…Perché arrivati in terra ospitale

Dal 2015 la data del 3 ottobre per l’Italia non è più una giornata come la maggior parte dei immigratigiorni dell’anno. E’ ufficialmente la Giornata delle vittime dell’immigrazione.  La scelta della data ha una motivazione inquietante: “il 3 ottobre del 2013 un’imbarcazione carica di migranti è naufragata al largo delle coste di Lampedusa e 168 persone sono morte”. Quindi un atto coraggioso, giustificato, fortemente simbolico dopo la evidente comune presa di coscienza della più grave catastrofe marittima nel Mediterraneo dall’inizio del Ventunesimo secolo. Questa ufficializzazione di un evento catastrofico rende testimonianza della maturazione di una mentalità nuova: quanti – costretti da situazioni di povertà, di abbandono, da guerre che a volte finiscono in sterminio – si espongono a viaggi spesso disastrosi, non possono, non devono essere lasciati in balia di se stessi. L’immigrazione è di per sé un fenomeno dalle dimensioni globali, quindi, ed è evidentissimo, di non facile gestione e che interessa e mette in questione la coscienza di tutti. Esattamente perché da tragedia si trasformi in fenomeno gestibile. Già il Levitico riporta: “Se verrà a stabilirsi presso di voi un immigrante non molestatelo. Come uno nato tra di voi sarà colui che viene a stabilirsi presso di voi. Lo amerai come te stesso… perché voi sete stati immigranti nella terra d’Egitto” (cfr Lev 19,33-34). Gesù lo ammette come positività in una delle motivazioni per la ammissione nel suo Regno: “Venite… prendete possesso del mio regno… perché ero pellegrino e mi ospitaste” (Mt 25,35).

Anthony Lake, direttore UNICEF (settembre 2015) presentando cifre inquietanti ha scritto: “Almeno un quarto di coloro che cercano rifugio in Europa sono bambini – nei primi sei mesi di quest’anno, più di 106.000 bambini hanno chiesto asilo in Europa. E non dobbiamo mai dimenticare ciò che sta dietro le tante storie delle famiglie che cercano rifugio in Europa: terribili conflitti come quello in Siria, che già ha costretto circa 2 milioni di bambini a fuggire dal loro paese”.

Molte comunità religiose, diocesi, parrocchie stanno prendendo in seria considerazione l’appello di papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere ‘prossimi’, dei più piccoli e abbandonati. A dare loro una speranza concreta”. “Nei loro occhi paura e speranza” ha scritto recentemente Anna Pappalardo parlando delle attuali situazioni di emergenza. Insieme vorremmo che negli occhi di tutti i migranti non si vi debba più leggere ‘paura’ ma soltanto ‘speranza’, perché ‘arrivati in una terra ospitale’. (B.M.)

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Educare: cammino di relazione e fiducia

L’educazione inizia con noi stessi nel corso della nostra vita attraverso le prove della nostra vita. Siamo esseri sociali e ci relazioniamo con il mondo e con gli altri come noi. Come diceva Socrate ‘gnozi seauton’, conosci te stesso. Da lì parte e lì arriva il nostro cammino di conoscenza e di relazione.

foto 5 (2)Ho sempre sognato la scuola che ho visto al cinema in ‘L’attimo fuggente’ oppure il tipo di educatore alla Mary Poppins. Da piccola mi sono sempre chiesta perché nella realtà le cose non andassero come al cinema. Tutto poteva essere migliorato con un po’ di magia. E questa sensazione del potenziale magico della realtà l’ho portato con me anche da adulta. Nei miei sogni ad occhi aperti mi sono sentita io stessa una Mary Poppins che grazie al suo entusiasmo e alla sua energia riesce a trasformare in positivo la realtà… così nella vita ho sentito che con situazioni e persone marginali potevo fare la differenza, potevo portare questa visione liberatoria… facendo però grande attenzione a mantenere la distanza e non venire intrappolata in situazioni che avrebbero potuto divorarmi e farmi male, annientando il mio piccolo e luminoso potere o desiderio magico.

Questo ottimismo innato è una grande risorsa che mi viene da mia madre e anche dagli insegnanti che ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada.
La vita poi diventa maestra e nel corso della vita non sempre c’è stata la bacchetta magica. Negli ultimi anni sul lavoro e anche nella relazioni affettive mi sono trovata spesso a scontrarmi e a riportare ferite nei temi relazionali. Quella che pensavo essere una mia grande risorsa: la comunicazione e la relazione con gli altri, si è alla luce degli ultimi eventi rivelata una debolezza. Facendo i conti in maniera obiettiva, credo di avere un po’ esagerato da una parte prima e dall’altra poi. Oggi è come se volessi trovare un nuovo equilibrio, una visione del mondo più integrata, che integra appunto le mie varie esperienze e le varie prospettive toccate. Ecco quindi che anche con me stessa ho intrapreso un nuovo cammino di educazione. Un cammino di educazione alla relazione e alla fiducia in me stessa e nell’altro.
Mi sono resa conto del valore poietico del pensiero nelle relazioni. Dai fiducia e riceverai fiducia. Nutri sospetto e il sospetto si avvererà. La paura che si autorealizza. Qualcosa nel nostro agire e comunicare ci porta là dove temiamo di andare. Questo diventa non un sogno, ma un incubo magico. D’altro canto, c’è il desiderio di esplorazione e di ampliare gli orizzonti, la fiducia nel futuro che si autorealizza e ci porta là dove c’è una opportunità per noi. Creare fiducia nella relazione e non vedere il male, ma il bene.

Educare prima di tutto noi stessi ad uscire dagli stereotipi e dalle nostre corazze protettive che spesso fanno molto male a noi stessi e agli altri. Quando si accumulano le primavere, le esperienze ma anche le ferite sul campo, viene la tentazione di chiudersi e di pensare in negativo. Le energie fisiche diminuiscono e la paura prevale. Quando questo succede, limitiamo le nostre possibilità. Certo la società impostata sul consumo, l’eterna giovinezza, la forza e la competizione non aiuta. L’introiettare questi valori è quasi automatico e se li mettiamo a punti di riferimento della nostra vita, non ci aiutano. Non ci aiutano a valorizzare noi stessi, a valorizzare gli altri intorno a noi e la natura. Quanti scempi compiamo con il mare, la terra ed i cieli che ci sostengono. Come ci indica Papa Francesco nella enciclica ‘Laudato Si’, la nostra Madre Terra grida per lo scempio che le abbiamo arrecato. La mancanza di rispetto con il nostro pianeta è rivelatoria della mancanza di rispetto che abbiamo con noi stessi e con gli altri. Ancora una volta interviene il pensiero magico. Ce la raccontiamo di potere tutto dominare e domare. L’uscita dallo stato di natura che deriva dall’educazione, non significa vilipendio della natura intorno a noi ed in noi. Ma piuttosto conoscere le possibilità del libero arbitro ed i limiti. Non è un atteggiamento magico, ma un atteggiamento responsabile e di relazione. Relazione con la natura, con noi stessi e con gli altri.
Aiuta imparare a vedere il mondo da un’altra prospettiva, non la nostra, ma quella dell’altro. Educarci ad includere la prospettiva dell’altro nei nostri valori e nei nostri processi decisionali. Sia che si tratti di decidere di fare la spesa, di come rispondere in famiglia, di che comportamento adottare sul lavoro, in strada e negli uffici pubblici, in mare e in montagna. E anche di come investire i nostri risparmi e le nostre pensioni.

Voglio condividere le tensioni che il rapporto con una persona cara e a me vicina mi crea. Parlo del rapporto con mia sorella Manuela con la quale sono cresciuta facendo un po’ le stesse cose, condividendo esperienze ed amicizie. Con mia sorella negli ultimi anni abbiamo avuto una crisi di identità e di relazione. Entrambe abbiamo iniziato a pretendere l’una dall’altra qualcosa di diverso. Entrambe abbiamo tirato fuori le nostre delusioni, le nostre aspettative mancate e le nostre carenze. Se qualcosa non va bene nella vita è anche, o prima di tutto, colpa dell’altra. Questo scarica barili di colpe può creare un mare di incomprensioni e alla fine ci si trova parte di due continenti diversi. Come siamo finite lì? Prendendo distanza non solo dal continente di Manuela, ma anche dal mio, mi rendo conto che i nostri bisogni, le nostre pulsioni e i nostri desideri sono quasi gli stessi. Se penso alla nostra storia non accentuando solo le ferite, ma la realtà, sono felice di ricordare tutti i momenti perché sono parte della nostra relazione, della nostra storia, delle nostre vite. E la rabbia e il rancore che talora manifestiamo l’una con l’altra si posano su un forte sentimento di amore, non riconosciuto però come tale. Educare me stessa ad un rapporto più maturo con mia sorella e che vada oltre le ferite e le rivendicazioni, le accuse e i sensi di colpa non è facile. Ma ci sto provando a fatica e non senza tensioni. Prendere distanza dalle mie certezze e le mie barriere, non dare tutto per scontato, esplorare nuove modalità e possibilità mi aiuta.

Spesso le antipatie viscerali si sviluppano su lati non accolti del nostro carattere e della nostra personalità. L’unico modo di superare i preconcetti e le chiusure è quello di porsi nella prospettiva dell’altro, ma anche nella nostra prospettiva negata a noi stessi, quella in ombra. Per fare questo è importante partire da un franco confronto con noi stessi e chiederci che cosa siamo, che cosa desideriamo e che cosa è veramente importante per noi, quanto nella nostra vita c’è di vero e profondo e quanto invece di puramente effimero. Rivedersi in una prospettiva temporale di evoluzione e vedere il fine fuori da sé. La prospettiva religiosa aiuta.
Infine, mi è arrivata qualche anno fa una nuova sfida, quella di insegnare come docente in un corso di Master della Bologna Business School a giovani di vari Paesi del mondo, con una solida istruzione e già alcune esperienze lavorative. Mi devo chiedere che cosa voglio trasmettere loro, che cosa desidero che rimanga loro tra 3-5 anni e capire che cosa li motiva e che cosa no. E’ un esercizio utile e non facile che mi chiede di rivedere le fondamenta della mia attività lavorativa, delle mie capacità e ripensare anche a quella che io ero 20-25 anni fa, alle mie aspettative ed esigenze.
Anche in questo processo sto capendo che partire dall’educare me stessa mi aiuta. Non posso dare nulla per scontato e con molta onestà ogni volta che entro in classe ho l’opportunità di lanciare un seme, ma anche di accogliere molto. Voglio trasmettere dei contenuti tecnici, ma devo stare attenta al passare la mia visone del mondo per non manipolare giovani esseri umani con grandi potenzialità. Il modo migliore mi sembra quello di condurli a non avere una visione semplificata e riduttiva della economia e della finanza  che insegno loro e condurli a fare delle analisi e di tirare dei risultati sui quali ragionare.

Ringrazio per l’invito a scrivere su questo tema mi dà lo spunto per riflettere su una attività che continua per tutta la vita, perché educare è un’attività che compiamo prima di tutto con noi stessi, un’attività che ci fa uscire dallo stato di natura[1] e ci rende consapevoli del nostro libero arbitrio. Inizia quando veniamo al mondo nel rapporto con i nostri genitori, fratelli, sorelle e la nostra famiglia. Prosegue con la scuola e con il lavoro, che sono attività di forte socializzazione istituzionalizzata dalla società. Le amicizie, le relazioni affettive e la nuova famiglia sono le palestre della nostra educazione interiore. La scuola e il lavoro sono le palestre della nostra educazione sociale. In ogni età ci si presentano delle specificità che affrontate con i nostri coetanei ci aiutano a rafforzare il processo di educazione. Gli antropologi nell’osservare le società ‘altre’ parlano di processi di iniziazione, ad es. descrivono ampiamente i riti di iniziazione alla pubertà nelle varie aree del mondo. Ogni comunità locale ha sviluppato una propria ritualità che accompagna questi processi di passaggio nelle età della vita. L’occhio è rivolto all’altro. Lo sguardo sull’altro ci aiuta e ci fa crescere. Il processo di individuazione ci fa scoprire diversi dall’altro. Il processo di educazione ci fa scoprire uguali all’altro, attraverso le età e le prove della vita.
Daniela Carosio
Director Sustainable Equity Value Ltd.


[1] NB: Uscire dallo stato di natura, non significa però negare la natura in noi e fuori di noi. Penso a Rousseau che ha scritto di educazione, ma non è riuscito ad educare i propri figli e che la teoria spesso diventa nemica della pratica.

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LA BUONA SCUOLA e l’ottimismo corresponsabile

Intervista a Suor Anna Monia, presidente regionale della Fidae Lombardia, una delle  v oci più autorevoli di questi anni nel settore Scuola.

g-adernodownloadLa legge 107 che accompagna il progetto de “La Buona scuola” è stata approvata e pubblicata sulla Gazzetta ufficiale, entrando  in vigore il 16 luglio, festa della Madonna del Carmelo che ricorda l’apparizione del 16 luglio 1251 al carmelitano san Simone Stock, durante la quale la Madonna gli consegnò uno scapolare in tessuto, rivelandogli notevoli privilegi connessi al suo culto.

Un nuovo “scapolare” viene oggi consegnato alla scuola italiana e che sia di fortuna e di protezione per una legge da tanti osteggiata e criticata.
Intervistando suor Anna Monia Alfieri, presidente regionale della Fidae Lombardia (associazione che riunisce la quasi totalità degli istituti cattolici italiani), emerge la differenza e l’originalità nell’accogliere la nuova legge della scuola italiana.

D) Suor Anna Monia la sua voce si distanzia dal coro di proteste e di rifiuto della “buona scuola” considerandola un buon punto di partenza per la riorganizzazione del sistema scolastico italiano?

R) In questi ultimi mesi, a partire dallo scorso settembre quando è partita la consultazione sulla “Buona scuola”, abbiamo assistito ad un alternarsi di proteste e contrapposizioni esasperate tra le forze politiche e le forze sociali, tra i sindacati e il Governo, che, a qualunque colore politico appartenga, tenta ogni volta di rinnovare l’organizzazione del sistema- scuola.
Adesso che la legge è approvata spetta a noi la responsabilità di contribuire in modo propositivo e intelligente alla redazione dei decreti e delle circolari applicative della legge affinché definiscano ciò che non è chiaro, senza porre ulteriori vincoli e puntare a potenziare tutti gli aspetti positivi che la Legge n. 107 ha. E non sono pochi!

 D) Quali sono gli aspetti positivi di questa legge sulla scuola per la quale lei crede che insieme occorra scendere in campo? Se potesse proporre un patto con le parti sociali, su quali temi verterebbe?

R) Lancio una sfida: “ottimismo corresponsabile”. Dire che le cose non vanno bene è per assurdo più semplice e meno impegnativo che lavorare per un cambiamento. Io vorrei dire ciò che di positivo questa riforma propone per interrompere anni di disfattismo; allo stesso tempo vorrei richiamare ciascuno di noi, e tutte le parti sociali alle proprie responsabilità. Possiamo scegliere di essere coinvolti in questa riforma in modo costruttivo, oppure di non esserci, o cosa di gran lunga peggiore, collaborare in modo disonesto. Quando avviene un cambiamento, le posizioni sono diverse: c’è chi lo sostiene, c’è chi lo ostacola, si deve scegliere da che parte stare. Possiamo lavorare potenziando gli aspetti positivi presenti nella Legge n. 107.
Innanzitutto una maggiore attenzione al percorso formativo dei ragazzi, con l’introduzione del curriculum dello studente, con la possibilità di personalizzare il piano di studi tramite le discipline opzionali, e il potenziamento dell’alternanza scuola-lavoro, sia a livello finanziario sia in termini di percorsi; tutto questo identifica una scuola più flessibile e con maggiore attenzione alle esigenze provenienti dalle famiglie e dal territorio.

D) A proposito di docenti: quali gli aspetti positivi nella Legge scuola?

R) La legge prevede l’organico dell’autonomia, ovvero un certo numero di docenti assegnati alle scuole per il potenziamento dell’insegnamento curricolare: occasione per offrire una proposta formativa davvero più rispondente ai bisogni dei ragazzi.
È previsto inoltre un investimento innovativo sulla responsabilità professionale dell’insegnante e il sistema degli ambiti territoriali offre ai dirigenti e alle scuole la possibilità di inserire nel proprio organico nuovi docenti non in base a rigide e astratte graduatorie, ma creando l’incontro tra Piano dell’Offerta Formativa progettato per il triennio e la piena adesione alle problematiche occupazionali in vista della missione fondante della scuola: l’educazione e la formazione dello studente.

D) Sr Anna, nelle scuole statali aumentano i docenti, e nelle scuole paritarie?

R) Ovviamente sono preoccupazioni che comprendo molto bene. Però è altrettanto importante dire che non ci sono alternative. Il SNI non può ripartire se non sana piaga sociale del precariato. Svuotate le GAE, è necessario avere la forza di domandare ai sindacati di farsi carico di rivendicare “buoni docenti” per una “buona scuola”.
I docenti che lasciano le scuole paritarie per le scuole statali operano una scelta libera, ma è pur vero che a parità di titolo i compensi sono differenti. Dobbiamo arrivare a garantire la libertà di scelta educativa della famiglia e la libertà d’insegnamento in un pluralismo educativo reale.
Non dobbiamo combattere per trattenere gli insegnanti, ma per chiedere che sia garantita la pari dignità con la parità di stipendi a parità di titolo di studi. Non dobbiamo nemmeno combattere per la difesa della scuola paritaria, ma per la libertà di educazione e della famiglia, da cui poi discende la parità.

D) Nella legge 107 ci sono dei benefici economici per le famiglie che scelgono le scuole paritarie?

R) Tra le novità che alcuni contestano c’è anche la detraibilità delle spese sostenute dalle famiglie per la frequenza scolastica anche presso le scuole paritarie. Anche se il beneficio è minino, irrisorio e quasi simbolico, è da ritenersi una conquista, quale riconoscimento verso la famiglia che sceglie la scuola per i figli e tale provvedimento dovrebbe portare verso il costo standard per allievo, fattore di efficienza e di sostenibilità nel buco nero della pubblica istruzione. Se i detrattori della scuola paritaria (cattolica e laica) sono cosi certi della loro idea raccolgano la sfida che forse questo governo ha lanciato: la laicità pura non teme mai il confronto e, se non genera autentica libertà di scelta, smette di chiamarsi laicità e si chiama dittatura. Si dia alla famiglia la possibilità di scegliere e se nessuna di queste scuole sarà scelta, bene: chiuderanno la loro attività per mancanza di allievi e si dedicheranno ad altro. Allora chiuderanno non a causa di una difficoltà economica, bensì perché la loro offerta formativa non ha più nulla da dire e da comunicare.

D) Il 20 giugno scorso un milione di cittadini sono scesi in piazza per dire che l’insegnamento dell’ideologia gender non deve essere introdotto nella scuola, statale o libera che sia.

R) Su questo e su altri contenuti non solo il mondo cattolico, ma tutta la società civile, deve combattere di più ed essere presente in maniera unitaria, altrimenti sul fronte politico si resterà deboli. Occorre fare cultura se si vuole generare consenso. Ora abbiamo due alternative: possiamo usare la riforma come una leva su cui fare forza per togliere il tappo a una scuola classista, regionalista e discriminatoria, o come un chiavistello da mettere su un portone. E’ importante applicare il principio del consenso informato dei genitori nel caso specifico dell’insegnamento sulla parità di genere previsto al n.16.

D) Sr Anna Monia, abbiamo parlato di tanti aspetti e per il futuro?

R) In estrema sintesi i problemi sono davvero tanti e solo cittadini responsabili possono pretendere una politica responsabile. E questo percorso l’ha dimostrato, se ne prenda atto con onestà.
Si chiude una fase di riforme annunciate; ora ad essere chiamata in causa, più di prima, è la responsabilità dei soggetti – dirigenti, docenti, famiglie, realtà sociali – di interpretare ed utilizzare in maniera intelligente le nuove norme nella prospettiva di un cambiamento di sostanza e non di facciata arroccato sul baluardo della difesa delle proprie posizioni.
Occorre abbandonare la leva utilizzata da chi ci strumentalizza per interessi di parte e si contribuisca ad un effettivo miglioramento. Questa è una domanda di libertà nella convinzione che si tratta di una battaglia in difesa di un diritto proprio, connaturato ed inalienabile, già sancito dalla Costituzione.

Giuseppe Adernò

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Papa Francesco e la nuova contestazione globale del XXI secolo

 Questa Enciclica di Papa Francesco “sulla cura della casa comune” è probabilmente lo 1434623806054enciclicascritto più rivoluzionario che un papa abbia mai scritto in tutta la storia della Chiesa, ed un appello inequivocabile alla rivolta spirituale, culturale, e politica, come  da tempo non si sentiva risuonare in questa nostra epoca così stanca, e dominata da menti sempre più affievolite, dal conformismo più ottuso, e dagli infiniti cori del pensiero unico.
Lo schema dello scritto è molto semplice: ci troviamo a vivere la fase terminale di un degrado dell’ambiente naturale e di quello sociale, che non ha precedenti, per cui “sembra di riscontrare sintomi di un punto di rottura, a causa della grande velocità dei cambiamenti e del degrado, che si manifestano tanto in catastrofi naturali regionali quanto in crisi sociali” (n. 61). Papa Francesco descrive una “vera catastrofe ecologica”, come la definì già Paolo VI nel 1970 (citato n. 4), che sta trasformando la terra “in un immenso deposito di immondizia” (n. 21). Ma insieme all’inquinamento dell’aria, dell’acqua, del suolo, oltre alla distruzione di interi paesaggi, delle coste, e di migliaia di specie animali, Francesco denuncia una devastazione che tocca l’uomo nella sua essenza. E’ l’uomo in realtà la specie più minacciata, più violata, più abbandonata al potere di una macchina tecno-mercantile che sta sfigurando ogni lineamento della nostra umanità. Quello che il papa chiama “il paradigma tecnocratico dominante” (n. 112) vuole distruggere infatti non solo la natura, ma in primo luogo la cultura umana, in quanto solo una umanità decerebrata, deprivata di ogni identità sessuale, familiare e culturale, storica e genealogica, può essere del tutto sottomessa ad un potere così evidentemente omicida e folle.

L’analisi dell’Enciclica è puntuale: ormai la cultura è soffocata da un’informazione pubblicitaria totalizzante e mortificante: “I grandi sapienti del passato, in questo contesto, correrebbero il rischio di vedere soffocata la loro sapienza in mezzo al rumore dispersivo dell’informazione” (n. 47). Questa cultura nichilistica perciò non può più ispirare alcun progetto politico serio, e dilaga per il mondo un’irresponsabilità folle nei confronti dell’ambiente, delle future generazioni, e dei poveri (n. 169), mentre la politica è del tutto asservita alle logiche numeriche e produttivistiche  di un’economia, a sua volta  pilotata soltanto dagli interessi della finanza mondiale e delle banche. Ne consegue che all’interno di questo paradigma non c’è più alcuna via di uscita, e ogni riformismo all’acqua di rose, ogni micro progetto politico che non si renda conto che “tutto è collegato”: crisi ambientale, caos morale, dominio dell’insensatezza, comunicazione di massa ottenebrante, coma profondo dell’arte, del pensiero, della spiritualità, e regno incontrastato di una ingiustizia planetaria; ogni prospettiva insomma unilaterale, parziale, che non sappia mettere in correlazione tutti i fenomeni distruttivi, finisce per rafforzare l’impero di una civiltà tecnocratica votata all’autodistruzione, come fanno d’altronde più o meno tutte le cancellerie europee (che tra l’altro si dicono spesso cristiane …).

La risposta di Papa Francesco a questa situazione è chiara: “Ciò che sta accadendo ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivoluzione culturale” (n. 114). Non sono più possibili mezze misure: “L’umanità è entrata in una nuova era in cui la potenza della tecnologia ci pone di fronte ad un bivio” (n. 102). O continuiamo ad obbedire al tipo di uomo auto-centrato, ateo, egopatico, sradicato, infelice e pazzo, che pretende ormai di autocrearsi, e che sta devastando la terra e massacrando l’uomo, oppure ci incamminiamo verso un rivolgimento globale, verso un processo di conversione radicale dell’umano, verso una vera e proprio nuova umanità: “non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo. Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia” (n. 118).

Rivoluzione storico-culturale e conversione personale sono le due operazioni congiunte, a livello di mondo e a livello di anima, di un vero e proprio passaggio di umanità, di una svolta antropologica ineluttabile e non più rinviabile.

Nessun ecologismo da operetta, perciò, viene avallato da questa enciclica, nessun ambientalismo politicamente corretto, che si commuove per il destino delle balene, e tace sul dramma quotidiano dell’aborto (n. 120), che si indigna per ogni OGM e poi legittima il commercio di ovuli o di uteri o di embrioni umani vivi trasformando l’abominio del mercato delle carni umane nella difesa di diritti che violano ogni equità e ogni senso di umanità (n. 136). No, Francesco, è esplicito: qui stiamo parlando di una rivoluzione culturale globale, che tocchi innanzitutto il cuore alienato dell’uomo, e da lì tragga la luce per una inedita forma di resistenza: “Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico” (n. 111).

Questa nuova umanità è poi sostanzialmente quella inaugurata dall’Incarnazione di Cristo, che ha sanato una volta per tutte la nostra relazione con noi stessi, con il creato, e con Dio; ma ora la storia della salvezza sembra essere giunta ad una fase nuova, ad una sorta di ricominciamento, che non a caso chiama tutti, e la Chiesa per prima, ad una nuova evangelizzazione.
imagesE qui si apre la parte centrale dell’Enciclica, senza la quale il discorso potrebbe apparire una semplice petizione morale o una pura esortazione all’impegno sociale e politico: errore nel quale sono caduti moltissimi commentatori “laici”.
No, l’impianto del discorso di Francesco è esplicitamente cristologico.
La rottura dell’armonia tra Dio, Uomo, e Mondo, non nasce ora o con lo sviluppo del mondo industriale: “Questa rottura è il peccato. L’armonia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato è stata distrutta per avere noi preteso di prendere il posto di Dio, rifiutandoci di riconoscerci come creature limitate” (n. 66). E’ da lì che inizia la tragedia universale, di cui gli ultimi secoli sono solo la manifestazione più evidente, e perciò apocalittica: ci si sta mostrando cioè nella cronaca quotidiana ciò che il Cristo ci ha rivelato: l’uomo vecchio, ego-centrato, ateo, e folle, è un principio di distruzione; solo lasciandoci trans-formare nello Spirito della nuova umanità relazionale  di Cristo, possiamo salvarci, ritrovando il giusto rapporto con noi stessi, con Dio, e con tutto il creato, e riorientando così il cammino di tutta la creazione e anche degli stessi sviluppi positivi della modernità e della tecnica: “Il traguardo del cammino dell’universo è nella pienezza di Dio, che è stata raggiunta da Cristo risorto, fulcro della maturazione universale” (n. 83).

Lo sviluppo delle tecnologie insomma ha prodotto molteplici vantaggi al genere umano (n. 102), sempre accompagnati da svariati e a volte dolorosi effetti indesiderati; ma ora questa ambiguità di progresso e devastazione è giunta ad un punto limite, in cui siamo chiamati a comprendere che la dilatazione dei nostri poteri richiede un salto di coscienza, una riconnessione con il principio spirituale della nostra creatività, con il Cristo/Verbo creatore, che opera in noi e attraverso di noi.
La tecnologia contemporanea è troppo potente per essere ancora guidata da un Io ancora tanto ego-centrato e quindi così cieco e stolto. E qui Papa Francesco utilizza ampiamente le riflessioni di Romano Guardini sulla fine dell’epoca moderna: “l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza” (cit. nel n. 105).

E’ dunque una umanità convertita e rigenerata nello Spirito di Cristo, e non una generica figura costruita da qualche ennesimo umanismo ateo, magari a carattere “ecologistico”, la nuova umanità che può contribuire a condurre l’intero creato verso la sua mèta gloriosa: “le creature di questo mondo non ci si presentano più come una realtà meramente naturale, perché il Risorto le avvolge misteriosamente e le orienta a un destino di pienezza” (n. 100); e ancora: “L’essere umano dotato di intelligenza e di amore, e attratto dalla pienezza di Cristo, è chiamato a ricondurre tutte le creature al loro Creatore” (n. 83).
Ma anche il cristianesimo storico è coinvolto nella rivoluzione antropologico-culturale contemporanea, ed è perciò chiamato anch’esso a rievangelizzarsi per un nuovo inizio. In fondo il mondo moderno e lo stesso sviluppo controverso e ambiguo della soggettività autonoma e delle tecnologie fioriscono proprio sul terreno storico della civiltà cristiana, che non può chiamarsene fuori. Per cui la crisi spirituale e morale, in cui siamo immersi, coinvolge anche il cristianesimo storico e tutte le chiese, spingendole a profonde revisioni e riletture della propria storia.

Si tratta innanzitutto di riconiugare in modo nuovo la tradizione cristiana e cattolica con le culture moderne che da essa sono nate, operando una faticosa correzione reciproca, e un difficile discernimento di ciò che nella modernità è davvero evolutivo e cosa invece è pura distruttività. Un lavoro di pensiero al quale Benedetto XVI ha richiamato sempre l’attenzione distratta della cultura occidentale.
E poi si tratta di elaborare sintesi inedite che scavalchino il divorzio secolare tra Vangelo e cultura, che denunciava già Paolo VI. A questo ci convoca anche Papa Francesco: “Si attende ancora lo sviluppo di una nuova sintesi che superi le false dialettiche degli ultimi secoli. Lo stesso cristianesimo, mantenendosi fedele alla sua identità e al tesoro di verità che ha ricevuto da Gesù Cristo, sempre si ripensa e si riesprime nel dialogo con le nuove situazioni storiche, lasciando sbocciare così la sua perenne novità” (n. 121).

Il programma di questa enciclica è insomma davvero impressionante: rivoluzione culturale globale, conversione spirituale più radicale alla nuova umanità di Cristo (n. 217), nuovo slancio mistico (n. 216) verso la pace interiore (n. 225), e la capacità di essere presenti al Presente dentro il frastuono del mondo (n. 226), e quindi rilancio contemplativo e storico-politico, mistico e profetico, della stessa fede cristiana.
Un programma che può per davvero scaldarci il cuore e impegnarci per inaugurare, magari ancora quasi nel segreto, un nuovo millennio, una nuova civiltà: “L’autentica umanità, che invita a una nuova sintesi, sembra abitare in mezzo alla civiltà tecnologica, quasi impercettibilmente, come la nebbia che filtra sotto una porta chiusa. Sarà una promessa permanente, nonostante tutto, che sboccia come un’ostinata resistenza di ciò che è autentico?” (n. 112).
Alla domanda del Papa ci sentiamo di rispondere con forza e con fiducia: Sì! L’umanità nascente preme ormai in tutti noi e la sua potenza risplenderà di giorno in giorno dissipando le tenebre dell’ignoranza, della violenza, e della menzogna, più faremo spazio in noi alla sua ridente e travolgente libertà.

 Marco Guzzi
Scrittore Saggista

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Alla ricerca dell’oltre che affascina i giovani…

Non è vero che i ragazzi oggi non ascoltano. Più vero è che essi ascoltano quanto gli adulti 1.94337.1403791108che li circondano e anche un po’ di più. “Hanno una vita interiore insospettabile – assicura Domenico Sigalini – una risonanza e una consapevolezza di loro stessi, spesso invisibile a tutti“. Appaiono concentrati sul corpo (si pensi ai vari riti di preparazione prima di uscire con gli amici!) perché sperano, attraverso l’aspetto esteriore, di riuscire a mostrare agli altri quello che sono dentro, tutta la loro voglia di una bellezza ben più profonda e interiore… Ma per nessuno (tanto meno per chi ha pochi anni alle spalle!) è facile ‘sistemare’ la propria vita e trovare se stesso per imparare a vivere e ad amare. Così dei ‘risultati’ raggiunti sono sempre insoddisfatti.
Non evitano la fatica, anche se certo non la cercano se non quando se ne aspettano gratificazione. Faticano comunque almeno quanto i giovani di ieri. E sono capaci – pur con motivazioni e propositi diversi rispetto a quelli dei loro genitori – di grandi rinunce per ciò in cui credono, per un amico…
I loro modi esterni di comportarsi in realtà non danno l’idea della forza che ha il loro spirito. Occorre capire la domanda che è sotto quei ‘modi’ se si vuole aiutarli a investire l’energia che è in loro. Senza un’autorità che li guidi essi rischiano di perdersi in una ricerca che può non avere mai esito. O peggio possono lasciarsi affascinare da maestri di qualsiasi tipo e attaccarsi a ogni ‘eroe’ della strada che sia disposto a condividere il tempo con loro. Hanno bisogno perciò di adulti che, senza mai convincersi di conoscerli abbastanza, si impegnino a portare alla luce la ricerca sotterranea che i ragazzi stanno conducendo intorno a quell’oltre che sempre li affascina. Una ricerca intermittente per qualcuno; ma, piccola o grande che sia, c’è ed è viva in ognuno. I ragazzi in realtà nel loro quotidiano temono solo due cose: il vuoto e il silenzio, che essi sentono come segni di solitudine e di morte.

Con la forza della relazione affettiva …
V. Andreoli ne è convinto: “Nessuna logica ha la forza di convinzione quanto una relazione affettiva”. E i giovani – soprattutto quelli di oggi – non si convincono certo con i ragionamenti. Ci vuole invece quell’empatia che si comunica attraverso semplici cenni di attenzione alla persona. Attenzione che nasce da un ascolto autentico e si esprime in un sorriso, un cenno del capo, un ‘capisco’, un annuire… Segnali tutti che, soprattutto durante le pause del parlato, raggiungono il cuore.
Se è l’adulto a parlare, l’adolescente non capirà mai e non dirà cosa lo turba o lo sta preoccupando. In genere infatti egli non sa o non vuole esprimere i propri sentimenti di paura, di rabbia, di incertezza … Se si insiste con lui, si limita ad esclamare: non mi piace, non è giusto! L’educatore avrà allora il compito insostituibile di decodificare ciò che il ragazzo ha espresso attraverso le parole; di leggere i sentimenti sottesi e rimandarglieli. Se il sentimento è stato colto, il ragazzo si sentirà compreso e incoraggiato a fronteggiare la sua emozione, altrimenti continuerà a confutare e a chiudersi.
Certo nessun educatore – nel ruolo di genitore o insegnante o catechista o guida … – è tale a prescindere. Il più delle volte ognuno – considerando difficile raggiungere il ragazzo e, volendo comunque aiutarlo – assume il comportamento che gli viene più spontaneo. In genere gli parla mettendo in evidenza errori e difetti rilevati; o esprime pareri, giudizi (quasi sempre negativi). Tutto ciò ha come risultato una chiusura ulteriore del ragazzo che si voleva aiutare. Così, sentendosi incompreso, questi peggiora l’immagine di sé e la relazione.

Un viaggio necessario alla ricerca del silenzio …
Come riuscire a capire che in tutte le parole che ci capita di udire nel tempo, il messaggio è sempre: “Accoglimi come persona. Ascolta me”? In un mondo di paura e dai ritmi silenzio-quiete-stillness1frenetici, non basta certo un’idea a cui aggrapparsi; tanto meno basta ai ragazzi, che cercano un ‘Dio’ non percepito solo dalla mente, ma che si possa sentire, toccare, partecipare. In effetti il vero luogo della lotta spirituale e la sola terra capace di aprirsi e di accogliere è il cuore. Il problema in realtà è dentro ogni persona, giovane o adulta che sia, perché l’ascolto, necessario a un cammino di fede nel Mistero della vita e del tempo, germoglia nel silenzio che si gioca appunto nel cuore di ognuno. Intraprendere un viaggio alla ricerca di quel silenzio – che a volte è tacere, ma sempre è ascoltare – è una grande scelta, una scelta esistenziale, che apre subito alle sorprese, muove qualcosa in sé…
Ma nel tempo presente in qualche modo il silenzio è morto. E nessuno sembra disperarsene, o avvertirne la perdita. Il rumore è un po’ il vero habitat dell’uomo del terzo millennio. Persino le preghiere sono troppo rumorose, troppo vocianti… E – come ogni parola che non è fondata sul silenzio – rischiano di non aprire al contatto, di trasformarsi in rumore.

… e scoprire antenne per Dio
Il silenzio, canta Ron, porta fino in fondo là dove c’è Dio, dove sei te stesso. Sì, il silenzio scava nel profondo uno spazio per farvi abitare l’Altro e apre un luogo dove la Parola rimane. L’io riesce così a sottrarsi alla chiacchiera del “si dice”, del “fanno tutti così”, o del “non c’è nulla da fare”.  Il tempo che ci si dà per accogliere le delusioni, lo scoraggiamento e le paure proprie e dell’altro mette a tacere le idee preconcette, i “consigli” preconfezionati, il proprio “io” spesso molto invadente. Consente di accostarsi silenziosamente all’altro e di camminare con lui… Un po’ come Gesù con i discepoli di Emmaus. Una giornata allora può anche essere piena di rumori e di voci, ma tutti diventano eco della presenza di Dio, messaggi e sollecitazioni all’ascolto e all’Amore.
Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

 

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L’ESPERIENZA EDUCATIVA DI UNA MESSA

Testimoni consapevoli di fede
Credo che un’esperienza -ricevuta da una  professoressa nei giorni scorsi- illustri molto meglio di tante teorie quanto sia indispensabile ripensare le nostre celebrazioni e che una Messa1-628x270_c‘semplice’ esperienza liturgica domenicale possa fare la differenza educativa, configurarsi quale occasione di autentica formazione alla fede personale -anche di un solo giovane alla volta- parlare della comunione e delle relazioni all’interno di gruppi e comunità, manifestare attenzione agli altri, quei comuni prossimi presenti in quel medesimo luogo di preghiera… Osservare un gruppo di giovani durante una celebrazione può comunicare a giovani, adulti ed operatori le coordinate  del  loro cammino cristiano e del loro coinvolgimento…
Capita proprio ad adolescenti, in crisi e sempre più dissipati, ignari d’incontrare –forse quell’unica volta in modo significativo o del tutto straordinario- Cristo o perderlo di vista, rimanere disorientati, non capirci più nulla, delusi da coloro che dovrebbero consegnar loro testimonianza, essere consapevoli testimoni dallo stile inconfondibile e non dichiarati, inconsistenti maestri…

Scrive la prof X : “Di recente, casualmente, mi sono ritrovata a sperimentare il ‘disagio educativo’…le carenze e il vuoto di cui i giovani parlano da anni a scuola, riferendo le loro esperienze ecclesiali, il perché rifiutano di frequentare realtà parrocchiali, catechesi e Messa comprese… Un pomeriggio del mese scorso, per rendere omaggio a Maria, mi trovavo in un luogo mariano…in uno spiazzo era stata allestito il ‘set’  curato di una s. messa all’aperto…e un gruppetto di giovani era seduto ad ascoltare un predicatore molto provocatorio: se volevano fermarsi alla celebrazione, diceva, a lui o a Dio non importava di certo (con altro vocabolo…). M’informano successivamente che stava concludendo una catechesi ad hoc…Dopo aver ascoltato per un certo tempo, quei giovani sotto il sole cominciano già a spostarsi da un angolo all’altro per resistere…Inizia la s. Messa e i due sacerdoti presenti, all’ombra, non si accorgono neppure del continuo movimento dei ‘fedeli’. E’ prevista una introduzione alle letture da parte di un ‘catechista’ che forse ha dimenticato di leggere il testo e, sicuramente, non l’ha concepito o scritto…a cui fanno seguito le letture a mala pena comprensibili…anch’esse lette tanto per impegno preso. Al Vangelo, proclamato con diligenza dal Concelebrante non italiano, segue un’omelia che definirei ‘predica’ d’intrattenimento…in cui un dogma di fede è trattato, frantumato  e spiegato in modo tanto incomprensibile, travisando il Catechismo della Chiesa Cattolica… Assisto  senza poter far nulla ad affermazioni disparate e sperimento un vuoto senza precedenti. Mi vengono in mente le invettive dei miei studenti nei confronti di preti che ricorrono a calcetto e festicciole perché non hanno niente da dire di Cristo … mi pento quasi di tanti discorsi per giustificarli… Sperimento in prima persona quella scarsa consapevolezza d’avere a che fare con le cose di Dio, quella insufficiente responsabilità della propria missione che svaluta il momento dell’incontro comunitario del suo significato, che dimentica Dio da donare attraverso una relazione viva e intessuta di preghiera. Come si può pensare di parlare di Dio senza partire dalla preparazione ‘in preghiera’ della Parola da proclamare e far diventare Pane, dalla seria meditazione intima prima di spiegarla ad altri… Non dovrebbe essere questo  l’habitus di sacerdoti spesso conquistati dal cellulare o dalle apparenze più dei giovani che, con il beneplacito del celebrante, continuavano a scattare foto per documentare d’essere stati insieme… Vi risparmio il prosieguo omiletico e il report sulla partecipazione all’Eucaristia. Il tutto si conclude con uno sfogo conviviale al microfono, una chiassosa merenda a detrimento dei pellegrini presenti in quel luogo,  affermazione del  ‘ci siamo noi, soli  al centro del mondo’.  Mi chiedo, a che serve organizzare incontri in tali luoghi se poi ai passanti arriva il nulla o controtestimonianza… a che serve fare un’omelia dopo una precedente catechesi se si conoscono le regole dell’attenzione e l’inutilità della moltiplicazione delle parole…in che cosa vengono coinvolti i giovani se non sono introdotti alla riflessione personale, alla condivisione di pensieri e vangelo vissuto, a spezzare insieme la parola come lo stesso pane?  Comprendo anche perché a scuola sia sempre più  difficile parlare di cristianesimo… senza Papa Francesco avremmo già chiuso… Che cosa fare per  ‘educare’  gli  educatori?”

Aggiungo: da parte mia, invece, ricordo s. Messe d’oratorio, scout o di gruppi diversi, Messe preparate insieme e persino ‘omelie’ studentesche del mercoledì  in un Collegio padovano che educa ancora giovani universitari alla fede e all’impegno, celebrate da sacerdoti ‘santi’, capaci di far posto allo Spirito, di creare condivisione in mezzo ai campi o in altro luogo, che alimentavano la ricerca dell’anima e comunicavano mediante parola e silenzi: c’era Dio intorno e nell’intimo potevamo percepirlo, nella preghiera coglierne il mistero…C’erano poi ritiri con tempi di deserto, proposte di catechesi per crescere, confrontarsi e non solo per completare la lista dei sacramenti da ricevere. Molti di noi, sin da giovanissimi, hanno letto vite dei santi, scoperto ‘l’imitazione di Cristo’ e i Padri del Deserto, la preghiera del cuore, le missioni e poi scelto di arricchirsi attraverso il servizio in diversi contesti e professioni piuttosto che inseguire carriera e denaro… Merito di  quei santi incontrati, quotidiani servitori di Cristo che non è possibile dimenticare, alla stregua di vita ed esempi di genitori, nonni e docenti ‘solidi’ per umanità e cultura.

Papa Francesco  continua ad avvertire l’urgenza d’insegnare non a parole, ma a fatti… le sue Omelie sono un esame di coscienza in primis per sacerdoti e per operatori pastorali specialmente in ambito giovanile: il sensazionale, l’essere qualcuno, il sapersi districare nella rete non interessa a chi vorrebbe specchiarsi, trovare una direzione, fare l’incontro vitale della propria esistenza …I giovani da sempre sono voce critica all’inconsistenza che li circonda, denunciano il malessere degli adulti, vedono con occhi ‘veri’ la mancanza di coerenza di chi annuncia grandi cose, propone progetti ideali dimostrando pochezza, scarsa interiorità, deficit personali, inadeguatezza e problemi irrisolti…

Per annunciare Cristo non basta essere chiamati, occorre riempire il proprio essere di Lui, divenire capiente come una  giara e lasciarsi riempire d’acqua -Nozze di Cana-  e poi attendere che l’unico Maestro e Signore ci trasformi in vino al momento opportuno…Chi crede d’essere il protagonista di turno, profeta, maestro e guida… finisce per rovinare la festa e il lavoro di Dio, d’essere d’inciampo, di trasformare la festa in uno spettacolo di marionette… in molti applaudiranno, forse, ma tornando a casa porteranno con sé foto ricordo da mettere in rete, non certo quell’attimo assoluto e certo che faceva ripetere a Giovanni: ‘erano le quattro del pomeriggio quando lo incontrammo’

Se non si ha la responsabilità di un’omelia, ma quella di formare anche educatori, non si può tacere… oltre a credere e pregare, abbiamo, tutti, comunque, il dovere di correggere errori comuni, sollecitare al miglioramento, al rinnovamento interiore, ad autentica conversione: ritornare al Modello, ad essere discepoli di fatto, metterci alla Scuola dello Spirito… e anche gli studenti, magari solo percependo l’autenticità di un’ insegnante credente e innamorata di Cristo, comprenderanno e s’incammineranno…
Concetta F. Sinopoli
Docente di Bioetica – Scrittrice

 

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Se un libro ‘entra’ nella vita…

Nell’era dei social network    
I messaggi, oggi, volano sintetici e velocissimi, come mai è accaduto nella vicenda umana. 1354199981722cuffie-e-libro-4Per definizione, la società dell’iper-connessione dilata senza confini apparenti le facoltà dell’uomo con un accesso a nuovi contenuti. Sembra così dischiudere una libertà quasi infinita… E’ come se un mondo divenuto più piccolo dicesse, soprattutto ai più giovani: la libertà è qui, basta coglierla, non c’è bisogno di alcuno sforzo, il mercato sovrabbonda di merce. Basta un clic. I ragazzi preferiscono stare davanti al computer, giocare ai videogame, messaggiare; tutt’al più cercano qualche notizia o ebook su pc, ipad o smartphone … Non amano leggere davvero. Piuttosto, quando possono, si chiudono in una stanza con i loro ‘strumenti’ e decidono di…non uscirne più! È questa la patologia più insidiosa della multimedialità. Per essi – nuovi ‘reclusi’ sociali la cui esistenza a volte si annulla fino ad ammalarsi in uno scorrere insistente di immagini e mozziconi di parole – il resto sembra non esistere.
In tale situazione, dove finisce l’esortazione di Gustave Flaubert: “Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. Leggete per vivere”…  E l’esperienza di d’Alembert, per il quale le idee che si acquistano con la lettura  sono come “aria viva che si respira senza accorgersene e che è necessaria per la vita”?
Nella fatica di crescere e di vivere da adulti, le cose non vanno propriamente meglio. Leggere è prima di tutto un nobile modo di perdere tempo, ma chi si trova oggi ad affrontare da adulto un insieme di ‘fatiche’ esistenziali ripete all’infinito: mi piacerebbe … ma non ho tempo! Ne deriva l’abitudine (e la presunzione!), per esempio, di voler cogliere una notizia o capire un testo con uno sguardo ai titoli, o con un veloce scorrere della pagina elettronica e il ricorso affannoso a riassunti modesti e incompleti, proposti da un browser in pochi secondi, in base a una selezione opinabile e dai criteri sconosciuti.

Ai libri ci si educa e si educa
Cambiano le tecnologie, le piattaforme, i contenuti, ma ciò a cui non si può rinunciare – ha sottolineato il Presidente Mattarella parlando ai giovani – è la ricchezza dei testi e della lettura: leggere non è solo una ricchezza privata, ma un bene comune, ossigeno per le coscienze. Certo non è la stessa cosa sfogliare le pagine di un libro o sfogliare quelle di uno schermo. Qualcuno sperimenta quanto sia bello leggere annusando la carta, sottolineare passaggi… bello persino spiegazzare qualche pagina! La lettura è vita, ma se la si vive come un compito a casa o un dovere e non come un piacere, allora purtroppo piacere e volere sfumano e si perdono. Leggere protegge dalle sordità contemporanee e incoraggia la virtù dell’ascolto. Assolve alla tutela di un tesoro nazionale del quale forse non abbiamo vera consapevolezza. Certo non si dà educazione di persona in crescita senza l’apporto di adulti capaci di trasmettere conoscenze, esperienze, valori, ideali… È una specie di legge di natura, perché due sono le letterature: quella dei libri e quella in carne ed ossa. La causa del pessimo rapporto dei giovani con i libri non deriverà allora proprio dal rapporto che gli insegnanti hanno con la lettura?
Nell’era della multimedialità e del facile accesso a testi di consultazione aperta, tutto circola, in un modo o nell’altro. E non è davvero tutta merce di qualità. Il rischio di una facile e acritica indigestione di testi intrisi di odio e verità manipolate tesi a rendere prigionieri, oggi non solo esiste, è addirittura ingigantito. La lettura dunque può far bene. Giusto. E anche molto male. Una medicina sbagliata o in dosi errate uccide il paziente. La lettura senza selezione e prudenza, tipica dello sfoglio disordinato e bulimico della Rete, può generare false credenze, alimentare miti pericolosi, cementare gli odi peggiori. Borges sosteneva che noi siamo ciò che leggiamo. Resta il tema della libertà consapevole del lettore, che, senza perdere il senso della realtà con spirito critico sempre resta intimamente se stesso… Meglio il sapore anche amaro della realtà che il dolciastro zucchero filato di una vita artefatta.

Nella brezza di parole vere
Il tempo che si dedica alla lettura, nello spazio di una giornata, è un po’ lo squarcio di libertà di cui si è gli unici titolari. Leggere concentrati e distratti assecondando i ritmi alterni della mente, amando gli indugi e tornando su di sé, senza cercare scorciatoie… è forse l’attività umana più inebriante. Dà l’emozione di viaggiare nel tempo e nel mistero dell’uomo. Riposa, ritempra, diverte. Fa uscire dall’anonimato e anche dai recinti dei nuovi ‘reclusi’, dalle solitudini di un mondo interconnesso, quando è composto da molecole che non comunicano tra loro. Non importa il mezzo, il libro o il giornale di carta, il web o l’e-reader. Conta lo spirito. Contano le persone come individui e le collettività che rappresentano.
I libri in realtà permettono di riflettere su cosa nella vita sia falso e cosa sia vero; aiutano a cercare la verità – che è sempre una relazione tra persone – e a nutrirla perché non si esaurisca in una vita breve quanto un battito d’ali. Non si impara dai libri un susseguirsi di date, titoli e nomi. Questo passa, e spesso non lascia traccia. Esperienza inebriante invece è  riconoscere nelle pagine lasciate da qualcuno il suo grido umano, o il tentativo di protestare contro la comune natura umana, o forse un tenero balbettare… Riconoscervi un braccio teso e una mano aperta perché il coraggio venga ancora e sempre testimoniato… e non si sente più di essere estranei agli altri uomini. E quando l’adulto più che sapere questo lo sente, allora lo lascia in eredità anche a chi gli vive accanto. Poi, il seme potrà germogliare come morire. Ma questo dipenderà dalla libertà dell’altro.
Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

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I veri bamboccioni?…

“Expo” non è a misura di giovani? Non vogliamo entrare nella polemica, ma vorremmo il-servizio-civile-anche-allexpobando-per-reclutare-140-giovani_ff63859e-c8fb-11e4-bc47-8e813811be3b_998_397_big_story_detailprovare a fare un qualcosa di difficile: provare a sfatare un luogo comune. E’ ormai lunga la serie di personalità con incarichi anche importanti, caduti in tentazione nell’accostare alla parola “giovani” la parola “bamboccioni”. Bamboccioni sono quelli che chiudono gli occhi davanti alla realtà pensando di vivere su un’isola incontaminata, sono coloro che mettono davanti prima di tutto il loro status quo, un galleggiare immobile nella palude. Prima di definire i giovani bamboccioni proviamo a non dimenticarci di un passato non troppo lontano. Se è vero che i giovani in questione avrebbero rinunciato a un posto di lavoro poco remunerativo, vorremmo ricordare che a Genova, a pulire la città e le sue strade dal fango c’erano proprio quelli definiti
“generazione i-pod”. Erano lì a titolo gratuito, erano lì sporcando i loro jeans e le loro scarpe, erano lì semplicemente perché sentivano loro quella realtà profanata dall’inerzia della politica e della burocrazia.

Forse i veri bamboccioni sono quei burocrati che vogliono che tutto cambi purché non cambi nulla, i veri bamboccioni sono quelli che si chiedono “cosa fare in meno” per poter avere qualcosa in più, e purtroppo la cronaca recente ci consegna una parte importante di classe politica difficilmente difendibile. Quanti studenti per potersi permettere gli studi universitari cercano un lavoretto stagionale? Provate ad andare nelle spiagge italiane in estate, nelle piscine, chi sono i bagnini? non sono forse ragazzi? provate ad andare nelle industrie nel periodo tra la sessione estiva e il nuovo anno accademico: con vostra sorpresa troverete tanti ragazzi uscire da quei cancelli: provare per credere. La stessa università ci consegna esempi negativi, riuscendo a ridurre la valenza di qualcosa che potrebbe rappresentare un’importante tappa nel percorso formativo degli studenti: parliamo dello stage, o del tirocinio. Questa occasione potrebbe rappresentare un primo affaccio dei ragazzi al mondo del lavoro ma la realtà è purtroppo ben lontana dalla teoria.

Spesso i ragazzi si ritrovano a fare delle fotocopie, a rispondere al telefono, a sbrigare piccole incombenze burocratiche. Ovviamente lo fanno a titolo gratuito, senza alcun rimborso o buoni pasto e, purtroppo, non è più uno scandalo sapere che qualche ragazzo ha dovuto fare a meno di qualche suo risparmio per riuscire a svolgere un qualcosa previsto come obbligatorio per il proprio piano di studi. Tutto questo non deve risultare però una celebrazione della gioventù italiana. Tanti sono i problemi che ci riguardano, che riguardano una generazione talvolta vittima di se stessa e talvolta vittima di un sistema educativo che richiede serie riflessioni. I giovani non sono né eroi né bamboccioni, sono cittadini del mondo, e come tali devono essere considerati e si devono considerare essi stessi.

Chi prima di chiedersi “cosa posso fare io” si chiede “cosa possono fare gli altri per me” è un bamboccione, e lo è indipendente dall’età. Pensiamo che peggio di essere bamboccioni sia essere vecchi: non vecchi d’età, ma vecchi di entusiasmo, di voglia di cambiare la realtà e avere nella propria testa degli stereotipi, che anche l’evidenza non riesce a cancellare.
Noi giovani abbiamo ancora tanto bisogno di imparare, ma non possiamo accettare lezioni da chi ci continua a dire “godetevi la vita finché potete”, magari superando anche i limiti che i nostri genitori provano ad insegnarci: per cui “se anche vi fate uno spinello, non è un problema: fatelo oggi che siete giovani e potete farlo” e poi ci dicono che siamo anestetizzati. Noi non abbiamo bisogno di questi educatori, abbiamo bisogno di educatori con cui poterci confrontare, talvolta anche in modo acceso ma positivo ed edificante.

Le immagini che purtroppo hanno macchiato il giorno inaugurale di Expo Milano 2015 non sono figlie di una generazione, quelli con la maschera antigas e bastone non chiamateli studenti: non sono studenti; gli studenti sono tutt’altra cosa. Gli studenti sono i ragazzi che fanno i pendolari su treni regionali inadeguati ad un Paese civile, sono ragazzi che pagano abbonamenti e affitti per residenze universitarie non sempre all’altezza di un vero diritto allo studio. Eroi? assolutamente no, se pensiamo a quei ragazzi che hanno contribuito a costruire questo Paese nel dopoguerra, o ai ragazzi costretti alla leva. Siamo “semplicemente” figli di quest’epoca, e in quest’epoca vogliamo fare la differenza. Proviamo però a invertire una tendenza: se è vero che “fa più rumore un albero che cade rispetto ad una foresta che cresce”, proviamo a dare maggior rilievo ed attenzione a chi oggi prova a cambiare, con i propri limiti e le proprie possibilità, ciò che ci circonda e proviamo a darci una mano.
Conviene ai giovani, conviene ai meno giovani, conviene al Paese.
Francesca Altimari MSC

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Per non assistere in silenzio…

ideeAbbiamo bisogno di idee buone, per le polemiche sterili il tempo è scaduto…

Dichiarazioni di Suor Anna Monia Alfieri
esperta di politiche scolastiche

 

Arriva il giorno che si è stanchi  di leggere e ascoltare le insensatezze di chi non ha ancora capito che gli argomenti vanno affrontati con tutta la competenza che domandano. E’ facile mobilitare le folle dietro agli slogan che non dicono nulla di più che una mezza verità, cioè il nulla. Ma allora una domanda è d’obbligo: Cosa ti sta davvero a cuore, a te che non hai né il guizzo né la voglia di leggere una pagina perché richiede un minimo di coordinazione di causa-effetto, e allora ti limiti a cinguettare o taggare? Basta! La scuola, la famiglia, la societas sono temi seri che domandano capacità di studio e di approfondimento. Bizzarro dirlo ad un docente: dovrebbe essere il contrario. Eh sì, perché a guardare bene la realtà italiana si ha la sensazione – che è quasi certezza – che non si vogliano risolvere i problemi, anzi che si faccia di tutto per alimentarli e impedirne la soluzione, o per “infognarli”, servendosi come “arma” dello sciopero, che cessa di essere una conquista civile e diventa strumentalizzazione. Ma la si smaschera. E’ tempo che l’ideologia abbandoni casco e tuta nera sull’asfalto, come i black block dell’altro ieri a Milano. Allora la domanda che vorrei porre a chi agisce in tal modo è: “Ma che cosa e chi ti sta davvero a cuore?” La risposta non è cosi semplice e scontata perché, a dirla con le parole di Totò, “i ministri passano, gli uomini restano”. E se fossero uomini d’onore, aggiungo io, saprebbero porre in fila le questioni servendole non servendosene. La Tabella 1 seguente mostra in maniera difficilmente opinabile il perché l’Italia abbia bisogno di tornare a crescere e cambiare in modo concreto il futuro di chi studia e vuole avere i mezzi migliori per formarsi.

Tabella 1 Analisi Comparata in EU

Tabella1

Fonte: OCSE (2013), EU Commission, Eurostat-Eurydice (2013), elaborazioni di Marco Laganà

Un aspetto che non emerge dalla tabella sopra è come la formazione del cittadino europeo e la centralità della persona passano anche attraverso la promozione di un’educazione alla cittadinanza e interculturale. In Italia, in virtù del crescente trend registrato dall’anno scolastico 2011/12 dove l’8.4% degli alunni sono di cittadinanza non italiana, è sempre più urgente attrezzarsi per valorizzare nel miglior modo possibile una diversità culturale che costituisce un fenomeno relativamente recente, al contrario di Francia, Germania ma anche Belgio, Lussemburgo, Olanda e Austria. A questi dati aggiungiamo gli alti livelli di abbandoni precoci (dispersione scolastica) presenti in Italia con circa il 18% dei giovani che non raggiungono un titolo di studio superiore alla scuola media inferiore. Oltre 600.000 ragazzi e ragazze rimangono di fatto fuori dal percorso educativo e formativo. La crescita dell’Europa e dell’Italia passa invece dal recupero di questi giovani, con la creazione di una scuola più inclusiva in cui tutti (al di là delle difficoltà personali, familiari, sociali ed economiche, che allontanano dalla scuola) possano trovare opportunità di crescita.

Eppure si legge in modo generalizzato che «La scuola italiana è sempre stata una “buona scuola”, un’eccellenza nella preparazione degli studenti i cui esiti sono stati e sono tuttora stimati in tutto il mondo, nella compagine socio-culturale attuale, deve essere sostenuta e non deprivata di risorse, mezzi e dignità come avverrebbe con questo taglio camuffato da “riforma”». Una vera dissociazione dalla realtà. Ideologia in succo concentrato.

Molto importanti, ed in Italia poco usati, sono gli esercizi di valutazione trasparente delle competenze. In Ottobre 2013, l’OCSE, in Italia supportata dall’Istituto per lo Sviluppo della Formazione professionale del Lavoratore ISFOL, ha pubblicato uno studio molto importante. Si tratta del terzo studio di questo genere, in passato condotto nel 1994-98 e nel 2006-8. Due sono gli indicatori di competenze che sono stati misurati durante il periodo 2011-12: la literacy e la numeracy. La literacy è definita come: “l’interesse, l’attitudine e l’abilità degli individui ad utilizzare in modo appropriato gli strumenti socio-culturali, tra cui la tecnologia digitale e gli strumenti di comunicazione per accedere a, gestire, integrare e valutare informazioni, costruire nuove conoscenze e comunicare con gli altri, al fine di partecipare più efficacemente alla vita sociale”. La numeracy è definita come “l’abilità di accedere a, utilizzare, interpretare e comunicare informazioni e idee matematiche, per affrontare e gestire problemi di natura matematica nelle diverse situazioni della vita adulta”. Vi sono diversi livelli di competenze e il livello 3 è il minimo indispensabile per un positivo inserimento nella società d’oggi. I livelli sono: sotto livello 1 (0-175), livello 1 (176-225), livello 2 (226-275), livello 3 (276-325), livello 4 (326-375), livello 5 (376-500). La tabella 2, tra le altre cose, mostra come l’Italia, per gli adulti ma in particolare per i giovani tra i 16 e 24 anni, si posizioni sistematicamente in fondo alle graduatorie dei 21 paesi OCSE e dei 15 paesi EU membri dell’OCSE.

tabella2

Poi si sente e si legge che il DDL produce una «deprivazione delle risorse della scuola pubblica a favore di quella privata.» Bene, è davvero così? Si ricorda per la milionesima volta che la scuola pubblica paritaria (gestita da province e comuni, come da enti privati) fa parte del sistema scolastico nazionale di istruzione (ex L. 62/00) e al pari della scuola pubblica statale (gestita dallo Stato) svolge un servizio pubblico. Visto che questo principio di diritto e di buon senso è compreso e applicato da tutta Europa, anche da quei Paesi su cui l’Italia vanta una superiorità, ci si domanda come mai solo in Italia tale principio di diritto e di buon senso non sia almeno compreso, se non applicato. Le tabelle di cui sopra, tra l’altro, parlano di una inferiorità, non di altro. Di che cosa ci dobbiamo vantare? Difatti se di risorse parliamo, sia chiaro che lo scenario Italiano è il seguente:

Tabella3

Da una comparazione con l’Europa colta che domanda, ribadisco, applicazione, intelligenza e cifre chiare e nette, si evince che la spesa per le scuole secondarie italiane è al di sotto del 10% delle medie OCSE e UE e dei principali paesi di riferimento (vedi dati Ocse); visti i negativi risultati di performance comparata presentati, questa minore spesa non sembra un indicatore di maggiore efficienza ma di minore efficacia; L’Italia: Stato membro dell’UE ma anche fanalino di coda L’Italia risulta la più grave eccezione in Europa poiché ha impedito alla famiglia italiana di esercitare la propria responsabilità educativa in un pluralismo educativo. Infatti con l’approvazione della Legge 62/2000 non si è concluso il percorso legislativo voluto dai Costituenti con l’art. 33, commi 3 e 4 relativi alla parità scolastica, poichè è mancato il passaggio più naturale e doveroso: un diritto senza applicazione è un falso. Se non un inganno. Da qui la necessaria azione culturale per colmare un gap di pensiero che ha alimentato letture ideologiche e lontane dalla realtà e per riportare l’attenzione al cuore della quaestio: superare il vincolo economico. Difatti non è secondario, nella disamina dei diversi aspetti connessi alla parità scolastica, il tema delle modalità di assegnazione delle risorse finanziarie che il legislatore negli Stati europei, a più riprese, ha previsto per le scuole paritarie, per sostenere lo svolgimento del loro compito formativo pubblico. Le scuole gestite privatamente ricevono finanziamenti pubblici da governo, enti dipartimentali, locali, regionali, statali e nazionali, che coprono più dell’80% dei costi annuali, in Belgio, Finlandia, Germania, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Repubblica Slovacca, Slovenia, Svezia, Ungheria. Particolarmente in Finlandia, Paesi Bassi e Svezia il finanziamento è pressoché totale. Copre più del 60% dei costi in Danimarca, Estonia, Repubblica Ceca, Spagna; più del 40% in Polonia, Portogallo, Svizzera. È invece inferiore al 40% in Italia, al 20% in Grecia. Dalla realtà Europea emerge un quadro più oggettivo rispetto alle frequenti battaglie ideologiche che hanno caratterizzato e di fatto penalizzato gli studenti italiani, soprattutto i meno abbienti: la spesa pubblica per le istituzioni private è inferiore del 70% rispetto alla media OCSE e UE e con interventi che gravano per lo più sui genitori. Al riguardo, è necessaria una “rivoluzione copernicana”, che metta al centro lo studente e la sua famiglia (anche quella meno abbiente: monoparentale, straniera, emarginata) e il cui cambiamento di prospettiva si veda concretamente anche in politiche non più emergenziali ed ideologiche: la soluzione è da sempre l’individuazione del costo standard. Altrimenti non ne usciamo.

Nel documento sulla buona scuola ci sono elementi di qualità e prospettive di sviluppo. Quali i punti di forza e di debolezza Sul tappeto istituzionale ci sono temi che scottano e che da decenni erano dei tabù: autonomia delle istituzioni scolastiche (ad oggi più sulla carta che nella realtà), precariato a vita del tutto anticostituzionale, efficacia ed efficienza dei servizi anche in rapporto ai costi, flessibilità dei ruoli in rapporto alle esigenze, nuove tecnologie, edilizia e strutture, potenziamento delle competenze scientifiche e linguistiche degli studenti, apertura della comunità scolastica al territorio e per gli alunni agli stage in azienda, ma anche la detrazione per le rette versate dal milione abbondante di famiglie italiane che esercitano la propria libertà di scelta educativa scegliendo la scuola pubblica paritaria. Un passaggio di diritto: solo per metterlo all’OdG l’Italia ha impiegato ben 66 anni dal 1948 ad oggi. Chi va piano… massimo punto di forza del DDL è stato la condivisione dei contenuti a livello nazionale, attraverso la consultazione sulla Buona Scuola. Un accentuato punto di debolezza sta nel desiderio – pure comprensibile ma inattuabile – del cittadino di avere “tutto subito”. Le polemiche sterili possono danneggiare l’opera facendo perdere tempo. Occorre rispettare i criteri di intervento che il governo si è dato: senza criteri di scelta non si va da nessuna parte. Alcuni passaggi segnano un cambiamento radicale della scuola italiana che passa dalla pura organizzazione dal fiato corto alla gestione progettuale. Si ritrovano passaggi di riorganizzazione gestionale, di management, indispensabili per rendere la gestione di una scuola efficace ed efficiente: piano triennale che abbandona la logica del pronto soccorso; il dirigente scolastico assume un ruolo centrale di una comunità educante che sa definire il proprio organico in coerenza con l’offerta formativa ma nel giusto vincolo di obiettivi nazionali che le scuole sono tenute ad osservare (Cap. II art. 2). Un piano triennale che solo dopo gli iter autorizzativi regionali e romani (spediti e di qualità) sarà efficace; quindi una autonomia garantita e controllata come è giusto che sia e come si è sempre richiesto. Significativo il passaggio dell’alternanza scuola-lavoro se non verrà bruciato da superficialità, pastoie burocratiche e disinteresse da ambo le parti. Bene il dirigente leader capace di progettare, coinvolgere, stimolare, incentivare purchè sia uno scopritore di talenti e non vittima di un clientelismo sempre in agguato. Perché non si corra questo rischio è indispensabile che i vincoli e i controlli all’art. 7 non siano lettera morta. All’art. 8 c’è il cancro del precariato da sanare, svuotando le GAE, mostruosità tutta italiana. Un ulteriore punto di debolezza è dato da una ambiguità: il DDL scuola fa passi significativi di diritto quando in svariati passaggi parla di sistema scolastico pubblico integrato e statale e paritario; non si capisce quale sia la sorte dei docenti della scuola paritaria, laureati e abilitati, e spesso anche vincitori di concorso. Fra quei 130mila precari ci sono anche quelli che precari non sono, essendo di ruolo in una delle scuole pubbliche del sistema scolastico integrato, cioè la scuola paritaria; ma di fatto sono considerati docenti di serie B. Perché di ruolo si parla solo ed unicamente per la scuola pubblica statale: allora che sistema scolastico integrato è? I docenti della scuola paritaria, che pure “producono” alunni con titoli validi su tutto il territorio nazionale, ed esercitano un servizio pubblico, sono peggio dei figli in provetta che non si sa di chi sono (che l’esempio piaccia o no ai progressisti!). E qui il mio pensiero si smarrisce: ritrovo un DDL ancora troppo timido che non ha saputo evitare la contraddizione in termini (per Aristotele sarebbe come un tronco…): mentre afferma che in Italia, come avviene in tutti i paesi civili d’Europa e d’oltreoceano, il sistema scolastico è integrato e le scuole paritarie e statali ne fanno pienamente parte, il DDL discrimina i docenti a seconda di dove insegnano, quasi a dire: “Caro docente, nel sistema scolastico pubblico e integrato i titoli da te ricevuti (laurea, abilitazione, eventuale concorso) si depotenziano magicamente se decidi di scegliere il pubblico paritario rispetto al pubblico statale, perchè la primogenitura è della scuola statale e solo qui sarai di ruolo, farai carriera e avrai uno stipendio, seppur basso per la categoria professionale, sempre però più alto dei tuoi colleghi che a parità di titolo e di competenza insegnano nella scuola paritaria”. Accettabile? Da parte di chi ragiona, non penso proprio. Occorre almeno avere chiaro il problema: i docenti tutti del sistema pubblico e integrato di istruzione, a parità di titolo e di competenza, dovrebbero essere chiamati dal dirigente della scuola pubblica statale e dal dirigente della scuola pubblica paritaria, scegliendo dove insegnare, senza alcun ricatto economico ma unicamente per la condivisione di una identità scolastica. Questa è civiltà. Almeno poniamoci la domanda: come è possibile che in un sistema pubblico integrato ci siano ingiustizie così gravi? Mi auguro che le leve di trasparenza e di buona organizzazione che questo DDL ha introdotto possano liberare le risorse dalla morsa dello spreco e reinvestirle nel sistema scuola. Si riconferma il costo standard come il solo anello mancante che, mentre consente alla famiglia di scegliere, innesca una sana concorrenza tra le scuole sotto lo sguardo garante dello Stato. La strada è tutta in salita ma è quella giusta: le detrazioni sono uno strumento di breve periodo, utili – più che a risolvere il problema – a sancire un passaggio culturale dal quale non si torna indietro. Il passo successivo sarà il costo standard dello studente e la piena garanzia di scelta della scuola da parte della famiglia senza dover pagare due volte, le imposte allo Stato e il funzionamento alla scuola pubblica paritaria. Interessante all’art. 14 la pubblicità dei dati, dei bilanci, del SNV, che rappresenterà un portale di accompagnamento delle istituzioni scolastiche, un supporto alle scuole su tematiche anche di natura amministrativa, contabile e gestionale, oltre che didattica. Introdurre il costo standard significa accompagnare le scuole verso la riqualificazione delle risorse e l’acquisizione di competenze di riorganizzazione amministrativa prima e gestionale poi, per rendere sostenibile la buona scuola di qualità ma senza sprechi. Ecco, credo sia questa contraddizione e lacuna il punto di debolezza più evidente del DDL, che comunque ha il merito di proporre passaggi coraggiosi. Chi non li vede, o è cieco, o fa finta di esserlo. A che pro?…

Suor Anna Monia Alfieri
esperta di politiche scolastiche

Carissimi tutti,
le nostre  mamme Maria Chiara e Felicita hanno scritto e pubblicato la seguente petizione:

Al Premier Renzi e al Ministro Giannini: LIBERTA’ DI SCEGLIERE LA BUONA SCUOLA PUBBLICA, PARITARIA O STATALE. Dunque meno costi per le Famiglie e per lo Stato

Vuoi aiutarci a migliorare la nostra società? Devi solo cliccare su questo link e firmare la petizione.

http://www.citizengo.org/it/21989-liberta-di-scegliere-buona-scuola-pubblica-paritaria-o-statale-dunque-meno-costi-le-famiglie-e

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Giovani per l’EXPO

Negli ultimi giorni ha suscitato grande scalpore la notizia apparsa sul Corriere della sera e poi ripresa da giornali e tv, secondo la quale circa l’80% dei giovani al di sotto dei 29 anni avrebbe rifiutato un posto di lavoro presso EXPO ad uno stipendio di 1300 euro mensili.  expo_boulevardTale rifiuto sarebbe stato motivato dal fatto che i presunti fannulloni non vogliono lavorare nel fine settimana e non vogliono assolutamente rinunciare alle vacanze estive pagate da mamma e papà.  Ovviamente si è subito gridato contro una generazione di “bamboccioni”, così come furono chiamati dal ministro Padoa Schioppa – che forse dalla gloria del Paradiso di cui ora gode si rende conto di aver utilizzato un’espressione alquanto infelice – che non vuole lavorare e tanto meno rinunciare alle meritate vacanze.  Nei giorni successivi poi, a onor del vero, sono arrivate alcune precisazioni (che ovviamente non hanno goduto della stessa eco mediatica della prima notizia): una buona percentuale dei giovani che hanno rifiutato lo ha fatto perché nel frattempo ha trovato un impiego a tempo indeterminato o economicamente più vantaggioso; altri non hanno superato il primo colloquio, altri ancora sono in attesa di una risposta da parte dell’agenzia di lavoro interinale cui è stato appaltato il reclutamento dei lavoratori.  Lasciamo però le percentuali e i dati, meglio andare al cuore della questione e chiedersi: che cosa offre la nostra società ad un giovane laureato di oggi? Perché un giovane rifiuterebbe un posto di lavoro? Parliamo ovviamente di chi ha sempre compiuto il proprio dovere, di chi ha studiato seriamente da sempre e sono tanti i giovani che appartengono a questa categoria! Tra i tanti che hanno rifiutato ci sono le storie di chi, non abitando a Milano, deve trovare un alloggio e vivere in una città costosissima: dei 1300 euro di stipendio, tra affitto, spese di puro mantenimento, mezzi di trasporto cosa rimarrebbe? Sicuramente ben poco. Certo: tutti hanno fatto la gavetta e lavorare presso EXPO apre tutta una serie di possibilità, di conoscenze che vogliamo sperare – e lo vogliamo davvero – apriranno opportunità di lavoro anche dopo la chiusura del grande evento.  Alla luce di queste considerazioni, quindi, sorge la domanda: perché rifiutare? L’interrogativo allora è ancora più profondo: cosa abbiamo trasmesso ai nostri giovani negli ultimi trent’anni? Che cosa stiamo dicendo  loro? Guardiamo alla nostra società: sosteniamo che viviamo in una società libera in cui tutti hanno le stesse possibilità.  Ma è così? Non sembra proprio.  Pensiamo solamente, per fare un esempio, a quei 150.000 precari della scuola cui è stato promesso un impiego a tempo indeterminato a partire dal prossimo settembre. A che punto siamo? E di quei 150.000 precari, coloro che lavorano nella scuola pubblica paritaria – dice un sottosegretario – potranno LIBERAMENTE scegliere se rimanere nella Paritaria o andare nella Statale (a fare cosa non si sa ancora).  Se la retribuzione fosse la stessa, sì, la scelta sarebbe libera, ma sappiamo tutti che così non è. Se sono povero, non sono libero di fronte alla prospettiva di guadagnare di meno, a parità di impegno lavorativo! Allora, forse, il nocciolo della questione sta nel guardare alla  società che abbiamo costruito.

Pensiamo poi a quei giovani che potremmo definire “realmente fannulloni”, quelli che effettivamente hanno rifiutato il lavoro presso EXPO per non rinunciare alle ferie.  Anche a questi noi che cosa abbiamo detto? Che cosa abbiamo fatto perché non appartenessero a questa categoria? Ovviamente partiamo dal presupposto che la persona umana è creata libera.  Ma questa libertà ha incontrato qualcuno che la educasse? La famiglia in primis, la scuola e le altre agenzie educative, come hanno agito davanti a quella libertà? Sappiamo tutti le fatiche dell’educare: forse però sono proprio questi giovani realmente fannulloni che più ci interpellano e più ci rendono consapevoli dell’assoluta necessità di educare, di guidare la libertà del singolo, di incanalarla verso la piena consapevolezza di ciò che ognuno può e deve realizzare.  Forse quei giovani che hanno rifiutato i 1300 euro per non lavorare nel fine settimana sono il frutto di una generazione di adulti che ha abdicato al proprio ruolo di persone autorevoli (che comporta una certa fatica…) in nome di una nuova forma di libertà che ha portato la nostra società ad essere come la vediamo.  Ovviamente non vogliamo scadere nella vuota retorica; chiediamoci però che posto hanno avuto negli ultimi anni nella nostra società parole come sacrificio, impegno, gavetta, serietà. Queste parole sono state cancellate dal nostro dizionario o al massimo identificate con qualcosa di superato, obsoleto, stantìo, scomodo.  Stiamo celebrando in questi giorni il settantesimo anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo: cosa diciamo noi adulti alle nuove generazioni perché i valori che hanno ispirato la Resistenza non vadano perduti? Se pensiamo a quei giovani, ragazzi e ragazze, che hanno combattuto una vera e propria guerra civile e li confrontiamo con i loro coetanei di oggi, ci chiediamo: che cosa è successo in questi settant’anni? Forse si è interrotta una catena che legava le generazioni a valori comuni, condivisi da persone dal pensiero più diverso.  Quei valori non sono stati sostituiti da altri; i giovani spesso si sono trovati da soli nella crescita e da questa solitudine è nata la realtà che ci circonda.  Saremo in grado di ricostituire alleanze educative? La Buona Scuola di cui tanto si discute sarà l’occasione per ricostituire quella catena? Ci auguriamo che lo sia, ce lo auguriamo davvero. Anche questa notizia riguardante il rifiuto del lavoro ad EXPO 2015 ci dice l’urgenza di tornare ad educare, di tornare a creare sinergie educative perché la società possa essere rifondata su valori condivisi, possa tornare ad essere veramente umana.

E perché lo sia c’è bisogno di adulti educatori capaci di confronto, non di “squadristi”, perché impedire ad altri di parlare è l’opposto di ciò che deve fare un educatore.
Che cosa imparano i nostri giovani da episodi come quello di Bologna in cui un dibattito col ministro Stefania Giannini è stato interrotto dalla protesta dei comitati di docenti, studenti e genitori? Al grido di «Vergogna, vergogna» una cinquantina di manifestanti è entrato nel tendone in Montagnola interrompendo l’intervento del ministro. Alcuni sono stati allontanati con la forza dalla sicurezza. «Noi con il mondo della scuola ci siamo confrontati, questo non è il mondo della scuola», ha commentato a caldo Giannini. Come darle torto?

L’auspicio è che si divenga adulti responsabili, capaci di trovare le soluzioni, perché a guardare bene la realtà italiana si ha la sensazione – che è quasi certezza – che non si vogliano risolvere i problemi, anzi che si faccia di tutto per alimentarli e impedirne la soluzione, servendosi come “arma” dello sciopero, che cessa di essere una conquista civile e diventa strumentalizzazione.

Allora la domanda che vorrei porre a chi agisce in tal modo è: “Ma che cosa e chi ti sta davvero a cuore?” La risposta non è così semplice e scontata perché, a dirla con le parole di Totò, “I ministri passano, gli uomini restano”. E se fossero uomini d’onore, aggiungo io, saprebbero porre in fila le questioni servendole non servendosene.
Anna Monia Alfieri
Responsabile Ufficio Scuola Usmi Lombardia

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