Per non assistere in silenzio…

ideeAbbiamo bisogno di idee buone, per le polemiche sterili il tempo è scaduto…

Dichiarazioni di Suor Anna Monia Alfieri
esperta di politiche scolastiche

 

Arriva il giorno che si è stanchi  di leggere e ascoltare le insensatezze di chi non ha ancora capito che gli argomenti vanno affrontati con tutta la competenza che domandano. E’ facile mobilitare le folle dietro agli slogan che non dicono nulla di più che una mezza verità, cioè il nulla. Ma allora una domanda è d’obbligo: Cosa ti sta davvero a cuore, a te che non hai né il guizzo né la voglia di leggere una pagina perché richiede un minimo di coordinazione di causa-effetto, e allora ti limiti a cinguettare o taggare? Basta! La scuola, la famiglia, la societas sono temi seri che domandano capacità di studio e di approfondimento. Bizzarro dirlo ad un docente: dovrebbe essere il contrario. Eh sì, perché a guardare bene la realtà italiana si ha la sensazione – che è quasi certezza – che non si vogliano risolvere i problemi, anzi che si faccia di tutto per alimentarli e impedirne la soluzione, o per “infognarli”, servendosi come “arma” dello sciopero, che cessa di essere una conquista civile e diventa strumentalizzazione. Ma la si smaschera. E’ tempo che l’ideologia abbandoni casco e tuta nera sull’asfalto, come i black block dell’altro ieri a Milano. Allora la domanda che vorrei porre a chi agisce in tal modo è: “Ma che cosa e chi ti sta davvero a cuore?” La risposta non è cosi semplice e scontata perché, a dirla con le parole di Totò, “i ministri passano, gli uomini restano”. E se fossero uomini d’onore, aggiungo io, saprebbero porre in fila le questioni servendole non servendosene. La Tabella 1 seguente mostra in maniera difficilmente opinabile il perché l’Italia abbia bisogno di tornare a crescere e cambiare in modo concreto il futuro di chi studia e vuole avere i mezzi migliori per formarsi.

Tabella 1 Analisi Comparata in EU

Tabella1

Fonte: OCSE (2013), EU Commission, Eurostat-Eurydice (2013), elaborazioni di Marco Laganà

Un aspetto che non emerge dalla tabella sopra è come la formazione del cittadino europeo e la centralità della persona passano anche attraverso la promozione di un’educazione alla cittadinanza e interculturale. In Italia, in virtù del crescente trend registrato dall’anno scolastico 2011/12 dove l’8.4% degli alunni sono di cittadinanza non italiana, è sempre più urgente attrezzarsi per valorizzare nel miglior modo possibile una diversità culturale che costituisce un fenomeno relativamente recente, al contrario di Francia, Germania ma anche Belgio, Lussemburgo, Olanda e Austria. A questi dati aggiungiamo gli alti livelli di abbandoni precoci (dispersione scolastica) presenti in Italia con circa il 18% dei giovani che non raggiungono un titolo di studio superiore alla scuola media inferiore. Oltre 600.000 ragazzi e ragazze rimangono di fatto fuori dal percorso educativo e formativo. La crescita dell’Europa e dell’Italia passa invece dal recupero di questi giovani, con la creazione di una scuola più inclusiva in cui tutti (al di là delle difficoltà personali, familiari, sociali ed economiche, che allontanano dalla scuola) possano trovare opportunità di crescita.

Eppure si legge in modo generalizzato che «La scuola italiana è sempre stata una “buona scuola”, un’eccellenza nella preparazione degli studenti i cui esiti sono stati e sono tuttora stimati in tutto il mondo, nella compagine socio-culturale attuale, deve essere sostenuta e non deprivata di risorse, mezzi e dignità come avverrebbe con questo taglio camuffato da “riforma”». Una vera dissociazione dalla realtà. Ideologia in succo concentrato.

Molto importanti, ed in Italia poco usati, sono gli esercizi di valutazione trasparente delle competenze. In Ottobre 2013, l’OCSE, in Italia supportata dall’Istituto per lo Sviluppo della Formazione professionale del Lavoratore ISFOL, ha pubblicato uno studio molto importante. Si tratta del terzo studio di questo genere, in passato condotto nel 1994-98 e nel 2006-8. Due sono gli indicatori di competenze che sono stati misurati durante il periodo 2011-12: la literacy e la numeracy. La literacy è definita come: “l’interesse, l’attitudine e l’abilità degli individui ad utilizzare in modo appropriato gli strumenti socio-culturali, tra cui la tecnologia digitale e gli strumenti di comunicazione per accedere a, gestire, integrare e valutare informazioni, costruire nuove conoscenze e comunicare con gli altri, al fine di partecipare più efficacemente alla vita sociale”. La numeracy è definita come “l’abilità di accedere a, utilizzare, interpretare e comunicare informazioni e idee matematiche, per affrontare e gestire problemi di natura matematica nelle diverse situazioni della vita adulta”. Vi sono diversi livelli di competenze e il livello 3 è il minimo indispensabile per un positivo inserimento nella società d’oggi. I livelli sono: sotto livello 1 (0-175), livello 1 (176-225), livello 2 (226-275), livello 3 (276-325), livello 4 (326-375), livello 5 (376-500). La tabella 2, tra le altre cose, mostra come l’Italia, per gli adulti ma in particolare per i giovani tra i 16 e 24 anni, si posizioni sistematicamente in fondo alle graduatorie dei 21 paesi OCSE e dei 15 paesi EU membri dell’OCSE.

tabella2

Poi si sente e si legge che il DDL produce una «deprivazione delle risorse della scuola pubblica a favore di quella privata.» Bene, è davvero così? Si ricorda per la milionesima volta che la scuola pubblica paritaria (gestita da province e comuni, come da enti privati) fa parte del sistema scolastico nazionale di istruzione (ex L. 62/00) e al pari della scuola pubblica statale (gestita dallo Stato) svolge un servizio pubblico. Visto che questo principio di diritto e di buon senso è compreso e applicato da tutta Europa, anche da quei Paesi su cui l’Italia vanta una superiorità, ci si domanda come mai solo in Italia tale principio di diritto e di buon senso non sia almeno compreso, se non applicato. Le tabelle di cui sopra, tra l’altro, parlano di una inferiorità, non di altro. Di che cosa ci dobbiamo vantare? Difatti se di risorse parliamo, sia chiaro che lo scenario Italiano è il seguente:

Tabella3

Da una comparazione con l’Europa colta che domanda, ribadisco, applicazione, intelligenza e cifre chiare e nette, si evince che la spesa per le scuole secondarie italiane è al di sotto del 10% delle medie OCSE e UE e dei principali paesi di riferimento (vedi dati Ocse); visti i negativi risultati di performance comparata presentati, questa minore spesa non sembra un indicatore di maggiore efficienza ma di minore efficacia; L’Italia: Stato membro dell’UE ma anche fanalino di coda L’Italia risulta la più grave eccezione in Europa poiché ha impedito alla famiglia italiana di esercitare la propria responsabilità educativa in un pluralismo educativo. Infatti con l’approvazione della Legge 62/2000 non si è concluso il percorso legislativo voluto dai Costituenti con l’art. 33, commi 3 e 4 relativi alla parità scolastica, poichè è mancato il passaggio più naturale e doveroso: un diritto senza applicazione è un falso. Se non un inganno. Da qui la necessaria azione culturale per colmare un gap di pensiero che ha alimentato letture ideologiche e lontane dalla realtà e per riportare l’attenzione al cuore della quaestio: superare il vincolo economico. Difatti non è secondario, nella disamina dei diversi aspetti connessi alla parità scolastica, il tema delle modalità di assegnazione delle risorse finanziarie che il legislatore negli Stati europei, a più riprese, ha previsto per le scuole paritarie, per sostenere lo svolgimento del loro compito formativo pubblico. Le scuole gestite privatamente ricevono finanziamenti pubblici da governo, enti dipartimentali, locali, regionali, statali e nazionali, che coprono più dell’80% dei costi annuali, in Belgio, Finlandia, Germania, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Repubblica Slovacca, Slovenia, Svezia, Ungheria. Particolarmente in Finlandia, Paesi Bassi e Svezia il finanziamento è pressoché totale. Copre più del 60% dei costi in Danimarca, Estonia, Repubblica Ceca, Spagna; più del 40% in Polonia, Portogallo, Svizzera. È invece inferiore al 40% in Italia, al 20% in Grecia. Dalla realtà Europea emerge un quadro più oggettivo rispetto alle frequenti battaglie ideologiche che hanno caratterizzato e di fatto penalizzato gli studenti italiani, soprattutto i meno abbienti: la spesa pubblica per le istituzioni private è inferiore del 70% rispetto alla media OCSE e UE e con interventi che gravano per lo più sui genitori. Al riguardo, è necessaria una “rivoluzione copernicana”, che metta al centro lo studente e la sua famiglia (anche quella meno abbiente: monoparentale, straniera, emarginata) e il cui cambiamento di prospettiva si veda concretamente anche in politiche non più emergenziali ed ideologiche: la soluzione è da sempre l’individuazione del costo standard. Altrimenti non ne usciamo.

Nel documento sulla buona scuola ci sono elementi di qualità e prospettive di sviluppo. Quali i punti di forza e di debolezza Sul tappeto istituzionale ci sono temi che scottano e che da decenni erano dei tabù: autonomia delle istituzioni scolastiche (ad oggi più sulla carta che nella realtà), precariato a vita del tutto anticostituzionale, efficacia ed efficienza dei servizi anche in rapporto ai costi, flessibilità dei ruoli in rapporto alle esigenze, nuove tecnologie, edilizia e strutture, potenziamento delle competenze scientifiche e linguistiche degli studenti, apertura della comunità scolastica al territorio e per gli alunni agli stage in azienda, ma anche la detrazione per le rette versate dal milione abbondante di famiglie italiane che esercitano la propria libertà di scelta educativa scegliendo la scuola pubblica paritaria. Un passaggio di diritto: solo per metterlo all’OdG l’Italia ha impiegato ben 66 anni dal 1948 ad oggi. Chi va piano… massimo punto di forza del DDL è stato la condivisione dei contenuti a livello nazionale, attraverso la consultazione sulla Buona Scuola. Un accentuato punto di debolezza sta nel desiderio – pure comprensibile ma inattuabile – del cittadino di avere “tutto subito”. Le polemiche sterili possono danneggiare l’opera facendo perdere tempo. Occorre rispettare i criteri di intervento che il governo si è dato: senza criteri di scelta non si va da nessuna parte. Alcuni passaggi segnano un cambiamento radicale della scuola italiana che passa dalla pura organizzazione dal fiato corto alla gestione progettuale. Si ritrovano passaggi di riorganizzazione gestionale, di management, indispensabili per rendere la gestione di una scuola efficace ed efficiente: piano triennale che abbandona la logica del pronto soccorso; il dirigente scolastico assume un ruolo centrale di una comunità educante che sa definire il proprio organico in coerenza con l’offerta formativa ma nel giusto vincolo di obiettivi nazionali che le scuole sono tenute ad osservare (Cap. II art. 2). Un piano triennale che solo dopo gli iter autorizzativi regionali e romani (spediti e di qualità) sarà efficace; quindi una autonomia garantita e controllata come è giusto che sia e come si è sempre richiesto. Significativo il passaggio dell’alternanza scuola-lavoro se non verrà bruciato da superficialità, pastoie burocratiche e disinteresse da ambo le parti. Bene il dirigente leader capace di progettare, coinvolgere, stimolare, incentivare purchè sia uno scopritore di talenti e non vittima di un clientelismo sempre in agguato. Perché non si corra questo rischio è indispensabile che i vincoli e i controlli all’art. 7 non siano lettera morta. All’art. 8 c’è il cancro del precariato da sanare, svuotando le GAE, mostruosità tutta italiana. Un ulteriore punto di debolezza è dato da una ambiguità: il DDL scuola fa passi significativi di diritto quando in svariati passaggi parla di sistema scolastico pubblico integrato e statale e paritario; non si capisce quale sia la sorte dei docenti della scuola paritaria, laureati e abilitati, e spesso anche vincitori di concorso. Fra quei 130mila precari ci sono anche quelli che precari non sono, essendo di ruolo in una delle scuole pubbliche del sistema scolastico integrato, cioè la scuola paritaria; ma di fatto sono considerati docenti di serie B. Perché di ruolo si parla solo ed unicamente per la scuola pubblica statale: allora che sistema scolastico integrato è? I docenti della scuola paritaria, che pure “producono” alunni con titoli validi su tutto il territorio nazionale, ed esercitano un servizio pubblico, sono peggio dei figli in provetta che non si sa di chi sono (che l’esempio piaccia o no ai progressisti!). E qui il mio pensiero si smarrisce: ritrovo un DDL ancora troppo timido che non ha saputo evitare la contraddizione in termini (per Aristotele sarebbe come un tronco…): mentre afferma che in Italia, come avviene in tutti i paesi civili d’Europa e d’oltreoceano, il sistema scolastico è integrato e le scuole paritarie e statali ne fanno pienamente parte, il DDL discrimina i docenti a seconda di dove insegnano, quasi a dire: “Caro docente, nel sistema scolastico pubblico e integrato i titoli da te ricevuti (laurea, abilitazione, eventuale concorso) si depotenziano magicamente se decidi di scegliere il pubblico paritario rispetto al pubblico statale, perchè la primogenitura è della scuola statale e solo qui sarai di ruolo, farai carriera e avrai uno stipendio, seppur basso per la categoria professionale, sempre però più alto dei tuoi colleghi che a parità di titolo e di competenza insegnano nella scuola paritaria”. Accettabile? Da parte di chi ragiona, non penso proprio. Occorre almeno avere chiaro il problema: i docenti tutti del sistema pubblico e integrato di istruzione, a parità di titolo e di competenza, dovrebbero essere chiamati dal dirigente della scuola pubblica statale e dal dirigente della scuola pubblica paritaria, scegliendo dove insegnare, senza alcun ricatto economico ma unicamente per la condivisione di una identità scolastica. Questa è civiltà. Almeno poniamoci la domanda: come è possibile che in un sistema pubblico integrato ci siano ingiustizie così gravi? Mi auguro che le leve di trasparenza e di buona organizzazione che questo DDL ha introdotto possano liberare le risorse dalla morsa dello spreco e reinvestirle nel sistema scuola. Si riconferma il costo standard come il solo anello mancante che, mentre consente alla famiglia di scegliere, innesca una sana concorrenza tra le scuole sotto lo sguardo garante dello Stato. La strada è tutta in salita ma è quella giusta: le detrazioni sono uno strumento di breve periodo, utili – più che a risolvere il problema – a sancire un passaggio culturale dal quale non si torna indietro. Il passo successivo sarà il costo standard dello studente e la piena garanzia di scelta della scuola da parte della famiglia senza dover pagare due volte, le imposte allo Stato e il funzionamento alla scuola pubblica paritaria. Interessante all’art. 14 la pubblicità dei dati, dei bilanci, del SNV, che rappresenterà un portale di accompagnamento delle istituzioni scolastiche, un supporto alle scuole su tematiche anche di natura amministrativa, contabile e gestionale, oltre che didattica. Introdurre il costo standard significa accompagnare le scuole verso la riqualificazione delle risorse e l’acquisizione di competenze di riorganizzazione amministrativa prima e gestionale poi, per rendere sostenibile la buona scuola di qualità ma senza sprechi. Ecco, credo sia questa contraddizione e lacuna il punto di debolezza più evidente del DDL, che comunque ha il merito di proporre passaggi coraggiosi. Chi non li vede, o è cieco, o fa finta di esserlo. A che pro?…

Suor Anna Monia Alfieri
esperta di politiche scolastiche

Carissimi tutti,
le nostre  mamme Maria Chiara e Felicita hanno scritto e pubblicato la seguente petizione:

Al Premier Renzi e al Ministro Giannini: LIBERTA’ DI SCEGLIERE LA BUONA SCUOLA PUBBLICA, PARITARIA O STATALE. Dunque meno costi per le Famiglie e per lo Stato

Vuoi aiutarci a migliorare la nostra società? Devi solo cliccare su questo link e firmare la petizione.

http://www.citizengo.org/it/21989-liberta-di-scegliere-buona-scuola-pubblica-paritaria-o-statale-dunque-meno-costi-le-famiglie-e

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>