LA FEDE E LE VIRTÙ DEL SERVO DI DIO GIOVANNI BATTISTA QUILICI

Don Giovanni Battista Quilici nasce a Livorno il 26 aprile 1791, nel momento in cui l’Europa inizia ad essere segnata da un periodo di guerre e turbolenze che dureranno molti anni. Livorno,  attivo porto del Mediterraneo, città multietnica e complessa sotto il profilo socio-culturale, è particolarmente coinvolta e sconvolta dalle invasioni napoleoniche e da altri eserciti stranieri che la occupano nell’ultimo decennio del XVIII secolo e nel primo di quello successivo. Solo dopo il 1814, con il rientro del Granduca Ferdinando III in Toscana, la città conosce una graduale stabilità, ma per una vera ripresa saranno necessari diversi anni.
L’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza di Giovanni Battista Quilici sono vissute in questi scenari di guerre, di razzie, di fame e miseria della popolazione; per quanto la sua famiglia non mancasse del necessario, grazie al lavoro artigianale del padre, sicuramente egli ha risentito della grave crisi economica e sociale che imperversava nella città, sviluppando in lui la capacità di adattamento nelle difficoltà, lo stile di sobrietà e lo spirito di sacrificio che ne caratterizzarono la vita.
L’esempio dei genitori e soprattutto l’educazione paterna portano, in Giovanni Battista, i loro frutti fin dalla sua giovinezza e l’esempio del fratello Jacopo, che si comporta in modo scorretto e “stravagante”[1], non lo influenza minimamente; egli sa scegliere le sue amicizie, alcune durate fino alla morte. Anche la situazione ambientale, spesso difficile e scabrosa, influisce come ‘scuola di vita’ nella formazione del giovane Quilici.
Mentre vive in famiglia e frequenta, fin da bambino, le scuole dei PP. Barnabiti, le situazioni di disagio che incontra quotidianamente non lo lasciano indifferente e diventano una continua provocazione tanto da fargli maturare il desiderio di un coinvolgimento personale nel dare risposte umane, spirituali ed educative alla sua città. Egli diviene particolarmente sensibile ai bisogni umani e spirituali della gente nella quale scopre un appello di Dio a consacrare la sua vita a Lui; prima si orienta alla vita consacrata tra i Domenicani e, successivamente, al sacerdozio diocesano.
Tra il 1810 e il 1811, Giovanni Battista, ormai ventenne, vive un periodo di cambiamenti e di scelte difficili: insieme all’amico Pietro Paolo Stefanini è sul punto di iniziare il cammino di formazione tra i Domenicani[2], quando l’Ordine viene soppresso da Napoleone Bonaparte[3]; possiamo intuire le difficoltà che tale evento può aver suscitato nel giovane Quilici.
Nel gennaio del 1811 muore il padre, perno della vita familiare. Il dolore per la perdita del genitore e le necessità della madre, vedova, che rimane alle dipendenze del poco affidabile fratello Jacopo, sicuramente creano in Giovanni Battista un momento di incertezza. Non conosciamo il suo vissuto interiore, né chi lo abbia aiutato nel discernimento. I documenti ci dicono che, il 7 dicembre 1811, egli inoltra al Vescovo Ganucci la domanda per essere ammesso nel numero dei chierici ed iniziare la sua formazione nel clero diocesano.
Lascia definitivamente la famiglia nel 1816 quando, ordinato sacerdote e

nominato viceparroco, si trasferisce nella parrocchia di San Sebastiano. Non ci sono testimonianze che rivelino quanto abbia influito il contesto sociale sulla maturazione della sua vocazione, ma lo si può intuire dallo stile di vita sacerdotale che egli intraprende e dalle risposte che cerca di dare ai bisogni della sua città. Il fatto di non aver potuto realizzare un percorso formativo in un Seminario[4], gli dà il merito di essere stato in grado di curare autonomamente gli aspetti spirituali e disciplinari, servendosi di buoni maestri, utilizzando al meglio le opportunità formative possibili in quel contesto; inoltre questo ha sicuramente contribuito a farlo rimanere inserito nella sua realtà cittadina e a leggerne gli aspetti carenti e positivi alla luce della sua esperienza di fede.
La città cosmopolita in cui cresce, per quanto impoverita e devastata dalle guerre, contribuisce a formare nel Servo di Dio una mentalità aperta, tollerante, capace di cogliere in ogni cultura e in ogni persona gli aspetti positivi e di stabilire relazioni costruttive con altre confessioni religiose. Il contesto sociale, così variegato e “libertino”, gli permette anche di affinare la sensibilità e lo spirito critico sia verso situazioni sia verso persone ambigue e male intenzionate, che sono fonte di malessere e occasione di degrado morale e sociale, soprattutto per le persone più fragili.
Livorno è una città con grandi sacche di marginalità sociale, dove l’ignoranza e la miseria lasciano campo aperto all’immoralità, alla corruzione e allo sfruttamento della gioventù, soprattutto di quella femminile. Nella vita di don Giovanni questa realtà è stata una grande provocazione tanto che egli attiva la sua vivace creatività, animata dall’ardente zelo per il Regno di Dio e la salvezza del prossimo.
Il retroterra culturale e religioso livornese è particolare: oltre alla forte immigrazione di popoli, culture e religioni si sono diffusi il Giansenismo, la Massoneria e il Giurisdizionalismo che avversano, più o meno palesemente, ogni iniziativa ecclesiale a favore del popolo e vogliono relegare l’attività dei sacerdoti “nelle sacrestie”.
La giovane Diocesi è priva di strumenti e strutture adeguate per far fronte alle nuove esigenze formative del clero e del laicato e i Vescovi, per diversi motivi, sono presenti in modo discontinuo fino al 1822. Il Servo di Dio sente fortemente questi problemi e se ne fa carico collaborando nella formazione dei sacerdoti[5] e formando lui stesso dei laici in grado di affiancare questi nell’evangelizzazione e nella carità; cerca a più riprese di ideare e realizzare il Seminario diocesano. La città gli offre collaboratori appassionati, sacerdoti e laici, uomini e donne: egli conquista la fiducia del popolo livornese, vivace e generoso, e di alcuni uomini di governo, che lo appoggiano nella realizzazione delle sue intuizioni.
L’ambito principale in cui possiamo individuare i suoi tratti spirituali è nel vissuto della sua vocazione sacerdotale; questa, accolta come chiamata di Dio nella Chiesa, percepita in tutta la sua grandezza e dignità, anima e dà forma alla sua spiritualità, i cui aspetti più profondi motivano e alimentano il suo sacerdozio, conducendo il Servo di Dio alla conformazione a Cristo Sacerdote, fino ad offrire, come Lui, la vita per la salvezza dei fratelli[6].
Il contesto in cui don Quilici vive ed opera, gli propone continuamente occasioni per crescere ed irrobustirsi nel suo habitus virtuoso, soprattutto attraverso gli ostacoli
che deve affrontare; ne possiamo qui evidenziare alcune fra i più rilevanti e ricorrenti nel corso della vita.
I mercanti del vizio che adescavano le giovani per indurle alla prostituzione gli fecero sempre una guerra spietata[7], talvolta con calunnie, con lettere anonime alle autorità, altre volte con aggressioni e percosse. Egli non si lascia mai intimidire e al contrario, sentendo questo particolare ministero parte viva del suo sacerdozio, ad immagine del Buon Pastore affronta tutti gli ostacoli con fortezza e grande fiducia in Dio, nulla risparmiando di sé pur di condurre a nuova vita quelle creature costate “il Sangue di un Dio”[8].
L’apparato burocratico del Governo granducale, attraverso alcuni suoi funzionari, intralcia spesso l’operato del Servo di Dio avversando anche le modalità originali della sua predicazione che attira e converte molte persone, tra cui quelle dalla vita dissoluta.
Quando egli svolge la sua attività tra i condannati, i responsabili del carcere ammirano la trasformazione umana dei reclusi che avviene grazie alla sua opera, ma ostacolano la sua missione appena i carcerati cominciano ad esigere che i loro diritti vengano rispettati, attribuendo a lui la causa del loro malcontento e delle proteste.
Tra il 1825 e il 1828, i suoi oppositori impediscono che venga accolta dal Granduca la sua richiesta per avere un locale dove accogliere le penitenti e le donne consacrate che avrebbero dovuto educarle; anche negli anni successivi cercheranno di porgli sempre nuovi inciampi alla realizzazione del suo progetto.
Nel biennio dal 1835 al 1837, i funzionari governativi requisiscono l’Istituto, ormai terminato, ben tre volte, per farne un ospedale per i colerosi, mentre potevano essere utilizzate altre strutture per affrontare l’emergenza del colera. Era chiaro l’intento di voler espropriare l’Istituto per dargli finalità diverse da quelle per cui era nato.
La rigida applicazione delle leggi giurisdizionaliste rese impraticabile la venuta in Toscana delle Figlie di S. Giuseppe di Torino[9], che avrebbero diretto l’Istituto; in seguito fu ostacolata accanitamente l’approvazione definitiva delle Costituzioni delle Figlie del Crocifisso[10], tanto che don Giovanni morì senza averla ottenuta.
Anche nel primo gruppo delle giovani maestre, che desideravano consacrarsi a Dio, incontrò penose avversità, forse tra le più dolorose, con il tradimento di una di esse, Carolina Soffredini, la quale rinforzò, con il suo ambiguo comportamento, le difficoltà già apposte dai funzionari governativi descritte sopra.
Alcuni confratelli sacerdoti, forse non comprendendo appieno lo zelo e la dedizione a tutto campo del Servo di Dio, lo avversarono, a volte apertamente, ma più spesso in modo subdolo creandogli molta amarezza e dispiaceri.
Anche nella sua famiglia naturale dovette affrontare situazioni dolorose e difficili a causa del comportamento deviante di alcuni intimi familiari[11] che, oltre a creargli problemi e preoccupazioni, non accettavano la sua dedizione ai poveri e arrivarono ad usare verso di lui anche la violenza fisica.
Egli affronta tutte le difficoltà con determinazione, coraggio e mitezza; si affida a Dio e sa cogliere in esse delle opportunità per continuare con rinnovato amore la sua missione.
Il Servo di Dio trascorre tutta la sua vita nella città di Livorno, percepita come un mondo composito e complesso, pieno di risorse e di contraddizioni; da essa si è fatto interrogare e plasmare, lasciandovi tracce indelebili di trasformazione. Egli ha amato “teneramente”[12] la sua città, cogliendone profondamente le bellezze e le fragilità che ha portato con cuore di padre, sentendosi in essa missionario, come egli stesso afferma: “…la natura mi ha fornito di un cuore molto sensibile e d’una mente assai riflessiva, per cui sento vivamente la compassione che merita questa mia patria in mezzo a tanti urgenti bisogni e prevedo i mali che dovrà indispensabilmente soffrire in appresso, se a questi non si provvede in tempo. Vorrei che restassero soddisfatti i miei desideri, giacché le mie sollecitudini sono unicamente intente a giovare ai miei simili. A questo fine sono dirette le mie operazioni, ed abitando in queste contrade, sembrami d’essere come uno dei Missionari dell’America o del Perù, i quali sono instancabili per rendere religiosi e culti quegli abitatori”[13].

-               La vita del Servo di Dio è profondamente intrecciata con quella della sua città, non solo negli eventi e situazioni che ha saputo cogliere come appello di Dio e nelle risposte che ha dato in Suo nome, ma proprio nel suo essere ‘livornese’ nel carattere franco e immediato, nella sensibilità umana, nella vivace tempra di educatore, di sacerdote e di missionario. L’accoglienza continua della grazia di Dio gli ha permesso di rimanere profondamente uomo e di trasformare dal di dentro la realtà in cui ha vissuto.

Sr Agnese Didu

F.d. C

 


[1]  Tale definizione che si trova in una lettera del Governo del tempo.

[2]  I Padri Domenicani erano presenti a Livorno nella Chiesa di S. Caterina.

[3]  Il 13 settembre 1810.

[4]  La Diocesi di Livorno, costituita nel 1806, era priva di Seminario.

[5]  Crea un’associazione di sacerdoti i quali vengono denominati “Operai Evangelici”, per curarne la formazione spirituale e pastorale e perché possano sostenersi reciprocamente in comunione col Vescovo.

[6]  Dopo qualche tempo del suo apostolato tra i “forzati del Bagno penale”, scrive al Vescovo: “Fino dal primo istante che destinati fummo alla coltura di queste anime, abbiamo sempre ciò imputato a singolare disposizione del Cielo, per animarci sempre più ad intraprendere con santo coraggio, tutte quelle religiose imprese, che suggerisce al cuore nostro il nostro sacerdotale ministero. […] Monsignore, non si spaventi per la molteplicità delle nostre incombenze, se Iddio continua ad assisterci coll’onnipotente sua grazia, potremo sovvenire i nostri fratelli potrem servire la patria; e quando poi per la gloria di Dio, per la salute delle anime ci toccasse la morte, sarebbe la più gran ricompensa che ci venisse accordata dal Datore di ogni bene” (Quilici, Epistolario, lettera a Mons. Gilardoni, del 25 novembre 1822).

[7]  Lo testimonia la sua prima biografa Sr. M. Angela Testi.

[8]  Cf. G. B. Quilici, Epistolario, lettera alla Granduchessa M. Carolina moglie di Leopoldo II, del 15 gennaio 1828.

[9]  Le Suore di S. Giuseppe di Torino erano state indicate al Quilici dalla marchesa di Barolo per dirigere l’Istituto.

[10]  Cf. Quilici, Epistolario, lettera all’Auditore del Governo, Giuseppe Carpanini, del 20 maggio 1844.

[11]  Il fratello Jacopo e il nipote Tommaso (cf. lettera del can. Pietro Paolo Stefanini all’Auditore del Governo di Livorno, del 15 novembre 1844).

[12]  Quilici, Epistolario, lettera al Commissario dei R. Spedali di Livorno, del 20 agosto 1835.

[13]  Ivi, al Direttore delle RR. Fabbriche conte De Cambray Digny, del 1° luglio 1835.

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