Crisi della fede e crisi della struttura ecclesiale

Le improvvise e sconvolgenti dimissioni di Benedetto XVI e l’altrettanto stupefacente elezione di papa Francesco segnano nella storia della Chiesa un momento di assoluta discontinuità, una vera e propria cesura di fine/inizio, uno spartiacque di cui comprenderemo sempre meglio la profondità vivendone gli effetti.

Questa ventata di aria fresca e di novità che sta accompagnando i primi gesti e le prime parole del primo papa sudamericano, e del primo papa che osi chiamarsi Francesco, spero che vengano seguiti da uno slancio di rinnovamento sostanziale, e da una stagione di verifiche e di purificazioni di cui la  Chiesa ha urgentissimo bisogno. Non facciamo finta cioè che queste prime e benvenute novità siano sufficienti a rianimare la fede cristiana in Occidente e più in generale sul pianeta terra. Non limitiamoci a quella retorica trionfalistica, nella quale spesso il cattolicesimo sembra rifugiarsi, per non affrontare di petto le questioni concrete che urgono.

E alcune di queste problematiche sono state ben elencate nel recente Instrumentum Laboris del Sinodo dei Vescovi su “La Nuova Evangelizzazione”: “Varie risposte ai Lineamenta hanno cercato di individuare le ragioni del distacco di numerosi fedeli dalla prassi cristiana, una vera ‘apostasia silenziosa’, nel fatto che la Chiesa non avrebbe risposto in modo adeguato e convincente alle sfide degli scenari descritti. E’ stato poi constatato l’indebolimento della fede dei credenti, la mancanza della partecipazione personale ed esperienziale nella trasmissione della fede, l’insufficiente accompagnamento spirituale dei fedeli lungo il loro iter formativo, intellettuale e professionale. Si è lamentata l’eccessiva burocratizzazione delle strutture ecclesiastiche, che sono percepite lontane dall’uomo comune e dalle sue preoccupazioni esistenziali. Tutto ciò ha causato un ridotto dinamismo delle comunità ecclesiali, la perdita dell’entusiasmo delle origini, la diminuzione dello slancio missionario. Non mancano coloro che hanno lamentato celebrazioni liturgiche formali e riti ripetuti quasi per abitudine, privi della profonda esperienza spirituale, che invece di attirare allontanano le persone” (n. 68).

In sostanza perciò manca una cultura cristiana efficace, una lettura cristiana del presente storico, e mancano itinerari formativi adeguati alla sensibilità e alla psicologia dell’uomo contemporaneo. Queste gravissime carenze producono poi comunità burocratizzate, sclerotiche, paralizzanti, infantilizzanti, ritualistiche, e sempre più esigue e irrilevanti.

Da dove possiamo ripartire?

Indubbiamente l’unico autentico nuovo inizio per ogni cristiano non può che essere spirituale: rilanciare l’esperienza del mistero centrale della nostra fede: la rigenerazione/liberazione/realizzazione piena della nostra umanità nello Spirito di Cristo. In modo tale però che questo mistero non resti una bella rappresentazione mentale o una pia speranza, ma il fulcro, la dìnamo, il cuore di ogni momento della nostra esistenza. E questo richiede una revisione complessiva della pastorale, della catechesi, e della stessa ecclesiologia: una conversione radicale che parta dalla Croce come segno di un morire fino in fondo a tutto ciò che non è più presentabile, né vero. Una conversione che papa Francesco ha indicato nella primissima omelia pronunciata durante la Messa nella Cappella Sistina davanti ai cardinali elettori: “quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore; siamo vescovi, preti, cardinali, Papi, ma non discepoli del Signore”.

E cioè senza questa profondissima conversione oggi possiamo rischiare di essere preti, vescovi e perfino Papi, senza però essere più cristiani….

Leggendo l’elenco delle problematiche proposto dall’Instrumentum, non possiamo non rilevare che oggi quasi tutte le funzioni di insegnamento e di governo sono gestite nella Chiesa dal clero. E allora non possiamo che trarne la conseguenza che la crisi della Chiesa sia innanzitutto una crisi del clero, e del clericocentrismo che ancora domina le nostre comunità. Come possiamo insomma corresponsabilizzare veramente il popolo di Dio in tutti i suoi carismi? Come possiamo spostarci da una struttura sostanzialmente feudale e medioevale di Chiesa, che continua a limitare enormemente la crescita delle persone? E come possiamo d’altronde formare concretamente donne e uomini in grado di assumersi responsabilità importanti nelle nostre comunità? Quali nuovi ministeri dovremmo riconoscere pubblicamente nelle chiese, a fianco del ministero ordinato, e come potremo organizzarne (anche economicamente) l’espressione, affinché l’azione laicale nelle chiese non si limiti ad una sorta di perenne dopolavoro per dilettanti?

La crisi della Chiesa è perciò innanzitutto una crisi della fede, poi una crisi della cultura cristiana e della formazione dei cristiani, e infine una crisi della struttura giuridica clericocentrica che tuttora governa  il Corpo di Cristo.

Speriamo allora che papa Francesco, foriero di novità e di libertà, di semplicità e di povertà evangeliche, voglia e sappia mettere mano a tutti questi immani problemi, affinché la Chiesa possa trovare una giovinezza inedita, e uno slancio di fresca primavera, di autentico ricominciamento.

                                                                          Marco Guzzi

Lascia un Commento