La luce della fragilità, la forza della speranza

Testimonianza di sr Alma, suora minima di Nostra Signora del Suffragio, operante nella parrocchia S. Agostino di Canterbury e Nostra Signora del Suffragio a Roma.

Lode a Te Signore per il nostro amatissimo Papa Benedetto XVI, che, docile allo Spirito Santo, ha indetto l’Anno della Fede a 50 anni dal Concilio Vaticano II.
E’ una grande grazia per me, sperimentare ogni giorno il dono totalmente gratuito della fede, mettermi alla prova, superare i dubbi e le difficoltà e riscoprire sempre con maggior vigore, a ormai 51 anni dalla mia consacrazione, la forza meravigliosa della speranza.

Mi chiamo suor Alma e appartengo alla congregazione delle Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio, svolgo presso la mia parrocchia l’impegno settimanale di portare l’Eucaristia agli anziani e ai malati. Loro sono oramai la mia famiglia e insieme siamo diventati una grande famiglia allargata che si aiuta e che vuole guardare con un sorriso di gioia al cammino versola PatriaCeleste.Ci sentiamo parte di una missione che ci appartiene, con la preghiera ci diamo una grande carica e ogni giorno che ci viene regalato è una grande possibilità per comprendere e per dare nella reciprocità. La cosa più bella di cui mi sento parte è il profondo senso di pace e serenità che mi viene trasmesso da tutti coloro che si affidano alle mani del Signore, che conservano la forza immensa della consapevolezza.

Creature deboli nel corpo, fragili nel dover convivere con sofferenza e malattia ma forti e determinati nel saper guardare oltre e nel confidare nella misericordia del Signore. Il mistero del Signore passa attraverso il prodigio della grande fede delle persone malate e fisicamente provate. Dalla luce dei loro occhi, dai sorrisi che sanno sempre prodigare, dal loro affidamento alla Parola, al SS. Rosario e alla preghiera, dall’avere sempre un pensiero per gli altri nonostante il peso della propria croce, da tutto ciò si saggia la presenza divina, la mano compassionevole e carezzevole di Colui che è vita eterna.

La mia famiglia sono le mie consorelle e la mia parrocchia.

E’ Mariapia, che si abbandona al Signore e che ricorda sempre che nel dare amore non ci si deve mai aspettare qualcosa in cambio. L’amore si arricchisce e si nutre della propria gratuità, della spontaneità e della grandezza del proprio cuore e la felicità arriva unicamente dal sapere di amare tutti.

E’ Anna che prega e che ascolta. Che nella propria solitudine trova il tempo per la meditazione e, attraverso il telefono, la voglia di parlare con parenti e amici per dare consigli, per scambiare pareri e portare coraggio cercando in ogni cosa di cogliere un lato positivo e una lezione di pazienza e fortificazione interiore. E’ Emilia che rivolge sempre un pensiero a tutti i bambini del mondo, che affida alla Vergine Maria le anime peccatrici di una società sempre più votata al materialismo e alla superficialità, che si ricorda di tutti e ogni mattina si rimbocca le maniche per accudire il marito infermo, nonostante la sua anzianità. “Voglio dare serenità ai miei figli” dice sempre, “voglio essere un punto di riferimento nell’instabilità che ci pervade”, “con la buona volontà e con la fede si può superare ogni crisi e regalarci un’esistenza più ricca e soddisfacente”.

Pierina dice: “La più bella cosa è stare vicino al Signore e andare avanti nella consapevolezza che Dio ci ama e che vuole solo il nostro bene”.

Quante volte riusciamo a farci una domanda simile con tanta lucidità e consapevolezza.? Quante volte me lo ricorderei io, nel mio cammino e nel mio apostolato, se non ci fossero gli sguardi determinati e le parole ferme di persone come Mariapia, Anna, Emilia o Pierina?

Sono tante le persone che appartengono alla mia famiglia. Ci sono i coniugi Teresa e Donato, c’è Adriana e c’è Marianna. Persone che sanno arricchirmi e sanno insegnarmi la fede di ogni giorno. Anche nell’apprendere lo sforzo a volte sofferto che fanno nel riuscire a compiere quella che è la volontà del Signore, il disegno che è stato loro riservato. Anche nella lotta e spesso nella ribellione che poi viene trasformata in opportunità di guardarsi dentro, nella maturazione che porta ad una sana convivenza con i propri limiti e che da questi riesce a trarre risorse per migliorare, per cambiare le proprie priorità, si intuisce la grande bellezza del nostro percorso di fede. La fede è una prova continua, la sua linfa vitale viene tratta dall’essere spremuta e interrogata. In ogni attimo della nostra vita si può intravedere la grandezza del Signore e la bellezza della fede. Tutti siamo chiamati a testimoniarla e trasmetterla ai nostri fratelli attraverso il linguaggio dell’amore e della comprensione. In tale modo si diventa lievito prolifico che accresce la pasta, vero pane di vita che sazia di tutto.

Sr Alma

Curare il terreno della fede

Oggi le nostre città sono piene di persone smarrite, angosciate e spesso disperate, uomini e donne che hanno perduto ogni punto di riferimento, e vagano disperse in cerca di un qualche sollievo.
Non potremo mai parlare in modo convincente di una Nuova Evangelizzazione se non sapremo offrire a queste persone luoghi di reale accoglienza, pronti soccorsi dello Spirito, e cioè alla fine persone e gruppi esperti che abbiano la capacità di aiutare gli affaticati e gli oppressi del nostro tempo a riprendere fiato, a scoprire gli spazi interiori del riposo, della quiete, e dell’ascolto.

Spesso la Chiesa si è ridotta ad un’agenzia che dispensa i sacramenti, ma questa strategia troppo meccanica ha finito per disamorare, per allontanare tanti credenti che non capiscono più a che cosa vengono invitati, quale sia cioè il senso di questi gesti e di queste parole che ripetiamo da secoli.

Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi scriveva: “Un certo modo di conferire i sacramenti senza un solido sostegno della catechesi circa questi medesimi sacramenti e di una catechesi globale, finirebbe per privarli in gran parte della loro efficacia. Il compito dell’evangelizzazione è precisamente quello di educare alla fede in modo tale che essa conduca ciascun cristiano a vivere i sacramenti e non a riceverli passivamente o a subirli”.

Ma questa formazione all’esperienza personale della fede e dei sacramenti avviene ordinariamente nelle nostre parrocchie? Oppure la crisi che stiamo attraversando è proprio un segno di una crescente e drammatica povertà spirituale della pastorale? Di una preponderanza del gesto sacramentale sulla cura del terreno su cui questo seme va poi a cadere?

Allora forse il vero problema della Nuova Evangelizzazione consiste nella rielaborazione di tutti gli itinerari iniziatici e di formazione permanente, e d’altronde proprio per collaborare a questa grande impresa ecclesiale abbiamo avviato nel 1999 l’esperienza dei Gruppi Darsi pace (www.darsipace.it ).

Oggi ogni uomo o donna che incontriamo, a partire da noi stessi, ha bisogno di molte cose per ritrovare un orientamento spirituale e cristiano.
Abbiamo bisogno innanzitutto di chiavi interpretative forti e nuove per affrontare il tempo travolgente in cui siamo immersi, e cioè di una nuova cultura della trasformazione antropologica in atto, capace di leggerla in chiave messianica ed evolutiva.

Abbiamo poi bisogno di un accompagnamento esistenziale molto concreto e di lunga durata, per capire meglio le nostre paure, i nostri blocchi, le nostre strategie difensive, tutti cioè quegli impedimenti che ostruiscono la nostra liberazione interiore.
E abbiamo anche bisogno di pratiche spirituali efficaci e regolari, di riscoprire la potenza della meditazione e della contemplazione, del silenzio profondo, e dell’ascolto della Parola di Dio.

L’integrazione nuova di questi tre elementi formativi, culturale, psicologico-esistenziale, e spirituale, mi pare il cuore di una Nuova Evangelizzazione davvero operativa e capace di accogliere e di aiutare le masse crescenti di uomini e di donne in ricerca.
                                                                                                                                                                                       Marco Guzzi

Raimon Panikkar: tra cielo e cuore

Cammini d’infinito alla ricerca della fede contemplativa.

«L’occidente muore, vittima di un totalitarismo tecnologico e di una specializzazione esasperata, espressione di una cosmologia difettosa che finisce per soffocare l’uomo, che ha ormai dimenticato la terza dimensione, quella del divino»*.
Queste parole di pregnante verità sono state dette da un uomo di straordinario pensiero, un uomo dei nostri tempi che ha saputo guardare lontano, che ha incarnato una spiritualità universale e che è riuscito ad abbattere le barriere delle categorie, delle tipologie e del dualismo in cui la modernità occidentale ha intrappolato l’espressività umana.
Un uomo che ha attraversato tutte le frontiere razionali e mistiche, rimanendo fedele a quattro religioni: cattolica, induista, buddhista e secolare. Un uomo che ha ridefinito con intuito e lucidità alcune questioni fondamentali come Dio, l’Uomo e il Cosmo, lasciandoci intravedere un nuovo orizzonte ideologico. Quest’uomo è Raimon Panikkar.
Molti sono i suoi picchi intuitivi, i punti focali capaci di riassumere il suo pensiero, lasciando trapelare saggezza e luminosa purezza. La realtà, egli sosteneva, è tutta divina. Non può esistere una realtà religiosa separata dalla realtà “per se stessa”. Il senso più profondo dell’incarnazione cristiana è l’aver reso divino anche tutto ciò che è concreto e limitato, perfino il corpo e la materia, senza con ciò toglierne l’essenza.
Ed ancora in difesa dell’Ecumenismo e del dialogo: «Se devo amare il prossimo come me stesso, e questo “prossimo” ha un’altra religione, come posso farlo se dimentico o magari disprezzo la sua religiosità? Non lo posso amare come l’altro è veramente. Per questo, il dialogo interreligioso è fondamentalmente un atto religioso». Lo stesso rito dell’Eucaristia rievoca l’universalità e l’abbraccio del mondo, l’unione tra cielo e terra. L’amore pieno è amore verso ogni cosa, nel senso più olistico di donazione totale di sé. L’amore ci apre alla retta coscienza, alla trasparenza e alla purezza. Vivere nel giusto equilibrio tra visione e conoscenza è in sé pienezza e realizzazione. La felicità infatti, secondo il pensiero di Panikkar è aspirazione “stella che guida ogni azione”. «La vita nella sua esperienza più profonda è godimento (…) La nobile verità dell’origine della felicità: la fede che la gioia esiste ed è possibile; l’uomo proviene dalla felicità, è sensibile solo alla felicità e, in quanto riesce realmente a vivere, è felice».
La speranza di raggiungere la felicità è gioia. «La speranza è dell’invisibile nel presente, nel sogno del futuro, ed è per essa che confidiamo nella Vita». La profondità del suo pensiero è maturata provando sempre a guardare oltre, cercando di liberarsi di una coscienza storica a volte limitante. Egli arriva a dire anche cose piuttosto forti ma è forte della sua verità e della sua saggezza. Quando sostiene che la prima evangelizzazione cattolica è fallita e che probabilmente volgerà al fallimento anche la nuova evangelizzazione, il suo è un ammonimento e un accorato auspicio. Lui sa che il cristianesimo inteso nella sua visione totalitaria, politico religiosa, così come fu nel Medioevo, è ormai venuto meno. Al tempo stesso sa che la via di appiglio è la liberazione da ogni costrizione dottrinale o di tradizione, sa che essere genuinamente cristiani come realtà esperienziale è la giusta via. Lui ha sempre percepito la sete di misericordia dei giovani, il fascino esercitato su di loro dall’uomo di Nazareth, che esortava a non giudicare a non ingannare, ad essere miti e umili. Questo fenomeno lo ha definito “cristiania”. L’esperienza senza barriere, l’essere penetrati e assorbiti dalla forza delle beatitudini. La beatitudine non è dottrina, non è un codice, non è diritto canonico. Lui sapeva che in questi ultimi anni l’umanità aveva speso il proprio tempo a confondere l’essenza della fede con l’istituzione. Attraverso le sue intuizioni egli porge gli strumenti per raccogliere la sfida del terzo millennio. Il Regno di Dio è tra noi, nelle relazioni umane, tra quelli che si vogliono bene. Nel nostro mondo reale dobbiamo scoprire -senza un perché- la giustizia, la felicità, la pienezza e la natura divina dell’uomo. I Padri definivanola Ecclesia come “mistero del cosmo”. La Chiesa deve essere organismo e non organizzazione, deve avere uno spirito e non una ragione d’essere. In essa vi è tutta la creazione e tutta la realtà. Per questo Panikkar non ha mai dato credito ai conservatori che gli intimavano di uscire dalla Chiesa. Lui rispondeva che non gli si poneva il problema di uscire da una chiesa-sistema nel quale non era mai entrato e nello stesso tempo non aveva nessuna intenzione di uscire dalla chiesa in cui credeva, la chiesa come fede, la chiesa del mondo.
Egli ha predicato l’amore disarmato, quello evangelico che incarna Gesù. La via che ci è stata indicata è la via a cui la Chiesa deve rimanere fedele, senza lasciarsi tentare da un potere che schiaccia o dalla violenza delle parole. In questo senso l’inferno diventa il simbolo più forte della nostra responsabilità, della nostra unicità e della nostra libertà. Ciascuno di noi è unico, se non agisce secondo la verità del suo essere, rimane un vuoto che fluttua nel cosmo, un buco dell’universo che niente e nessuno potrà colmare. Quel buco è l’Inferno. E’ nell’uomo e solo in esso la possibilità di fallire la propria esistenza, di passarle semplicemente accanto. L’inferno non è altro che incompiutezza cosmica, sfasamento di armonia e relazionalità uomo-cosmo. Questo capita quando l’uomo perde fede in se stesso. Se l’uomo non ha fede in se stesso non può nemmeno riporla in Dio, né nell’universo. Panikkar ha desiderato un ritorno ad una nuova relazione uomo-Dio, l’abbattimento della struttura rigida tra teologia e ateismo che da sempre ha rappresentato il bivio della riflessione sul senso e sull’infinito. Qualcosa che finiva per erigere un Dio rappresentativo di una razionalità segretamente guidata dall’angoscia di un’umanità che si sente abbandonata. Ma l’incontro con se stessi si compie nell’armonia del vivere ogni attimo con amore e intensità. Vivere veramente la vita è fare esperienza autentica di Dio e del cosmo. Non penetrare il mistero, ma intravederlo. La fede è il ciglio sul quale si affaccia la nostra finitudine. Così come la preghiera, essa richiede affidamento e fiducia radicale. Un moto interiore di piena convinzione che finisce per rassicurarci, per renderci capaci di ascoltare noi stessi e gli altri al di là di un linguaggio codificato. Noi siamo gocce e siamo mare. Abbiamo una natura divina in persone umane. E’ questo il mistero della Trinità ed anche il mistero della nostra fede.

Romina Baldoni  


* Citazioni  prese dal testo: Raimon Panikkar, profeta del dopodomani, Raffaele Luise, San Paolo 2011.

 

 

Crisi e rigenerazione dei cammini di iniziazione cristiana

 “Ci troviamo in un’epoca di profonda secolarizzazione che ha perso la capacità di ascoltare e di comprendere la parola evangelica come messaggio vivo e vivificante” (n.6).

I Lineamenta del Sinodo dei Vescovi sulla Nuova Evangelizzazione descrivono molto bene le difficoltà che incontra nel nostro tempo la diffusione della Buona Novella; ma poco prima, al n. 2, ci sollecitano a capire che queste problematiche devono “divenire una domanda della Chiesa su di sé. Questo consente di impostare il problema in maniera non estrinseca, ma corretta, poiché pone in causala Chiesa tutta nel suo essere e nel suo vivere. E forse così si può anche cogliere il fatto che il problema dell’infecondità dell’evangelizzazione oggi, della catechesi nei tempi  moderni, è un problema ecclesiologico, che riguarda la capacità o meno della Chiesa di configurarsi come reale comunità, come vera fraternità, come corpo e non come macchina o azienda”.

Risulta cioè del tutto sterile accusare il mondo secolarizzato della nostra incapacità di testimoniare in modo credibile e affascinante la fede che dovrebbe animarci. Mentre è certamente più fecondo, e molto più biblico, interrogarci sul perché la nostra fede  appaia spesso tanto fiacca da fare così poca luce intorno a sé.

La Nuova Evangelizzazionenon può che essere un tempo di straordinarie revisioni e purificazioni dentrola Chiesa, se non vuole ridursi ad un fenomeno di facciata.

E allora forse potremmo partire da questa amara constatazione del monaco benedettino Anselm Grun: “La Chiesaha sicuramente perso competenza nel campo della cura delle anime. Si è occupata troppo poco dell’anima del singolo e ne ha studiato troppo poco la struttura per poterla aiutare in modo adeguato nel cammino che porta a diventare uomini”. 

Troviamo forse facilmente nelle nostre parrocchie persone in grado di aiutare concretamente le persone ad affrontare la propria angoscia, la propria disperazione, i travagli di un passaggio storico di portata antropologica? Troviamo nei nostro Ordini religiosi numerosi madri e padri spirituali davvero in grado di accompagnare le anime nei passaggi iniziatici della loro trasformazione? Oppure spesso non troviamo altro che iniziative di tipo sociale o culturale che spesso ignorano le profondità abissali dell’anima umana?

Papa Benedetto scrive infatti nel Motu Proprio “Porta fidei”: “Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato”.

E allora la Nuova Evangelizzazione deve ripartire proprio dall’iniziazione alla fede cristiana, e cioè dal mistero del Battesimo. Siamo sicuri che il credente faccia o abbia fatto almeno in parte l’esperienza personale della morte della propria vecchia identità e della rigenerazione del proprio Io nello Spirito di Cristo? Poniamo questo mistero al centro delle nostre attività pastorali?

 Io credo di no, ed è ora che torniamo a farlo, perché un cristianesimo senza esperienza spirituale personale, ricco nelle sue istituzioni, e povero di contemplazione e del sapore di Dio, è ormai del tutto esaurito.

 E forse questa crisi è proprio una grazia, un drastico invito alla conversione della Chiesa.

Marco Guzzi

Ritrovare l’esperienza spirituale della fede

L’Anno della fede, che inizia formalmente l’11 ottobre, è una straordinaria occasione per intensificare “la riflessione sulla fede” “soprattutto in un momento di profondo cambiamento come quello che l’umanità sta vivendo”, come scrive il Papa nel Motu proprio “Porta fidei” (n. 8), con il quale ha indetto appunto questo Anno dedicato alla fede.

Questo Anno va poi di pari passo con le tematiche del Sinodo dei Vescovi che si svolge anch’esso in ottobre intorno alla Nuova Evangelizzazione. La crisi della fede cristiana infatti evoca immediatamente l’esigenza di un nuovo slancio di evangelizzazione, per cui “Papa Benedetto XVI ha messo in modo chiaro il tema della nuova evangelizzazione al primo posto nell’agenda della nostra Chiesa” (Lineamenta del Sinodo dei Vescovi – XIII Assemblea Generale Ordinaria “La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, n. 1).

La prima cosa che però dovremmo chiederci, per avviare uno slancio di evangelizzazione per davvero nuova, è che cosa sia in crisi. Se non comprendiamo infatti cosa stia vivendo un travaglio critico così grave, difficilmente sapremo prendere i provvedimenti adeguati a superare questa fase tanto sconvolgente.

Alcuni dati sociologici possono forse aiutarci in questa analisi. E’ interessante notare, ad esempio, che in Italia a fronte di uno scarso 25-30% di persone che frequentano la liturgia eucaristica settimanale, oltre il 40% dichiara di pregare ogni giorno o più volte al giorno, e un altro 30% alcune volte alla settimana, mentre più dell’80% continua a definirsi cattolico. Più del 50% degli italiani cioè si dice ancora cattolico, ma non ha quasi più nessun rapporto con la comunità ecclesiale.

Per cui non sembra tanto in crisi la fede in se stessa, quanto piuttosto le forme storico-culturali, ecclesiali, in cui essa si comunica. Sembra cioè che ci sia una crescente fame di spiritualità che non trova più risposte adeguate nelle forme liturgiche e nella catechesi ordinaria.

E questo fenomeno si riscontra in ogni parte del mondo: calo della frequenza alle ritualità tradizionali e crescita di una ricerca più personale di senso. Stiamo infatti tutti faticosamente passando da una religiosità preminentemente rappresentata ad una spiritualità più personalmente realizzata, e questo passaggio mette inevitabilmente in crisi le forme più estrinseche e meno intimamente vissute di religiosità.

Una Nuova Evangelizzazione perciò non può che ripartire dal rilancio dell’esperienza spirituale diretta, e quindi dal rinnovamento di tutti gli itinerari iniziatici e di formazione permanente.

Marco Guzzi