Alla ricerca dell’oltre che affascina i giovani…

Non è vero che i ragazzi oggi non ascoltano. Più vero è che essi ascoltano quanto gli adulti 1.94337.1403791108che li circondano e anche un po’ di più. “Hanno una vita interiore insospettabile – assicura Domenico Sigalini – una risonanza e una consapevolezza di loro stessi, spesso invisibile a tutti“. Appaiono concentrati sul corpo (si pensi ai vari riti di preparazione prima di uscire con gli amici!) perché sperano, attraverso l’aspetto esteriore, di riuscire a mostrare agli altri quello che sono dentro, tutta la loro voglia di una bellezza ben più profonda e interiore… Ma per nessuno (tanto meno per chi ha pochi anni alle spalle!) è facile ‘sistemare’ la propria vita e trovare se stesso per imparare a vivere e ad amare. Così dei ‘risultati’ raggiunti sono sempre insoddisfatti.
Non evitano la fatica, anche se certo non la cercano se non quando se ne aspettano gratificazione. Faticano comunque almeno quanto i giovani di ieri. E sono capaci – pur con motivazioni e propositi diversi rispetto a quelli dei loro genitori – di grandi rinunce per ciò in cui credono, per un amico…
I loro modi esterni di comportarsi in realtà non danno l’idea della forza che ha il loro spirito. Occorre capire la domanda che è sotto quei ‘modi’ se si vuole aiutarli a investire l’energia che è in loro. Senza un’autorità che li guidi essi rischiano di perdersi in una ricerca che può non avere mai esito. O peggio possono lasciarsi affascinare da maestri di qualsiasi tipo e attaccarsi a ogni ‘eroe’ della strada che sia disposto a condividere il tempo con loro. Hanno bisogno perciò di adulti che, senza mai convincersi di conoscerli abbastanza, si impegnino a portare alla luce la ricerca sotterranea che i ragazzi stanno conducendo intorno a quell’oltre che sempre li affascina. Una ricerca intermittente per qualcuno; ma, piccola o grande che sia, c’è ed è viva in ognuno. I ragazzi in realtà nel loro quotidiano temono solo due cose: il vuoto e il silenzio, che essi sentono come segni di solitudine e di morte.

Con la forza della relazione affettiva …
V. Andreoli ne è convinto: “Nessuna logica ha la forza di convinzione quanto una relazione affettiva”. E i giovani – soprattutto quelli di oggi – non si convincono certo con i ragionamenti. Ci vuole invece quell’empatia che si comunica attraverso semplici cenni di attenzione alla persona. Attenzione che nasce da un ascolto autentico e si esprime in un sorriso, un cenno del capo, un ‘capisco’, un annuire… Segnali tutti che, soprattutto durante le pause del parlato, raggiungono il cuore.
Se è l’adulto a parlare, l’adolescente non capirà mai e non dirà cosa lo turba o lo sta preoccupando. In genere infatti egli non sa o non vuole esprimere i propri sentimenti di paura, di rabbia, di incertezza … Se si insiste con lui, si limita ad esclamare: non mi piace, non è giusto! L’educatore avrà allora il compito insostituibile di decodificare ciò che il ragazzo ha espresso attraverso le parole; di leggere i sentimenti sottesi e rimandarglieli. Se il sentimento è stato colto, il ragazzo si sentirà compreso e incoraggiato a fronteggiare la sua emozione, altrimenti continuerà a confutare e a chiudersi.
Certo nessun educatore – nel ruolo di genitore o insegnante o catechista o guida … – è tale a prescindere. Il più delle volte ognuno – considerando difficile raggiungere il ragazzo e, volendo comunque aiutarlo – assume il comportamento che gli viene più spontaneo. In genere gli parla mettendo in evidenza errori e difetti rilevati; o esprime pareri, giudizi (quasi sempre negativi). Tutto ciò ha come risultato una chiusura ulteriore del ragazzo che si voleva aiutare. Così, sentendosi incompreso, questi peggiora l’immagine di sé e la relazione.

Un viaggio necessario alla ricerca del silenzio …
Come riuscire a capire che in tutte le parole che ci capita di udire nel tempo, il messaggio è sempre: “Accoglimi come persona. Ascolta me”? In un mondo di paura e dai ritmi silenzio-quiete-stillness1frenetici, non basta certo un’idea a cui aggrapparsi; tanto meno basta ai ragazzi, che cercano un ‘Dio’ non percepito solo dalla mente, ma che si possa sentire, toccare, partecipare. In effetti il vero luogo della lotta spirituale e la sola terra capace di aprirsi e di accogliere è il cuore. Il problema in realtà è dentro ogni persona, giovane o adulta che sia, perché l’ascolto, necessario a un cammino di fede nel Mistero della vita e del tempo, germoglia nel silenzio che si gioca appunto nel cuore di ognuno. Intraprendere un viaggio alla ricerca di quel silenzio – che a volte è tacere, ma sempre è ascoltare – è una grande scelta, una scelta esistenziale, che apre subito alle sorprese, muove qualcosa in sé…
Ma nel tempo presente in qualche modo il silenzio è morto. E nessuno sembra disperarsene, o avvertirne la perdita. Il rumore è un po’ il vero habitat dell’uomo del terzo millennio. Persino le preghiere sono troppo rumorose, troppo vocianti… E – come ogni parola che non è fondata sul silenzio – rischiano di non aprire al contatto, di trasformarsi in rumore.

… e scoprire antenne per Dio
Il silenzio, canta Ron, porta fino in fondo là dove c’è Dio, dove sei te stesso. Sì, il silenzio scava nel profondo uno spazio per farvi abitare l’Altro e apre un luogo dove la Parola rimane. L’io riesce così a sottrarsi alla chiacchiera del “si dice”, del “fanno tutti così”, o del “non c’è nulla da fare”.  Il tempo che ci si dà per accogliere le delusioni, lo scoraggiamento e le paure proprie e dell’altro mette a tacere le idee preconcette, i “consigli” preconfezionati, il proprio “io” spesso molto invadente. Consente di accostarsi silenziosamente all’altro e di camminare con lui… Un po’ come Gesù con i discepoli di Emmaus. Una giornata allora può anche essere piena di rumori e di voci, ma tutti diventano eco della presenza di Dio, messaggi e sollecitazioni all’ascolto e all’Amore.
Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

 

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