di Graziella Favaro
La situazione reale della nostra scuola multiculturale, raccontata da chi la vive
dall’interno con passione e competenza.
C’era una generosità civile nella scuola pubblica, gratuita, che permetteva a uno come me di imparare… L’istruzione dava importanza a noi poveri. I ricchi sarebbero stati istruiti comunque. La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza. Non aboliva la miseria, però tra le sue mura, permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori”.
Erri De Luca
Una normale eterogeneità
Sono passati circa vent’anni da quando l’ingresso nella classe di bambini diversi per lingua, storia, colore della pelle, nazionalità, religione ha cominciato a interrogarci, a proporre le differenze come un ingrediente quotidiano dell’incontro educativo e sollecitarci a dare visibilità alla storia di ciascuno, senza enfasi e rigidità, ma neppure rimozioni. Molti passi avanti sono stati fatti in questo tempo -anche se non ancora in maniera omogenea e sistematica- soprattutto per realizzare dispositivi e azioni di integrazione, mirati a dare risposta ai bisogni specifici di coloro che non conoscono l’italiano e devono riorientarsi nella nuova scuola e le sue regole.
La logica che ha permeato fin qui le pratiche di accoglienza e di integrazione è stata soprattutto quella di tipo “compensatorio” ed emergenziale, attenta a colmare lacune linguistiche, innanzi tutto e a ripristinare la precedente “normalità”. Ma oggi, insegnare e apprendere in una classe multiculturale e plurilingue è diventata condizione ordinaria e diffusa in regioni e zone del Paese diverse, sia nelle città grandi e medie che nei piccoli centri.
Due grandi cambiamenti sono nel frattempo avvenuti: il primo riguarda le caratteristiche delle presenze straniere; il secondo ha a che fare con il clima sociale, con il “polso emotivo” delle comunità e della scuole. Se fino a qualche anno fa gli alunni stranieri erano in numero più ridotto, ma quasi tutti nati all’estero e ricongiunti ad un certo momento della loro vita; ora i minori stranieri sono in gran parte tali solo de iure, ma sono italiani de facto, dal momento che una quota preponderante e in aumento è nata in Italia e apprende dunque precocemente a parlare e a pensare nella nostra lingua.
Sulla base dei dati più recenti, si calcola infatti che in Italia vi sia un milione di minori stranieri, quasi seicentomila dei quali nati nel nostro Paese e si prevede un incremento significativo dei nati qui e un rallentamento del flusso dei cosiddetti ricongiunti.
L’altra modificazione intervenuta in questi anni riguarda le rappresentazioni dell’immigrazione che si sono nel frattempo sedimentate. Nutrite di continui allarmi e paure diffuse, parole gridate e diffidenza amplificata dalla non conoscenza reciproca, esse si sono nel frattempo irrigidite e permeate di stereotipi negativi, distanze, luoghi comuni.
Nella scuola questi cambiamenti importanti e cruciali non sempre sono stati accompagnati da consapevolezze condivise nè posti al centro della riflessione professionale e pedagogica; più spesso essi sono stati subiti e si è cercato – e si cerca ancora – di organizzare, di volta in volta, dispositivi mirati per dare risposte puntuali alle emergenze e ripristinare la situazione “normale”, quando invece la normalità è e sarà sempre di più la situazione di eterogeneità e di convivenza plurale.
Vi è il rischio dunque oggi di continuare a trattare il tema della scuola multiculturale con categorie ormai superate e non più efficaci, con l’ottica dell’emergenza da risolvere, dell’accoglienza da improvvisare, mentre è necessario proporre uno sguardo più largo e lungimirante che metta al centro la sfida della convivenza fra uguali e diversi e segni un nuovo cammino di con-cittadinanza.
A partire dai bambini e dai ragazzi.
Gesti, parole, sguardi
Quando entra in classe, un bambino lo fa portando tutto quello che sente dire intorno a sé, in famiglia, nella comunità in cui vive. Alcune parole, inizialmente neutre e solo descrittive, sono diventate con il tempo quasi delle pietre, vengono usate come “armi” e oggetti contundenti per offendere e stabilire distanze. Termini che avevano un significato di natura giuridica, come extracomunitario, straniero e oggi perfino immigrato, stanno diventando sinonimi di estraneità e mezzi per erigere confini, distinguersi, offendere. Bambini e adulti di origine diversa vengono denominati ed etichettati come un gruppo separato e la loro storia viene racchiusa dentro una definizione riduttiva che lascia poco spazio ai reciproci racconti.
I bambini imparano con le orecchie: assorbono le parole e le rappresentazioni negative degli altri, mentre dovrebbero essere educati a maneggiare il linguaggio con cura e prendersi la responsabilità di ciò che dicono.
Che cosa succede dentro le scuole e nelle classi? A volte, in seguito a decisioni dettate dall’autonomia scolastica, o in accordo con le posizioni di alcuni enti locali, si organizzano situazioni di separazione di fatto, forme concrete di silenziosa distanza, che spingono a raggruppare gli alunni stranieri in una stessa classe (o in un plesso della scuola). Lo si fa a volte per ragioni linguistiche; più di recente – dato il forte numero di coloro che sono nati qui- in nome di presunte ragioni “culturali” (“sono di cultura diversa”), sostituendo così il termine “razza” con quello di cultura.
I bambini imparano con gli occhi: si accorgono di quando il nostro sguardo verso gli altri non è guidato dal riconoscimento, ma dalla svalorizzazione e interiorizzano l’idea che le persone non sono tutte uguali e che le differenze non sono il sale della terra, ma uno stigma di cui vergognarsi.
Questa rappresentazione negativa degli altri viene talvolta supportata da gesti, omissioni, sanzioni delle origini. Vi sono alunni stranieri che non ricevono il “buono libri” perché non sono ancora residenti; alcuni tornano a casa per il pranzo perché la mensa scolastica non ha accolto le richieste specifiche delle famiglie musulmane; altri ancora scompaiono da un giorno all’altro perché la famiglia è stata all’improvviso “sgomberata”.
I bambini imparano dai gesti che i diritti dei minori hanno importanza e valore diversi sulla base della nazionalità, del luogo di nascita, del colore della pelle.
Vera, Karim e Naima ci osservano
I bambini imparano presto, con gli occhi, con le orecchie e attraverso i gesti, qual è il clima della società in cui crescono, quali sono le rappresentazioni che gli altri hanno di loro: quelle che hanno un valore positivo (di conferma, ad esempio) o quelle che, viceversa, suscitano diffidenza. I bambini interiorizzano il “pari e il dispari” insiti nelle parole e nei segni. Lo fanno i minori autoctoni e lo fanno ancor di più i minori stranieri, che sperimentano ogni giorno le forme spicciole della distanza, i modi sottili o espliciti della discriminazione.
In un testo recente, un insegnante di scuola primaria ha raccolto i pensieri dei suoi alunni stranieri sul Paese che li accoglie (G.Caliceti 2010). Ecco alcuni frammenti:
“Io sono nata in Italia, a Montecchio, però mia mamma e mio papà sono albanesi e anch’io allora sono albanese. Io sono andata all’asilo qui, vado a scuola qui. Vorrei chiedere al maestro due cose; la prima cosa è: io sono italiana o albanese, o tutte e due? La seconda cosa è: ma io sono immigrata o no?” (Vera, 11 anni).
“Mia mamma dice sempre che a scuola io e i miei fratelli non dobbiamo parlare della nostra religione perché gli italiani non ci capiscono“ (Karim, 9 anni).
“Il mio papà è alto, biondo, con gli occhi azzurri. E anche la mia mamma e le mie sorelle sono belle. Noi abitiamo in una bellissima casa… Però io so che non è così, che non è vero. Perché tu e la maestra siete venuti a casa mia a vedere. Ma io appena arrivata qui a scuola, dicevo sempre così per essere come gli altri” (Naima, 7 anni) .
Le domande di Vera sulla sua identità, le strategie di occultamento della differenza di Karim, i racconti fantastici di Naima propongono lo sguardo dei bambini stranieri su di noi, danno parole alla fatica di chi deve convivere ogni giorno con uno stigma negativo; disvelano gli impliciti sui quali stiamo costruendo (o non costruendo) la convivenza fra i “vecchi e i nuovi” cittadini.
A scuola e fuori dalla scuola.
E’ dunque il tempo di porci alcune domande: la scuola oggi “fa ancora uguaglianza”? E’ in grado di sostenere le fragilità, vecchie e nuove, dei più piccoli, colmare e riparare divari e tessere legami fra uguali e diversi?
Immaginare il futuro
L’integrazione dei bambini e dei ragazzi stranieri rappresenta uno dei pilastri del progetto di convivenza e attiene alla dimensione delle specificità, delle “azioni per”: per accogliere, per comunicare e insegnare l’italiano a chi ancora non lo padroneggia, per adattare il programma comune nella fase iniziale… Mosse e dispositivi che si rivelano cruciali nei confronti di coloro che vivono direttamente il viaggio di migrazione, i quali però rappresentano, come abbiamo visto, una componente degli alunni “stranieri” che si va riducendo di anno in anno. Accanto a questa, altre attenzioni devono essere attivate per fare della scuola il luogo dell’incontro tra bambini e ragazzi e l’ambito privilegiato per apprendere insieme una cittadinanza responsabile, vissuta nella pluralità. Fra queste :
- un progetto di una scuola di tutti, che muova dalla consapevolezza dei mutamenti, metta al centro in maniera chiara le sue caratteristiche di eterogeneità e faccia di queste un punto di forza;
- un’educazione linguistica rinnovata e di qualità, che rilanci l’apprendimento /insegnamento dell’italiano, a partire dalla varietà delle biografie linguistiche presenti nella classe e che riconosca e valorizzi le lingue d’origine dei bambini e dei ragazzi stranieri e le situazioni di bilinguismo;
- interazioni positive fra bambini e adulti di origini e provenienze diverse, perché è solo a partire dal contatto denso e ripetuto e dal dialogo quotidiano che lo scambio reciproco potrà avvenire in maniera fluida, prevenendo le forme di selezione, separazione e i “ghetti”, reali e simbolici, che si stanno già evidenziando;
- l’educazione interculturale per tutti, attenta alla dimensione cognitiva, dei saperi e delle conoscenze e a quella affettiva, delle vicinanza e dell’empatia, al fine di promuovere un ethos positivo di apertura e curiosità nei confronti di ciascuno, dovunque si collochino le sue origini.
La scuola non può continuare a gestire i cambiamenti giorno per giorno, frammentando i dispositivi e moltiplicando le pratiche, il “fare per il fare”, ma deve definire un orizzonte, ampliare lo sguardo, prefigurare il futuro.
E’ giunto il tempo di intrecciare le attenzioni specifiche (l’integrazione), con quelle rivolte a tutti e alla comunità-classe, microcosmo di relazioni, distanze, approssimazioni, reciproche scoperte (l’interazione interculturale).
Nella consapevolezza che “l’integrazione è sempre reciproca, è “incorporazione” in senso forte, non in quanto la comunità autoctona ingloba gli stranieri, ma in quanto ci si incammina verso un unico “corpo” sociale, si ricerca un avvenire comune per immigrati e vecchi residenti” (E. Bianchi, 2010).
E con il riferimento non negoziabile ai diritti di ciascun bambino di stare nella scuola comune, narrare la sua storia e comporre giorno dopo giorno il suo cammino singolare, essere insieme singolare e plurale, uguale e diverso.
Perché, almeno a scuola, nessuno davvero sia straniero.
Testi citati
E. Bianchi (2010), L’altro siamo noi , Einaudi , Milano
G.Caliceti (2010), Italiani , per esempio. L’Italia vista dai bambini immigrati , Feltrinelli , Milano
G.Favaro (2010), A scuola nessuno è straniero, Giunti , Firenze
Graziella Favaro è pedagogista e si occupa da vari anni di integrazione degli alunni stranieri, insegnamento dell’italiano come seconda lingua, educazione interculturale. Su questi temi, ha scritto di recente: A scuola nessuno è straniero (Giunti 2011); Dare parole al mondo. L’italiano dei bambini stranieri (Junior 2011).














