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	<title>Educare si può se...</title>
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		<title>Hanno già fatto tutto, ma non hanno ancora amato niente</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 08:52:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Educare i figli all’affettività e all’amore è sempre stata un’avventura; tuttavia ai nostri giorni sembra più difficile. Grande è il bisogno di ‘sapere come comportarsi” e di  “sapere cosa dire”, che giustamente  assilla genitori, educatori e, in seguito, gli stessi &#8230; <a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/?p=256">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="color: #993300;"><a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/05/simplicity.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-257" title="simplicity" src="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/05/simplicity-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Educare i figli all’affettività e all’amore è sempre stata un’avventura; tuttavia ai nostri giorni sembra più difficile. Grande è il bisogno di ‘sapere come comportarsi” e di  “sapere cosa dire”, che giustamente  assilla genitori, educatori e, in seguito, gli stessi adolescenti. Parlare di amore e sessualità agli adolescenti…</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Ciò che più stupisce è la disponibilità sessuale. Il sesso è un linguaggio, un linguaggio d’amore, un <em>unicum </em>che però chiede una partecipazione ad alti livelli. Fa parte dei linguaggi dell’amore, ma non è la parola assoluta, e non ne è neppure la lente interpretativa per eccellenza. Molti giovani vanno in discoteca per il gusto di poter poi raccontare: lui quante ragazze si è fatto e lei quanti ragazzi si è fatta. Ma non è questa la vita, e molti più loro coetanei lo sanno. Solo che fanno meno chiasso e hanno il pudore di saper proteggere certi valori. …</p>
<p style="text-align: justify;">Quando la genitalità invade il campo della sessualità, ecco che possono darsi quelle situazioni in cui la persona <em>ha già fatto tutto, ma non ha ancora amato niente.</em> La persona per sentirsi amata ha bisogno di essere accettata nella sua interezza. L’iniziale interesse e simpatia fisici devono lasciare spazio alla comprensione della psicologia e del modo di essere dell’altro/a, e all’amore per ciò che di più spirituale c’è nell’altro/a. Solo così amo e sono amato in interezza e questo amore può proiettarsi nel tempo. Perché allora io ti amo anche se le tue caratteristiche fisiche cambieranno col passare degli anni, perché amo tutta la tua persona. …</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/05/affettivita.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-258" title="affettivita" src="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/05/affettivita.gif" alt="" width="137" height="104" /></a>La voglia del sesso usa e getta subito e con chiunque può nascondere baratri di vuoto interiore. Davvero tanti hanno già fatto tutto, ma non hanno ancora amato niente. Per colmare il vuoto interiore ci si avvinghia all’altro/a; e non è che si cerchi il massimo del godere possibile; si cerca l’amare e l’essere amati dall’altra persona. Allontanandosene sempre più. …</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’amore vero e autentico cerco il tutto della persona amata: la faccenda si fa impegnativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui abbiamo invece un prestarsi parti di sé, per riaverle, consumate, avvilite e destituite della loro importanza.”</p>
<p><em> (</em>dal libro di<em> Massimo Bettetini, L’affettività degli adolescenti da 12 a 18 anni. Parlare di amore e sessualità agli adolescenti, </em>Ed. San Paolo, pagg 39-40)<em></em></p>
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		<title>Cantiere speciale aperto</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 08:46:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Under '50]]></category>

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		<description><![CDATA[Cercasi flash di giovani suore Mentre &#8211; come noi &#8211; sei in cammino nel mondo della vita per imparare a credere, ti chiediamo di lasciarci un frammento di ciò che hai imparato per esperienza diretta. Potrà diventare per tutti un &#8230; <a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/?p=241">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;"><strong><span style="color: #333333;">Cercasi flash di giovani suore</span></strong><br />
</span><span style="color: #993300;"><a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/03/lavori-in-corso-2.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-242" title="lavori-in-corso-2" src="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/03/lavori-in-corso-2-150x150.jpg" alt="" width="135" height="133" /></a>Mentre &#8211; come noi &#8211; sei in cammino nel mondo della vita per imparare a credere, ti chiediamo di lasciarci un frammento di ciò che hai imparato per esperienza diretta. Potrà diventare per tutti un punto fermo, una traccia da non perdere di vista. Firmalo con uno pseudonimo o con il tuo nome e invialo a<span style="color: #0000ff;"> </span></span><a href="mailto:usmionline@usminazionale.it"><span style="color: #993300;"><span style="color: #993300;"> </span></span></a><a href="mailto:usmionline@usminazionale.it Tutti">usmionline@usminazionale.it</a>  <span style="color: #993300;">Tutti gli interventi saranno raccolti in una prossima nuova rubrica di questo sito. </span></h4>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #ff0000;">Proponiamo alle giovani suore</span></strong> di aprire &#8211; per noi, con noi e a vantaggio di tutti &#8211; un… ’cantiere’ molto speciale!<br />
<strong><span style="color: #ff0000;">Obiettivo</span></strong>: Riconoscerci sorelle/fratelli in quelle giuste differenze che non creano distanza, ma generano la gratuità su cui si fonda ogni relazione autentica.<br />
Cerchiamo di spiegarci. Là dove l’uomo vive, lì c’è <em>cultura,</em> è risaputo. Così ognuno porta sempre con sé, nell’ambiente in cui nel tempo si trova a <a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/03/cameri-arrestati-ladri-di-mattoni-refrattari-2326.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-243" title="cameri-arrestati-ladri-di-mattoni-refrattari-2326" src="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/03/cameri-arrestati-ladri-di-mattoni-refrattari-2326-150x150.jpg" alt="" width="77" height="72" /></a>vivere, quel particolare <strong><em>software culturale e mentale</em> </strong>che gli deriva dal mondo in cui è nato e cresciuto e che tanto condiziona il modo di comunicare e di entrare in relazione. Questi <em>software</em> <em>mentali</em>, così diversi fra loro per le stesse ottime ragioni,<em> </em>sono di fatto i <strong>veri mattoni</strong> che permettono o impediscono la costruzione di relazioni autentiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiediamo a ogni giovane suora il coraggio e l’impegno di partecipare il proprio <em>software</em> <em>mentale</em> per una conoscenza sempre più condivisa e profonda! È questa la vera sfida -ne siamo convinte- per poter essere restituiti a quella fraternità oggi tanto smarrita e così necessaria.</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Non sono solo i muri che ci separano, ma la totale atmosfera di sfiducia, indifferenza e alienazione. In una tale atmosfera il cuore umano <a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/03/ripresa_mattone_2011.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-244" title="ripresa_mattone_2011" src="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/03/ripresa_mattone_2011-150x150.jpg" alt="" width="124" height="118" /></a>appassisce</em>”, ebbe a dire &#8211; in un contesto diverso dal nostro &#8211; Giovanni Paolo II, ma la ‘cosa’ rimane vera per tutti sempre: ci si può limitare ad accostare le diversità senza che queste interagiscano. E allora il cuore appassisce. Può capitare anche nelle nostre Comunità, per esempio, che, nel tentativo istintivo di nasconderci reciprocamente i limiti personali e persino i valori (magari per falsi pudori…), non permettiamo a noi stesse di essere concretamente aperte al potere di quell’amore che Dio ha messo dentro di noi e dentro gli altri vicino a noi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>È soltanto nel pieno essere nel mondo della vita che si impara a credere</em>; soltanto nella pienezza dei problemi, dei successi e degli insuccessi, degli impegni, delle esperienze già acquisite e delle perplessità quotidiane&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">A te che leggi chiediamo di raccontare in brevi frammenti quanto conosci per averlo provato, mentre &#8211; come noi &#8211; sei in cammino nella vita per <a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/03/piccologuadagno.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-245" title="piccologuadagno" src="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/03/piccologuadagno-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>imparare a credere; ti chiediamo di donare cosi al nostro <em>cantiere</em>, in un <strong>breve flash, </strong>un tuo piccolo mattone personale<em>.</em> Riteniamo questi <em>software</em>/<em>mattoni</em> preziosi e indispensabili per tutti<em>,</em> ma soprattutto nel cammino di fede tra persone che in qualche modo condividono l’esistenza. GRAZIE!!!</p>
<p style="text-align: justify;">Invia il tuo ‘mattone’ a usmionline@usminazionale.it<br />
<span style="color: #000000;">Puoi </span>firmarlo liberamente con uno pseudonimo, o con il tuo nome.<br />
<em><em>Staff pagina web usminazionale</em></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;"><strong><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #993300;">Primo mattone</span><br />
</span></strong></span><strong><span style="color: #ff0000;">Con il metro del bene comune<br />
</span></strong>Su un punto mi sono esercitata a lungo fin dai miei primi anni di formazione: a non dare per scontata nessuna abitudine e a misurare invece tutte le scelte personali con il metro del bene comune e di quello della comunità concreta nella quale vivo. Non è un impegno facile, ma mi permette di entrare (e rientrare!) in contatto con quella parte di me che istintivamente rifiuterei perché non mi sembra bella né in linea con la scelta religiosa fatta. Così quando avrei voglia di scusare certe mie rigidità, o addirittura di nascondermele, decido di… fermarmi per qualche attimo in silenzio. Poi, invece di giustificarmi di quelle fragilità e delle reazioni che spesso mi sfuggono, cerco semplicemente di cogliere e capirne le cause profonde.<br />
Questo sforzo di verità a qualsiasi costo &#8211; ve lo assicuro &#8211; si traduce in un’esperienza favolosa: è il senso intimo di una libertà che risveglia la presenza di Dio nel mio cuore più profondo; è l’esperienza di quella autenticità e interiorità che ho sempre cercato come la cosa più bella, magari senza averne piena consapevolezza. Vi confesso anche che più di una volta sono stata tentata di abbandonare questo cammino di verità perché è faticoso, ma rimane che è anche stupendamente liberante.<br />
<strong><em><span style="color: #0000ff;">                                                   Under ‘50</span></em></strong></p>
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		<title>Aversi a cuore</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Mar 2012 08:22:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>biblioteca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prendersi cura: crescere in umanità alla scuola di Cristo Il tema del prendersi cura risulta un argomento particolarmente significativo in una riflessione educativa e più strettamente spirituale. E’ un concetto che rimanda inevitabilmente il pensiero alla invisibile presenza delle donne &#8230; <a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/?p=235">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/03/corso_cura.jpg"></a>Prendersi cura: crescere in umanità alla scuola di Cristo<br />
</strong><a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/03/corso_cura1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-238" title="corso_cura" src="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/03/corso_cura1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il tema del <em>prendersi cura</em> risulta un argomento particolarmente significativo in una riflessione educativa e più strettamente spirituale. E’ un concetto che rimanda inevitabilmente il pensiero alla invisibile presenza delle donne e delle madri di casa, del silenzioso lavoro di religiosi/e attenti alle necessità di coloro che sono in difficoltà e all’inavvertibile impegno di cura di coloro che si fanno carico di anziani, bambini, malati e svantaggiati… categorie senza voce e senza rappresentanza, ma pur sempre uomini e persone umane.</p>
<p style="text-align: justify;">In un mondo globalmente rassegnato, anche in tempi di crisi economica, a ritenere l’utile nel profitto come parametro di valutazione del progresso umano, il <em>prendersi cura</em> non può avere altro senso che quello, spesso troppo marginale, anche se necessario, di un atteggiamento interiore senza importanza, senza rappresentazione, di un atto dovuto, perché necessario, pur sempre alla sopravvivenza. </p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>prendersi cura</em> non ha voce, infatti, nel mondo della crescita economica; si esercita nel silenzio della pratica e nel buio del disinteresse per il bene comune; si esercita nella quotidianità del banale, è parte della vita dell’uomo senza che l’uomo possa riconoscerlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure è lì, perché alcune persone esercitano nella propria quotidianità, sul proprio luogo di lavoro, nella propria casa, con coloro che si incontrano casualmente per via, l’attenzione all’altro e quell’accoglienza empatica che rende l’esistenza umana più profonda e autentica perché vissuta in nome dell’Amore.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>prendersi cura</em> è proprio lì, dove ognuno si trova ad essere più che ad esistere, a testimoniare che è possibile capire l’uomo, che è possibile comprendere mondi ulteriori sotto la scorza dell’apparenza… è lì a rammentarci che senza di esso non potremo dirci persone umane, né spirituali.</p>
<p style="text-align: justify;">Entrare in dialogo con la vita, nella sua essenza più profonda, divinizza la nostra umanità e il <em>prendersi cura</em> è l’atteggiamento concreto, l’habitus esistenziale della creatura profondamente amante della vita e in stretto dialogo con essa.    </p>
<p style="text-align: justify;">L’aver cura, l’essere sollecitati emotivamente dall’altro, è l’atto mediante il quale si sviluppa la prontezza ad ascoltare l’altro, ad andare verso di lui in <a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/03/Prendersi-cura-330x2201.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-239" title="Prendersi-cura-330x220" src="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/03/Prendersi-cura-330x2201-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>una rinnovata e sorprendente capacità di dono e di attenzione profonda alle domande più significative che porta in sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendendoci cura dell’altro, allora, ci scopriamo capaci di educare alla vita attraverso un’accoglienza libera e liberante nel rispetto dell’unicità e della diversità.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo così possiamo riscoprire la bellezza dell’educare come possibilità di “trarre fuori”, chiamare alla luce, “far emergere” quelle parti più intime e nascoste che sono custodite nell’intimità del cuore e che l’altro mi dona nel momento in cui si consegna nell’abbandono confidente e fiducioso.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora l’aver cura dell’altro, di se stessi, dell’ambiente, della propria comunità religiosa, della propria professione, dei luoghi di ministero e di servizio non si delinea solamente come azione da svolgere, ma si dispone ad essere un tratto dell’essere, un dono dello Spirito da condividere.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel prenderci cura della vita ci disponiamo a crescere in umanità alla scuola di Cristo attraverso l’esercizio etico di una quotidianità che forma e trasforma ciò che ci circonda, ma … contemporaneamente però ci forma e ci trasforma nel segreto di quell’ impegno interiore che pochi percepiscono, ma che dona calore e fiducia…</p>
<p style="text-align: justify;">E’ la scuola della evangelizzazione reciproca attraverso un coinvolgimento personale effettivo e affettivo che trasfigura la nostra umanità.</p>
<p style="text-align: right;">Suor Nadia Coppa<br />
Adoratrice del Sangue di Cristo</p>
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		<title>Educare alla fede: il tempo di un nuovo inizio</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Mar 2012 10:33:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>biblioteca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Viviamo in un tempo straordinario in cui tante abitudini, concezioni, e modalità storiche di convivenza sono entrate in crisi: il matrimonio, la vita consacrata, la scuola, la democrazia, i partiti, le varie forme associative etc.  Tutto è in travaglio, e &#8230; <a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/?p=230">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/03/gesu_famiglia.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-231" title="gesu_famiglia" src="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/03/gesu_famiglia-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Viviamo in un tempo straordinario in cui tante abitudini, concezioni, e modalità storiche di convivenza sono entrate in crisi: il matrimonio, la vita consacrata, la scuola, la democrazia, i partiti, le varie forme associative etc.</p>
<p style="text-align: justify;"> Tutto è in travaglio, e in trasformazione.<br />
Ciò che ancora mi sembra carente è una comprensione del senso di questa crisi, e cioè un’interpretazione adeguata, evolutiva, di ciò che stiamo sopportando.</p>
<p style="text-align: justify;"> In questo contesto “educare” diventa un’avventura per molti aspetti nuova, in quanto non possediamo più modelli storici ben definiti da trasmettere, non sappiamo più con assoluta precisione che cosa significhi essere maschio o femmina, cristiano o non credente, suora o laico, italiano o europeo, di destra o di sinistra, e così via.</p>
<p style="text-align: justify;">Dobbiamo anzi imparare e quindi anche insegnare a vivere in un processo di continua <em>trans</em>-formazione: il nostro modello diventa cioè la metamorfosi <em>trans</em>-figurativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo modello trans-figurativo delle identità, d’altronde, è radicalmente spirituale e cristiano nella sua essenza, in quanto l’identità cristiana è di per sé trasformazione, <em>metanoia</em>, un continuo esodo da sé per diventare veramente se stessi, lasciandoci appunto trasformare dallo Spirito di Cristo, nostra Nuova Umanità.</p>
<p style="text-align: justify;"> Questa fase critica, per molti aspetti terminale, può perciò diventare la fonte di un nuovo inizio, di una riscoperta addirittura della natura iniziatica dell’esperienza cristiana, ecco perché la Conferenza Episcopale Italiana,  negli Orientamenti pastorali 2010-2020, dedicati proprio all’<em>Educare alla vita</em> <em>buona del Vangelo</em>, scrive: “Illuminati dalla fede nel nostro Maestro e incoraggiati dal suo esempio, noi abbiamo invece buone ragioni per ritenere di essere alle soglie di un tempo opportuno per nuovi inizi” (n. 30).</p>
<p style="text-align: justify;"> Ma a quali condizioni questa crisi antropologica può diventare veramente un tempo propizio per trasmettere la fede cristiana?</p>
<p style="text-align: justify;">Credo che una prima risposta la troviamo nei <em>Lineamenta</em> del Sinodo dei Vescovi che si terrà nel prossimo ottobre sul tema “La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”: “La domanda circa il trasmettere la fede, che non è impresa individualistica e solitaria, ma evento comunitario, ecclesiale, non deve indirizzare le risposte nel senso della ricerca di strategie comunicative efficaci e neppure incentrarsi analiticamente sui destinatari, per esempio i giovani, ma deve essere declinata come domanda che riguarda il soggetto incaricato di questa operazione spirituale. Deve divenire una domanda sulla Chiesa su di sé” (n. 2).</p>
<p style="text-align: justify;"> Se vogliamo rinnovare lo slancio della trasmissione della fede dobbiamo cioè ripartire dal cuore delle cose, dobbiamo evangelizzare innanzitutto noi stessi, senza proiettarci troppo presto in elucubrazioni tecnologiche o in analisi sul <em>target</em> di riferimento: giovani, anziani, bambini, o altre infinite categorie. No, siamo proprio noi, adulti e cristiani, operatori pastorali e pastori, che dobbiamo entrare in un serissimo processo di ri-evangelizzazione. Dobbiamo chiederci con grande semplicità in quale misura viviamo in prima persona un processo di autentica liberazione, e di rinascita nello Spirito. Dobbiamo chiederci fino a che punto siamo testimoni credibili ed entusiasmanti della Nuova Umanità che annunciamo. Dobbiamo chiederci come mai i nostri linguaggi non portino più con sé il fuoco che scalda i cuori. Dobbiamo chiederci se le nostre parrocchie e le nostre Congregazioni religiose siano per davvero luoghi in cui incontriamo esperienze convincenti ed attraenti della gioia dell’umanità salvata, perdonata, e risorta, e così via.</p>
<p style="text-align: justify;"> Il tempo della Nuova Evangelizzazione, che non può non essere un tempo di rinnovata educazione alla fede, può diventare il tempo più propizio della storia del cristianesimo se sapremo trasformarlo in una stagione straordinaria di ricerca di Dio e di sperimentazione di cammini iniziatici nuovi. Ed anche a questo ci sollecitano i Vescovi italiani negli <em>Orientamenti</em>: “In questo decennio sarà opportuno discernere, valutare e promuovere una serie di criteri che dalle sperimentazioni in atto possano delineare il processo di rinnovamento della catechesi, soprattutto nell’ambito dell’iniziazione cristiane” . (n. 54)</p>
<p style="text-align: justify;"> E’ in questa prospettiva che abbiamo avviato nel 1999 i Gruppi “Darsi pace” che si propongono proprio come un piccolo contributo alla sperimentazione di itinerari concreti in cui la donna e l’uomo del nostro tempo, pressati dagli sconvolgimenti in atto, possano sperimentare la traenza evolutiva e salvifica dei loro travagli.</p>
<p style="text-align: right;">Marco Guzzi<br />
<a href="http://www.darsipace.it/">www.darsipace.it</a></p>
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		<title>I BAMBINI IMPARANO CON GLI OCCHI, LE ORECCHIE, I GESTI</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 09:13:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[      di Graziella Favaro La situazione reale della nostra scuola multiculturale, raccontata da chi la vive dall’interno con passione e competenza.  C’era una generosità civile  nella scuola pubblica, gratuita, che permetteva a uno come me di imparare… L’istruzione dava importanza a &#8230; <a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/?p=215">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong><span style="color: #101010;">      di Graziella Favaro</span></strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong><span style="color: #993300;"><a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/02/imagesCAW1CTTV.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-217" title="imagesCAW1CTTV" src="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/02/imagesCAW1CTTV-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>La situazione reale della nostra scuola multiculturale, raccontata da chi la vive<br />
</span></strong><strong><span style="color: #993300;">dall’interno con passione e competenza.</span></strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong></strong><strong> </strong><em>C’era una generosità civile  nella scuola pubblica, gratuita, che permetteva a uno come me di imparare… </em><em>L’istruzione dava importanza a noi poveri. I ricchi sarebbero stati istruiti comunque. </em><em>La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza. </em><em>Non aboliva la miseria, però tra le sue mura, permetteva il pari. </em><em>Il dispari cominciava fuori”.     <br />
</em>                                                                                                             Erri De Luca<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una normale eterogeneità<br />
</strong>Sono passati circa vent’anni da quando l’ingresso nella classe di bambini diversi per lingua, storia, colore della pelle, nazionalità, religione ha cominciato a interrogarci, a proporre le differenze come un ingrediente quotidiano dell’incontro educativo e sollecitarci a dare visibilità alla storia di ciascuno, senza enfasi e rigidità, ma neppure rimozioni. Molti passi avanti sono stati fatti in questo tempo -anche se non ancora in maniera omogenea e sistematica- soprattutto per realizzare dispositivi e azioni di integrazione, mirati a dare risposta ai bisogni specifici di coloro che non conoscono l’italiano e devono riorientarsi nella nuova scuola e le sue regole.<br />
La logica che ha permeato fin qui le pratiche di accoglienza e di integrazione è stata soprattutto quella di tipo “compensatorio” ed emergenziale, attenta a colmare lacune linguistiche, innanzi tutto  e a ripristinare la precedente “normalità”. Ma oggi, insegnare e apprendere in una classe multiculturale e plurilingue è diventata condizione ordinaria e diffusa in regioni e zone del Paese diverse, sia nelle città grandi e medie che nei piccoli centri.</p>
<p style="text-align: justify;">Due grandi cambiamenti sono nel frattempo avvenuti: il primo riguarda le caratteristiche delle presenze straniere; il secondo ha a che fare con il clima sociale, con il “polso emotivo” delle comunità e della scuole. Se fino a qualche anno fa gli alunni stranieri erano in numero più ridotto, ma quasi tutti nati all’estero e ricongiunti ad un certo momento della loro vita; ora i minori stranieri  sono in gran parte tali solo <em>de iure</em>, ma sono italiani <em>de facto</em>, dal momento che una quota preponderante e in aumento è nata in Italia e apprende dunque precocemente a parlare e a pensare nella nostra lingua.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla base dei dati più recenti, si calcola infatti che in Italia vi sia un milione di minori stranieri, quasi seicentomila dei quali nati nel nostro Paese e si prevede un incremento significativo dei nati qui e un rallentamento del flusso dei cosiddetti  ricongiunti.<br />
L’altra modificazione intervenuta in questi anni riguarda le rappresentazioni dell’immigrazione che si sono nel frattempo sedimentate. Nutrite di continui allarmi e paure diffuse, parole gridate e diffidenza amplificata dalla non conoscenza reciproca, esse si sono nel frattempo irrigidite e permeate di stereotipi negativi, distanze, luoghi comuni.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella scuola questi cambiamenti importanti e cruciali non sempre sono stati accompagnati da consapevolezze condivise nè posti al centro della riflessione professionale e pedagogica; più spesso  essi sono stati subiti e si è cercato &#8211; e si cerca ancora &#8211; di organizzare, di volta in volta, dispositivi   mirati  per dare risposte puntuali alle emergenze e ripristinare la situazione “normale”, quando invece la normalità è e sarà sempre di più la situazione di eterogeneità e di convivenza plurale.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi è il rischio dunque oggi di continuare a trattare il tema della scuola multiculturale con categorie ormai superate e non più efficaci, con l’ottica dell’emergenza da risolvere, dell’accoglienza da improvvisare, mentre è necessario proporre uno sguardo più largo e lungimirante che metta al centro la sfida della convivenza fra uguali e diversi e segni un nuovo cammino di con-cittadinanza.<br />
A partire dai bambini e dai ragazzi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gesti, parole, sguardi<br />
</strong>Quando entra in classe, un bambino lo fa portando tutto quello che sente dire intorno a sé, in famiglia, nella comunità in cui vive. Alcune parole, inizialmente neutre e solo descrittive, sono  diventate con il tempo quasi delle pietre, vengono usate come “armi” e oggetti contundenti per  offendere e stabilire distanze. Termini che avevano un significato di natura giuridica, come extracomunitario, straniero e oggi perfino immigrato, stanno diventando sinonimi di estraneità e mezzi per erigere confini, distinguersi, offendere. Bambini e adulti di origine diversa vengono denominati ed etichettati come un gruppo separato e la loro storia viene racchiusa dentro una definizione riduttiva che lascia poco spazio ai reciproci racconti. </p>
<p style="text-align: justify;"><em>I bambini imparano con le orecchie</em>: assorbono le parole e le rappresentazioni negative degli altri, mentre dovrebbero essere educati a maneggiare il linguaggio con cura e  prendersi la responsabilità di ciò che dicono.<br />
Che cosa succede dentro le scuole e nelle classi? A volte, in seguito a decisioni dettate dall’autonomia scolastica, o in accordo con le posizioni di alcuni enti locali, si organizzano situazioni di separazione di fatto, forme concrete di silenziosa distanza, che spingono a raggruppare gli alunni stranieri in una stessa classe (o in un plesso della scuola). Lo si fa a volte per ragioni linguistiche; più  di recente &#8211; dato il forte numero di coloro che sono nati qui- in nome di presunte   ragioni “culturali” (“sono di cultura diversa”), sostituendo così il termine “razza” con quello di cultura<em>. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>I bambini imparano con gli occhi</em>: si accorgono di quando il nostro sguardo verso gli altri non è guidato dal riconoscimento, ma dalla svalorizzazione e interiorizzano l’idea che le persone non sono tutte uguali e che le differenze non sono il sale della terra, ma uno stigma di cui vergognarsi.<br />
Questa rappresentazione negativa degli altri viene talvolta supportata da gesti, omissioni, sanzioni delle origini. Vi sono alunni stranieri che non ricevono il “buono libri” perché non sono ancora  residenti; alcuni tornano a casa per il pranzo perché la mensa scolastica non ha accolto le richieste specifiche delle famiglie musulmane; altri ancora scompaiono da un giorno all’altro perché la famiglia è stata all’improvviso “sgomberata”.</p>
<p style="text-align: justify;">I<em> bambini imparano dai gesti</em> che i diritti dei minori hanno importanza e valore diversi sulla base della nazionalità, del luogo di nascita, del colore della pelle.        </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vera, Karim  e Naima ci osservano<br />
</strong>I bambini  imparano presto, con gli occhi, con le orecchie e attraverso i gesti, qual è il clima della società in cui crescono, quali sono le rappresentazioni che gli altri hanno di loro: quelle  che hanno un valore positivo (di conferma, ad esempio) o quelle che, viceversa, suscitano diffidenza. I bambini interiorizzano il “pari e il dispari” insiti nelle parole e nei segni. Lo fanno i minori autoctoni e lo fanno ancor di più i minori stranieri, che sperimentano ogni giorno le forme spicciole della distanza, i modi sottili o espliciti della discriminazione.</p>
<p style="text-align: justify;">In un testo recente, un insegnante di scuola primaria ha raccolto i pensieri dei suoi alunni stranieri sul Paese che li accoglie (G.Caliceti 2010). Ecco alcuni frammenti:    <br />
“Io sono nata in Italia, a Montecchio, però mia mamma e mio papà  sono albanesi e anch’io allora sono albanese. Io sono andata all’asilo qui, vado a scuola qui. Vorrei chiedere al maestro due cose; la prima cosa è: io sono italiana o albanese, o tutte e due? La seconda cosa è: ma io sono immigrata o no?” (Vera, 11 anni).<br />
“Mia mamma dice sempre che a scuola io e i miei fratelli non dobbiamo parlare della nostra religione  perché gli italiani non ci capiscono“ (Karim, 9 anni).<br />
“Il mio papà è alto, biondo, con gli occhi azzurri. E anche la mia mamma e le mie sorelle sono belle. Noi abitiamo in una bellissima casa… Però io so che non è così, che non è vero. Perché tu e la maestra siete venuti a casa mia a vedere. Ma io appena arrivata qui a scuola, dicevo sempre così per essere come gli altri” (Naima, 7 anni) . </p>
<p style="text-align: justify;">Le domande di Vera sulla sua identità, le strategie di occultamento della differenza di Karim, i racconti fantastici di Naima  propongono lo sguardo dei bambini stranieri su di noi, danno parole  alla fatica di chi deve convivere ogni giorno con uno stigma negativo; disvelano gli impliciti sui quali stiamo  costruendo (o non costruendo)  la convivenza fra i “vecchi e i nuovi” cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">A scuola e fuori dalla scuola.<br />
E’ dunque il tempo di porci alcune domande: la scuola oggi “fa ancora uguaglianza”? E’ in grado di sostenere  le fragilità, vecchie e nuove, dei più piccoli, colmare e riparare divari e  tessere legami fra uguali e diversi?        </p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><strong>Immaginare il futuro  <br />
</strong>L’integrazione dei bambini e dei ragazzi stranieri rappresenta uno dei pilastri del progetto di convivenza e attiene alla dimensione delle specificità, delle “azioni per”: per accogliere, per  comunicare e insegnare l’italiano a chi ancora non lo padroneggia, per adattare il programma comune nella fase iniziale… Mosse e dispositivi che si rivelano cruciali nei confronti di coloro che vivono direttamente il viaggio di migrazione, i quali però rappresentano, come abbiamo visto, una componente degli alunni “stranieri” che si va riducendo di anno in anno. Accanto a questa, altre attenzioni devono essere attivate per fare della scuola il luogo dell’incontro tra bambini e ragazzi e l’ambito privilegiato per apprendere insieme una cittadinanza responsabile, vissuta nella pluralità. Fra queste :<br />
- un <em>progetto di una scuola di tutti,</em> che muova dalla consapevolezza dei mutamenti, metta al centro in maniera chiara  le sue caratteristiche di eterogeneità e faccia di queste un punto di forza;<br />
- <em>un’educazione linguistica</em> <em>rinnovata e di qualità</em>, che rilanci l’apprendimento /insegnamento dell’italiano, a partire dalla varietà delle biografie linguistiche presenti nella classe e che riconosca e valorizzi le lingue d’origine dei bambini e dei ragazzi stranieri e le situazioni di  bilinguismo;     <br />
- <em>interazioni positive  fra bambini e adulti</em>  di origini e provenienze diverse, perché è solo a partire dal contatto denso e ripetuto e dal dialogo quotidiano che lo scambio reciproco potrà avvenire in maniera fluida, prevenendo le forme di selezione, separazione e i “ghetti”, reali e simbolici, che si stanno già evidenziando;  <br />
- <em>l’educazione interculturale</em> per tutti, attenta alla dimensione cognitiva, dei saperi e delle conoscenze e a quella affettiva, delle vicinanza e dell’empatia, al fine di promuovere un <em>ethos </em>positivo di apertura e curiosità  nei confronti di ciascuno, dovunque si collochino le sue origini.  </p>
<p style="text-align: justify;">La scuola non può continuare a  gestire i cambiamenti giorno per giorno, frammentando i dispositivi e moltiplicando le pratiche, il “fare per il fare”, ma deve definire un orizzonte, ampliare lo sguardo, prefigurare il futuro. <br />
E’ giunto il tempo di intrecciare le attenzioni specifiche (l’integrazione), con quelle rivolte a tutti e alla comunità-classe, microcosmo di relazioni, distanze, approssimazioni, reciproche scoperte (l’interazione interculturale).<br />
Nella consapevolezza che “l’integrazione è sempre reciproca, è “incorporazione” in senso forte, non  in quanto la comunità autoctona ingloba gli stranieri, ma in quanto ci si incammina verso un unico “corpo” sociale, si ricerca un avvenire comune per immigrati e vecchi residenti” (E. Bianchi, 2010).<br />
E con il riferimento non negoziabile ai diritti di ciascun bambino di stare nella scuola comune,  narrare la sua storia e comporre giorno dopo giorno il suo cammino singolare, essere insieme singolare e plurale, uguale e diverso.<br />
Perché,  almeno a scuola,  <em>nessuno davvero sia straniero</em>.   </p>
<p><strong><em>Testi citati<br />
</em></strong>E. Bianchi (2010), <em>L’altro siamo noi</em> , Einaudi , Milano<br />
G.Caliceti (2010), <em>Italiani , per esempio</em>. L’Italia vista dai bambini immigrati , Feltrinelli , Milano<br />
G.Favaro (2010), <em>A scuola nessuno è straniero</em>, Giunti , Firenze </p>
<p><strong>Graziella Favaro</strong> è pedagogista e si occupa da vari anni di integrazione degli alunni stranieri, insegnamento dell’italiano come seconda lingua, educazione interculturale. Su questi temi, ha scritto  di recente: <em>A scuola nessuno è straniero</em> (Giunti  2011); <em>Dare parole al mondo</em>. L’italiano dei bambini stranieri (Junior 2011).</p>
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		<title>«Arduo educare, serve la fede»</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 07:26:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>biblioteca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sotto gli affreschi della Sistina e davanti ai piccoli visi dei neonati schierati di fronte a lui in braccio ai genitori, Benedetto XVI ha ribadito a mamme e papà che quella del Battesimo è stata la loro “prima scelta educativa”, &#8230; <a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/?p=211">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/01/imagesCADE0CPY.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-212" title="imagesCADE0CPY" src="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/01/imagesCADE0CPY.jpg" alt="" width="102" height="102" /></a>Sotto gli affreschi della Sistina e davanti ai piccoli visi dei neonati schierati di fronte a lui in braccio ai genitori, Benedetto XVI ha ribadito a mamme e papà che quella del Battesimo è stata la loro “prima scelta educativa”, scelta “fondamentale” perché è la prima testimonianza di fede offerta ai figli: “Educare è molto impegnativo, a volte è arduo per le nostre capacità umane, sempre limitate.<br />
Ma educare diventa una meravigliosa missione se la si compie in collaborazione con Dio, che è il primo e vero educatore di ogni uomo”. Dal profeta Isaia, il Papa ha tratto la certezza che Dio vuole dare ai credenti “cose che – ha detto – ci fanno bene”, anche se talvolta, ha proseguito, “usiamo male le nostre risorse” per “cose che non servono, anzi, che sono addirittura nocive”. Dio, ha affermato, “vuole darci soprattutto Se stesso e la sua Parola”, i Sacramenti, ovvero le fonti alle quali chi educa deve necessariamente attingere: “I genitori devono dare tanto, ma per poter dare hanno bisogno a loro volta di ricevere, altrimenti si svuotano, si prosciugano. I genitori non sono la fonte, come anche noi sacerdoti non siamo la fonte: siamo piuttosto come dei canali, attraverso cui deve passare la linfa vitale dell’amore di Dio.</p>
<p style="text-align: justify;">Se ci stacchiamo dalla sorgente, noi stessi per primi ne risentiamo negativamente e non siamo più in grado di educare altri”. Se invece preghiera e vita sacramentale sono l’anima di una madre e di un padre, i loro figli potranno goderne gli effetti, sotto forma di una educazione davvero “alta”: “La preghiera e i Sacramenti ci ottengono quella luce di verità grazie alla quale possiamo essere al tempo stesso teneri e forti, usare dolcezza e fermezza, tacere e parlare al momento giusto, rimproverare e correggere nella giusta maniera”. E prima di procedere al rito del Battesimo, Benedetto XVI si è rifatto alla scena del fiume Giordano, ricordando che “la prima e principale educazione avviene attraverso la testimonianza”. Il Battista lo dimostra, ha asserito, non trattenendo a sé i propri discepoli, ma indicando in Gesù il vero Maestro da seguire: “Il vero educatore non lega le persone a sé, non è possessivo. Vuole che il figlio, o il discepolo, impari a conoscere la verità, e stabilisca con essa un rapporto personale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’educatore compie il suo dovere fino in fondo, non fa mancare la sua presenza attenta e fedele; ma il suo obiettivo è che l’educando ascolti la voce della verità parlare al suo cuore e la segua in un cammino personale. Benedetto XVI ha proseguito: ogni essere umano, pur non essendo necessariamente un genitore, è comunque un “figlio”. Ciò, ha continuato, aiuta a maturare un atteggiamento di accoglienza verso la vita come un “dono&#8221;.</p>
<p style="text-align: right;">                                                                                              <em>Emma Zordan, asc</em></p>
<p style="text-align: right;">                                                                       famiglia@usminazionale.it</p>
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		<title>La pace è giovane</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 07:48:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I giovani: forza di cambiamento  “Cari giovani voi siete un dono prezioso per la vostra società- Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento di fronte alle difficoltà e non abbandonatevi a false soluzioni. Non abbiate paura di impegnarvi. Siate coscienti di essere &#8230; <a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/?p=205">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>I giovani: forza di cambiamento</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/01/15468f4cb7.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-206" title="15468f4cb7" src="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/01/15468f4cb7-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a> “<em>Cari giovani voi siete un dono prezioso per la vostra società- Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento di fronte alle difficoltà e non abbandonatevi a false soluzioni. Non abbiate paura di impegnarvi. Siate coscienti di essere voi stessi di esempio e stimolo per gli adulti. Sappiate lavorare per un futuro più luminoso per tutti. Non siete mai soli”</em>. È l’appello di Benedetto XVI ai giovani, contenuto nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2012, il cui tema è <em>Educare i giovani alla giustizia e alla pace</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Egli dunque apre il 2012 puntando sui giovani. I ragazzi e le ragazze di oggi -ricorda a tutti- <em>crescono in</em> <em>un mondo che è diventato, per così dire, più piccolo, dove i contatti tra le differenti culture e tradizioni, anche se non sempre diretti, sono costanti</em>. Per loro, perciò, <em>più che mai, è indispensabile imparare il valore e il metodo della convivenza pacifica, del rispetto reciproco, del dialogo e della comprensione</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo il Pontefice, “<em>i giovani sono per loro natura aperti a questi atteggiamenti, ma proprio la realtà sociale in cui crescono può portarli a pensare e ad agire in modo opposto, persino intollerante e violento”.</em> <em>“Solo una solida educazione della loro coscienza può metterli al riparo da questi rischi e renderli capaci di lottare sempre e soltanto contando sulla forza della verità e del bene”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un monito per tutti</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ai giovani dunque il compito di traghettare la nostra società fuori dalla crisi di valori e di futuro che la caratterizza… A noi non impedirglielo. E con la Chiesa avere fiducia in loro, guardarli  con speranza, incoraggiarli a “<em>ricercare la verità, a difendere il bene comune, ad avere prospettive aperte sul mondo e occhi capaci di vedere cose nuove</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/01/madrid90.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-207" title="Pilgrims wait for Pope Benedict XVI at C" src="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/01/madrid90-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Già li abbiamo visti irrompere sulla scena internazionale in centinaia di migliaia capaci di manifestare quello sdegno autentico, che è un appassionato e coerente schierarsi dalla parte della giustizia; indignati contro la corruzione, la violenza e l’oppressione; decisi a ottenere il rispetto dei loro fondamentali diritti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Papa, che ha colto il valore di quelle sommosse, sollecita ancora la dovuta attenzione in tutte le componenti della società: genitori, famiglie, educatori, responsabili nei vari ambiti della vita religiosa, sociale, politica, economica, culturale e della comunicazione. <em>Se davvero vogliamo costruire un futuro di giustizia e di pace,</em> è necessario investire sui giovani e sulla loro formazione chiamandoli a fare la propria parte e offrendo loro adeguate opportunità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Essenziale investire su formazione ed educazione</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È un monito quello del Papa a cambiare strada vista la scarsa considerazione di cui i giovani godono oggi nel nostro Paese. Un appello da non lasciar cadere nel vuoto e che ci si augura non rimanga solo nelle mani di qualche <em>addetto ai lavori</em> più sensibile. La capacità di futuro in realtà deriva dall’impegno sincero di ognuno a rivedere il proprio percorso, personale e comunitario, individuando che cosa ci sia riuscito e quali siano stati invece gli errori.</p>
<p style="text-align: justify;">Educare è perciò una responsabilità di tutti; un impegno essenziale, da progettare e attuare, secondo le proprie competenze e responsabilità, <strong>non solo ‘per’, ma ‘con’ i giovani</strong>. Con le loro speranze e ambizioni, con l’entusiasmo e la spinta ideale che li muove essi sono una straordinaria forza di cambiamento.  Ed è bello muoversi insieme con fiducia verso il futuro, ma è anche difficile sviluppare una nuova alleanza pedagogica di tutti i soggetti responsabili; educarsi reciprocamente alla compassione, alla solidarietà, alla collaborazione e fraternità, a essere attivi all’interno della comunità e vigili nel destare le coscienze sulle questioni nazionali ed internazionali, sull’importanza di ricercare adeguate modalità di ridistribuzione della ricchezza…  </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>‘Giovani di pace’ crescono</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma non partiamo da zero. Ci sono tante belle esperienze nelle nostre scuole, di cui far tesoro. Esperienze tenacemente e generosamente alimentate da docenti e operatori, in sinergia con le comunità. Sono ambienti dove tanti giovani trovano quotidianamente risposta al loro desiderio di ricevere una formazione che li prepari in modo più profondo ad affrontare la realtà; dove giorno per giorno acquisiscono la forza di fare un uso buono e consapevole della propria libertà; dove si preparano insieme ad essere in grado di offrire un proprio contributo al mondo della politica, della cultura e dell’economia per la costruzione di una società dal volto più umano e solidale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le nostre comunità: cantieri di dialogo, di giustizia e di pace?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/01/usmi_Crotone03.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-208" title="usmi_Crotone03" src="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2012/01/usmi_Crotone03-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Anche le nostre comunità religiose sono chiamate, oggi più che mai, ad essere luoghi di dialogo, di coesione e di ascolto; di partecipazione attiva e di valorizzazione, apertura agli altri. Perché gli esseri umani, oggi più che mai, sono alla ricerca di consolazione e di dialogo sincero. Ed è a partire da questi bisogni veri che si può realizzare la giustizia intesa non come “semplice convenzione umana”, o contrattualistica”, ma giustizia aperta “alla solidarietà e all’amore”. La pace infatti – scrive il Papa – è “frutto della giustizia ed effetto della carità”; è dono di Dio, da ricevere certo, ma anche “opera da costruire”, educando “alla compassione, alla solidarietà, alla fraternità”.</p>
<p style="text-align: right;">Luciagnese Cedrone<br />
<a href="mailto:usmionline@usminazionale.it"><strong>usmionline@usminazionale.it</strong></a></p>
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		<title>Impegno urgente: educare</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 08:52:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[È da questa urgenza che parte “La sfida educativa”. “Educare” è verbo irrinunciabile del lessico cristiano. Il Papa è stato chiaro: siamo in presenza di un’urgenza educativa. Non ci ha forse detto Gesù: «Andate e fate discepoli tutti i popoli»? &#8230; <a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/?p=198">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2011/12/055311374-9563d6af-9047-4bb9-b446-f256951c0ead.jpg"></a><a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2011/12/055311374-9563d6af-9047-4bb9-b446-f256951c0ead1.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-200" title="055311374-9563d6af-9047-4bb9-b446-f256951c0ead" src="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2011/12/055311374-9563d6af-9047-4bb9-b446-f256951c0ead1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>È da questa urgenza che parte “La sfida educativa”. “Educare” è verbo irrinunciabile del lessico cristiano. Il Papa è stato chiaro: siamo in presenza di un’urgenza educativa. Non ci ha forse detto Gesù: «Andate e fate discepoli tutti i popoli»? E la Chiesa non è forse «madre e maestra»? E oggi non è proprio la questione educativa la sfida emergente e determinante per il futuro dell’umanità?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>«Educare alla vita buona del Vangelo»</strong> è la missione di sempre che la Chiesa non può assolutamente tradire, e che oggi si è fatta ancora più attuale e complessa, viste le sfide inedite a cui deve rispondere. Non possiamo rimanere inerti di fronte allo spettacolo del devastante «disastro antropologico»”. Oggi il problema dell’educazione è serio perché non ci sono più riferimenti accettati da tutti: una volta la famiglia aveva un ruolo chiave, e se essa non svolgeva il suo ruolo educativo, era la società che pensava a dare i valori. Ma se questi valori non li dà la famiglia, né li dà la società o la scuola, la gente non sa più dove andare. E se non c’è più nessuno che indica dove andare è inevitabile che ognuno faccia come crede: ma non bisogna poi stupirsi degli effetti drammatici di certe scelte. In una cultura che con troppa frequenza fa del relativismo il proprio credo, e nella quale manca molte volte la luce della  verità, l&#8217;opera educativa sembra diventata sempre più ardua. Sebbene il Papa sia consapevole della difficoltà di educare oggi, sa che nelle persone esiste una domanda di verità, alla quale l’educazione può dare delle risposte. Per questo è importante il servizio che svolgono nel mondo le numerose istituzioni formative che fanno dell’educare un atto d&#8217;amore, un esercizio della &#8220;carità intellettuale&#8221;, che richiede responsabilità, dedizione, coerenza di vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Educare è prendersi cura della persona, e costituisce oggi un impegno urgente, come più volte è stato affermato dal Santo Padre e dall’Episcopato. Non a caso gli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il prossimo decennio sono su tale questione nodale. Va tuttavia sottolineato che l’impegno per l’educazione rappresenta un’attenzione costante per la Chiesa, perché da sempre al centro della vita della Chiesa c’è la cura nei confronti della persona, quella cura che costituisce la sostanza stessa dell’impegno educativo. Di qui la convinzione che vogliamo ribadire: chi ama, e solo chi ama, educa veramente. L’educazione, infatti, non può limitarsi alla trasmissione di “nozioni”; è, prima di tutto e fondamentalmente, una scelta operata da testimoni e maestri capaci di scorgere in ogni essere umano la scintilla di Dio. E’ una risposta del cuore animata da una profonda passione per l’uomo. Ed è un’impresa comunitaria che passa per uno scambio affettuoso tra generazioni. Il Santo Padre Benedetto XVI ci ricorda che “l’educazione ha bisogno anzitutto di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall’amore”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2011/12/imagesCABO4L86.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-201" title="imagesCABO4L86" src="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2011/12/imagesCABO4L86-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a> Occorre valorizzare i momenti di incontro attraverso i quali promuovere, in chiave educativa, lo stile ordinario della solidarietà, dell’accompagnamento, della vicinanza a tutte le situazioni in cui l’esistenza umana è ferita e bisognosa di cure. Non va dimenticato, però, che i grandi processi hanno bisogno di un tempo e di un luogo che sa amare la vita e sviluppare una maggiore coerenza tra fede che professiamo e stile di vita che conduciamo. E’ necessario recuperare il senso profondo della nostra vocazione (sia individualmente che all’interno della famiglia). In ciò è custodita la finalità essenziale del senso dell’uomo e della famiglia. Le famiglie devono imparare ad aiutarsi di più, pur nel rispetto della diversità di ognuno. Purtroppo i giovani non hanno un punto di riferimento. Il Papa, il 12 gennaio scorso, parlando agli amministratori della Regione Lazio, della Provincia e del Comune di Roma, ha detto queste parole: “(Tra i giovani si affievoliscono) i valori naturali e cristiani che danno significato al vivere quotidiano e formano ad una visione della vita aperta alla speranza ed emergono invece desideri effimeri e attese non durature, che alla fine generano noia e fallimenti”. Dunque, il non voler riconoscere una dimensione valoriale nella propria vita, porta il giovane a nutrire un atteggiamento di noia. Ecco: la menzogna della cultura dominante è quella di  convincersi che la vita è del tutto senza senso. E’ la menzogna più grande che possa esistere: pretendere di educare negando la Verità! Nei tempi di disorientamento e di contraddizioni è necessario continuare a seminare il bene. Ogni dimensione della vita deve essere coltivata, con il proprio tempo, con fatica, impegno, cura, così anche la dimensione educativa ha bisogno di tempo e lungimiranza, sapendo che la semina non ha un risultato garantito. Le luci e le ombre nella nostra esistenza si alternano. Ecco perché è necessario più impegno nonostante il buio dei tempi che viviamo. Dobbiamo necessariamente vivere della grande speranza che ci proviene dall’incontro con il Cristo, da quella relazione piena con Lui da cui si parte e sempre si riparte.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Emma Zordan asc</em></p>
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		<title>La Sacra Famiglia modello per la pastorale familiare</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 07:38:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Sacra Famiglia di Nazareth, Gesù, Maria e Giuseppe sono messi davanti a noi dalla Chiesa come un modello per le nostre famiglie.  Noi li chiamiamo &#8220;La Sacra Famiglia&#8221;, ma questo non significa che essi non abbiano avuto problemi. Così &#8230; <a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/?p=195">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2011/11/sacra_famiglia_2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-196" title="sacra_famiglia_2" src="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2011/11/sacra_famiglia_2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>La Sacra Famiglia di Nazareth, Gesù, Maria e Giuseppe sono messi davanti a noi dalla Chiesa come un modello per le nostre famiglie.  Noi li chiamiamo <em>&#8220;La Sacra Famiglia&#8221;,</em> ma questo non significa che essi non abbiano avuto problemi. Così come ogni famiglia deve affrontare i problemi e superarli, o per dirla in altro modo, deve portare una croce, così anche la Sacra Famiglia ha dovuto portare croci.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo facilmente immaginare come deve essere stato grande il frainteso tra Maria e Giuseppe quando Maria concepì per opera dello Spirito Santo e quanto fu terribile l’intenzione di Giuseppe di divorziare da lei prima che l&#8217;angelo gli andasse in sogno. Che dire della fuga in Egitto come profughi, più o meno allo stesso modo degli attuali rifugiati provenienti da paesi in guerra; della predizione nel tempio che una spada avrebbe trafitto l&#8217;anima di Maria; dell’inaspettato e angosciante smarrimento di Gesù per tre giorni quando aveva solo dodici anni; della morte di Giuseppe prima che Gesù iniziasse il suo ministero pubblico in Galilea, quindi il dolore del lutto e della separazione attraverso la morte; del giorno in cui i suoi parenti andarono a prendere Gesù con la forza convinti che il loro congiunto fosse andato fuori di testa.  Anche il dolore per Gesù causato dagli avversari: &#8220;Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori”. La crescente ostilità delle autorità ebraiche deve avere causato dolore enorme sia a Maria che a Gesù, tanto più che divenne sempre più evidente che Gesù avrebbe dovuto pagare per la sua missione morendo. E che dire del triste momento in cui Maria ha visto suo figlio morire sulla croce? Possiamo immaginare anche solo una di queste occasioni! Per quanto santa fosse questa Famiglia non deve essere stata certamente un&#8217;esperienza piacevole.</p>
<p style="text-align: justify;">Come la Sacra Famiglia ha potuto sopportare tutte queste prove e croci? Indubbiamente con l&#8217;amore per l&#8217;altro e per Dio. Ed è proprio e solo l’amore a tenere insieme le nostre famiglie anche nei momenti di difficoltà. L&#8217;amore e il perdono. Diciamolo! Se le nostre famiglie sono in crisi, la causa è una: la  mancanza di amore e di perdono da parte di qualcuno. Le famiglie che ‘reggono’ ancora sono quelle che hanno fatto delle loro case ‘luoghi di amore’.  Credo che la più grande minaccia per le famiglie oggi dipenda dallo stare sempre meno insieme e dalla mancanza di tempo riservata al dialogo. Se la Sacra Famiglia è sopravvissuta a  tutte le crisi e le prove, attraverso l&#8217;amore per l&#8217;altro e la fede in Dio, perché non pensare che anche le nostre famiglie vi potranno riuscire?</p>
<p style="text-align: justify;"> È tempo, allora, di tornare a guardare la Famiglia di Na­zareth per farci dire da Gesù, Maria e Giuseppe, come si fa ad essere famiglia capace di educare e di trasmettere i veri valori. Siamo lontani dai tempi in cui si parlava della famiglia come &#8220;piccola Chiesa&#8221;. La famiglia sembra incapace di assolvere al proprio compito per cui in questi ultimi anni si è giunti a parlare di crisi, di fine della famiglia e della coppia, senza per altro indicare alternative possibili e concrete. Così anche i valori morali non hanno più la fisionomia inconfondibile del passato. Il rapporto tra presente e passato è uno dei problemi più acuti che affliggono la famiglia oggi. La perdita dei valori umani e spirituali pesa come un macigno sulla missione originaria, ora spesso tradita, di tante famiglie! E le conseguenze si fan­no sentire. I giovani sono confusi e non riescono a trovare quel legame che è garanzia di fecondità e continuità e rifiutano il passato.<strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"> Le famiglie non vanno lasciate sole! Il futuro dell&#8217;umanità dipende dalla famiglia di oggi, dal­la sua opera di educazione, dalla sua fede, dall&#8217;amore che essa riesce a sperimentare in sé e che riesce a donare. Tut­to parte dalla famiglia perché dalla essa viene l&#8217;uomo e l&#8217;uomo fa la storia. Ma la famiglia ha bisogno di specchi che l’aiutino a identificarsi: e questi preziosi specchi possono essere i sacerdoti, i consacrati, i credenti che l&#8217;aiutino a non rattrappirsi nel &#8220;già&#8221; e non smettano di sognare il &#8220;non ancora&#8221;, come diceva Tonino Bello. Di nuovo, questi specchi che additano l&#8217;oltre non sono semplicemente aiuti per &#8220;favorire una dimensione di vita cristiana&#8221;, sono molto di più: sono lo specchio che aiuta la famiglia a vedersi per ciò che è, a &#8220;divenire ciò che è&#8221;, come diceva Giovanni Paolo II.</p>
<p style="text-align: justify;"> La comunità cristiana è chiamata a sostenere la famiglia con una pastorale della coppia e della famiglia, gruppi di aiuto, formazione del ruolo proprio della coppia, richiesta di politiche sociali. I credenti, i religiosi e le religiose in questo caso non solo possono fare molto, ma sono indispensabili. Se vogliamo restituire alla famiglia il suo carattere &#8220;sacro&#8221; di luogo di lavoro e di festa, occorre la comunità di fede.</p>
<p style="text-align: justify;"> Occorre una seria preparazione che parta dalla formazione iniziale dei futuri religiosi e dei seminaristi candidati al Sacerdozio. Un rapporto importante che il Seminario dovrebbe cercare di mantenere è quello con la famiglia di ogni seminarista. Per questo ci si augura che la stessa entri nel cammino del seminario. In vista di una reciproca fiducia e dialogo non è auspicabile una frattura tra ambiente del seminario e quello della famiglia. E’ indispensabile rendere la fa­miglia capace di condividere la vita, fino in fondo, del proprio figlio, pronta ad aprirsi al suo ideale e a sostenere con generosità la sua missione.</p>
<p style="text-align: justify;"> Siamo ancora in tempo per chiedere alla Sacra Famiglia ciò di cui ab­biamo bisogno e per meditare con fede e con riconoscenza l&#8217;esempio che questa Famiglia ci dà. Forse, senza accorger­cene, impareremo anche ad imitarla.</p>
<p style="text-align: right;"> <strong><em>Sr Emma Zordan</em></strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Ufficio Famiglia USMI nazionale<em></em></strong></p>
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		<title>Gesù educava…</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 07:31:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il fatto narrato dal vangelo di Luca &#8211; l’episodio dei discepoli di Emmaus -  può diventare paradigmatico in questo tempo di emergenza educativa: può senz’altro offrire spunti efficaci a coloro che – genitori, insegnanti, formatori – hanno un ruolo educativo. &#8230; <a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/?p=189">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2011/11/family.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-190" title="family" src="http://lnx.usminazionale.it/educare/wp-content/uploads/2011/11/family-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il fatto narrato dal vangelo di Luca &#8211; l’episodio dei discepoli di Emmaus -  può diventare paradigmatico in questo tempo di emergenza educativa: può senz’altro offrire spunti efficaci a coloro che – genitori, insegnanti, formatori – hanno un ruolo educativo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">I due discepoli di cui qui si parla possono essere visti come esemplificativi della situazione in cui si trovano certamente molti dei giovani che siedono nei nostri banchi. Sono giovani-discepoli in fuga da Gerusalemme, in fuga dal luogo dove si è giocata la partita decisiva della loro vita, che non riescono però a riconoscere come tale. Di fronte a questa fuga, la tentazione più ricorrente dell’educatore è la lamentela, il rimpianto dei bei tempi andati, la critica sdegnata della crisi dei tempi presenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche Gesù risorto si è trovato ad affrontare un problema simile, e cosa ha fatto? Si è messo in cammino con loro ed è andato a cercarli sui sentieri delle loro fughe. Sembra facile, ma non lo è. Andare a trovare le persone là dove effettivamente si trovano, implica infatti un scendere al loro livello, livello che spesso non è facile da accettare per l’educatore. Pensiamo, ad esempio, ai giudizi, pur giusti e pieni di vere motivazioni, che spesso vengono dati nei confronti dei programmi o delle letture che gli studenti seguono per conto loro, <em>reality show</em>, romanzi di dubbio gusto o di scarsa tenuta letteraria e simili.</p>
<p style="text-align: justify;">Gesù ha un modo di accostarsi a questi discepoli in fuga molto delicato, che fa percepire loro la sua disponibilità al confronto e all’ascolto, tant’è che questi accettano di condividere con lui un tratto del loro cammino; gesto non è privo di conseguenze.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima consiste nell’accettare di passare per l’ultimo arrivato, per il più sprovveduto degli sciocchi: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». La seconda consiste nell’accettare la faticosa via del dialogo con i due che lo considerano il più sprovveduto tra gli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">Gesù però non aggredisce di petto la loro situazione, come forse saremmo tentati di fare noi, ma con pazienza si concentra solo sulle domande giuste da porre loro. È un’arte molto difficile, perché l’ansia di dare le risposte giuste subito è molto forte, eppure questa è l’unica strada percorribile. I due discepoli non riescono a riconoscere Gesù, perché il loro cuore è triste. Sono delusi, si sentono traditi nelle loro aspettative. Davanti ad un cuore ferito dalla delusione la tendenza che occorre combattere è quella di dare consigli non richiesti o offrire soluzioni che giungono nel momento meno opportuno per essere accolte. Per questo Gesù ha pazienza e continua il suo dialogo. Si potrebbe dire che tutta la prima parte dell’itinerario che Gesù compie è all’insegna dell’accoglienza. Un’accoglienza che riesce a mettere l’altro nella condizione di manifestare ciò che prova, cosa difficile quando sono in gioco sentimenti problematici come la tristezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che i due discepoli percepiscono nelle parole di Gesù, che pure non è stato tenero con loro una volta che questi lo hanno accolto senza riserve, è un fuoco divorante: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino?». Tale effetto, atteso da ogni educatore, non è frutto di chissà quali tecniche retoriche ma della capacità di parlare in modo significativo della propria esperienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Osserviamo ancora altri atteggiamenti con cui Gesù educa i due discepoli. Ad un certo punto viene il momento della scelta: i due discepoli sono ad un bivio, è sera e devono decidere se invitare o meno a casa loro il pellegrino che li ha accompagnati fino a quel punto. Gesù non vuole forzare la mano, nemmeno a fin di bene, e «fece come se dovesse andare più lontano».</p>
<p style="text-align: justify;">Una tentazione molto forte per l’educatore nel momento in cui è stato capace di accogliere, ascoltare  il proprio destinatario, di fargli le domande giuste, può essere  quella di fare lui la scelta al posto dell’altro. Per questo occorre, in questa fase del dialogo educativo, saper prendere le distanze anche dal proprio modo positivo e corretto di porsi, sapersi mettere in ombra affinché l’altro possa decidere in tutta libertà se accogliere o meno la proposta educativa. È chiaro che in questa fase si rischia molto, perché tutto quanto si è fatto fino a questo momento viene riposto nella mani dell’altro perché decida. Gesù, che conosce bene le dinamiche del cuore umano, invita a correre questo rischio perché la libertà dell&#8217;altro è troppo alta e va difesa ad ogni costo.</p>
<p style="text-align: justify;">I due accolgono finalmente nella loro casa Gesù e questi entra per rimanere con loro, ma nel momento in cui giunge l’atteso riconoscimento, allo spezzare del pane, lui sparisce dalla loro vista. Anche per l’educatore dovrebbe avvenire qualcosa di simile: rendersi invisibile, come a dire che non esistono formule precostituite che esonerino il discepolo dalla continua ricerca di comunicazione. L’efficacia del processo educativo è evidente: i discepoli in fuga scoprono con gioia di essere diventati a loro volta educatori, annunciatori di un messaggio di speranza e di novità.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Sr Emma Zordan</em></p>
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