Giovani per l’EXPO

Negli ultimi giorni ha suscitato grande scalpore la notizia apparsa sul Corriere della sera e poi ripresa da giornali e tv, secondo la quale circa l’80% dei giovani al di sotto dei 29 anni avrebbe rifiutato un posto di lavoro presso EXPO ad uno stipendio di 1300 euro mensili.  expo_boulevardTale rifiuto sarebbe stato motivato dal fatto che i presunti fannulloni non vogliono lavorare nel fine settimana e non vogliono assolutamente rinunciare alle vacanze estive pagate da mamma e papà.  Ovviamente si è subito gridato contro una generazione di “bamboccioni”, così come furono chiamati dal ministro Padoa Schioppa – che forse dalla gloria del Paradiso di cui ora gode si rende conto di aver utilizzato un’espressione alquanto infelice – che non vuole lavorare e tanto meno rinunciare alle meritate vacanze.  Nei giorni successivi poi, a onor del vero, sono arrivate alcune precisazioni (che ovviamente non hanno goduto della stessa eco mediatica della prima notizia): una buona percentuale dei giovani che hanno rifiutato lo ha fatto perché nel frattempo ha trovato un impiego a tempo indeterminato o economicamente più vantaggioso; altri non hanno superato il primo colloquio, altri ancora sono in attesa di una risposta da parte dell’agenzia di lavoro interinale cui è stato appaltato il reclutamento dei lavoratori.  Lasciamo però le percentuali e i dati, meglio andare al cuore della questione e chiedersi: che cosa offre la nostra società ad un giovane laureato di oggi? Perché un giovane rifiuterebbe un posto di lavoro? Parliamo ovviamente di chi ha sempre compiuto il proprio dovere, di chi ha studiato seriamente da sempre e sono tanti i giovani che appartengono a questa categoria! Tra i tanti che hanno rifiutato ci sono le storie di chi, non abitando a Milano, deve trovare un alloggio e vivere in una città costosissima: dei 1300 euro di stipendio, tra affitto, spese di puro mantenimento, mezzi di trasporto cosa rimarrebbe? Sicuramente ben poco. Certo: tutti hanno fatto la gavetta e lavorare presso EXPO apre tutta una serie di possibilità, di conoscenze che vogliamo sperare – e lo vogliamo davvero – apriranno opportunità di lavoro anche dopo la chiusura del grande evento.  Alla luce di queste considerazioni, quindi, sorge la domanda: perché rifiutare? L’interrogativo allora è ancora più profondo: cosa abbiamo trasmesso ai nostri giovani negli ultimi trent’anni? Che cosa stiamo dicendo  loro? Guardiamo alla nostra società: sosteniamo che viviamo in una società libera in cui tutti hanno le stesse possibilità.  Ma è così? Non sembra proprio.  Pensiamo solamente, per fare un esempio, a quei 150.000 precari della scuola cui è stato promesso un impiego a tempo indeterminato a partire dal prossimo settembre. A che punto siamo? E di quei 150.000 precari, coloro che lavorano nella scuola pubblica paritaria – dice un sottosegretario – potranno LIBERAMENTE scegliere se rimanere nella Paritaria o andare nella Statale (a fare cosa non si sa ancora).  Se la retribuzione fosse la stessa, sì, la scelta sarebbe libera, ma sappiamo tutti che così non è. Se sono povero, non sono libero di fronte alla prospettiva di guadagnare di meno, a parità di impegno lavorativo! Allora, forse, il nocciolo della questione sta nel guardare alla  società che abbiamo costruito.

Pensiamo poi a quei giovani che potremmo definire “realmente fannulloni”, quelli che effettivamente hanno rifiutato il lavoro presso EXPO per non rinunciare alle ferie.  Anche a questi noi che cosa abbiamo detto? Che cosa abbiamo fatto perché non appartenessero a questa categoria? Ovviamente partiamo dal presupposto che la persona umana è creata libera.  Ma questa libertà ha incontrato qualcuno che la educasse? La famiglia in primis, la scuola e le altre agenzie educative, come hanno agito davanti a quella libertà? Sappiamo tutti le fatiche dell’educare: forse però sono proprio questi giovani realmente fannulloni che più ci interpellano e più ci rendono consapevoli dell’assoluta necessità di educare, di guidare la libertà del singolo, di incanalarla verso la piena consapevolezza di ciò che ognuno può e deve realizzare.  Forse quei giovani che hanno rifiutato i 1300 euro per non lavorare nel fine settimana sono il frutto di una generazione di adulti che ha abdicato al proprio ruolo di persone autorevoli (che comporta una certa fatica…) in nome di una nuova forma di libertà che ha portato la nostra società ad essere come la vediamo.  Ovviamente non vogliamo scadere nella vuota retorica; chiediamoci però che posto hanno avuto negli ultimi anni nella nostra società parole come sacrificio, impegno, gavetta, serietà. Queste parole sono state cancellate dal nostro dizionario o al massimo identificate con qualcosa di superato, obsoleto, stantìo, scomodo.  Stiamo celebrando in questi giorni il settantesimo anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo: cosa diciamo noi adulti alle nuove generazioni perché i valori che hanno ispirato la Resistenza non vadano perduti? Se pensiamo a quei giovani, ragazzi e ragazze, che hanno combattuto una vera e propria guerra civile e li confrontiamo con i loro coetanei di oggi, ci chiediamo: che cosa è successo in questi settant’anni? Forse si è interrotta una catena che legava le generazioni a valori comuni, condivisi da persone dal pensiero più diverso.  Quei valori non sono stati sostituiti da altri; i giovani spesso si sono trovati da soli nella crescita e da questa solitudine è nata la realtà che ci circonda.  Saremo in grado di ricostituire alleanze educative? La Buona Scuola di cui tanto si discute sarà l’occasione per ricostituire quella catena? Ci auguriamo che lo sia, ce lo auguriamo davvero. Anche questa notizia riguardante il rifiuto del lavoro ad EXPO 2015 ci dice l’urgenza di tornare ad educare, di tornare a creare sinergie educative perché la società possa essere rifondata su valori condivisi, possa tornare ad essere veramente umana.

E perché lo sia c’è bisogno di adulti educatori capaci di confronto, non di “squadristi”, perché impedire ad altri di parlare è l’opposto di ciò che deve fare un educatore.
Che cosa imparano i nostri giovani da episodi come quello di Bologna in cui un dibattito col ministro Stefania Giannini è stato interrotto dalla protesta dei comitati di docenti, studenti e genitori? Al grido di «Vergogna, vergogna» una cinquantina di manifestanti è entrato nel tendone in Montagnola interrompendo l’intervento del ministro. Alcuni sono stati allontanati con la forza dalla sicurezza. «Noi con il mondo della scuola ci siamo confrontati, questo non è il mondo della scuola», ha commentato a caldo Giannini. Come darle torto?

L’auspicio è che si divenga adulti responsabili, capaci di trovare le soluzioni, perché a guardare bene la realtà italiana si ha la sensazione – che è quasi certezza – che non si vogliano risolvere i problemi, anzi che si faccia di tutto per alimentarli e impedirne la soluzione, servendosi come “arma” dello sciopero, che cessa di essere una conquista civile e diventa strumentalizzazione.

Allora la domanda che vorrei porre a chi agisce in tal modo è: “Ma che cosa e chi ti sta davvero a cuore?” La risposta non è così semplice e scontata perché, a dirla con le parole di Totò, “I ministri passano, gli uomini restano”. E se fossero uomini d’onore, aggiungo io, saprebbero porre in fila le questioni servendole non servendosene.
Anna Monia Alfieri
Responsabile Ufficio Scuola Usmi Lombardia

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