SENZA SOGNI NON SI PUÒ PARTIRE

Beato l’uomo che trova in te il suo rifugio
e ha le tue vie nel suo cuore …
Cresce lungo il cammino il suo vigore. (Sal  83,6.8)

Per partire occorrono una meta e un motivo. Abramo è pellegrino in cerca di una terra, non un vagabondo senza sogni e senza meta! Senza sogni da realizzare non si può partire.  Chi sogna è pieno di desideri. Il desiderio è la capacità di sapersi pensare nel futuro diverso da come è oggi. Il desiderio non si può, comunque, confondere con l’illusione perché al contrario dell’ illusione che vive sulle nuvole, il desiderio si radica su un progetto da realizzare nella storia e attraverso scelte precise. Il desiderio che si fa ‘sogno’ suscita energie inattese. E’ come la pista di volo, come una pedana di lancio, indispensabile per potersi alzare e decollare. Dio chiede molto, perché il suo sogno sull’umanità è grande. Concede sogni e visioni (cfr. Gio 3,1-2) e s’impegna in prima persona per farli realizzare. Di qui la fede animata dalla speranza che vede lontano, anche oltre le nubi, e muove i passi necessari e praticabili, come vediamo in Gen 12,2-3:

Il Signore disse ad Abram:
«Farò di te una grande nazione
e ti benedirò,
renderò grande il tuo nome
e possa tu essere una benedizione.
Benedirò coloro che ti benediranno
e coloro che ti malediranno maledirò,
e in te si diranno benedette
tutte le famiglie della terra».

Il comando del Signore Dio a uscire dalla propria terra è esigente, ma contiene una promessa straordinaria: ti indicherò la terra che ti darò e farò di te un popolo numeroso.  Sarai portatore di benedizione, per tutte le famiglie della terra. Ad Abramo, senza una terra propria, Dio promette la terra che è spazio di vita e possibilità di gestire la propria libertà. Con la terra, una discendenza immensa, promessa di futuro, che la possa abitare. Egli sarà mediatore di vita per tutti i popoli. Per ricevere la benedizione e portare la benedizione dovrà lasciare quello che crede essere suo. Consegnandosi alla perdita di tutto quanto possiede, come ricchezza che riempie il cuore, troverà la pienezza della vita. Non vi sono altre alternative. La promessa di una terra e di una discendenza riempie di speranza il cuore di Abramo che si dispone a lasciare tutto. Si fida di Dio e si affida alla sua parola tanto vicina a lui e pure tanto misteriosa.

Due promesse di Dio superano il sogno di Abramo
1.
1.    « Farò di te una grande nazione e … renderò grande il tuo nome» (v 2).
«Rendere grande il nome» corrisponde ad avere una importanza non prevedibile al momento.  Questa promessa, Dio la rivolgerà a Davide: «Sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra» (2 Sam 7,9). L’autore ispirato mostra che la promessa a Davide si fonda su quella di Abramo. Al patriarca non fu dato di vederne la realizzazione, mentre la vedranno i suoi discendenti.  Dio, veramente, rende grande il nome di coloro che chiama e si affidano a lui, totalmente e senza condizioni. Dio rende grande il nome di chi, per rispondere alla sua chiamata, è disposto a lasciare i legami naturali e umani che danno sicurezza. C’è un modo per avere un nome e diventare grandi. E’ la via seguita da Gesù.  Paolo nella lettera ai Filippesi 2,6-11 mostra che Gesù per ottenere il Nome ha seguito la via dello ‘spogliamento’ di ciò che gli era proprio e dell’obbedienza fiduciosa al Padre che lo ha condotto al dono si de stesso nella croce (cfr. Gv 13,12-15). Chi ha un nome ha una personalità forte. Il giusto del salmo 1 può essere definito colui che ha un Nome (personalità). Perciò non è come la paglia trasportata dal vento e destinata a marcire ma, nel suo camminare verso l’alto, resiste alle intemperie della storia. Il raggiungimento del nome si ottiene vivendo le indicazioni di Dio.

Dio disperde il popolo che vuole costruirsi la torre che arriva al cielo, per darsi un nome, di sua iniziativa.

La via che Dio chiede all’umanità  di intraprendere per essere qualcuno non può andare verso il cielo, il luogo di Dio, ma deve svolgersi sulla terra, come storia.  Ciò significa che l’umanità, fatta di uomini e donne, vecchi e bambini, è pellegrina verso nuovi traguardi di vita.  Dio creò l’umanità maschio e femmina, a sua immagine e somiglianza (Gen 1,26-27), in relazione tra di loro, diversi per essere complementari e aver bisogno l’uno dell’altro. Solo gli animali, che non hanno storia, furono creati secondo la «loro specie». L’accoglienza senza remore delle reciproche diversità produce traguardi impensabili di comunione, che regala un nome, cioè una  identità, che nessuno può togliere.

  1. 2.    «Ti benedirò… e possa tu essere  una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno… in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra (vv. 2b-3).
    In questa promessa il verbo benedire ricorre cinque volte. La benedizione biblica è fonte di vita. Quando Dio benedice (dice – bene) comunica la vita.  Dio, chiamando Abramo, elargisce la benedizione che all’inizio aleggiava sugli esseri viventi (cfr. Gen 1,22-28) e dopo il diluvio era stata promessa all’umanità intera. Quella benedizione è data ad un singolo uomo perché  egli diventi mediatore di benedizione (cfr. Gen 22,15-18; Sir 44,19-26) per tutte le genti della terra. La frase «In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» raggiungerà una pienezza che la Bibbia ebraica non poteva immaginare. Gesù di Nazareth, discendente di Abramo, è la benedizione per eccellenza, perché è il Figlio di Dio, morto e risorto, che ha dato la vita per tutti.

Egli, attraverso i suoi discepoli, farà giungere la benedizione della figliolanza di Dio alle donne e agli uomini di ogni tempo che crederanno in lui. Non i popoli andranno più Gerusalemme per lodare il Signore, ma da Gerusalemme la salvezza raggiungerà gli angoli della terra. La benedizione che dovrà raggiungere tutti i popoli richiama per contrasto la torre di Babele, che voleva radunare tutti in un solo popolo, anzi una sola città omogenea. Solitamente il racconto di Babele lo s’interpreta alla luce della Pentecoste che sarebbe il superamento dell’omogeneità e della massificazione (cfr. At 2,1-13). Senza escludere questa interpretazione, lo si può leggere anche alla luce dell’Ascensione (cfr. At 1,6-11) nella quale i discepoli vedono Gesù «elevato in alto» (At 1,9) e fissano il cielo (1,10). Due uomini in bianco appaiono loro e li scuotono dal loro sguardo statico e incantato:

«Uomini di Galilea, perche state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi e stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo» (At 1,11).

«Il messaggio è semplice: il vostro futuro immediato non è il cielo, ma la terra; non è l’eternità, ma la storia. Avete una missione da compiere e un mondo nuovo da costruire. Non guardate il cielo lassù, guardate la terra e il compito che vi aspetta quaggiù. I discepoli se ne andranno, e il loro viaggio continua ancora oggi, in ogni parte del mondo. L’umanità di Gn 11,1-9 è chiamata da Dio a costruire il mondo, non a raggiungere il cielo»[1] .
Per raggiungere il cielo dovete percorrere la vie di questo mondo con un messaggio e un progetto che costruisce famiglie di popoli.  Il messaggio è il vangelo che è Gesù Cristo  (cfr. Mc 1,1), al quale si aderisce nella fede, che fa di tutti i popoli una sola famiglia e di tutte le razze la nuova umanità cristiana, senza distinzione di culture, stati sociali e sesso (cfr. Gal 3,21-14).

Nella logica del paradosso
Abramo non è nato eroe!  «La sua fede non è immediatamente perfetta»[2]. Egli benedetto da Dio, vive nella sofferenza questa benedizione così da percepirla quasi come  ‘maledizione’. Giunge a Canaan e vi trova la carestia; va in Egitto per sfuggire alla fame, ma la sua vita è posta in pericolo dal faraone che s’invaghisce di Sarài, la quale benché avanti negli anni, è molto bella. Per salvarsi afferma che Sarài è sua sorella, così se il faraone o qualche potente dell’Egitto avesse messo gli occhi su di lei, non lo avrebbe ucciso per liberarsi del concorrente scomodo (cfr. Gen 12, 10-20). Lo stesso farà a Gerar con il re Abimelech, divenendo, se Dio non fosse intervenuto, da portatore di benedizione, veicolo di morte (cfr. Gen 20,1-18).  Si lascia vincere dalle paure, in particolare quella della morte, madre di ogni paura, rappresentata dalla mancanza di futuro, perché il figlio non nasce. E cerca scappatoie umane. Nella Bibbia i chiamati, depositari della benedizione, vivono la loro chiamata, apparentemente, come «maledizione». Il profeta Geremia maledice il giorno della sua nascita (cfr. Ger 20, 7-9. 14-18).  Ester l’ebrea, che era stata scelta tra tutte le ragazze più belle del regno, per essere regina, vivrà la sua regalità come maledizione. La sua posizione di privilegio la pone nel rischio di morire per salvare il suo popolo dalle trame del perfido Aman. Se vuole realizzarsi come regina deve accettare il rischio di morire: «Se io debbo perire, che io perisca!» (Ester 4,16).  Accettando questa «maledizione» e mettendosi nel rischio di morire per il popolo, diviene benedizione per tutti.  Solo quando si dispose a sacrificare la vita, divenne regina e anche madre del suo popolo. Per la sua scelta di dono della vita e la sua disponibilità a lasciare i privilegi regali, Ester, unica donna dell’Antico Testamento, prefigura Gesù che accetta di morire per dare agli altri la vita, indicando la via della regalità nel dare la vita. Gesù il benedetto per eccellenza è trattato da Dio come il maledetto . «Maledetto chi è appeso al legno» (cfr. Gal 3,13; cfr. Dt 21,23). Gesù assumendo su di sé la maledizione diviene fonte di benedizione per tutti.  È la logica del mistero pasquale: dalla morte, dono volontario e gratuito, la vita in pienezza per se stessi e gli altri.

Tratti teologici del cammino di Abramo
Compiuto in libera adesione alla voce di Dio, geograficamente parte da Carran (Nord) e va a Canaan (Sud), secondo la direzione iniziale impressa da Terach quando uscì da Ur del Caldei con i membri della sua famiglia. In realtà, inizia dall’ascolto della parola di Dio che Abramo accoglie e segue. L’identità spirituale di Abramo e dei suoi discendenti non dipende da un «luogo/terra» e nemmeno dalla sua condizione mobile di nomade, ma unicamente dalla «Parola» che lo accompagna lungo il suo cammino e gli apre le strade. Abramo partì lasciando le sue ricchezze che possono essere racchiuse in tre «p» minuscole: il paese (geografia); la patria (cultura), il padre (affetti) per avventurarsi in una terra che non conosceva, seguendo l’unica ricchezza che è la Parola (P maiuscola). Obbediente alla Parola, fu esule, straniero, emigrante, nomade.

Il pellegrinaggio di Abramo è voluto da Dio (cfr. Gs 24,2-3), è metafora del «santo viaggio» del credente (Sal 84/83, 1-8) che ha sete della casa di Dio.

  • Per la sintesi e la riflessione personale
    Abramo, chiamato da Dio, parte per realizzare sogni la cui realizzazione è consegnata al futuro. Può capitare di non avere motivi di speranza, di vivere incapaci di immaginare una vita migliore, un di più, un meglio. Quali le cause che bloccano le energie che mettono in movimento?
  • La speranza è carente là dove regna la logica del tutto qui e ora. Senza rimandi e senza fatiche.  Il salmista prega: «Alla ricchezza non attaccate il cuore» (Sal 612, 11). Se il cuore è attaccato a qualche cosa che è ritenuto assoluto, gli occhi saranno fissi in quella direzione e i piedi non possono camminare.
  • Nell’estate 1972 il gruppo di cantautori  detti «I nomadi» cantarono la canzone Io vagabondo. Con questa canzone interpretavano un’esigenza del tempo che considerava il viaggio come metafora di una libertà da raggiungere, abbandonando la propria casa, le comodità vissute, viaggiando senza soldi, senza mezzi, affidandosi al caso. Viaggiavano e basta, come vagabondi, verso un’idea. Felici di viaggiare. Che differenza trovi tra il pellegrinare di Abramo in risposta alla chiamata di Dio e dietro le sue indicazioni e questo vagabondare pieno di entusiasmo verso la libertà, senza un orizzonte chiaro? Confronta questa esperienza con la frase: «Andare avanti per andare avanti, così semplicemente, non è ancora un vero viaggio. Occorre andare alla ricerca di uno scopo; prevedere un arrivo, un punto di sbarco» (Hèlder Camara).
  • La speranza è fede in movimento. La speranza, connessa con la fede, si riversa nella carità.  Leggi Gen 14,1-24: Abramo vive la sua fede solidale, difendendo Lot a rischio della sua vita.  Lot  oltre a  essere il nipote, essendo nel bisogno, è il «fratello». La fraternità è esigente e attiva. La parola di Dio accolta e ubbidita crea fraternità solidale.

NB.    Per gentile concessione dell’autrice (pagg. 45-54).

         Filippa Castronovo, Pellegrini nella fede, Paoline 2013, pp. 176, € 14,00


[1] Jean Luis Ska, Una città e una torre (Gn 11,1-9), in Ricomporre Babele, Fondazione  Internazionale onlus, Milano 7-9 aprile 2011, Atti del convegno reperibili nel sito www.ricomporrebabele.org. a p. 32.

[2] Francesco Rossi De Gasperis, Sentieri di vita. La dinamica degli esercizi Spirituali nell’itinerario delle Scritture, Principio e Fondamento e prima settimana, Milano 2005, pp. 378-380.

Bruciare di vita e di ideali grandi

Ultimamente mi ritrovo a pensare che in fondo un po’ invidio i miei  genitori, arrivati senza grandi difficoltà ai 25 anni di matrimonio, in pensione e con una piccola casa di proprietà. Cose che io forse non avrò mai. Sono tempi di transizione, bisogna avere pazienza. Ma per me, che sono giovane e impaziente, le sensazioni non sono sempre positive.

In questa epoca, mi sembra che gli adulti non vogliano fare gli adulti, e i ragazzi che dovrebbero crescere preferiscono permanere in una lunga adolescenza che arriva ai 35 anni e oltre. Ripenso alla generazione di mio padre, quella in cui i ragazzi si animavano per le vicende dell’attualità, scendevano in piazza, si dividevano, litigavano fino a odiarsi, ma bruciavano di vita. Nel bene e nel male, c’erano delle anime nutrite di grandi ideali, sia che da esse sia poi fiorita una bella umanità, sia che esse si siano lasciate pervadere dal fuoco e siano bruciate lungo la via. La passione, che a volte ha anche causato sofferenza (non si può negare la drammatica e distruttiva violenza scaturita dagli scontri ideologici del Novecento), è stata sacrificata al vuoto del consumo, al possesso, all’Io.

Papa Francesco ha di recente esortato noi giovani a non avere paura di riempirsi testa e cuore di grandi ideali. Penso che ci sia molto bisogno di credere, di credere in qualcosa, qualcosa di buono, bello, alto. Gli ideali richiedono fatica nel perseguirli, maturità per gestirli e viverli nel quotidiano. Forse oggi noi giovani abbiamo scordato quanto è dolce e bello il peso degli ideali. Non solo i miei coetanei, ma spesso anche uomini e donne sui 30 anni che si beano di uno stato né carne né pesce, che rinnegano la fragilità, ma solo quella esteriore: la fragilità interiore, quella di Zeno Cosini, viene invece coccolata ed esaltata come fosse un baluardo dell’Io contro il Tu e il Voi. L’individualismo è il cancro della nostra epoca, le cuffie dell’iPad sempre nelle orecchie ci isolano, come fa notare il Card. Ravasi, ma anche il benessere e la tecnologia ci stanno incapsulando uno per uno, e rischiamo di diventare stagni, non permeabili alla sensibilità e sofferenza altrui.

Condivido l’idea di Massimo Recalcati, quando sostiene che questo dipenda in parte dalla scomparsa dei ruoli genitoriali tradizionali. I padri non sono più padri, le madri fanno funzione di entrambi o di nessuno dei due. Dalla decadenza delle principali istituzioni umane, cioè mamma e papà, deriva la fine di tutte le altre istituzioni considerate autorevoli. Oggi non c’è autorevolezza, e forse neanche più autorità.

Io penso che questa sia l’epoca partorita dai Maestri del sospetto. Il dubbio è la prassi, quando va bene. Quando va male invece, nichilismo. Il risultato “grillino” delle elezioni ha mostrato questa tendenza. Temo che la società e i rapporti umani si stiano pian piano “grillizzando”, nel senso che c’è un grande fermento verso un cambiamento radicale, secondo me anche una tensione verso i valori. Ma questa transizione contempla solo termini polarizzati, odio o amore, e soprattutto molto caos e confusione. La Storia però ci insegna che dopo un apparente fondo, la parabola torna ad ascendere. Ci vuole pazienza, ci vuole speranza. E fede.

Chiara Turrini
chiara_turrini@email.it

Crisi della fede e crisi della struttura ecclesiale

Le improvvise e sconvolgenti dimissioni di Benedetto XVI e l’altrettanto stupefacente elezione di papa Francesco segnano nella storia della Chiesa un momento di assoluta discontinuità, una vera e propria cesura di fine/inizio, uno spartiacque di cui comprenderemo sempre meglio la profondità vivendone gli effetti.

Questa ventata di aria fresca e di novità che sta accompagnando i primi gesti e le prime parole del primo papa sudamericano, e del primo papa che osi chiamarsi Francesco, spero che vengano seguiti da uno slancio di rinnovamento sostanziale, e da una stagione di verifiche e di purificazioni di cui la  Chiesa ha urgentissimo bisogno. Non facciamo finta cioè che queste prime e benvenute novità siano sufficienti a rianimare la fede cristiana in Occidente e più in generale sul pianeta terra. Non limitiamoci a quella retorica trionfalistica, nella quale spesso il cattolicesimo sembra rifugiarsi, per non affrontare di petto le questioni concrete che urgono.

E alcune di queste problematiche sono state ben elencate nel recente Instrumentum Laboris del Sinodo dei Vescovi su “La Nuova Evangelizzazione”: “Varie risposte ai Lineamenta hanno cercato di individuare le ragioni del distacco di numerosi fedeli dalla prassi cristiana, una vera ‘apostasia silenziosa’, nel fatto che la Chiesa non avrebbe risposto in modo adeguato e convincente alle sfide degli scenari descritti. E’ stato poi constatato l’indebolimento della fede dei credenti, la mancanza della partecipazione personale ed esperienziale nella trasmissione della fede, l’insufficiente accompagnamento spirituale dei fedeli lungo il loro iter formativo, intellettuale e professionale. Si è lamentata l’eccessiva burocratizzazione delle strutture ecclesiastiche, che sono percepite lontane dall’uomo comune e dalle sue preoccupazioni esistenziali. Tutto ciò ha causato un ridotto dinamismo delle comunità ecclesiali, la perdita dell’entusiasmo delle origini, la diminuzione dello slancio missionario. Non mancano coloro che hanno lamentato celebrazioni liturgiche formali e riti ripetuti quasi per abitudine, privi della profonda esperienza spirituale, che invece di attirare allontanano le persone” (n. 68).

In sostanza perciò manca una cultura cristiana efficace, una lettura cristiana del presente storico, e mancano itinerari formativi adeguati alla sensibilità e alla psicologia dell’uomo contemporaneo. Queste gravissime carenze producono poi comunità burocratizzate, sclerotiche, paralizzanti, infantilizzanti, ritualistiche, e sempre più esigue e irrilevanti.

Da dove possiamo ripartire?

Indubbiamente l’unico autentico nuovo inizio per ogni cristiano non può che essere spirituale: rilanciare l’esperienza del mistero centrale della nostra fede: la rigenerazione/liberazione/realizzazione piena della nostra umanità nello Spirito di Cristo. In modo tale però che questo mistero non resti una bella rappresentazione mentale o una pia speranza, ma il fulcro, la dìnamo, il cuore di ogni momento della nostra esistenza. E questo richiede una revisione complessiva della pastorale, della catechesi, e della stessa ecclesiologia: una conversione radicale che parta dalla Croce come segno di un morire fino in fondo a tutto ciò che non è più presentabile, né vero. Una conversione che papa Francesco ha indicato nella primissima omelia pronunciata durante la Messa nella Cappella Sistina davanti ai cardinali elettori: “quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore; siamo vescovi, preti, cardinali, Papi, ma non discepoli del Signore”.

E cioè senza questa profondissima conversione oggi possiamo rischiare di essere preti, vescovi e perfino Papi, senza però essere più cristiani….

Leggendo l’elenco delle problematiche proposto dall’Instrumentum, non possiamo non rilevare che oggi quasi tutte le funzioni di insegnamento e di governo sono gestite nella Chiesa dal clero. E allora non possiamo che trarne la conseguenza che la crisi della Chiesa sia innanzitutto una crisi del clero, e del clericocentrismo che ancora domina le nostre comunità. Come possiamo insomma corresponsabilizzare veramente il popolo di Dio in tutti i suoi carismi? Come possiamo spostarci da una struttura sostanzialmente feudale e medioevale di Chiesa, che continua a limitare enormemente la crescita delle persone? E come possiamo d’altronde formare concretamente donne e uomini in grado di assumersi responsabilità importanti nelle nostre comunità? Quali nuovi ministeri dovremmo riconoscere pubblicamente nelle chiese, a fianco del ministero ordinato, e come potremo organizzarne (anche economicamente) l’espressione, affinché l’azione laicale nelle chiese non si limiti ad una sorta di perenne dopolavoro per dilettanti?

La crisi della Chiesa è perciò innanzitutto una crisi della fede, poi una crisi della cultura cristiana e della formazione dei cristiani, e infine una crisi della struttura giuridica clericocentrica che tuttora governa  il Corpo di Cristo.

Speriamo allora che papa Francesco, foriero di novità e di libertà, di semplicità e di povertà evangeliche, voglia e sappia mettere mano a tutti questi immani problemi, affinché la Chiesa possa trovare una giovinezza inedita, e uno slancio di fresca primavera, di autentico ricominciamento.

                                                                          Marco Guzzi

Credo, Domine!

Inno per l’Anno della fede 

Camminiamo, carichi di attese,
a tentoni nella notte.
Tu ci incontri nell’Avvento
della storia, sei per noi
il Figlio dell’Altissimo.

Credo, Domine!

Con i santi che camminano
Fra noi, Signore, noi ti chiediamo:

Adauge nobis fidem!
Credo, Domine,
Adauge nobis fidem !

Camminiamo, deboli e sperduti,
senza il pane quotidiano.
Tu ci aiuti con la luce del Natale,
sei per noi la stella del mattino.

Credo, Domine!

Con Maria, la prima dei credenti,
Signore noi, ti preghiamo.

 Adauge nobis fidem!
Credo, Domine,
Adauge nobis fidem !

Camminiamo, stanchi e sofferenti,
le ferite ancora aperte.
Tu guarisci chi ti cerca nei deserti,
sei per noi la mano che risana.

Credo, Domine!

Con i poveri, che attendono alla
porta, Signore, noi ti invochiamo!

 Adauge nobis fidem!
Credo, Domine,
Adauge nobis fidem !

Camminiamo sotto il peso
della croce, sulle orme dei tuoi passi.
Tu risorgi nel mattino della Pasqua,
sei per noi il Vivente che non muore.

Credo, Domine!

Con gli umili, che vogliono rinascere,
Signore, ti supplichiamo:

Adauge nobis fidem!
Credo, Domine,
Adauge nobis fidem !

Camminiamo, attenti alla
chiamata, di ogni nuova Pentecoste.
Tu crei la presenza di quel soffio,
sei per noi la Parola del futuro.

Credo, Domine,

 Con la Chiesa, che annuncia il tuo
Vangelo, Signore, noi ti domandiamo:

Adauge nobis fidem!
Credo, Domine,
Adauge nobis fidem !

Camminiamo, ogni giorno che ci doni,
con gli uomini fratelli.
Tu ci guidi per le strade della terra,
sei per noi la speranza della meta.

Credo, Domine!

Con il mondo, dove il Regno è in
mezzo a noi, Signore, noi ti gridiamo:_

Adauge nobis fidem!
Credo, Domine,
Adauge nobis fidem !

 

Abita la terra e vivi con fede (Sal 37,3)

L’autentica vita di fede procede dalla profondità interiore di chi si cimenta nella fatica esistenziale del vivere la Parola. Pertanto la Parola, in quanto criterio della fede, esige la conoscenza di Dio e la diffusione di questa conoscenza. Non ci è chiesto di sacrificare animali, ma di offrire la Parola che viene sempre nuova dal cielo e annunciarla con le parole veraci di Dio, finché tutta la terra sia piena della sua conoscenza. Abbiamo il Libro, ma anche la parola vivente. Anche il testimone fedele è una parola di Dio. Infatti, solo colui che ha fede è ambasciatore del Regno di Dio.

Si tratta di consegnarsi alla Parola e viverla ancora e sempre fedelmente oltre gli entusiasmi iniziali. Questo il compito del seguace di Cristo: leggere la parola di Dio tutta, leggere il mondo con il linguaggio dell’essere non quello dell’avere.

La fede è il luogo del nascondimento di Dio e la scomodità che ne consegue è un’attesa  paziente del Dio fedele, perché “i mulini di Dio macinano lentamente”. Non sempre le cose sono come appaiono a prima vista, bisogna guardarle con gli occhi della fede per scoprire ciò che in esse è stato nascosto con cura. “Quanto più sarei vicino a Dio se la mia fede non fosse semplice apparenza, ma irremovibile come l’Himalaya”  Gandhi 

Dio solo può darci la fede, a noi testimoniarla.  Non è così semplice. Impone scelte radicali. Esige di scegliere tra la verità difficile e la facile menzogna. Esige coraggio e integrità. Se temi non stai in piedi, affondi. “Soccombe chi non ha l’animo retto” ma se credi “ti sarà fatto secondo la tua fede”. Se sai attendere e non ti affidi a sostegni umani non devi temere, ma se non avrai fede non trasporterai neanche un fuscello.

Chi si appoggia ai potenti e alle loro facili lusinghe si allontana dall’amore infinito di Dio. Certo, la fede non è un virtù tutta sorrisi. E’ la fatica del vivere da figli di Dio. Non si tratta di formule vuote, ma di un pieno di giustizia e amore, realtà  che misurano la distanza tra vero e falso servizio di Dio.

Dio esige chiarezza nella fede, testimonianza autentica. Esige rispetto per la vita e la libertà altrui e non gradisce un culto ben curato se non si soccorre il fratello nel bisogno. Ci chiede di ricordarci del prossimo non solo quando ci reca disturbo perché “la giustizia scrosci come l’acqua  e la veracità sia un ruscello perenne”.

Ma come credere “se prendete gloria gli uni dagli altri”. La fede è un di più. Mai tolleranze compiacenti per renderla facile. “Di questi tempi non basta essere brave persone, di buoni c’è inflazione, ne compri due con un penny. Questi tempi richiedono eroismo” J. M. Coetzee  L’eroismo della fede. Vivere di fede spesso significa morire da martiri: Luther King, Gandhi, Bonhoeffer, O. Romero, M. Kolbe… questo mondo ha bisogno di lottatori, di gente che non si piega e non retrocede.

Facilmente la fede viene meno e muore in coloro che stanno in silenzio di fronte alla tirannia e all’ingiustizia, in coloro che si assoggettano all’umiliazione della paura.

Si dovrebbe agire, ma si preferisce l’atteggiamento delle coscienze pavide: aspettare…  Invece credere richiede di andare avanti anche quando ti trovi davanti dei cartelli con su scritto: Indietro! 

 “Il mondo oggi ha bisogno di uomini che non possono essere comprati, che mantengono la

parola, che stimano il carattere più del denaro, onesti nelle grandi come nelle piccole cose, capaci di correre rischi e di andare contro corrente per la verità,  che non scendono a compromessi e non ritengono virtù la furbizia e la mancanza di scrupoli”  J. Allen Peterson.

La fede esige di restare al proprio posto, anche nelle difficoltà partecipando ai problemi di questo mondo. Dobbiamo camminare qui e ora perché “il terreno del domani è troppo insicuro e i futuri si spezzano facilmente a metà…” J. Luis Borges  che ci suggerisce poi di coltivare il nostro giardino e non attendere che qualcuno ci porti dei fiori.

Ogni giorno è giorno della fede, dell’obbedienza alla fede. Il giusto, l’umile vive per la fede,  perché fonda tutto sul Risorto. Non signoreggia né con Dio né con i fratelli.

Si deve rimanere piccoli, ridiventare piccoli per avere il pass per il Regno. In tal senso, la fede è quasi un cammino a ritroso. Dice Bernanos: “Una volta usciti dall’infanzia bisogna soffrire a lungo per rientrarci”.

Perdersi in Dio fino all’annullamento in Lui, senza pretese di ricompense quaggiù, come pregava E. Stein: “Fa’, Signore che percorra pienamente le tue vie. Non voglio comprendere la tua guida, sono tua figlia. Sia fatta la tua volontà anche se non appagherai mai il mio desiderio, in questo tempo”. Oggetto della fede è l’eternità di Dio, l’eterno è la parte di eredità di chi crede.

Intanto, ci si allontana da Dio, si riduce acqua e terra al proprio servizio, si deturpa la natura e offende il creato, ci si divide tra ricchi e poveri, bianchi e neri. Ma, in tutto ciò dove è la fede? E ne troverà ancora il Signore al suo ritorno?

La fede non è per chi dice Signore, Signore, non è per gli entusiasti di professione, solo con le opere mostreremo la nostra fede che elimina ogni intercapedine tra Parola e vita.

Bisogna abitare la terra  nel pieno rispetto dei fratelli e del creato.

E quando scarseggia la Parola, là dove non è pronunciata bisogna annunciarla con nuovi linguaggi per dire a tutti: Dio è il Dio della terra. Qui serve la fede, una “fede che ama la terra”.  

Sì, si ferma quaggiù la fede, l’amore prosegue. Si può dire che la fede non è fine a se stessa, è in funzione della carità. Vi è una grande reciprocità tra fede e amore. La fede ci porta a vivere la carità, i gesti d’amore inducono alla fede.

Lo scrittore A. Cohen di sua madre e delle madri in genere dice:  “Madri che ci trovate incomparabili e unici, che non vi stancate di servirci anche se abbiamo 40 anni, che non ci volete meno bene se siamo brutti, falliti, deboli… madri che certe volte mi costringete a credere”.

Oggi, ogni giorno, da semplici “operai” della fede, “lo sguardo fisso su Gesù che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Ebr. 12,2) senza pensare al raccolto, dediti solamente alla semina vogliamo procedere verso il Regno dei beati, desiderosi di incontrare Colei alla quale rivolgere il più grato e gioioso saluto: “Beata te che hai creduto”…  anche per tutti noi.

                                                                           Lucia Gallus fsp

La fede si rinnova alle fonti della gioia

Se dovessi indicare alcuni elementi indispensabili per avviare una vera Nuova Evangelizzazione, direi: innanzitutto la gioia, e poi l’entusiasmo che scaturisce soltanto dalla gioia, e infine l’allegria che è vitalità, energia del corpo e della mente, leggerezza frizzante del gesto e della parola.

Dati questi elementi il resto viene da sé, in quanto questi elementi non sono altro che la vita dello Spirito in noi. Per cui dovremmo chiederci con maggiore serietà e concretezza: perché noi cristiani diamo spesso un’immagine di tristezza, di pesantezza, e perfino di vecchiume, piuttosto che contagiare le persone che incontriamo con la nostra visione dell’avvenire, con la nostra libertà un po’ folle di donne e uomini tornati per sempre bambini, nascenti, sboccianti e fiorenti come rose?

Georges Bernanos fa esprimere ad un ateo, nel suo famoso scritto I grandi cimiteri sotto la luna del 1938, queste amare riflessioni rivolte a noi cristiani: “Voi non vi interessate ai miscredenti, però i miscredenti si interessano enormemente a voi (..) Vi consideriamo interessanti. Poi risulta che non lo siete, e questo inganno ci fa soffrire. (..)  Quando uscite dal confessionale siete in stato di grazia. Lo stato di grazia… Bene, e poi? Non sembra un gran che. Ci chiediamo cos’è quel che fate con la grazia di Dio. Non dovrebbe forse risplendere in voi? Dove diavolo mettete la vostra allegria? (..) Non basta rispondere che Dio si è  messo nelle vostre mani (…) Per noi, che possiamo solo sperare da voi la partecipazione a un dono che secondo quanto dite è ineffabile, l’importante non è sapere se Dio si è  messo nelle vostre mani, ma quel che fate con Lui”.

Il Salmo 85 dice: “Rallegra la vita del tuo servo, /perché a te, Signore, innalzo l’anima mia” (85,4).

Allora forse per ritrovare la fonte della gioia dovremmo imparare ad elevare meglio e con più forza la nostra anima verso Dio, e cioè dovremmo imparare a pregare meglio.

Dobbiamo uscire da un ciclo storico in cui la fede è stata spesso interpretata e vissuta al massimo come impegno sociale, come volontarismo e volontariato, come moralismo e intellettualismo, come ideologia religiosa insomma, e non come miracolo della liberazione dalla morte e dai suoi terrori, da cui poi spontaneamente e appunto allegramente fluisce l’opera di carità.

Dobbiamo perciò rimettere al centro il Centro, e cioè l’iniziazione battesimale e pasquale, e la vita interiore che questa iniziazione comporta.

Dobbiamo chiederci quali pratiche spirituali possano OGGI rinnovare l’esperienza della nostra nascita dall’acqua della liquidazione del nostro vecchio Io, e dallo Spirito che ci rigenera nella libertà e nell’eternità gioiosa di Dio.

Dobbiamo in altri termini ripartire da una nuova centralità contemplativa.

Su questo tema, tra l’altro, avvierò proprio in questo mese un Corso presso il “Claretianum”, l’Istituto di Teologia della Vita Consacrata di Roma.

La gioia, infatti, scaturisce soltanto dalle sue fonti più profonde, che ogni giorno dobbiamo ritrovare, riscavare dentro le rocce quaternarie della nostra dimenticanza, e della nostra infinita tristezza mortale.

La NuovaEvangelizzazionedovrà essere una stagione di ricerca appassionata della gioia dello Spirito, e una riscoperta della gioia che dà la ricerca stessa di Dio, della verità, della nostra più autentica realizzazione.

Paolo VI perciò scriveva nella Esortazione Apostolica Evangelii nuntiandi: “Possa il mondo del nostro tempo, che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza, riceverela Buona Notizia non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo, la cui vita irradi fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia di Cristo, e accettino di mettere in gioco la propria vita affinché il Regno sia annunciato  ela Chiesa sia impiantata nel cuore del mondo” (n. 80). 
                                                                                                                                                                                             Marco Guzzi

La fede è un abbraccio ritrovato

 

Credo che la più grande lezione di catechismo la stia imparando come mamma, vedendo crescere il mio bambino che ha da poco compiuto cinque anni e che si sta affacciando alla vita con l’entusiasmo e l’infinita curiosità di chi cerca un’appartenenza e un’identità. In fondo, a pensarci  bene, nell’arco di tutta la nostra vita, aneliamo a conoscere le cose e le persone per sentircene parte. La fede è un prodigio immenso che, nel bel mezzo delle vicissitudini che caratterizzano ogni vita, sempre orienta e rassicura. Una rassicurazione che ognuno è chiamato a fare e rifare propria ogni giorno per poterne ricevere motivazioni e coraggio e per riuscire a coltivare la virtù della speranza. Guardando mio figlio, constato che la fede è qualcosa di assolutamente semplice, un seme nella nostra natura di esseri indifesi fin dai primi giorni di vita. Diventa poi qualcosa di complesso a mano a mano che il cuore, crescendo, si indurisce, mentre si nasconde dietro linee difensive legate alla delusione, alla diffidenza e a tante paure che prendono il sopravvento su di lui. Se provo a guardare il mondo con gli occhi di un bambino, del mio bambino, posso scorgere i colori vividi della realtà e l’armonia che li tiene uniti; la gioia della scoperta e il gusto delle piccole conquiste. Un bambino che nasce, prima ancora di articolare parola o di muovere i primi passi sa già che qualcuno si prenderà cura di lui. L’affettività è la prima forma di comunicazione che egli mette in atto per sentirsi protetto e rassicurato. Affettività che richiede implicitamente una forma di abbandono all’altro. Al genitore, a chi lo accudisce, a chi lo coccola. Nella complessa rete di segnali inconsci che i neonati mettono in atto per ‘richiamare’ attenzione e ‘ri-conoscenza’ ci sono anche quelli che, in maniera più rocambolesca e contorta, mettono in atto gli adulti emancipati  per darsi un senso, per dare pienezza alla propria esistenza, per sentirsi appagati. L’attenzione spasmodica che cercano gli adulti è sapere di non essere soli. Sapere che esiste un Dio che non ci abbandona, che è pronto ad esserci vicino e a rassicurarci nei momenti di smarrimento, laddove la nostra ragione non basta a darci la pace del cuore. Questa convinzione diventa sicurezza e certezza non sulla base di prove scientifiche ma in base alla forza con cui la facciamo nostra. Quando insieme a mio figlio abbiamo iniziato a sfogliare alcuni semplicissimi libri rivolti ai bambini per le loro prime preghierine e per conoscere alcuni rudimenti sulla figura e sulla vita di Gesù, le sue domande mi hanno riempito di tenerezza e mi hanno fatto percepire alcuni particolari

-fino a quel momento considerati secondari- con l’impellenza e la luminosità del suo spirito ingenuo e innocente, sensibile e acuto, attento ma anche incredibilmente fresco e spontaneo. Gesù gli piace moltissimo, fin da subito ha imparato a considerarlo un amico speciale, un protettore, un papà. Certo lo ha anche impressionato moltissimo il racconto della sua morte in Croce ad opera di persone che non avevano accolto il suo messaggio e la grandezza del suo annuncio. Però tutto questo lo ha aiutato a capire che a volte gli esseri umani possono compiere degli errori, possono fare delle scelte sbagliate. Che esiste una differenza sostanziale tra il buon operato ed il cattivo operato. Inoltre non sempre accetta di buon grado di dover comunicare con Gesù attraverso il pensiero, relazionarsi con Lui a distanza. Vorrebbe un compagno di giochi, qualcuno che sappia giocare a pallone e che possa insegnargli ‘i trucchi’ per poter diventare imbattibile, per poter reggere il confronto oramai quasi di sfida che si sta aprendo con i compagni di scuola e le prime insicurezze che affiorano con la crescita. Anche questo è servito. E’ servito per fargli capire il ruolo di grande responsabilità che ha Gesù nel Regno dei cieli. Prendersi cura di tutti. Fare in modo che tutti possano stare bene. E poi Gesù crede molto in lui, sa che diventerà un bravo bambino e che sarà capace di imparare tante cose grazie alla sua volontà e al suo talento. Sa che un giorno potrà mostrare con gioia a Gesù le cose che ha imparato. Questo gli sta anche facendo prendere atto che i super eroi invincibili dei cartoni animati in fondo sono solo un bluff. Si impara con impegno e con fatica, si convive con ostacoli e problemi che a volte ci spaventano ma, come dice sempre lui, “non bisogna arrendersi mai”. Mio figlio ha imparato una cosa importantissima. E’ riuscito con slancio a fare un grosso salto mentale: capire la differenza tra sentirsi protetto dal grembo materno e trovare in sé – perché ricevuta da Dio – la forza per raggiungere la stessa confortevole sicurezza camminando sulle proprie gambe. Conquistarsi le cose, raggiungere il traguardo è la vittoria più bella sulla propria pigrizia e sull’egoismo. La fede in fondo è proprio questo, un dono e una conquista. Si ritrova qualcosa che era già in noi fin dagli albori. Fin da quando, come fa sempre il mio piccolo bimbo, si allungano le braccia per ricevere l’abbraccio materno nella certezza che non mancherà. Poi si cresce, ci si smarrisce un po’, aumentano i dubbi, si incontrano salite, si impara a proprie spese che esiste il dolore e che esistono ‘cose’ spiacevoli con cui bisogna misurarsi. Si impara a trovare una forza nuova in noi che diventa grande proprio quando impariamo a convivere con i nostri limiti e le nostre imperfezioni. La fede è questa trasformazione. Trasformazione che è conversione sofferta. E’ la pienezza di vita che abbiamo sempre cercato, è l’abbraccio confortevole di qualcuno che si prende cura di noi.

Romina Baldoni

L’immaturità dell’esperienza di fede …

 

Dalla lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi

«Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a esseri spirituali, ma carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non cibo solido, perché non ne eravate ancora capaci. E neanche ora lo siete, perché siete ancora carnali. Dal momento che vi sono tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera umana? Quando uno dice: «Io sono di Paolo», e un altro: «Io sono di Apollo», non vi dimostrate semplicemente uomini? Ma che cosa è mai Apollo? Che cosa è Paolo? Servitori, attraverso i quali siete venuti alla fede, e ciascuno come il Signore gli ha concesso. Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere. Sicché, né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere. Chi pianta e chi irriga sono una medesima cosa: ciascuno riceverà la propria ricompensa secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio».

Paolo, pur avendo accarezzato il sogno di comunità ideali, ha dovuto confrontarsi con le difficoltà concrete delle comunità cristiane, come ben vediamo in questa Lettera ai Corinti. Per quel gruppo di cristiani l’Apostolo ha lavorato un anno e mezzo, a rischio della vita, con grande entusiasmo, ha attraversato momenti di sconforto, di solitudine, di sofferenze. Ha investito molto per la comunità di Corinto, l’ha amata e tuttavia deve ammettere che non rispecchia quel volto da lui desiderato. Quali sono concretamente le difficoltà che l’Apostolo riscontra nella comunità di Corinto?

A me sembra soprattutto l’immaturità dell’esperienza di fede: “parlo a voi come a neonati in Cristo”. Paolo, come una madre che genera un figlio, percepisce tutta la debolezza della comunità e anche la possibilità che quanto ha seminato in mezzo ad essa venga spazzato via molto presto.

Ciò che tormenta Paolo sono soprattutto: 

   Le divisioni
l’immaturità della fede si traduce in fragilità e nella fragilità è più facile che avvengano divisioni per  i motivi più svariati, alcuni dei quali sono menzionati da Paolo stesso.
Tali divisioni gli causano molto dolore  e delusione.
Lui conosce molto bene il desiderio di Cristo per la sua Chiesa, desiderio che ha assunto come missione: Padre che siano uno.

● «Vi esorto pertanto fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d’intenti» (v. 10). E l’unione che Paolo annuncia è di pensiero e di intenti che si realizza solo nel pensiero di Cristo.

● Le divisioni, nella comunità di Corinto non sono solo di carattere intellettuale, ma anche di status sociale. La maggior parte dei cristiani di Corinto apparteneva agli strati sociali più umili (cf 1Cor 1,26): di essi solo alcuni erano cittadini liberi, mentre altri, in numero imprecisato, erano schiavi (1Cor 12,13; cf 7,21). Il contenuto della Lettera però fa supporre che nella comunità vi fossero persone dotate di una buona cultura, quindi anche dei mezzi per procurarsela.

Lo stato benestante, e anche più colto della comunità, è certo quello più sensibile al messaggio di Paolo e ai suoi risvolti culturali. I cristiani meno dotati dal punto di vista economico e intellettuale, vivono la loro fede in modo semplice e spontaneo, portando con sé i condizionamenti della loro esperienza antecedente. Costoro sono guardati con una certa sufficienza dai primi, che li considerano «psichici» (2,14), «carnali» (3,1), «deboli» (8,9-11): a loro vanno chiaramente le simpatie dell’apostolo.

● Queste divisioni toccano perfino le assemblee liturgiche, l’Eucaristia:

«Le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio. Anzitutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo» (11,17-18).

L’Eucaristia denuncia l’armonia perduta. Quando una comunità smarrisce l’armonia, ci si accorge nella celebrazione dell’Eucaristia.

● Paolo però enuncia anche un principio importante:
E’ necessario che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi» (1Cor 11,19).

Possiamo chiederci: oggi, come  viviamo il nostro essere comunità, il nostro essere chiesa di Gesù Cristo, come sono i nostri rapporti?

«Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: infatti quel giorno la farà conoscere, perché con il fuoco si manifesterà, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera, che uno costruì sul fondamento, resisterà, costui ne riceverà una ricompensa. Ma se l’opera di qualcuno finirà bruciata, quello sarà punito; tuttavia egli si salverà, però quasi passando attraverso il fuoco. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi».

Questi versetti della lettera di Paolo aprono uno spaccato di realtà che ci può illuminare nei giorni di incontro, di confronto, di decisioni. 

L’unico fondamento su cui costruire è Cristo.
Ciascuno stia dunque attento a come costruisce o edifica il corpo di Cristo.

v   E’ per questo che Paolo un po’ più avanti esorta la comunità usando la metafora del corpo il quale, pur essendo uno, ha una ricca pluralità e diversità di membra.

v   Il corpo non sarebbe più tale se non risultasse di membra differenti. La vera minaccia contro l’unità della Chiesa non viene dalla varietà dei doni dello Spirito, ma semmai dal tentativo di uno di essi di erigersi al di sopra degli altri, o dal suo rifiuto di servire, o dalla sua pretesa di fare a meno degli altri.

v   L’originalità di ciascuno, è sempre a vantaggio dell’intera comunità. La persona con la sua propria funzione, ha una sua propria collocazione.

v   La collocazione di ciascuno nella comunità è dono e volontà del Signore, non scelta individuale. I molti doni provengono dal medesimo Dio e appartengono al medesimo corpo: la varietà è necessaria. Paolo afferma quindi che ogni singolo dono ha bisogno degli altri doni.

v   Ogni gruppo sociale o religioso rischia di perdere la coesione ed unità, allorché i suoi membri tirano in direzioni opposte o invidiano i rispettivi ruoli e incarichi. 

v   La vita consacrata in quanto tale è dono, che sgorga dalla grazia battesimale, dal cuore di Cristo, nella chiesa e attraverso la chiesa. Appartiene dunque alla sua dimensione carismatica, abita al cuore della Chiesa e vive del suo palpito e con l’autenticità del suo essere fa battere il cuore della chiesa.

Queste riflessioni possono servire a:
prendere maggior coscienza insieme, del valore del dono di Dio nella chiesa, con la chiesa, per la chiesa, per questo, ascoltiamo una piccola grande maestra di vita spirituale:

Nel cuore della Chiesa io sarò l’amore
Dall’«Autobiografia» di santa Teresa di Gesù Bambino
(Manuscrits autobiographiques, Lisieux 1957, 227-229)
«Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi ritrovavo in nessuna delle membra che san Paolo aveva descritto, o meglio, volevo vedermi in tutte. La carità mi offrì il cardine della mia vocazione. Compresi che la Chiesaha un corpo composto di varie membra, ma che in questo corpo non può mancare il membro necessario e più nobile. Compresi che la Chiesaha un cuore, un cuore bruciato dall’amore. Capii che solo l’amore spinge all’azione le membra della Chiesa e che, spento questo amore, gli apostoli non avrebbero più annunziato il Vangelo, i martiri non avrebbero più versato il loro sangue. Compresi e conobbi che l’amore abbraccia in sé tutte le vocazioni, che l’amore é tutto, che si estende a tutti i tempi e a tutti i luoghi, in una parola, che l’amore é eterno. 
Allora con somma gioia ed estasi dell’animo grida: O Gesù, mio amore, ho trovato finalmente la mia vocazione. La mia vocazione é l’amore. Si, ho trovato il mio posto nella Chiesa, e questo posto me lo hai dato tu, o mio Dio. 

Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore ed in tal modo sarò tutto e il mio desiderio si tradurrà in realtà».

«Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli fa cadere i sapienti per mezzo della loro astuzia. E ancora: Il Signore sa che i progetti dei sapienti sono vani. Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio». (1Cor 3,1-23)

M. Maria Viviana Ballarin, op
Presidente USMI nazionale
suoredomenicane.to@gmail.com

 

La fede come viaggio

Cos’è la fede? Un viaggio… Un viaggio che inizia quando Dio semina nella nostra vita la novità assoluta della sua Parola creatrice. Una Parola che trasforma la quotidiana esistenza nel grande “viaggio della fede”. Il luogo del viaggio per eccellenza è la strada, là dove nascono le domande vere, quelle che abbracciano la vita e la morte, quelle che aprono la porta a Dio e all’amore, al mistero e al futuro, alla propria e altrui identità. Strada e fede, un binomio singolarissimo in cui i due termini si richiamano e si inverano a vicenda.

Chi cammina percepisce i bisbigli, le presenze, i passaggi misteriosi del Signore, perché è lui il compagno discreto e sconosciuto che ci affianca delicatamente fino ad ospitarci alla mensa della  grazia, dell’amicizia e dell’amore. Stare a mensa con il Vivente significa rompere il guscio che ci imprigiona, andando oltre la legge che ci irrigidisce, valicare la frontiera che ci impoverisce.

La storia biblica ci ricorda un “oltre” al quale tutti sono chiamati. Abramo cammina con Dio senza nessuna sicurezza, Mosè affronta passaggi oscuri e rischiosi attraverso il mare e il deserto, Giacobbe lotta con una presenza misteriosa tutta la notte sulla sponda dello Iabbok. Giona, dopo la grande fuga, naufraga nel silenzio di Dio per comunicare la misericordia divina. Maria di Nazareth affronta la fatica di un cammino verso le regioni montuose di Ain-Karim per donare a Elisabetta la gioia del compimento delle antiche promesse. Paolo di Tarso non smetterà di respirare la polvere delle strade per portare ovunque il Vangelo di Gesù. È questa la nostra segreta speranza: che la strada grigia e banale del quotidiano diventi per tutti la strada dell’incontro gioioso con il Risorto, sole che sorge per illuminare ogni credente. Ma non sarà tanto la forza a tenerci in piedi in questo lungo viaggio, né una grande intelligenza, ma più che mai sarà “la capacità di cambiare”. La fede cerca persone flessibili che sanno adattarsi continuamente vincendo le avversità e imparando sempre le nuove regole del gioco che la vita insegna.

Il beato Giacomo Alberione, maestro del viaggio interiore, nella sua proposta spirituale di conformazione al Signore Gesù (Donec formetur Christus in vobis), ci ricorda che «l’uomo uscito dalle mani di Dio deve fare un viaggio di prova che si chiama vita» e che il viaggio sarà riuscito se alla fine avrà compiuto lo stesso viaggio di Gesù tra gli uomini il quale «passò beneficando e risanando tutti » (At 10,38). L’uomo, nel tempo della sua unica vita, è chiamato a uscire da se stesso per assumere il modo di pensare di Gesù, il suo modo di amare e di volere, di agire e di parlare.

Il Padre misericordioso non ci lascia soli e nel suo infinito amore ci ha donato Gesù, maestro e fratello e “compagno di viaggio” per indicarci la verità, percorrere con noi la via e per noi farsi vita. Il viaggio della fede trasforma sempre chi viaggia in una benedizione per tutti.

Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione (Gen 12,1-2). (Da Paolineonline- Anno IV – n. 36).

                                                                                                                      Francesca Pratillo, fsp

La fede richiede pensiero

Una delle cause della crisi della fede cristiana risiede nell’attuale povertà del suo pensiero, e, poiché il pensiero cristiano alimenta da due millenni la creatività culturale dell’intero Occidente, possiamo dire che la crisi della fede cristiana coincida in definitiva con l’attuale semiparalisi della creatività spirituale dei popoli che chiamiamo occidentali.

In tal senso il Cardinale di Parigi Jean-Marie Lustiger scriveva già negli anni ’80: “A generare l’universo scientifico, moderno e secolarizzato, è stato il mondo occidentale, nato dalla Parola biblica. Di conseguenza la crisi di questo mondo è una crisi della fede.  (…) La crisi del nostro secolo, nella misura in cui esso vive del trionfo dell’Occidente, è una crisi collettiva del cristianesimo stesso”.

Crisi della modernità, quindi, e crisi della fede cristiana non sono due fenomeni distinti tra di loro, ma rappresentano lo stesso fenomeno, osservato da due punti di vista differenti.

Il problema che sorge mi pare questo: in che modo la crisi della cultura moderna, il suo attuale declino nichilistico, provoca e coinvolge la nostra fede? Come possiamo rinnovare la nostra esperienza di Dio in Cristo attraversando queste terribili purificazioni? Quali aspetti storici del cristianesimo stanno morendo in questa passione culturale? Quali aspetti della modernizzazione dobbiamo assimilare come stimoli evolutivi, e quali dobbiamo invece riconoscere nella loro natura intrinsecamente distruttiva?

Perché il problema consiste proprio nel capire meglio che cosa stia accadendo sul pianeta terra, nell’elaborare un racconto di questi ultimi secoli, plausibile e coerente, che ci aiuti a comprendere, ad esempio, se i fenomeni che chiamiamo “secolarizzazione” siano da interpretare complessivamente come anticristiani, oppure se in essi, almeno in parte, non si sia espresso proprio lo spirito della Nuova Umanità del Cristo, come ci suggerisce Benedetto XVI: “In un certo senso la storia viene in aiuto alla Chiesa attraverso le diverse epoche di secolarizzazione, che hanno contribuito in modo essenziale alla sua purificazione e riforma interiore” (Discorso durante l’Incontro con cattolici impegnati nella Chiesa e nella società – Freiburg 25 settembre 2011).

E’ questa immensa opera di discernimento che ancora manca, tanto che, anche in seno alla Chiesa, manca una visione complessiva, unitaria e sensata, di ciò che è accaduto in Europa dal1500 inpoi. Perciò la nostra cultura è debole, e anche la nostra fede non trova spesso le parole giuste per essere efficace annuncio di Nuova Umanità.

La NuovaEvangelizzazioneperciò richiede una nuova centralità contemplativa, da cui possa scaturire quella fiamma di Visione e di Pensiero che sappia illuminare in modo nuovo e potente la storia umana che giunge fino a noi, una storia che dall’Occidente cristiano si apra ai processi di unificazione planetaria che ormai rappresentano l’oggi messianico.

Perciò ancora Benedetto XVI ci ricorda nella Enciclica Caritas in veritate che senza pensiero nessuna evoluzione umana risulta possibile: “Paolo VI notava che ‘il mondo soffre per mancanza di pensiero’. L’affermazione contiene una constatazione, ma sopratutto un auspicio: serve un nuovo slancio del pensiero” (n. 53).

                                                                  Marco Guzzi