I BAMBINI IMPARANO CON GLI OCCHI, LE ORECCHIE, I GESTI

      di Graziella Favaro

La situazione reale della nostra scuola multiculturale, raccontata da chi la vive
dall’interno con passione e competenza.

 C’era una generosità civile  nella scuola pubblica, gratuita, che permetteva a uno come me di imparare… L’istruzione dava importanza a noi poveri. I ricchi sarebbero stati istruiti comunque. La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza. Non aboliva la miseria, però tra le sue mura, permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori”.     
                                                                                                             Erri De Luca

Una normale eterogeneità
Sono passati circa vent’anni da quando l’ingresso nella classe di bambini diversi per lingua, storia, colore della pelle, nazionalità, religione ha cominciato a interrogarci, a proporre le differenze come un ingrediente quotidiano dell’incontro educativo e sollecitarci a dare visibilità alla storia di ciascuno, senza enfasi e rigidità, ma neppure rimozioni. Molti passi avanti sono stati fatti in questo tempo -anche se non ancora in maniera omogenea e sistematica- soprattutto per realizzare dispositivi e azioni di integrazione, mirati a dare risposta ai bisogni specifici di coloro che non conoscono l’italiano e devono riorientarsi nella nuova scuola e le sue regole.
La logica che ha permeato fin qui le pratiche di accoglienza e di integrazione è stata soprattutto quella di tipo “compensatorio” ed emergenziale, attenta a colmare lacune linguistiche, innanzi tutto  e a ripristinare la precedente “normalità”. Ma oggi, insegnare e apprendere in una classe multiculturale e plurilingue è diventata condizione ordinaria e diffusa in regioni e zone del Paese diverse, sia nelle città grandi e medie che nei piccoli centri.

Due grandi cambiamenti sono nel frattempo avvenuti: il primo riguarda le caratteristiche delle presenze straniere; il secondo ha a che fare con il clima sociale, con il “polso emotivo” delle comunità e della scuole. Se fino a qualche anno fa gli alunni stranieri erano in numero più ridotto, ma quasi tutti nati all’estero e ricongiunti ad un certo momento della loro vita; ora i minori stranieri  sono in gran parte tali solo de iure, ma sono italiani de facto, dal momento che una quota preponderante e in aumento è nata in Italia e apprende dunque precocemente a parlare e a pensare nella nostra lingua.

Sulla base dei dati più recenti, si calcola infatti che in Italia vi sia un milione di minori stranieri, quasi seicentomila dei quali nati nel nostro Paese e si prevede un incremento significativo dei nati qui e un rallentamento del flusso dei cosiddetti  ricongiunti.
L’altra modificazione intervenuta in questi anni riguarda le rappresentazioni dell’immigrazione che si sono nel frattempo sedimentate. Nutrite di continui allarmi e paure diffuse, parole gridate e diffidenza amplificata dalla non conoscenza reciproca, esse si sono nel frattempo irrigidite e permeate di stereotipi negativi, distanze, luoghi comuni.

Nella scuola questi cambiamenti importanti e cruciali non sempre sono stati accompagnati da consapevolezze condivise nè posti al centro della riflessione professionale e pedagogica; più spesso  essi sono stati subiti e si è cercato – e si cerca ancora – di organizzare, di volta in volta, dispositivi   mirati  per dare risposte puntuali alle emergenze e ripristinare la situazione “normale”, quando invece la normalità è e sarà sempre di più la situazione di eterogeneità e di convivenza plurale.

Vi è il rischio dunque oggi di continuare a trattare il tema della scuola multiculturale con categorie ormai superate e non più efficaci, con l’ottica dell’emergenza da risolvere, dell’accoglienza da improvvisare, mentre è necessario proporre uno sguardo più largo e lungimirante che metta al centro la sfida della convivenza fra uguali e diversi e segni un nuovo cammino di con-cittadinanza.
A partire dai bambini e dai ragazzi.

Gesti, parole, sguardi
Quando entra in classe, un bambino lo fa portando tutto quello che sente dire intorno a sé, in famiglia, nella comunità in cui vive. Alcune parole, inizialmente neutre e solo descrittive, sono  diventate con il tempo quasi delle pietre, vengono usate come “armi” e oggetti contundenti per  offendere e stabilire distanze. Termini che avevano un significato di natura giuridica, come extracomunitario, straniero e oggi perfino immigrato, stanno diventando sinonimi di estraneità e mezzi per erigere confini, distinguersi, offendere. Bambini e adulti di origine diversa vengono denominati ed etichettati come un gruppo separato e la loro storia viene racchiusa dentro una definizione riduttiva che lascia poco spazio ai reciproci racconti. 

I bambini imparano con le orecchie: assorbono le parole e le rappresentazioni negative degli altri, mentre dovrebbero essere educati a maneggiare il linguaggio con cura e  prendersi la responsabilità di ciò che dicono.
Che cosa succede dentro le scuole e nelle classi? A volte, in seguito a decisioni dettate dall’autonomia scolastica, o in accordo con le posizioni di alcuni enti locali, si organizzano situazioni di separazione di fatto, forme concrete di silenziosa distanza, che spingono a raggruppare gli alunni stranieri in una stessa classe (o in un plesso della scuola). Lo si fa a volte per ragioni linguistiche; più  di recente – dato il forte numero di coloro che sono nati qui- in nome di presunte   ragioni “culturali” (“sono di cultura diversa”), sostituendo così il termine “razza” con quello di cultura.

I bambini imparano con gli occhi: si accorgono di quando il nostro sguardo verso gli altri non è guidato dal riconoscimento, ma dalla svalorizzazione e interiorizzano l’idea che le persone non sono tutte uguali e che le differenze non sono il sale della terra, ma uno stigma di cui vergognarsi.
Questa rappresentazione negativa degli altri viene talvolta supportata da gesti, omissioni, sanzioni delle origini. Vi sono alunni stranieri che non ricevono il “buono libri” perché non sono ancora  residenti; alcuni tornano a casa per il pranzo perché la mensa scolastica non ha accolto le richieste specifiche delle famiglie musulmane; altri ancora scompaiono da un giorno all’altro perché la famiglia è stata all’improvviso “sgomberata”.

I bambini imparano dai gesti che i diritti dei minori hanno importanza e valore diversi sulla base della nazionalità, del luogo di nascita, del colore della pelle.        

Vera, Karim  e Naima ci osservano
I bambini  imparano presto, con gli occhi, con le orecchie e attraverso i gesti, qual è il clima della società in cui crescono, quali sono le rappresentazioni che gli altri hanno di loro: quelle  che hanno un valore positivo (di conferma, ad esempio) o quelle che, viceversa, suscitano diffidenza. I bambini interiorizzano il “pari e il dispari” insiti nelle parole e nei segni. Lo fanno i minori autoctoni e lo fanno ancor di più i minori stranieri, che sperimentano ogni giorno le forme spicciole della distanza, i modi sottili o espliciti della discriminazione.

In un testo recente, un insegnante di scuola primaria ha raccolto i pensieri dei suoi alunni stranieri sul Paese che li accoglie (G.Caliceti 2010). Ecco alcuni frammenti:    
“Io sono nata in Italia, a Montecchio, però mia mamma e mio papà  sono albanesi e anch’io allora sono albanese. Io sono andata all’asilo qui, vado a scuola qui. Vorrei chiedere al maestro due cose; la prima cosa è: io sono italiana o albanese, o tutte e due? La seconda cosa è: ma io sono immigrata o no?” (Vera, 11 anni).
“Mia mamma dice sempre che a scuola io e i miei fratelli non dobbiamo parlare della nostra religione  perché gli italiani non ci capiscono“ (Karim, 9 anni).
“Il mio papà è alto, biondo, con gli occhi azzurri. E anche la mia mamma e le mie sorelle sono belle. Noi abitiamo in una bellissima casa… Però io so che non è così, che non è vero. Perché tu e la maestra siete venuti a casa mia a vedere. Ma io appena arrivata qui a scuola, dicevo sempre così per essere come gli altri” (Naima, 7 anni) . 

Le domande di Vera sulla sua identità, le strategie di occultamento della differenza di Karim, i racconti fantastici di Naima  propongono lo sguardo dei bambini stranieri su di noi, danno parole  alla fatica di chi deve convivere ogni giorno con uno stigma negativo; disvelano gli impliciti sui quali stiamo  costruendo (o non costruendo)  la convivenza fra i “vecchi e i nuovi” cittadini.

A scuola e fuori dalla scuola.
E’ dunque il tempo di porci alcune domande: la scuola oggi “fa ancora uguaglianza”? E’ in grado di sostenere  le fragilità, vecchie e nuove, dei più piccoli, colmare e riparare divari e  tessere legami fra uguali e diversi?        

 Immaginare il futuro  
L’integrazione dei bambini e dei ragazzi stranieri rappresenta uno dei pilastri del progetto di convivenza e attiene alla dimensione delle specificità, delle “azioni per”: per accogliere, per  comunicare e insegnare l’italiano a chi ancora non lo padroneggia, per adattare il programma comune nella fase iniziale… Mosse e dispositivi che si rivelano cruciali nei confronti di coloro che vivono direttamente il viaggio di migrazione, i quali però rappresentano, come abbiamo visto, una componente degli alunni “stranieri” che si va riducendo di anno in anno. Accanto a questa, altre attenzioni devono essere attivate per fare della scuola il luogo dell’incontro tra bambini e ragazzi e l’ambito privilegiato per apprendere insieme una cittadinanza responsabile, vissuta nella pluralità. Fra queste :
- un progetto di una scuola di tutti, che muova dalla consapevolezza dei mutamenti, metta al centro in maniera chiara  le sue caratteristiche di eterogeneità e faccia di queste un punto di forza;
- un’educazione linguistica rinnovata e di qualità, che rilanci l’apprendimento /insegnamento dell’italiano, a partire dalla varietà delle biografie linguistiche presenti nella classe e che riconosca e valorizzi le lingue d’origine dei bambini e dei ragazzi stranieri e le situazioni di  bilinguismo;     
- interazioni positive  fra bambini e adulti  di origini e provenienze diverse, perché è solo a partire dal contatto denso e ripetuto e dal dialogo quotidiano che lo scambio reciproco potrà avvenire in maniera fluida, prevenendo le forme di selezione, separazione e i “ghetti”, reali e simbolici, che si stanno già evidenziando;  
- l’educazione interculturale per tutti, attenta alla dimensione cognitiva, dei saperi e delle conoscenze e a quella affettiva, delle vicinanza e dell’empatia, al fine di promuovere un ethos positivo di apertura e curiosità  nei confronti di ciascuno, dovunque si collochino le sue origini.  

La scuola non può continuare a  gestire i cambiamenti giorno per giorno, frammentando i dispositivi e moltiplicando le pratiche, il “fare per il fare”, ma deve definire un orizzonte, ampliare lo sguardo, prefigurare il futuro. 
E’ giunto il tempo di intrecciare le attenzioni specifiche (l’integrazione), con quelle rivolte a tutti e alla comunità-classe, microcosmo di relazioni, distanze, approssimazioni, reciproche scoperte (l’interazione interculturale).
Nella consapevolezza che “l’integrazione è sempre reciproca, è “incorporazione” in senso forte, non  in quanto la comunità autoctona ingloba gli stranieri, ma in quanto ci si incammina verso un unico “corpo” sociale, si ricerca un avvenire comune per immigrati e vecchi residenti” (E. Bianchi, 2010).
E con il riferimento non negoziabile ai diritti di ciascun bambino di stare nella scuola comune,  narrare la sua storia e comporre giorno dopo giorno il suo cammino singolare, essere insieme singolare e plurale, uguale e diverso.
Perché,  almeno a scuola,  nessuno davvero sia straniero.   

Testi citati
E. Bianchi (2010), L’altro siamo noi , Einaudi , Milano
G.Caliceti (2010), Italiani , per esempio. L’Italia vista dai bambini immigrati , Feltrinelli , Milano
G.Favaro (2010), A scuola nessuno è straniero, Giunti , Firenze 

Graziella Favaro è pedagogista e si occupa da vari anni di integrazione degli alunni stranieri, insegnamento dell’italiano come seconda lingua, educazione interculturale. Su questi temi, ha scritto  di recente: A scuola nessuno è straniero (Giunti  2011); Dare parole al mondo. L’italiano dei bambini stranieri (Junior 2011).

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«Arduo educare, serve la fede»

Sotto gli affreschi della Sistina e davanti ai piccoli visi dei neonati schierati di fronte a lui in braccio ai genitori, Benedetto XVI ha ribadito a mamme e papà che quella del Battesimo è stata la loro “prima scelta educativa”, scelta “fondamentale” perché è la prima testimonianza di fede offerta ai figli: “Educare è molto impegnativo, a volte è arduo per le nostre capacità umane, sempre limitate.
Ma educare diventa una meravigliosa missione se la si compie in collaborazione con Dio, che è il primo e vero educatore di ogni uomo”. Dal profeta Isaia, il Papa ha tratto la certezza che Dio vuole dare ai credenti “cose che – ha detto – ci fanno bene”, anche se talvolta, ha proseguito, “usiamo male le nostre risorse” per “cose che non servono, anzi, che sono addirittura nocive”. Dio, ha affermato, “vuole darci soprattutto Se stesso e la sua Parola”, i Sacramenti, ovvero le fonti alle quali chi educa deve necessariamente attingere: “I genitori devono dare tanto, ma per poter dare hanno bisogno a loro volta di ricevere, altrimenti si svuotano, si prosciugano. I genitori non sono la fonte, come anche noi sacerdoti non siamo la fonte: siamo piuttosto come dei canali, attraverso cui deve passare la linfa vitale dell’amore di Dio.

Se ci stacchiamo dalla sorgente, noi stessi per primi ne risentiamo negativamente e non siamo più in grado di educare altri”. Se invece preghiera e vita sacramentale sono l’anima di una madre e di un padre, i loro figli potranno goderne gli effetti, sotto forma di una educazione davvero “alta”: “La preghiera e i Sacramenti ci ottengono quella luce di verità grazie alla quale possiamo essere al tempo stesso teneri e forti, usare dolcezza e fermezza, tacere e parlare al momento giusto, rimproverare e correggere nella giusta maniera”. E prima di procedere al rito del Battesimo, Benedetto XVI si è rifatto alla scena del fiume Giordano, ricordando che “la prima e principale educazione avviene attraverso la testimonianza”. Il Battista lo dimostra, ha asserito, non trattenendo a sé i propri discepoli, ma indicando in Gesù il vero Maestro da seguire: “Il vero educatore non lega le persone a sé, non è possessivo. Vuole che il figlio, o il discepolo, impari a conoscere la verità, e stabilisca con essa un rapporto personale.

L’educatore compie il suo dovere fino in fondo, non fa mancare la sua presenza attenta e fedele; ma il suo obiettivo è che l’educando ascolti la voce della verità parlare al suo cuore e la segua in un cammino personale. Benedetto XVI ha proseguito: ogni essere umano, pur non essendo necessariamente un genitore, è comunque un “figlio”. Ciò, ha continuato, aiuta a maturare un atteggiamento di accoglienza verso la vita come un “dono”.

                                                                                              Emma Zordan, asc

                                                                       famiglia@usminazionale.it

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La pace è giovane

I giovani: forza di cambiamento

 “Cari giovani voi siete un dono prezioso per la vostra società- Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento di fronte alle difficoltà e non abbandonatevi a false soluzioni. Non abbiate paura di impegnarvi. Siate coscienti di essere voi stessi di esempio e stimolo per gli adulti. Sappiate lavorare per un futuro più luminoso per tutti. Non siete mai soli”. È l’appello di Benedetto XVI ai giovani, contenuto nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2012, il cui tema è Educare i giovani alla giustizia e alla pace.

Egli dunque apre il 2012 puntando sui giovani. I ragazzi e le ragazze di oggi -ricorda a tutti- crescono in un mondo che è diventato, per così dire, più piccolo, dove i contatti tra le differenti culture e tradizioni, anche se non sempre diretti, sono costanti. Per loro, perciò, più che mai, è indispensabile imparare il valore e il metodo della convivenza pacifica, del rispetto reciproco, del dialogo e della comprensione.

Secondo il Pontefice, “i giovani sono per loro natura aperti a questi atteggiamenti, ma proprio la realtà sociale in cui crescono può portarli a pensare e ad agire in modo opposto, persino intollerante e violento”. “Solo una solida educazione della loro coscienza può metterli al riparo da questi rischi e renderli capaci di lottare sempre e soltanto contando sulla forza della verità e del bene”.

Un monito per tutti

Ai giovani dunque il compito di traghettare la nostra società fuori dalla crisi di valori e di futuro che la caratterizza… A noi non impedirglielo. E con la Chiesa avere fiducia in loro, guardarli  con speranza, incoraggiarli a “ricercare la verità, a difendere il bene comune, ad avere prospettive aperte sul mondo e occhi capaci di vedere cose nuove”.

Già li abbiamo visti irrompere sulla scena internazionale in centinaia di migliaia capaci di manifestare quello sdegno autentico, che è un appassionato e coerente schierarsi dalla parte della giustizia; indignati contro la corruzione, la violenza e l’oppressione; decisi a ottenere il rispetto dei loro fondamentali diritti.

Il Papa, che ha colto il valore di quelle sommosse, sollecita ancora la dovuta attenzione in tutte le componenti della società: genitori, famiglie, educatori, responsabili nei vari ambiti della vita religiosa, sociale, politica, economica, culturale e della comunicazione. Se davvero vogliamo costruire un futuro di giustizia e di pace, è necessario investire sui giovani e sulla loro formazione chiamandoli a fare la propria parte e offrendo loro adeguate opportunità.

Essenziale investire su formazione ed educazione

È un monito quello del Papa a cambiare strada vista la scarsa considerazione di cui i giovani godono oggi nel nostro Paese. Un appello da non lasciar cadere nel vuoto e che ci si augura non rimanga solo nelle mani di qualche addetto ai lavori più sensibile. La capacità di futuro in realtà deriva dall’impegno sincero di ognuno a rivedere il proprio percorso, personale e comunitario, individuando che cosa ci sia riuscito e quali siano stati invece gli errori.

Educare è perciò una responsabilità di tutti; un impegno essenziale, da progettare e attuare, secondo le proprie competenze e responsabilità, non solo ‘per’, ma ‘con’ i giovani. Con le loro speranze e ambizioni, con l’entusiasmo e la spinta ideale che li muove essi sono una straordinaria forza di cambiamento.  Ed è bello muoversi insieme con fiducia verso il futuro, ma è anche difficile sviluppare una nuova alleanza pedagogica di tutti i soggetti responsabili; educarsi reciprocamente alla compassione, alla solidarietà, alla collaborazione e fraternità, a essere attivi all’interno della comunità e vigili nel destare le coscienze sulle questioni nazionali ed internazionali, sull’importanza di ricercare adeguate modalità di ridistribuzione della ricchezza…  

‘Giovani di pace’ crescono

Ma non partiamo da zero. Ci sono tante belle esperienze nelle nostre scuole, di cui far tesoro. Esperienze tenacemente e generosamente alimentate da docenti e operatori, in sinergia con le comunità. Sono ambienti dove tanti giovani trovano quotidianamente risposta al loro desiderio di ricevere una formazione che li prepari in modo più profondo ad affrontare la realtà; dove giorno per giorno acquisiscono la forza di fare un uso buono e consapevole della propria libertà; dove si preparano insieme ad essere in grado di offrire un proprio contributo al mondo della politica, della cultura e dell’economia per la costruzione di una società dal volto più umano e solidale.

Le nostre comunità: cantieri di dialogo, di giustizia e di pace?

Anche le nostre comunità religiose sono chiamate, oggi più che mai, ad essere luoghi di dialogo, di coesione e di ascolto; di partecipazione attiva e di valorizzazione, apertura agli altri. Perché gli esseri umani, oggi più che mai, sono alla ricerca di consolazione e di dialogo sincero. Ed è a partire da questi bisogni veri che si può realizzare la giustizia intesa non come “semplice convenzione umana”, o contrattualistica”, ma giustizia aperta “alla solidarietà e all’amore”. La pace infatti – scrive il Papa – è “frutto della giustizia ed effetto della carità”; è dono di Dio, da ricevere certo, ma anche “opera da costruire”, educando “alla compassione, alla solidarietà, alla fraternità”.

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

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Impegno urgente: educare

È da questa urgenza che parte “La sfida educativa”. “Educare” è verbo irrinunciabile del lessico cristiano. Il Papa è stato chiaro: siamo in presenza di un’urgenza educativa. Non ci ha forse detto Gesù: «Andate e fate discepoli tutti i popoli»? E la Chiesa non è forse «madre e maestra»? E oggi non è proprio la questione educativa la sfida emergente e determinante per il futuro dell’umanità?

«Educare alla vita buona del Vangelo» è la missione di sempre che la Chiesa non può assolutamente tradire, e che oggi si è fatta ancora più attuale e complessa, viste le sfide inedite a cui deve rispondere. Non possiamo rimanere inerti di fronte allo spettacolo del devastante «disastro antropologico»”. Oggi il problema dell’educazione è serio perché non ci sono più riferimenti accettati da tutti: una volta la famiglia aveva un ruolo chiave, e se essa non svolgeva il suo ruolo educativo, era la società che pensava a dare i valori. Ma se questi valori non li dà la famiglia, né li dà la società o la scuola, la gente non sa più dove andare. E se non c’è più nessuno che indica dove andare è inevitabile che ognuno faccia come crede: ma non bisogna poi stupirsi degli effetti drammatici di certe scelte. In una cultura che con troppa frequenza fa del relativismo il proprio credo, e nella quale manca molte volte la luce della  verità, l’opera educativa sembra diventata sempre più ardua. Sebbene il Papa sia consapevole della difficoltà di educare oggi, sa che nelle persone esiste una domanda di verità, alla quale l’educazione può dare delle risposte. Per questo è importante il servizio che svolgono nel mondo le numerose istituzioni formative che fanno dell’educare un atto d’amore, un esercizio della “carità intellettuale”, che richiede responsabilità, dedizione, coerenza di vita.

Educare è prendersi cura della persona, e costituisce oggi un impegno urgente, come più volte è stato affermato dal Santo Padre e dall’Episcopato. Non a caso gli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il prossimo decennio sono su tale questione nodale. Va tuttavia sottolineato che l’impegno per l’educazione rappresenta un’attenzione costante per la Chiesa, perché da sempre al centro della vita della Chiesa c’è la cura nei confronti della persona, quella cura che costituisce la sostanza stessa dell’impegno educativo. Di qui la convinzione che vogliamo ribadire: chi ama, e solo chi ama, educa veramente. L’educazione, infatti, non può limitarsi alla trasmissione di “nozioni”; è, prima di tutto e fondamentalmente, una scelta operata da testimoni e maestri capaci di scorgere in ogni essere umano la scintilla di Dio. E’ una risposta del cuore animata da una profonda passione per l’uomo. Ed è un’impresa comunitaria che passa per uno scambio affettuoso tra generazioni. Il Santo Padre Benedetto XVI ci ricorda che “l’educazione ha bisogno anzitutto di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall’amore”.

 Occorre valorizzare i momenti di incontro attraverso i quali promuovere, in chiave educativa, lo stile ordinario della solidarietà, dell’accompagnamento, della vicinanza a tutte le situazioni in cui l’esistenza umana è ferita e bisognosa di cure. Non va dimenticato, però, che i grandi processi hanno bisogno di un tempo e di un luogo che sa amare la vita e sviluppare una maggiore coerenza tra fede che professiamo e stile di vita che conduciamo. E’ necessario recuperare il senso profondo della nostra vocazione (sia individualmente che all’interno della famiglia). In ciò è custodita la finalità essenziale del senso dell’uomo e della famiglia. Le famiglie devono imparare ad aiutarsi di più, pur nel rispetto della diversità di ognuno. Purtroppo i giovani non hanno un punto di riferimento. Il Papa, il 12 gennaio scorso, parlando agli amministratori della Regione Lazio, della Provincia e del Comune di Roma, ha detto queste parole: “(Tra i giovani si affievoliscono) i valori naturali e cristiani che danno significato al vivere quotidiano e formano ad una visione della vita aperta alla speranza ed emergono invece desideri effimeri e attese non durature, che alla fine generano noia e fallimenti”. Dunque, il non voler riconoscere una dimensione valoriale nella propria vita, porta il giovane a nutrire un atteggiamento di noia. Ecco: la menzogna della cultura dominante è quella di  convincersi che la vita è del tutto senza senso. E’ la menzogna più grande che possa esistere: pretendere di educare negando la Verità! Nei tempi di disorientamento e di contraddizioni è necessario continuare a seminare il bene. Ogni dimensione della vita deve essere coltivata, con il proprio tempo, con fatica, impegno, cura, così anche la dimensione educativa ha bisogno di tempo e lungimiranza, sapendo che la semina non ha un risultato garantito. Le luci e le ombre nella nostra esistenza si alternano. Ecco perché è necessario più impegno nonostante il buio dei tempi che viviamo. Dobbiamo necessariamente vivere della grande speranza che ci proviene dall’incontro con il Cristo, da quella relazione piena con Lui da cui si parte e sempre si riparte.

Emma Zordan asc

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La Sacra Famiglia modello per la pastorale familiare

La Sacra Famiglia di Nazareth, Gesù, Maria e Giuseppe sono messi davanti a noi dalla Chiesa come un modello per le nostre famiglie.  Noi li chiamiamo “La Sacra Famiglia”, ma questo non significa che essi non abbiano avuto problemi. Così come ogni famiglia deve affrontare i problemi e superarli, o per dirla in altro modo, deve portare una croce, così anche la Sacra Famiglia ha dovuto portare croci.

Possiamo facilmente immaginare come deve essere stato grande il frainteso tra Maria e Giuseppe quando Maria concepì per opera dello Spirito Santo e quanto fu terribile l’intenzione di Giuseppe di divorziare da lei prima che l’angelo gli andasse in sogno. Che dire della fuga in Egitto come profughi, più o meno allo stesso modo degli attuali rifugiati provenienti da paesi in guerra; della predizione nel tempio che una spada avrebbe trafitto l’anima di Maria; dell’inaspettato e angosciante smarrimento di Gesù per tre giorni quando aveva solo dodici anni; della morte di Giuseppe prima che Gesù iniziasse il suo ministero pubblico in Galilea, quindi il dolore del lutto e della separazione attraverso la morte; del giorno in cui i suoi parenti andarono a prendere Gesù con la forza convinti che il loro congiunto fosse andato fuori di testa.  Anche il dolore per Gesù causato dagli avversari: “Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori”. La crescente ostilità delle autorità ebraiche deve avere causato dolore enorme sia a Maria che a Gesù, tanto più che divenne sempre più evidente che Gesù avrebbe dovuto pagare per la sua missione morendo. E che dire del triste momento in cui Maria ha visto suo figlio morire sulla croce? Possiamo immaginare anche solo una di queste occasioni! Per quanto santa fosse questa Famiglia non deve essere stata certamente un’esperienza piacevole.

Come la Sacra Famiglia ha potuto sopportare tutte queste prove e croci? Indubbiamente con l’amore per l’altro e per Dio. Ed è proprio e solo l’amore a tenere insieme le nostre famiglie anche nei momenti di difficoltà. L’amore e il perdono. Diciamolo! Se le nostre famiglie sono in crisi, la causa è una: la  mancanza di amore e di perdono da parte di qualcuno. Le famiglie che ‘reggono’ ancora sono quelle che hanno fatto delle loro case ‘luoghi di amore’.  Credo che la più grande minaccia per le famiglie oggi dipenda dallo stare sempre meno insieme e dalla mancanza di tempo riservata al dialogo. Se la Sacra Famiglia è sopravvissuta a  tutte le crisi e le prove, attraverso l’amore per l’altro e la fede in Dio, perché non pensare che anche le nostre famiglie vi potranno riuscire?

 È tempo, allora, di tornare a guardare la Famiglia di Na­zareth per farci dire da Gesù, Maria e Giuseppe, come si fa ad essere famiglia capace di educare e di trasmettere i veri valori. Siamo lontani dai tempi in cui si parlava della famiglia come “piccola Chiesa”. La famiglia sembra incapace di assolvere al proprio compito per cui in questi ultimi anni si è giunti a parlare di crisi, di fine della famiglia e della coppia, senza per altro indicare alternative possibili e concrete. Così anche i valori morali non hanno più la fisionomia inconfondibile del passato. Il rapporto tra presente e passato è uno dei problemi più acuti che affliggono la famiglia oggi. La perdita dei valori umani e spirituali pesa come un macigno sulla missione originaria, ora spesso tradita, di tante famiglie! E le conseguenze si fan­no sentire. I giovani sono confusi e non riescono a trovare quel legame che è garanzia di fecondità e continuità e rifiutano il passato.

 Le famiglie non vanno lasciate sole! Il futuro dell’umanità dipende dalla famiglia di oggi, dal­la sua opera di educazione, dalla sua fede, dall’amore che essa riesce a sperimentare in sé e che riesce a donare. Tut­to parte dalla famiglia perché dalla essa viene l’uomo e l’uomo fa la storia. Ma la famiglia ha bisogno di specchi che l’aiutino a identificarsi: e questi preziosi specchi possono essere i sacerdoti, i consacrati, i credenti che l’aiutino a non rattrappirsi nel “già” e non smettano di sognare il “non ancora”, come diceva Tonino Bello. Di nuovo, questi specchi che additano l’oltre non sono semplicemente aiuti per “favorire una dimensione di vita cristiana”, sono molto di più: sono lo specchio che aiuta la famiglia a vedersi per ciò che è, a “divenire ciò che è”, come diceva Giovanni Paolo II.

 La comunità cristiana è chiamata a sostenere la famiglia con una pastorale della coppia e della famiglia, gruppi di aiuto, formazione del ruolo proprio della coppia, richiesta di politiche sociali. I credenti, i religiosi e le religiose in questo caso non solo possono fare molto, ma sono indispensabili. Se vogliamo restituire alla famiglia il suo carattere “sacro” di luogo di lavoro e di festa, occorre la comunità di fede.

 Occorre una seria preparazione che parta dalla formazione iniziale dei futuri religiosi e dei seminaristi candidati al Sacerdozio. Un rapporto importante che il Seminario dovrebbe cercare di mantenere è quello con la famiglia di ogni seminarista. Per questo ci si augura che la stessa entri nel cammino del seminario. In vista di una reciproca fiducia e dialogo non è auspicabile una frattura tra ambiente del seminario e quello della famiglia. E’ indispensabile rendere la fa­miglia capace di condividere la vita, fino in fondo, del proprio figlio, pronta ad aprirsi al suo ideale e a sostenere con generosità la sua missione.

 Siamo ancora in tempo per chiedere alla Sacra Famiglia ciò di cui ab­biamo bisogno e per meditare con fede e con riconoscenza l’esempio che questa Famiglia ci dà. Forse, senza accorger­cene, impareremo anche ad imitarla.

 Sr Emma Zordan

Ufficio Famiglia USMI nazionale

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Gesù educava…

Il fatto narrato dal vangelo di Luca – l’episodio dei discepoli di Emmaus -  può diventare paradigmatico in questo tempo di emergenza educativa: può senz’altro offrire spunti efficaci a coloro che – genitori, insegnanti, formatori – hanno un ruolo educativo.

I due discepoli di cui qui si parla possono essere visti come esemplificativi della situazione in cui si trovano certamente molti dei giovani che siedono nei nostri banchi. Sono giovani-discepoli in fuga da Gerusalemme, in fuga dal luogo dove si è giocata la partita decisiva della loro vita, che non riescono però a riconoscere come tale. Di fronte a questa fuga, la tentazione più ricorrente dell’educatore è la lamentela, il rimpianto dei bei tempi andati, la critica sdegnata della crisi dei tempi presenti.

Anche Gesù risorto si è trovato ad affrontare un problema simile, e cosa ha fatto? Si è messo in cammino con loro ed è andato a cercarli sui sentieri delle loro fughe. Sembra facile, ma non lo è. Andare a trovare le persone là dove effettivamente si trovano, implica infatti un scendere al loro livello, livello che spesso non è facile da accettare per l’educatore. Pensiamo, ad esempio, ai giudizi, pur giusti e pieni di vere motivazioni, che spesso vengono dati nei confronti dei programmi o delle letture che gli studenti seguono per conto loro, reality show, romanzi di dubbio gusto o di scarsa tenuta letteraria e simili.

Gesù ha un modo di accostarsi a questi discepoli in fuga molto delicato, che fa percepire loro la sua disponibilità al confronto e all’ascolto, tant’è che questi accettano di condividere con lui un tratto del loro cammino; gesto non è privo di conseguenze.

La prima consiste nell’accettare di passare per l’ultimo arrivato, per il più sprovveduto degli sciocchi: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». La seconda consiste nell’accettare la faticosa via del dialogo con i due che lo considerano il più sprovveduto tra gli uomini.

Gesù però non aggredisce di petto la loro situazione, come forse saremmo tentati di fare noi, ma con pazienza si concentra solo sulle domande giuste da porre loro. È un’arte molto difficile, perché l’ansia di dare le risposte giuste subito è molto forte, eppure questa è l’unica strada percorribile. I due discepoli non riescono a riconoscere Gesù, perché il loro cuore è triste. Sono delusi, si sentono traditi nelle loro aspettative. Davanti ad un cuore ferito dalla delusione la tendenza che occorre combattere è quella di dare consigli non richiesti o offrire soluzioni che giungono nel momento meno opportuno per essere accolte. Per questo Gesù ha pazienza e continua il suo dialogo. Si potrebbe dire che tutta la prima parte dell’itinerario che Gesù compie è all’insegna dell’accoglienza. Un’accoglienza che riesce a mettere l’altro nella condizione di manifestare ciò che prova, cosa difficile quando sono in gioco sentimenti problematici come la tristezza.

Ciò che i due discepoli percepiscono nelle parole di Gesù, che pure non è stato tenero con loro una volta che questi lo hanno accolto senza riserve, è un fuoco divorante: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino?». Tale effetto, atteso da ogni educatore, non è frutto di chissà quali tecniche retoriche ma della capacità di parlare in modo significativo della propria esperienza.

Osserviamo ancora altri atteggiamenti con cui Gesù educa i due discepoli. Ad un certo punto viene il momento della scelta: i due discepoli sono ad un bivio, è sera e devono decidere se invitare o meno a casa loro il pellegrino che li ha accompagnati fino a quel punto. Gesù non vuole forzare la mano, nemmeno a fin di bene, e «fece come se dovesse andare più lontano».

Una tentazione molto forte per l’educatore nel momento in cui è stato capace di accogliere, ascoltare  il proprio destinatario, di fargli le domande giuste, può essere  quella di fare lui la scelta al posto dell’altro. Per questo occorre, in questa fase del dialogo educativo, saper prendere le distanze anche dal proprio modo positivo e corretto di porsi, sapersi mettere in ombra affinché l’altro possa decidere in tutta libertà se accogliere o meno la proposta educativa. È chiaro che in questa fase si rischia molto, perché tutto quanto si è fatto fino a questo momento viene riposto nella mani dell’altro perché decida. Gesù, che conosce bene le dinamiche del cuore umano, invita a correre questo rischio perché la libertà dell’altro è troppo alta e va difesa ad ogni costo.

I due accolgono finalmente nella loro casa Gesù e questi entra per rimanere con loro, ma nel momento in cui giunge l’atteso riconoscimento, allo spezzare del pane, lui sparisce dalla loro vista. Anche per l’educatore dovrebbe avvenire qualcosa di simile: rendersi invisibile, come a dire che non esistono formule precostituite che esonerino il discepolo dalla continua ricerca di comunicazione. L’efficacia del processo educativo è evidente: i discepoli in fuga scoprono con gioia di essere diventati a loro volta educatori, annunciatori di un messaggio di speranza e di novità.

Sr Emma Zordan

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EDUCARE ALLA MISSIONARIETA’

Ogni anno, il mese di ottobre  ci fa memoria di un impegno cristiano di prim’ordine: la Missione.

Naturalmente il mandato di evangelizzare, nella Chiesa, non è una questione di giorni e di mesi, è un valore costante che ci riporta  alla dimensione battesimale. “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi”. E’ un imperativo che Gesù ha consegnato ai suoi discepoli,  prima  di salire in cielo, è un impegno che la Chiesa consegna ad ogni cristiano nel giorno del battesimo.

Il dono del battesimo appartiene alla persona, ma l’abbondanza della Grazia che ne scaturisce appartiene a tutta l’Umanità che attende l’Annuncio della Salvezza. Se siamo radicati in Cristo, come Lui dobbiamo diventare annunciatori dell’amore del Padre.

Nei primi secoli la Chiesa era molto attenta alla educazione missionaria. Nei cristiani la trasmissione stessa della fede aveva un vero  spessore di missionarietà. Ce lo dicono le testimonianze dei primi martiri e soprattutto ce lo racconta il coraggio cristiano dei bambini che lungo tutto l’arco dei primi tre secoli hanno affrontato il martirio quasi gioiosi di morire per testimoniare la loro fede in Gesù.

Certamente Tarcisio, Agnese, Cecilia, Pancrazio  e molti altri come loro, avevano accolto l’insegnamento e la testimonianza degli adulti ed avevano affrontato il martirio per testimoniare alla Roma pagana il Primato di Gesù nella storia.

Il sangue dei martiri bambini ha segnato il cammino dell’evangelizzazione in ogni parte del mondo ed è su  questo seme di fedeltà a Dio che spesso vediamo crescere la Chiesa in luoghi remoti dove l’annuncio è passato in fretta e ha lasciato il segno dell’amore.

Recentemente  ho visitato la Chiesa di Nagasaki, in Giappone, e mi ha commosso l’immagine dei 27 martiri giapponesi uccisi nel diciassettesimo secolo. Insieme alle grandi croci, puoi vedere tre croci a misura di bambino: Ludovico, Tommaso ed Antonio avevano dai 10 agli 11 anni.

Hanno percorso un lungo cammino insieme a Paolo Miki e ai suoi compagni, hanno affrontato la crocifissione, hanno predicato da quella croce tutta la loro missionarietà. Loro, i piccoli a cui è rivelato il mistero del Regno (cfr Luca 20,11) ci dicono che anche oggi i nostri bambini hanno bisogno di educatori alla fede che siano prima di tutto testimoni.

Ce lo ha ripetuto in  una bellissima lettera enciclica il  Beato Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio :«Ripensiamo cari fratelli e sorelle, allo slancio missionario delle prime Comunità cristiane. Nonostante la scarsezza dei mezzi di comunicazione di allora, l’annuncio evangelico raggiunse in breve tempo i confini del mondo e si trattava della religione del Figlio dell’uomo morto in croce, “scandalo per gli ebrei e stoltezza per i cristiani” (1Cor 1,23) Alla base di un tale dinamismo missionario c’era la santità dei primi cristiani e delle prime Comunità» (RM 91)

L’educazione missionaria non è una disciplina che si apprende, è un cammino di santità che inizia con il Battesimo ed esige coerenza. Comincia nei primi anni della vita, è un’educazione all’ascolto dello Spirito e si sostanzia di testimonianza, in famiglia e nella Comunità ecclesiale.

Ancora Giovanni Paolo II ci dà, nella stessa Enciclica, il criterio educativo alla missione:

«Il missionario deve essere un contemplativo in azione. Egli trova risposta ai problemi nella luce della parola di Dio e nella preghiera personale e comunitaria. Il contatto con  i rappresentanti delle tradizioni spirituali non cristiane, in particolare  di quelle dell’Asia mi ha dato conferma che il futuro della Missione dipende in gran parte dalla contemplazione. Il missionario, se non è un contemplativo non può annunciare il Cristo in modo credibile. Egli è un testimone dell’esperienza di Dio». (RM 91)

Educare alla Missione significa dunque educare al rapporto con Dio, un rapporto che nei piccoli può cominciare con l’educazione a stabilire un legame universale con le cose e le persone rispettando alcuni passaggi, necessari nella crescita della persona e nella interiorizzazione della fede.

Per una educazione sistematica alla missionarietà è possibile seguire un itinerario semplice fatto di precisi passaggi che si identificano nella conoscenza, nella educazione del cuore, nel valore di solidarietà e di universalità, il tutto in un costante atteggiamento di ascolto.

La conoscenza diventa punto di partenza per ogni scelta di vita specie nella missione. Nella educazione missionaria occorre uno sguardo al modo dei Missionari ad Gentes: la vocazione, il coraggio, le fatiche, la passione per l’umanità, la geografia del mondo dove la luce di Dio non è mai arrivata. Dalla dimensione conoscitiva occorre passare a quella affettiva: aiutare i ragazzi ad elaborare le conoscenze con il cuore, a suscitare sentimenti che facciano scavalcare il muro dell’egoismo, dei ripiegamenti, della ricerca di sé e dei propri pseudo bisogni. Occorre  metterli di fronte a piccole-grandi responsabilità nei confronti dei fratelli meno fortunati, renderli protagonisti di gesti di solidarietà che rompano il cerchio dell’egocentrismo infantile e li aprano al dono di sé.

La vocazione missionaria non è una questione di adulti, i migliori missionari sono i ragazzi quando le spinte emotive li portano a sognare l’avventura verso spazi di povertà, d’ignoranza, d’ingiustizia. E’ allora che la Parola di Dio può confermarli nella fraternità universale, può chiedere loro di diventare Apostoli della grazia e predicatori del Vangelo.

Quando Gesù ha detto ai suoi apostoli: «Come il Padre manda me….”,  certamente, di fronte a lui, tra gli apostoli sbigottiti, c’erano dei ragazzi. Tra le folle del Vangelo non mancavano mai, anche loro hanno udito la raccomandazione di Gesù, anche loro sono stati invitati ad andare, ma per loro occorre un tempo di preparazione, un tempo di apprendimento che è affidato  agli adulti.

Nell’epoca che si caratterizza come urgenza educativa occorre prendere coscienza che nell’educazione cristiana la missionarietà non può restare un ornamento  riservato a pochi eletti, ma una chiamata per tutti i cristiani.

M. Maria Teresa Crescini

Superiora generale M.P.V.

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Quante cose ci stiamo perdendo?

Un violinista nella metropolitana (Storia vera- fonte non specificata)

Un uomo si mise a sedere in una stazione della metro a Washington DC ed iniziò a suonare il violino; era un freddo mattino di gennaio.

Suonò sei pezzi di Bach per circa 45 minuti. Durante questo tempo, poiché era l’ora di punta, era stato calcolato che migliaia di persone sarebbero passate per la stazione, molte delle quali sulla strada per andare al lavoro.

Passarono 3 minuti ed un uomo di mezza età notò che c’era un musicista che suonava. Rallentò il passo e si fermò per alcuni secondi; poi riprese il cammino e si affrettò per non essere in ritardo sulla tabella di marcia. Alcuni minuti dopo, il violinista ricevette il primo dollaro di mancia: una donna tirò il denaro nella cassettina e, senza neanche fermarsi, continuò a camminare. Pochi minuti dopo, qualcuno si appoggiò al muro per ascoltarlo, ma guardò l’orologio e ricominciò a camminare.

Quello che prestò maggior attenzione fu un bambino di 3 anni. Sua madre lo tirava, ma il ragazzino si fermò a guardare il violinista. Finalmente la madre lo tirò con decisione ed il bambino continuò a camminare girando la testa tutto il tempo. Questo comportamento fu ripetuto da diversi altri bambini. Tutti i genitori, senza eccezione, li forzarono a muoversi.

Nei 45 minuti in cui il musicista suonò, solo 6 persone si fermarono e rimasero un momento. Circa 20 gli diedero dei soldi, ma continuarono a camminare normalmente. Raccolse 32 dollari. Quando finì di suonare e tornò il silenzio, nessuno se ne accorse. Nessuno applaudì, nè ci fu alcun riconoscimento.

Nessuno lo sapeva ma il violinista era Joshua Bell, uno dei più grandi musicisti al mondo. Suonò un pezzo dei più complessi mai scritti, con un violino del valore di 3,5 milioni di dollari. Due giorni prima di suonare in quella stazione della metro, Joshua Bell aveva fatto il tutto esaurito al teatro di Boston e i posti costavano in media 100 dollari.

Questa è una storia vera.
L’esecuzione di Joshua Bell in incognito nella stazione della metro fu organizzata dal quotidiano Washington Post come parte di un esperimento sociale sulla percezione, il gusto e le priorità delle persone.

Le domande erano:

-         Percepiamo la bellezza in un ambiente quotidiano?

-         Ci fermiamo per apprezzarla?

-         Riconosciamo il talento in un contesto inaspettato?

Rimane per tutti, in sintesi, la domanda:

Se non ci prendiamo il tempo per fermarci e ascoltare uno dei migliori musicisti al mondo suonare alcune delle migliori musiche mai scritte, quante altre cose ci stiamo perdendo per non saperle apprezzare?

http://www.youtube.com/watch?v=RPAs08Z7D8A

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…se ’continuamente ci si esprime e rigenera nell’Eucaristia’

Congresso Eucaristico  di Ancona:

La giornata dell’8 settembre – Festa di Maria Bambina – è dedicata all’appuntamento con la vita consacrata. Bruno Forte approfondisce il tema Eucaristia e vita consacrata incontrando religiose, religiosi, sacerdoti, seminaristi e speciali vocazioni.

Ci sono per l’USMI: Madre Viviana, che introduce la conferenza di Bruno Forte; e sr Paola Montisci, che ce ne racconta l’evento.

Ancona 8 settembre 2011

Congresso Eucaristico: ambito TRADIZIONE

Introduzione alla conferenza di mons. Bruno Forte

di Madre Viviana Ballarin

Un saluto fraterno a tutte e a tutti voi, convenuti qui ad Ancona per partecipare in un clima di gioia, di festa e di fede profonda alla celebrazione del  XXV° Congresso Eucaristico Nazionale.

In veste di Presidente nazionale dell’Unione delle Superiore Maggiori di Italia porto con piacere il mio saluto e quello delle numerosissime sorelle religiose che vivono in Italia (80.000), che non possono essere qui in questi giorni fisicamente, ma che sicuramente stanno seguendo l’evento attraverso i media che ormai sono a disposizione di tutti. Soprattutto direi, sono spiritualmente in comunione con noi attraverso una intensa e continua preghiera che implora benedizione e grazia su quanti passano per Ancona e le varie città delle Marche cercando il volto del Signore, portando nel cuore la domanda: da chi andremo Signore? E incontrando la certezza: tu solo hai parole di vita eterna!

Siamo ormai al cuore del Congresso, tantissimi messaggi di verità e di pace, di vita e di speranza sono partiti da questo luogo e saranno fecondi e si moltiplicheranno, sì perché in questi giorni tutto quello che è avviene non sono riti, celebrazioni, eventi culturali, ma accade l’incontro con una Persona, Gesù l’unigenito del Padre che è venuto in mezzo a noi, che si è fatto uno di noi, e noi lo abbiamo potuto vedere, udire, toccare; che ha voluto rimanere in mezzo a noi, fatto eucaristia, corpo e sangue donati, consegnati perché tutti noi avessimo la vita e l’avessimo in abbondanza.  Accade l’incontro di fratelli e di sorelle che si ritrovano e si riconoscono come tale perché incontrati da Cristo Eucaristia.

E’ troppo grande questo mistero d’amore!

S. Caterina direbbe anche oggi che, a contemplare questo amore si impazzisce perché non si finisce mai di penetrarlo, di comprenderlo. Esso è un mare pacifico nel quale quanto più entri tanto più lo conosci e nello stesso tempo desideri di entrarvi ancora di più. In sostanza si impazzisce d’amore perché Lui per primo è rimasto in mezzo a noi eucaristia perché pazzo, ubriaco d’amore per la sua creatura.

Cito soltanto una sua espressione bellissima e fortissima. “Questa è la Pasqua ch’io voglio che noi facciamo, cioè di vederci alla mensa  dell’Agnello immacolato il quale è cibo, mensa e servitore.

Questa è una mensa forata, piena di vene che germinano sangue; e tra le altre v’è un canale che getta sangue e acqua mescolati con fuoco:  e all’occhio che si riposa in questo canale si manifesta il segreto del cuore…

…corriamo con sollecitudine a questa mensa e fate come colui che beve tanto da inebriarsi e non vede più se medesimo…questo sangue riscalda talmente l’uomo che lo fa uscire fuori…gli darà voce…

Sì mangiamo le anime sopra questa mensa del corpo del dolce figliuolo di Dio” (Lettera 210)

Noi consacrate e consacrati di Italia, siamo qui oggi per questo. Portiamo nel cuore il desiderio pazzo di Gesù Eucaristia nel quale siamo stati innestati il giorno del nostro battesimo. Siamo qui perché ce ne vogliamo riappropriare con consapevolezza e profondità nuove, vogliamo non avere più paura anche di svelare al mondo che siamo pazzi/e e che questa pazzia è il senso unico e assoluto della nostra vita.

La nostra ragione di vita e di morte.

“Eucaristia: fonte e culmine della vita consacrata”.

Mons. Bruno Forte che abbiamo la gioia e il privilegio di avere qui tra noi questa mattina, ci aiuterà ad approfondire questo mistero, il mistero in cui si radica e da cui prende senso il nostro stare e il nostro andare.

Grazie eccellenza di essere qui. La vogliamo ascoltare davvero con attenzione e gratitudine per quanto vorrà consegnarci oggi a nome suo di pastore ma anche a nome di quella Chiesa che esiste perché Gesù si è fatto eucaristia, quella Chiesa della quale i consacrati e le consacrate ne svelano la sua bellezza e la sua passione per l’umanità di ogni tempo.

Grazie!

Sr. M. Viviana Ballarin o.p.

(Presidente nazionale USMI)

Relazione sulla giornata dell’8 settembre

Ad Ancona i religiosi: chiamati a far risplendere nella Chiesa la bellezza della vita consacrata.

All’interno del programma del XXV Congresso eucaristico svoltosi ad Ancona l’8 settembre u.s. è stato riservato, nel giorno della festa di Maria Bambina, un appuntamento con la vita religiosa maschile e femminile per riflettere sul rapporto tra Eucaristia e vita consacrata.

L’evento si è svolto al Teatro delle Muse di Ancona. All’appuntamento, in via eccezionale, hanno partecipato anche alcune sorelle clarisse claustrali, invitate all’incontro dal vescovo di Ancona Mons Menichelli. Farsi presenti è stato per le monache un bel gesto di comunione ecclesiale.

Abbiamo dato inizio al nostro incontro con la preghiera delle lodi presieduta dal vescovo di Perugia Mons Bassetti. La lettura breve delle lodi è stata sostituita dal vangelo di Giovanni al cap 6.

Sr Benedetta Rossi ci ha regalato una lectio molto bella sulle parole di Gesù: ”chi mangia di me vivrà in eterno”. Ci ha fatto notare che si può mangiare insieme, ma è raro che uno sia cibo per l’altro; ha sottolineato con passione alcune parti del Cantico dei Cantici dove la relazione d’amore viene descritta con l’espressione gustare dell’altro come fosse cibo. Mangiare dell’altro è una relazione coinvolgente. Gesù si compromette tutto nella relazione, si dà tutto. Il mangiare evoca una relazione di reciprocità, una consegna senza riserve. Come se Gesù ci dicesse: ”Io dimoro in colui che si nutre di me, nel volto dei miei fratelli”.

M. Viviana Ballarin come Presidente nazionale dell’USMI ha aperto la nostra giornata con una breve ma incisiva introduzione; ha citato Caterina da Siena, donna fortemente innestata nella Chiesa, colei che, in modo tutto singolare, ha contemplato Gesù Eucaristia. Caterina ha riconosciuto nel Sangue di Gesù il segno supremo del suo immenso amore per gli uomini tanto da arrivare a dire che Gesù è pazzo d’amore per la creatura… per tutti noi!

Dopo questo discorso introduttivo, è stato proiettato un video preparato da Don Guido Bensi dell’ufficio catechistico della CEI in collaborazione con Sat 2000. In esso erano presentate le testimonianze di due suore, di una famiglia e di alcuni giovani nel loro rapporto con l’Eucaristia.

E’ seguito l’intervento di Mons. Bruno Forte vescovo di Chieti che ha trattato il tema: ”Eucaristia pane del cammino e fonte e culmine della vita consacrata”.

Il presule ha sottolineato che l’Eucaristia è evento della bellezza infinita che dovrebbe contagiare la nostra vita. Solo il bello ci fa innamorare. La vita consacrata è vita di bellezza. Vita bella perché nel frammento delle nostre esistenze c’è la ricerca di un’unica ragione che davvero riesca a muovere ogni scelta: vivere amati da Lui amando nel suo amore, con Lui. Ci metta Dio nel cuore la nostalgia di questa bellezza da vivere ogni giorno.

Si può scaricare il testo cliccando su:

http://www.google.it/search?aq=f&hl=it&gl=it&tbm=nws&btnmeta_news_search=1&q=B.+Forte%2C+Eucaristia+e+vita+consacrata

Al termine  ci siamo concessi un po’ di tempo per un vivace dibattito con il relatore.

Quella dell’8 settembre è stata per noi una giornata davvero intensa e “nutriente” dal punto di vista spirituale. Nel pomeriggio, nella zona Fincantieri c’è stata una solenne celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo Mons. Marini. Ad essa è seguita una lunghissima processione eucaristica che ha percorso le vie della città. Lungo corso Mazzini per l’occasione erano stati realizzati, con fiori e foglie, diversi quadri di grande pregio artistico. La processione, molto curata dagli organizzatori del Congresso eucaristico, è stata una testimonianza di fede forte e silenziosa per le vie della città. Ringraziamo di tutto cuore il Signore per averci regalato un giorno così bello e ringraziamo anche tutti coloro che hanno collaborato a renderlo così significativo.

Sr M. Paola Montisci op

Cliccando su:
http://lnx.usminazionale.it/fotoalbum/thumbnails.php?album=95  
si possono vedere alcune foto, su questa giornata, raccolte nella Galleria Fotografica del nostro sito.

 

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Educare in situazioni al limite della sopravvivenza…

…è possibile?

In un bellissimo racconto, un dialogo fra zio e nipote su una carretta del mare, in balia delle onde, è la risposta. Ascoltarli mentre parlano può aiutarci a dare un significato diverso alle parole extracomunitario, immigrato, clandestino.

E’ una perla di speranza nel futuro. Non anticipo nulla: ecco il racconto!

Sr Maria Rosa Melgazzi

Il futuro dei miei

(di Alessandro Ghebreigziabiher, Carta, speciale n.8, 27 agosto 2008, pag 47)

Su una nave. In mare. Da qualche parte.

“Zio Amadou?”.

“Sì…”

“Zio?”.

“Sì?”.

“Mi senti?”.

“Sì, che ti sento…”.

“Ma non mi guardi…”.

L’uomo si volta ed accontenta il nipote. “Stai tranquillo –gli dice inarcando il sopracciglio sinistro- le mie orecchie funzionano bene anche senza l’aiuto degli occhi…”. E si volta a studiare le onde.

Il ragazzino, poco più di sei anni, lo osserva dubbioso, tuttavia si fida e riattacca:”Zio, tu conosci bene l’italiano?”.

“Certo, laggiù ci sono già stato due volte”.

“Conosci proprio tutte le parole?”

“Sicuro, Ousmane”.

Il nipote si guarda in giro, come se avesse timore di essere udito da altri, e arriva al sodo: “Cosa vuol dire extracomunitario?”.

L’uomo, alto e magro, ha trent’anni, ma la barba grigia gliene aggiunge almeno una diecina. Non appena coglie l’ultima parola del bambino, si gira di scatto e fissa i propri occhi nei suoi.

Trascorre un breve istante che tra i due sa di eternità, possibile solo in un viaggio in cui è in gioco la vita.

“Extracomunitario, dici? –ripete abbozzando un sorriso sincero-, extracomunitario è una bellissima parola. I comunitari sono quelli che vivono tutti in una stessa comunità, come gli italiani, e l’extracomunitario è colui che entra a farne parte arrivando da lontano. Non appena i comunitari lo vedono capiscono subito che ha qualcosa che loro non hanno, qualcosa che non hanno mai visto, un extra, cioè qualcosa in più. Ecco, un extracomunitario è qualcuno che viene da lontano a portare qualcosa in più”.

“E questo qualcosa in più è una cosa bella?”.

“Certamente! –esclama Amadou accalorato- tu ed io, una volta giunti in Italia, diventeremo extracomunitari. Io sono così così, ma tu sei sicuro una cosa bella, bellissima”.

L’uomo riprende a far correre lo sguardo sulla superficie dell’acqua, quando Ousname lo informa che l’interrogatorio non è ancora terminato: “Cosa vuol dire immigrato?”.

Lo zio stavolta sembra più preparato e risponde immediatamente: “Immigrato è una parola ancora più bella di extracomunitario. Devi sapere che quando noi extracomunitari arriveremo in Italia e inizieremo a vivere lì, diventeremo degli immigrati”.

“Anche io?”.

“Sì, anche tu. Un bambino immigrato. E siccome sei anche extracomunitario, cioè uno che porta alla comunità qualcosa in più di bello, tutti gli italiani con cui faremo amicizia ci diranno grazie, cioè ci saranno grati. Da cui, immigrati. Chiaro?”.

“Chiaro, zio. Prima extracomunitari e poi immigrati”.

“Bravo” , approva Amadou e ritorna soddisfatto ad ammirare il mare che abbraccia la nave.

Ciò nonostante, non ha il tempo di lasciarsi rapire nuovamente dai flutti che il bambino richiama ancora la sua attenzione: “Zio…”.

“Sì?”, fa l’uomo voltandosi per l’ennesima volta.

“E cosa vuol dire clandestino?”.

Questa volta Amadou compie un enorme sforzo per sorridere, tuttavia riesce nell’impresa: “ Clandestino… Sai, questa è la parola più importante. Noi extracomunitari, prima di diventare immigrati, siamo dei clandestini. I comunitari, come quasi tutti gli italiani che incontrerai di passaggio, molto probabilmente ancora non lo sanno che tu hai qualcosa in più di bello e qualcuno di loro potrà al contrario potrà insinuare che sia qualcosa di brutto. Tu non devi credere a queste persone, mai. Promettilo!”. Il tono dell’uomo diviene all’improvviso aggressivo, malgrado Amadou non se ne accorga.

“Lo prometto!” si affretta a rispondere il bambino, sebbene non sia affatto spaventato.

“Per quante persone possano negarlo –prosegue lo zio- tu sei qualcosa in più di bello e questo a prescindere se tu diventi un immigrato o meno, a prescindere da quello che pensano gli altri. E lo sai perché?”.

“Perché?..”.

“Perché tu sei un clandestino. Tu sei il destino del tuo clan, cioè della tua famiglia. Tu sei il futuro dei tuoi cari…”.

L’uomo riprende ad osservare il mare.

Ousmane finalmente smette di fissare lo zio e si volta anch’egli verso le onde.

Mi correggo, il suo sguardo le sovrasta e punta oltre, all’orizzonte. “Sono il futuro dei miei…”, pensa il bambino. Le parole si mescolano ad orgoglio e commozione, gioia e fierezza. E chi può essere così ingenuo da pensare di poterlo fermare?

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