore, che lo ha guidato, misteriosamente ad essere sacerdote, parroco e fondatore, facendogli intuire, nella preghiera, la trama sottile della Provvidenza.

I primi anni della sua vita sono segnati dall’esperienza della prova. Nasce a Verona il 24 settembre 1813, secondogenito, da Angela e Antonio, stimato medico, in un periodo segnato dalle gravi conseguenze delle battaglie tra francesi e austriaci sul suolo italiano e l’anno successivo perde il padre, morto assistendo i feriti. La cura paterna di Dio si rivela a lui nell’amorosa sollecitudine della madre, che trovandosi sola, si stringe sempre più fortemente a Cristo per trasmettere il suo amore ai figli e generarli alla fede. Li avvia ai Sacramenti e si fa aiutare dai nonni paterni a Terrosa, dove don Zefirino apprende i primi rudimenti scolastici.

Dalla madre Zefirino impara silenziosamente il mistero dell’unione unione intima con Dio, come tralcio alla vite e gradualmente riconosce nella cura ricevuta, l’amore Provvidente del Padre.

Spinto a rispondere a questo amore, entra in seminario, dedicandosi allo studio con impegno sincero e  intenso, continuando a vivere con la madre, rimasta sola. La sua fede matura così integrando studio, servizio in casa e vita apostolica in parrocchia a San Nazaro, dove cura la DottrinaCristianae l’Oratorio. Vive lo studio in modo orante, lasciandosi guidare da insegnanti sapienti; si nutre della Parola di Dio, degli scritti dei Padri, dei Sacramenti, in particolare dall’Eucarestia, che considera sorgente di ogni dono. Prega molto per discernere il progetto di Dio, e lasciarsi trasformare dalla sua grazia, crescendo di giorno in giorno nell’amore per la vocazione a cui Dio lo chiama, finché l’11 marzo 1937 è ordinato sacerdote. La parrocchia che gli è affidata è San Nazaro, dove don Zefirino si affida definitivamente a Cristo e ai fratelli, consumandosi totalmente nell’amore, come scriverà lui stesso: “l’anima, totalmente dimentica di se stessa e spogliata di ogni amor proprio, ama il suo Dio con tutte le forze, con un amore purissimo e, felicemente, perde se stessa in Dio”[3].

Egli si rivela uomo di fede, sacerdote zelante, instancabile, ed i parrocchiani intuiscono che il segreto di una tale vitalità è l’unione intima con Dio che per lui è preghiera incessante, anche mentre cammina, per mantenersi attento e docile alla voce di Dio e all’azione del suo Spirito, che dispone sapientemente incontri ed eventi. Proprio nella preghiera, nell’ascolto della Parola di Dio e delle persone che incontra, don Zefirino vive il suo ministero sacerdotale, lasciandosi condurre dal “filo della Provvidenza”, che lo chiama ad un nuovo decisivo passo.

Nella sua intensa vita spirituale e pastorale, fatta di predicazione intensa e sollecita, assidue confessioni, impegno in Curia, nella catechesi e nell’oratorio giovanile, prende coscienza delle povertà e desideri della vasta e popolosa parrocchia di san Nazaro, che chiedono una risposta urgente, tanto da impostare il suo primo apostolato sull’azione formativa.

Dall’ascolto della realtà, dopo la preghiera intensa e il consiglio di persone prudenti, presenta la sua domanda al concorso di parroco, riconoscendovi una chiamata di Dio. Da ora, per più di 50 anni, fino al 1896, anno della sua morte, mai lascerà i suoi parrocchiani.

Si accorge in particolare dello stato di povertà morale, culturale e materiale in cui versano le bambine e le fanciulle del popolo e si mette all’opera, e pur nel fallimento dei primi tentativi si consegna: “il Signore non vorrà permettere che siano inutili le molte faticose preoccupazioni sostenute fino ad ora. Quando Egli vorrà, mi metterà in mano un filo”[4].

Mentre attende e prega, nel desiderio di far rifiorire l’Oratorio Parrocchiale delle Giovani, riporta alla memoria un incontro avuto molti anni prima a Salò con  gruppo di Orsoline, fondate da Angela Merici, santa bresciana vissuta nel XVI secolo, verso la quale si sente attratto, per stima, venerazione e affetto. Un incontro che ha custodito nel cuore, come un piccolo seme, affidandolo alla benevolenza di Dio e che ora rivela un disegno sapiente.

Si presentano infatti tre giovani dell’Oratorio, disponibili a fare qualcosa per le bambine povere della parrocchia, sull’esempio di S. Angela Merici nella cura delle fanciulle, aprendo per loro una scuola di carità. Egli indica loro l’ascolto della voce di Dio, la sola che può infondere sicurezza in ogni scelta di vita e invita alla preghiera come chiave dell’attesa e della paziente prudenza come sottile ma robusta trama su cui ricamala Provvidenza.

La ferma risoluzione delle giovani, che ritornano più volte,  fornisce a don Agostini la nota iniziale di un incipit il cui soggetto appare sempre più la Provvidenza: “che sia questo il filo che mi mette in mano il Signore?”[5], si chiede, fino ad abbandonarsi con fiducia a questa ispirazione.

Un umile ambiente, spoglio e pochi locali presi in affitto in via Muro Padri diventano il luogo in cui, come piccolo seme, prende avvio il disegno di Dio; qui il I novembre 1856 le giovani si riuniscono nella “Pia Unione delle Sorelle Devote di S. Angela” e danno inizio alla prima scuola di carità per le bambine povere della parrocchia. Non mancano difficoltà, “tribolazioni e spine”, soprattutto economiche, che don Zefirino, affronta con impegno e fede in Dio, tanto da scrivere che per provvidentissima disposizione di Dio “erano necessarie, a chi scrive, le grandi angustie e tribolazioni sofferte, per arrivare ad ottenere, alla fine, un gran bene che, in modo diverso, non si poteva umanamente sperare”[6].

[i]Quando nel 1860 alcune sorelle esprimono il desiderio di fare vita comune, don Zefirino intuisce che in quell’ispirazione alla quale ha obbedito, si rivela  il filo rosso della volontà del Signore. Scriverà che non per nulla Dio lo ha tratto quasi per forza, con la sola fede nella sua Provvidenza, a dare inizio a quest’opera, aiutandolo a sostenerla, nonostante le più dure prove. Accorgendosi di essere stato un umile strumento nelle mani di Dio, così si rivolge alle giovani orsoline:

“Dopo tutto questo, non cesseranno tutte le Sorelle di pregare fervorosamente ed assiduamente il Signore per mezzo dell’intercessione della Santissima Vergine, di S. Angela Merici e di tuttala Corte Celesteaffinché si degni di benedire e dare incremento al nascente Pio Istituto con i mezzi che l’amabilissima sua Provvidenza sa ottimamente somministrare, tanto nell’ordine spirituale che nel temporale.

Siano esse sempre ripiene di grandissima fiducia negli aiuti di quel Dio che per le sue opere si vale di strumenti deboli e poveri, perché meglio risplenda la gloria della sua potenza.

Cerchino, nella profonda e costante umiltà del loro spirito, unicamente questa gloria di Dio nel fare il bene a cui si consacrano, e non temano affatto che saranno esse, nelle mani dell’Onnipotente e Misericordioso Signore, quel grano di senape il quale, benché molto piccolo e spregevole, fecondato dalle grazie celesti nel campo di Dio, può crescere e moltiplicarsi in grande misura”[7].

Bibliografia di riferimento          

- Don Zefirino Agostini, Gli Scritti alle Orsoline FMI, 2° edizione, Grafical srl, Marano di Valpolicella,  Verona 2013

-    Angelo Orlandi, Don Zefirino Agostini. Nel suo tempo in nome del Vangelo. Profilo storico biografico, 2° edizione, Grafical srl, Marano di Valpolicella, Verona 2013               

Note

[1]  Zefirino Agostini, Miscellanea di prediche, catechesi, omelie rivolte al popolo, a cura di Sr M. Clemente Micheloni.

2 Zefirino Agostini, Gli Scritti alle Orsoline FMI, “La pace sia con voi, arrivederci”, p. 515.

3 Zefirino Agostini, Gli Scritti, Obbligo e mezzi di amar Gesù Cristo, Meditazione V – Scritto 369, p. 271.

4 Zefirino Agostini, Gli Scritti alle Orsoline FMI, Memorie sulla Fondazione dell’Istituto Orsoline, 18 febbraio 1887, Doc. 114, AOV,  p. 424.

5 Ibidem, p. 425.

6 Ibidem, p. 428.

7 Zefirino Agostini, Gli Scritti, Regolamento per la Pia Unione delle Sorelle Devote di S. Angela Merici, pp. 20- 21.

 

Sr M. Paola Angeli, orsolina FMI

 



[1]  Zefirino Agostini, Miscellanea di prediche, catechesi, omelie rivolte al popolo, a cura di Sr M. Clemente Micheloni.

[2] Zefirino Agostini, Gli Scritti alle Orsoline FMI, “La pace sia con voi, arrivederci”, p. 515.

[3] Zefirino Agostini, Gli Scritti, Obbligo e mezzi di amar Gesù Cristo, Meditazione V – Scritto 369, p. 271.

[4] Zefirino Agostini, Gli Scritti alle Orsoline FMI, Memorie sulla Fondazione dell’Istituto Orsoline, 18 febbraio 1887, Doc. 114, AOV,  p. 424.

[5] Ibidem, p. 425.

[6] Ibidem, p. 428.

[7] Zefirino Agostini, Gli Scritti, Regolamento per la Pia Unione delle Sorelle Devote di S. Angela Merici, pp. 20- 21.



[i]

La sua fede era così grande…

Santa Maria De Mattias nacque il 4 febbraio 1805 a Vallecorsa, provincia di Frosinone. Ricchezza e cultura non mancavano nella sua famiglia – anche se alle donne era proibito studiare – come pure una profonda fede cristiana. Attraverso il dialogo con il papà ella apprese e interiorizzò non solo le verità della fede, ma soprattutto episodi e figure della Sacra Scrittura che egli le leggeva sin dalla tenera età, e sviluppò un grande amore a Gesù, Agnello immolato per la salvezza dell’umanità. Tutto questo avveniva mentre il paese e i dintorni vivevano il periodo tragico del brigantaggio: 1810 – 1825. Nell’anima di Maria, infatti, maturava un confronto tra il sangue umano versato nell’odio e nella vendetta, e quello di Cristo versato per amore, Sangue che salva. Fu attraverso il dialogo con il papà a cui rivelò il suo buio interiore e il suo affidarsi alla Madonna perché le desse lume, che Dio le fece sperimentare in modo mistico la bellezza del suo amore che si è manifestato nella sua pienezza in Cristo Crocifisso, in Cristo che dona tutto il suo Sangue.

Fu proprio questa esperienza la sorgente, la forza, la motivazione che la portò sulle strade d’Italia per far conoscere a tutti l’Amore tenero del Padre Celeste, come ella diceva; o l’Amore Crocifisso Gesù. Era convinta, infatti, che la riforma della società nasce dal cuore della persona e che, questa, si trasforma quando giunge a comprendere quanto preziosa sia agli occhi di Dio, di quanto amore è stata fatta oggetto: Gesù ha dato tutto il suo Sangue per riscattarla.

Era stata la sua esperienza, per questo cercava di condurre tutti, piccoli e grandi, a scoprire quello che a lei era stato svelato e che l’aveva trasformata.

Sotto la guida di un compagno di San Gaspare, Venerabile Don Giovanni Merlini, ella fondò la Congregazione delle Suore Adoratrici del Sangue di Cristo in Acuto (Frosinone) il 4 marzo 1834, all’età di 29 anni. Era stata chiamata per fare scuola alle fanciulle – aveva imparato da sola a leggere e a scrivere – dall’Amministratore di Anagni, Mons. Giuseppe Maria Lais.

Maria, però, che si portava dentro il sogno della riforma della società e del mondo, non si limitò alla scuola, ma radunò mamme e giovani per catechizzarle, per innamorarle di Gesù ed educarle a vivere cristianamente, secondo il proprio stato. Gli uomini a cui non poteva parlare, secondo il costume del tempo, andavano spontaneamente ad ascoltarla ed anche di nascosto; i pastori, abbandonati a sé stessi chiesero di essere istruiti da lei e per di più dopo il calar del sole; la gente accorreva alle funzioni sacre per ascoltare la maestra.

Maria così, da ragazza timida e introversa, era diventata una predicatrice che affascinava le fanciulle, gli adulti, i semplici e le persone colte, i laici e i sacerdoti perché, quando parlava di Gesù e dei misteri della fede era come se avesse visto di persona quelle realtà. Il suo desiderio struggente era infatti che neppure una goccia del Sangue Divino andasse perduta; che raggiungesse tutti i peccatori per purificarli e perché, lavati in quel fiume di misericordia, ritrovassero la via giusta per la pace e la comunione tra gli uomini.

Quella di Maria De Mattias fu una esistenza vissuta nel solo desiderio di dar gusto a Gesù che le aveva rubato il cuore sin dalla giovinezza e nell’impegno gioioso di salvare il “caro prossimo” dall’ignoranza del mistero d’amore di Dio per l’umanità. Tutto questo non le fece risparmiare fatica; non si abbatté nelle contrarietà; operò sempre in profonda comunione con la Chiesa locale, quella universale e per amore di essa. L’epoca in cui visse Maria de Mattias fu caratterizzata da forti contrasti politici e sociali. Con acutezza femminile e una profonda esperienza di fede, Maria intuì che dentro quella umanità, lacerata da odio e violenze, scorreva già il Sangue di Cristo e attraversava la storia inquinata del suo tempo. Lei stessa, usando l’immagine del fiume, scrisse nella prima stesura della regola: “Il Sangue di Cristo, come una fonte, anzi come un fiume accessibile a tutti”… – si dilata in tanti rivoli e raggiunge – “…tutti i figli di Adamo, li accompagna e li segue in ogni passo della loro vita terrena, fino alla pienezza della vita eterna” (Regole e Costituzioni del 1857). Il Sangue di Gesù, infatti, può a ragione, essere paragonato ad un fiume di misericordia che sana le ferite del mondo, provocate dalle potenze del male. Mescolandosi a quello umano, versato dalla sopraffazione dell’uomo sull’uomo, questo Sangue divino, entra silenziosamente e continuamente nelle vene della storia: dall’interno la purifica dalla melma del peccato e la risana. Questo capì Maria de Mattias mentre calava nelle profondità del mistero del Sangue di Cristo e ne coglieva la portata salvifica. Con lo slancio generoso che la caratterizzava, lei stessa entrò dentro quel fiume di misericordia e in esso si immerse senza riserve. Fece esperienza di come il fiume del Sangue di Cristo, raccogliendo tutta la miseria umana, aveva l’immenso potere di ricostruire le coscienze degli uomini. Navigandovi dentro, Maria scoprì anche che la salvezza e la redenzione sono di preferenza trasportate, laddove ce n’è più bisogno,  dalla potenza della solidarietà umana; quella  che nasce nel cuore di chi ha stabilito una alleanza di amore con il Figlio di Dio, morto e risorto. Per questo esorta  le sue suore, a “…dimorare sotto l’ombra della croce, tra i rivi scorrevoli del Sangue divino” (lett 180), ad aprire il cuore all’amore per i fratelli e a donarsi con generosità fino a spargere, se necessario, anche il proprio sangue, per imitare quel Gesù che ha dato tutto se stesso per noi. La forza dirompente del Sangue Redentore diventa in Maria l’energia vitale che la portò a fare della sua stessa vita un dono irrevocabile, messo al sevizio delle costruzione del Regno di Dio. Nel suo itinerario terreno, fu costantemente animata da un ardente desiderio di vedere tutta l’umanità, rinnovata nel Sangue di Cristo, sperimentare la libertà e la pienezza della vita.

Nel proclamarla santa, il 18 maggio 2003. Giovanni Paolo II sancisce la grandezza della sua statura e la propone come modello alla Chiesa intera.

Suor Nadia Coppa ASC

 

Suor Tecla Merlo, donna di fede

Non ci stupiremo mai abbastanza di fronte alle meraviglie che Dio compie negli uomini. Come non stupirsi e non ringraziare il buon Dio quando pensiamo alla figura, umile e maestosa, di suor Tecla Merlo? La rivedo, nel suo portamento regale, col suo sguardo profondo e penetrante, con il cuore aperto ai bisogni dell’umanità, pronta ad assecondare i progetti di Dio su di lei.

Suor Tecla apparteneva a una di quelle famiglie che a ragione può dirsi “chiesa domestica”, nella quale si viveva un cristianesimo senza compromessi, in cui si respirava un’atmosfera di pace, di preghiera, di fede, di impegno sociale e religioso. Secondogenita di quattro figli, nacque a Castagnito d’Alba (Cuneo) il 20 febbraio 1894. Al battesimo le venne dato il nome di Teresa. Mostrò presto le sue doti naturali, una acuta intelligenza, un carattere buono e generoso. Don Alberione, volendo fondare una Congregazione femminile con la stessa spiritualità e missione dei Paolini, desiderò incontrarla per proporle di seguirlo in questa avventura. Le parlò del nuovo apostolato per la nascente istituzione, di nuovi pulpiti, di donne associate allo zelo sacerdotale. Era un salto nel buio, ma alla luce della fede ella intravide quello che il Signore stava suscitando nella Chiesa, e vi aderì. Quando le prime Figlie di San Paolo emisero i voti religiosi, Teresa – che prese il nome di Maestra Tecla – venne eletta Superiora generale dell’Istituto. Ella fu non solo la prima Generale, ma anche la prima vera madre della Congregazione che ha guidato con sapienza, accogliendo pienamente il carisma paolino che nel tempo assumeva la sua fisionomia in modo sempre più preciso. Ella accolse e trasmise con fede ed entusiasmo i vari strumenti comunicativi – stampa, cinema, radio,  televisione e il complesso mondo mediale. Fu la vera mediatrice del carisma paolino, e per il Fondatore un aiuto costante per formare le Figlie di San Paolo, per avviarle all’apostolato specifico, per costituire le nuove Congregazioni che avrebbero fatto parte della Famiglia Paolina. (cfr Alberione, Abundantes divitiae, 244).

 

Donna di fede

Maestra Tecla, madre sapiente delle Figlie di San Paolo, può essere annoverata tra le donne forti di cui parlala Scrittura. Nonsempre quanto le veniva chiesto o proposto era chiaro, ma ella sapeva fidarsi del Fondatore, vedendo in lui uno strumento della volontà di Dio, un innovatore dell’opera evangelizzatrice. Sperimentò presto l’avverarsi di quello che poteva sembrare un sogno: a Susa le giovani ci cimentarono nel bollettino diocesano, “il mezzo moderno ed efficace per portare alle famigliela Paroladi Dio, un mezzo potente di evangelizzazione” (Alberione), nella stampa dei primi libretti e opuscoli. Da Susa ad Alba, a Roma, nelle varie città e nazioni, le Figlie di San Paolo hanno accolto i nuovi e più potenti mezzi di comunicazione, guidate dal Fondatore e dalla sapiente guida di Maestra Tecla, donna dalla fede solida, fede alimentata dalla Parola di Dio e dall’Eucaristia, dalla preghiera e dalla fedeltà alla vocazione. Una fede operosa, che si alimentava della preghiera assidua e si esprimeva in opere concrete. La fede dominava ogni suo pensiero e ogni sua parola, rendeva acuto il suo sentire apostolico. La fede la faceva vibrare per i nuovi orizzonti e la rendeva partecipe della sete di giustizia e di pace di tanti popoli. Dalla fede sgorgava una speranza illimitata nei disegni di Dio che opera attraverso i suoi apostoli, e conseguentemente l’abbandono nelle mani e nei progetti di Dio. Dalla fede scaturiva la sua carità: “Era caritatevole con tutti”: le consorelle, i sacerdoti, le famiglie in difficoltà, le popolazioni che soffrivano per guerre, ingiustizia e povertà. Bisognava farsene carico e annunciare loro il messaggio cristiano, che è un messaggio di liberazione da ogni schiavitù. Suor Ignazia Balla, un’altra colonna della Congregazione, affermò di averla vista “crescere nella fede, anzi in quello spirito di fede del quale la sua vita fu pervasa”.

Come l’adesione alla proposta del Fondatore fu un sì di adesione totale a un progetto che aveva accolto nella fede, così Maestra Tecla trasformò la sua vita in un atto di fede, di amore e di abbandono in Dio. E non si stancò di ripetere la necessità di avere una fede solida, quella fede che sa spostare le montagne: “Prendiamo  tutto dalle mani del Signore e abbiamo fede”; “Bisogna aver fede, una fede viva, quella fede che ci fa confidare nel Signore”; “Abbiamo la promessa che il Signore è con noi: ‘Non temete, io sono con voi’, perciò vivere di fede”; “Se ci mettiamo fede e confidiamo nella grazia di Dio, possiamo tutto”.

sr Anna Pappalardo, fsp