Educare al tempo del relativismo

Riprendiamo la nostra riflessione sul tema dell’educazione, seguendo la linea che ci viene downloadofferta dai Lineamenta per la XIV Assemblea generale dei vescovi del prossimo ottobre.  In modo particolare, tra i diversi spunti di riflessione che nel mio precedente intervento avevo individuato, desidero ora soffermarmi sul tema del confronto tra l’azione pastorale della Chiesa e il relativismo culturale dilagante in tutti i settori della società.  E’ questo un tema a proposito del quale è stato detto tanto e certo questa nostra riflessione non porterà nulla di nuovo; certo è però che chi ogni giorno si occupa di educazione ben sa che occorre ingaggiare una battaglia in nome dell’affermazione e della difesa di valori che sono sempre stati dati per scontato ma che ormai non lo sono più.  Forse l’immagine della battaglia non è una delle più felici: essa induce a pensare che la vita del cattolico sia una continua – e spesso, ben lo sappiamo, vana- lotta contro qualcuno o qualcosa.  Se vogliamo mantenere la metafora della battaglia, allora sarà bene precisare che mai si combatte contro ma per qualcuno e qualcosa e questo qualcuno è l’uomo concepito integralmente.

Fatta questa necessaria premessa, noi sappiamo che negli ultimi decenni, potremmo dire a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, è iniziata quella che potrebbe essere definita una erosione dei valori tradizionali, una loro negazione, una continua discussione che, gradualmente, ha portato alla loro scomparsa e alla creazione di una società in cui il desiderio del singolo diventa norma di vita, chiudendo la persona in una barriera costruita sull’egoismo, sulla chiusura nei confronti dell’altro.  Gli effetti di tutto questo sono sotto ai nostri occhi tutti i giorni e, forse, occorre proprio iniziare a pensare se non sia il caso di riprendere in mano e di affermare la validità di alcuni ideali.  Senza dilungarci eccessivamente, è significativo accostare questa perdita del concetto di validità di alcuni principi con la scomparsa del ruolo dei padri in campo educativo tanto che sovente si parla di società senza padri.  Spesso, infatti, qual è la funzione del padre nell’educazione della prole? Non si è forse ridotta ad una sorta di amicone con il quale si gioca a calcio e, di conseguenza, le scelte più rilevanti in campo educativo sono demandate alla madre? La figura paterna è forse quella che più è scomparsa: dalla famiglia patriarcale si è passati ad una nuova forma di famiglia matriarcale nella quale tutto è demandato alla donna con ricadute negative sulla tenuta stessa della vita coniugale e sulla consapevolezza stessa del ruolo di genere.  Davanti ad una simile situazione, quale deve essere la risposta della Chiesa? Quale la via della vita pastorale delle diocesi e delle comunità parrocchiali? Il Sinodo guarda al mondo, per ora limitiamoci a guardare alla nostra Italia, dove, almeno sulla carta, il cattolicesimo è la religione della maggioranza degli italiani.  Ancora una volta la strategia da seguire è quella che si ispira al Vangelo, alla logica della via stretta, della cruna dell’ago, quella che passa attraverso una definizione chiara dei principi sulla base dei quali orientare la vita e l’azione pastorale.  Questa è da sempre la linea seguita che ha portato tesori di santità e di autentica testimonianza cristiana.  Quando ci si stacca da questa via, subentrano logiche che conducono alla divisione.  L’adeguamento alle logiche del mondo porterebbe ad un progressivo allontanamento dalla logica del Vangelo, nel quale Gesù ci dice di essere nel mondo ma non del mondo.  Questo non vuol dire diventare araldi di una nuova forma di integralismo: vuol dire essere fedeli al Vangelo.  In fin dei conti, certo semplificando di molto, quali sono le parole che meglio riassumono l’orientamento da seguire? Verità e misericordia.  Gesù ci dice chiaramente la strada da seguire per uniformarci a Lui ma, d’altro canto, conoscendo la fragilità della natura umana, ha additato anche la via per raggiungere la verità che è quella della misericordia (pensiamo solo all’atteggiamento nei confronti dell’adultera o del ladrone pentito cui è stato aperto il Regno dei cieli).  Non è infatti “misericordia” la parola che più spesso ritorna nelle omelie e nelle allocuzioni del Papa?  Ma accanto a questa parola che ha indotto molti, anche all’interno del mondo ecclesiastico, a pensare ad una perdita della coscienza del peccato, non continua ad invitare l’umanità ad un cammino di conversione, di povertà, di distacco dai beni materiali? Non è questa la via stretta?  Non è questo un richiamo ad una misura alta della vita? Questa è stata da sempre la linea del magistero della Chiesa: affermazione del principio e attenzione all’uomo, al singolo uomo, nella singola condizione di vita.  La verità da affermare sulla famiglia contro il relativismo qual è?  Ecco cosa scriveva san Giovanni XXIII nell’enciclica Mater et magistra (§§ 180 – 181): “Dobbiamo proclamare solennemente che la vita umana va trasmessa attraverso la famiglia, fondata sul matrimonio elevato per i cristiani alla dignità di sacramento (…) La vita umana è sacra: fin dal suo affiorare impegna direttamente l’azione creatrice di Dio.  Violando le sue leggi, si offende la sua divina maestà, si degrada se stessi e l’umanità e si svigorisce altresì la stessa comunità di cui si è membri”.  Questo è il principio cui deve rispondere l’azione pastorale, senza cedere al compromesso nel tentativo di riavvicinare alla fede più persone.  Ma non sono le logiche umane a far riavvicinare alla fede.  Davanti a tutto questo il rischio qual è? Quello del dilagare di una nuova e più grave forma di modernismo, secondo il quale il messaggio evangelico muta a seconda del variare dei tempi e delle culture, facendo del cristiano una canna di palude sbattuta dal vento, invece di essere un albero ben piantato nel terreno.  Quale deve essere questo terreno? Solamente quello della fede! Come viene più volte ribadito anche nei Lineamenta la crisi attuale della famiglia non è che un riflesso della crisi della fede. Ed è per questo che occorre andare alle origini della trasmissione della fede.  Chi ha pratica della vita delle parrocchie conosce bene le difficoltà del cammino dell’iniziazione cristiana; vengono continuamente studiate nuove forme di introduzione alla fede: è giusto farlo ma sappiamo che tutto è vano se poi in famiglia la vita della fede non viene alimentata e sostenuta.  Quante generazioni di coloro che si dicono cattolici hanno abbandonato il cammino di fede subito dopo aver ricevuto la Cresima! Quale ignoranza di conseguenza si è diffusa, quanti perniciosi preconcetti ispirati ad una errata conoscenza! Anche la scuola cattolica vive questa difficoltà di trasmissione: certo può e deve fare molto, attraverso tutti i canali, ma senza la collaborazione della famiglia, lo sforzo – che pure deve essere sostenuto – è destinato a fallire.  Sappiamo bene come gli sforzi di una maestra, di un insegnante possano suscitare echi e lasciare durature tracce negli alunni.  Allora in ambito familiare diventa fondamentale il momento della preparazione al matrimonio.  In Italia, per tutta una serie di ragioni, la richiesta del matrimonio religioso, anche dopo una convivenza more uxorio, appartiene alla maggioranza delle coppie.  E’ qui allora che occorre giocare una partita molto importante accogliendo le coppie e accompagnandole anche dopo il matrimonio.  Frequenti sono i casi in cui il riavvicinamento alla fede è iniziato proprio dal cammino prematrimoniale.  Allora sarà bene che sia riservata una speciale attenzione ai formatori, sacerdoti e laici, perché quel messaggio di misericordia e verità cui prima accennavo sia fatto passare in modo da creare un nuovo radicamento nella fede.  Certo non è semplice, non è e non sarà vissuto così da parte di tutti ma 1) la prima cosa è chiarire le idee (spesso infatti, soprattutto in ambito di morale, i preconcetti legati all’ignoranza imperano) 2) la prospettiva del parvulus grex non ci deve spaventare. Non dobbiamo aver paura di affermare ciò in cui crediamo, certo nel pieno rispetto dell’altro e della sua dignità; al tempo stesso dobbiamo però far sì che né il pensiero altrui né la legge dello stato calpesti la nostra dignità non di cattolici ma di uomini.
Prof. Alessio Tentori
Preside Liceo Linguistico
Scuola suore Marcelline – Milano

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