Bruciare di vita e di ideali grandi

Ultimamente mi ritrovo a pensare che in fondo un po’ invidio i miei  genitori, arrivati senza grandi difficoltà ai 25 anni di matrimonio, in pensione e con una piccola casa di proprietà. Cose che io forse non avrò mai. Sono tempi di transizione, bisogna avere pazienza. Ma per me, che sono giovane e impaziente, le sensazioni non sono sempre positive.

In questa epoca, mi sembra che gli adulti non vogliano fare gli adulti, e i ragazzi che dovrebbero crescere preferiscono permanere in una lunga adolescenza che arriva ai 35 anni e oltre. Ripenso alla generazione di mio padre, quella in cui i ragazzi si animavano per le vicende dell’attualità, scendevano in piazza, si dividevano, litigavano fino a odiarsi, ma bruciavano di vita. Nel bene e nel male, c’erano delle anime nutrite di grandi ideali, sia che da esse sia poi fiorita una bella umanità, sia che esse si siano lasciate pervadere dal fuoco e siano bruciate lungo la via. La passione, che a volte ha anche causato sofferenza (non si può negare la drammatica e distruttiva violenza scaturita dagli scontri ideologici del Novecento), è stata sacrificata al vuoto del consumo, al possesso, all’Io.

Papa Francesco ha di recente esortato noi giovani a non avere paura di riempirsi testa e cuore di grandi ideali. Penso che ci sia molto bisogno di credere, di credere in qualcosa, qualcosa di buono, bello, alto. Gli ideali richiedono fatica nel perseguirli, maturità per gestirli e viverli nel quotidiano. Forse oggi noi giovani abbiamo scordato quanto è dolce e bello il peso degli ideali. Non solo i miei coetanei, ma spesso anche uomini e donne sui 30 anni che si beano di uno stato né carne né pesce, che rinnegano la fragilità, ma solo quella esteriore: la fragilità interiore, quella di Zeno Cosini, viene invece coccolata ed esaltata come fosse un baluardo dell’Io contro il Tu e il Voi. L’individualismo è il cancro della nostra epoca, le cuffie dell’iPad sempre nelle orecchie ci isolano, come fa notare il Card. Ravasi, ma anche il benessere e la tecnologia ci stanno incapsulando uno per uno, e rischiamo di diventare stagni, non permeabili alla sensibilità e sofferenza altrui.

Condivido l’idea di Massimo Recalcati, quando sostiene che questo dipenda in parte dalla scomparsa dei ruoli genitoriali tradizionali. I padri non sono più padri, le madri fanno funzione di entrambi o di nessuno dei due. Dalla decadenza delle principali istituzioni umane, cioè mamma e papà, deriva la fine di tutte le altre istituzioni considerate autorevoli. Oggi non c’è autorevolezza, e forse neanche più autorità.

Io penso che questa sia l’epoca partorita dai Maestri del sospetto. Il dubbio è la prassi, quando va bene. Quando va male invece, nichilismo. Il risultato “grillino” delle elezioni ha mostrato questa tendenza. Temo che la società e i rapporti umani si stiano pian piano “grillizzando”, nel senso che c’è un grande fermento verso un cambiamento radicale, secondo me anche una tensione verso i valori. Ma questa transizione contempla solo termini polarizzati, odio o amore, e soprattutto molto caos e confusione. La Storia però ci insegna che dopo un apparente fondo, la parabola torna ad ascendere. Ci vuole pazienza, ci vuole speranza. E fede.

Chiara Turrini
chiara_turrini@email.it

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