Educare: cammino di relazione e fiducia

L’educazione inizia con noi stessi nel corso della nostra vita attraverso le prove della nostra vita. Siamo esseri sociali e ci relazioniamo con il mondo e con gli altri come noi. Come diceva Socrate ‘gnozi seauton’, conosci te stesso. Da lì parte e lì arriva il nostro cammino di conoscenza e di relazione.

foto 5 (2)Ho sempre sognato la scuola che ho visto al cinema in ‘L’attimo fuggente’ oppure il tipo di educatore alla Mary Poppins. Da piccola mi sono sempre chiesta perché nella realtà le cose non andassero come al cinema. Tutto poteva essere migliorato con un po’ di magia. E questa sensazione del potenziale magico della realtà l’ho portato con me anche da adulta. Nei miei sogni ad occhi aperti mi sono sentita io stessa una Mary Poppins che grazie al suo entusiasmo e alla sua energia riesce a trasformare in positivo la realtà… così nella vita ho sentito che con situazioni e persone marginali potevo fare la differenza, potevo portare questa visione liberatoria… facendo però grande attenzione a mantenere la distanza e non venire intrappolata in situazioni che avrebbero potuto divorarmi e farmi male, annientando il mio piccolo e luminoso potere o desiderio magico.

Questo ottimismo innato è una grande risorsa che mi viene da mia madre e anche dagli insegnanti che ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada.
La vita poi diventa maestra e nel corso della vita non sempre c’è stata la bacchetta magica. Negli ultimi anni sul lavoro e anche nella relazioni affettive mi sono trovata spesso a scontrarmi e a riportare ferite nei temi relazionali. Quella che pensavo essere una mia grande risorsa: la comunicazione e la relazione con gli altri, si è alla luce degli ultimi eventi rivelata una debolezza. Facendo i conti in maniera obiettiva, credo di avere un po’ esagerato da una parte prima e dall’altra poi. Oggi è come se volessi trovare un nuovo equilibrio, una visione del mondo più integrata, che integra appunto le mie varie esperienze e le varie prospettive toccate. Ecco quindi che anche con me stessa ho intrapreso un nuovo cammino di educazione. Un cammino di educazione alla relazione e alla fiducia in me stessa e nell’altro.
Mi sono resa conto del valore poietico del pensiero nelle relazioni. Dai fiducia e riceverai fiducia. Nutri sospetto e il sospetto si avvererà. La paura che si autorealizza. Qualcosa nel nostro agire e comunicare ci porta là dove temiamo di andare. Questo diventa non un sogno, ma un incubo magico. D’altro canto, c’è il desiderio di esplorazione e di ampliare gli orizzonti, la fiducia nel futuro che si autorealizza e ci porta là dove c’è una opportunità per noi. Creare fiducia nella relazione e non vedere il male, ma il bene.

Educare prima di tutto noi stessi ad uscire dagli stereotipi e dalle nostre corazze protettive che spesso fanno molto male a noi stessi e agli altri. Quando si accumulano le primavere, le esperienze ma anche le ferite sul campo, viene la tentazione di chiudersi e di pensare in negativo. Le energie fisiche diminuiscono e la paura prevale. Quando questo succede, limitiamo le nostre possibilità. Certo la società impostata sul consumo, l’eterna giovinezza, la forza e la competizione non aiuta. L’introiettare questi valori è quasi automatico e se li mettiamo a punti di riferimento della nostra vita, non ci aiutano. Non ci aiutano a valorizzare noi stessi, a valorizzare gli altri intorno a noi e la natura. Quanti scempi compiamo con il mare, la terra ed i cieli che ci sostengono. Come ci indica Papa Francesco nella enciclica ‘Laudato Si’, la nostra Madre Terra grida per lo scempio che le abbiamo arrecato. La mancanza di rispetto con il nostro pianeta è rivelatoria della mancanza di rispetto che abbiamo con noi stessi e con gli altri. Ancora una volta interviene il pensiero magico. Ce la raccontiamo di potere tutto dominare e domare. L’uscita dallo stato di natura che deriva dall’educazione, non significa vilipendio della natura intorno a noi ed in noi. Ma piuttosto conoscere le possibilità del libero arbitro ed i limiti. Non è un atteggiamento magico, ma un atteggiamento responsabile e di relazione. Relazione con la natura, con noi stessi e con gli altri.
Aiuta imparare a vedere il mondo da un’altra prospettiva, non la nostra, ma quella dell’altro. Educarci ad includere la prospettiva dell’altro nei nostri valori e nei nostri processi decisionali. Sia che si tratti di decidere di fare la spesa, di come rispondere in famiglia, di che comportamento adottare sul lavoro, in strada e negli uffici pubblici, in mare e in montagna. E anche di come investire i nostri risparmi e le nostre pensioni.

Voglio condividere le tensioni che il rapporto con una persona cara e a me vicina mi crea. Parlo del rapporto con mia sorella Manuela con la quale sono cresciuta facendo un po’ le stesse cose, condividendo esperienze ed amicizie. Con mia sorella negli ultimi anni abbiamo avuto una crisi di identità e di relazione. Entrambe abbiamo iniziato a pretendere l’una dall’altra qualcosa di diverso. Entrambe abbiamo tirato fuori le nostre delusioni, le nostre aspettative mancate e le nostre carenze. Se qualcosa non va bene nella vita è anche, o prima di tutto, colpa dell’altra. Questo scarica barili di colpe può creare un mare di incomprensioni e alla fine ci si trova parte di due continenti diversi. Come siamo finite lì? Prendendo distanza non solo dal continente di Manuela, ma anche dal mio, mi rendo conto che i nostri bisogni, le nostre pulsioni e i nostri desideri sono quasi gli stessi. Se penso alla nostra storia non accentuando solo le ferite, ma la realtà, sono felice di ricordare tutti i momenti perché sono parte della nostra relazione, della nostra storia, delle nostre vite. E la rabbia e il rancore che talora manifestiamo l’una con l’altra si posano su un forte sentimento di amore, non riconosciuto però come tale. Educare me stessa ad un rapporto più maturo con mia sorella e che vada oltre le ferite e le rivendicazioni, le accuse e i sensi di colpa non è facile. Ma ci sto provando a fatica e non senza tensioni. Prendere distanza dalle mie certezze e le mie barriere, non dare tutto per scontato, esplorare nuove modalità e possibilità mi aiuta.

Spesso le antipatie viscerali si sviluppano su lati non accolti del nostro carattere e della nostra personalità. L’unico modo di superare i preconcetti e le chiusure è quello di porsi nella prospettiva dell’altro, ma anche nella nostra prospettiva negata a noi stessi, quella in ombra. Per fare questo è importante partire da un franco confronto con noi stessi e chiederci che cosa siamo, che cosa desideriamo e che cosa è veramente importante per noi, quanto nella nostra vita c’è di vero e profondo e quanto invece di puramente effimero. Rivedersi in una prospettiva temporale di evoluzione e vedere il fine fuori da sé. La prospettiva religiosa aiuta.
Infine, mi è arrivata qualche anno fa una nuova sfida, quella di insegnare come docente in un corso di Master della Bologna Business School a giovani di vari Paesi del mondo, con una solida istruzione e già alcune esperienze lavorative. Mi devo chiedere che cosa voglio trasmettere loro, che cosa desidero che rimanga loro tra 3-5 anni e capire che cosa li motiva e che cosa no. E’ un esercizio utile e non facile che mi chiede di rivedere le fondamenta della mia attività lavorativa, delle mie capacità e ripensare anche a quella che io ero 20-25 anni fa, alle mie aspettative ed esigenze.
Anche in questo processo sto capendo che partire dall’educare me stessa mi aiuta. Non posso dare nulla per scontato e con molta onestà ogni volta che entro in classe ho l’opportunità di lanciare un seme, ma anche di accogliere molto. Voglio trasmettere dei contenuti tecnici, ma devo stare attenta al passare la mia visone del mondo per non manipolare giovani esseri umani con grandi potenzialità. Il modo migliore mi sembra quello di condurli a non avere una visione semplificata e riduttiva della economia e della finanza  che insegno loro e condurli a fare delle analisi e di tirare dei risultati sui quali ragionare.

Ringrazio per l’invito a scrivere su questo tema mi dà lo spunto per riflettere su una attività che continua per tutta la vita, perché educare è un’attività che compiamo prima di tutto con noi stessi, un’attività che ci fa uscire dallo stato di natura[1] e ci rende consapevoli del nostro libero arbitrio. Inizia quando veniamo al mondo nel rapporto con i nostri genitori, fratelli, sorelle e la nostra famiglia. Prosegue con la scuola e con il lavoro, che sono attività di forte socializzazione istituzionalizzata dalla società. Le amicizie, le relazioni affettive e la nuova famiglia sono le palestre della nostra educazione interiore. La scuola e il lavoro sono le palestre della nostra educazione sociale. In ogni età ci si presentano delle specificità che affrontate con i nostri coetanei ci aiutano a rafforzare il processo di educazione. Gli antropologi nell’osservare le società ‘altre’ parlano di processi di iniziazione, ad es. descrivono ampiamente i riti di iniziazione alla pubertà nelle varie aree del mondo. Ogni comunità locale ha sviluppato una propria ritualità che accompagna questi processi di passaggio nelle età della vita. L’occhio è rivolto all’altro. Lo sguardo sull’altro ci aiuta e ci fa crescere. Il processo di individuazione ci fa scoprire diversi dall’altro. Il processo di educazione ci fa scoprire uguali all’altro, attraverso le età e le prove della vita.
Daniela Carosio
Director Sustainable Equity Value Ltd.


[1] NB: Uscire dallo stato di natura, non significa però negare la natura in noi e fuori di noi. Penso a Rousseau che ha scritto di educazione, ma non è riuscito ad educare i propri figli e che la teoria spesso diventa nemica della pratica.

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