Spettacolo danzante di Jobel Teatro

 

Spettacolo danzante di Jobel Teatro 

   Ecco, tuona la terra

a conclusione dell’Assemblea Nazionale 2015

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In un mondo in cui il narcisismo fa sfiorire, incontrare i giovani artisti di Jobel Teatro ‘accende’… Senza festa e senza bellezza non c’è vita buona!

 

 

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Verso una nuova scuola che vorrebbe essere “buona”

La strada è in salita. Le difficoltà del disegno di legge e le nuove prospettive per la scuola cattolica

INTERVISTA a sr Monia Alfieri
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In merito alla proposta di riforma della scuola sentiamo il parere di Suor Anna Monia Alfieri, una delle voci più autorevoli e accreditate nel panorama della scuola italiana oggi

D) il Disegno di Legge sulla riforma della scuola viene portato in discussione alla Commissione Cultura della Camera.  Quali sono le previsioni? Si rispetteranno i tempi? La scuola italiana avrà una vera riforma?
R) Come ho avuto modo di dichiarare sono estremamente favorevole sulla procedura che ha portato al DDL. Su questioni scottanti che coinvolgono non solo milioni di cittadini (ad es. le famiglie dei centocinquantamila precari e quelle del milione abbondante di studenti delle scuole pubbliche paritarie) il governo – sicuramente ben consigliato dal presidente Mattarella – ha saggiamente preferito la strada maestra del DDL piuttosto che quella ripida e insidiosa del DL. Ebbene sia, purché in una gestione ragionevole di tempi parlamentari che non uccidano le buone intenzioni, di chi governa e di chi è all’opposizione. Chi è attento al destino della scuola italiana sa che il dialogo è cosa buona, ma non all’infinito indeterminato futuro. Infatti il Ministro, nell’intervista di giovedì 3 aprile, al video forum di Repubblica ha assicurato per giugno l’approvazione. I nostri Parlamentari già stanno lavorando sul DDL con serietà per una riforma della scuola che  deve sanare guasti incancreniti da decenni e  deve liberare le forze positive che la scuola italiana ha dalle sue origini culturali solidissime. Non dimentichiamo che la “fuga dei cervelli” italiani all’estero è, sì, motivo di sofferenza, ma – sotto sotto – anche di orgoglio…. Dove e come si sono formati questi cervelli?

D) Nel documento sulla buona scuola ci sono elementi di qualità e prospettive di sviluppo. Quali i punti di forza e di debolezza.
R) Sul tappeto istituzionale ci sono temi che scottano e che da decenni erano dei tabù: autonomia delle istituzioni scolastiche (ad oggi più sulla carta che nella realtà); precariato a vita, del tutto anticostituzionale; efficacia ed efficienza dei servizi anche in rapporto ai costi;  flessibilità dei ruoli in rapporto alle esigenze, nuove tecnologie, edilizia e strutture, potenziamento delle competenze scientifiche e linguistiche degli studenti;  apertura della comunità scolastica al territorio e per gli alunni agli stage in azienda, ma anche la detrazione per le rette versate dal milione abbondante di famiglie italiane che esercitano la propria libertà di scelta educativa, scegliendo la scuola pubblica paritaria. Un passaggio di diritto: solo per metterlo all’OdG l’Italia ha impiegato ben 66 anni dal 1948 ad oggi. Chi va piano…
Il massimo punto di forza del DDL è stato la condivisione dei contenuti a livello nazionale, attraverso la consultazione sulla Buona scuola. Un accentuato punto di debolezza sta nel desiderio – pure comprensibile ma inattuabile – del cittadino di avere “tutto subito”. Le polemiche sterili possono danneggiare l’opera facendo perdere tempo. Occorre rispettare i criteri di intervento che il governo si è dato: senza criteri di scelta non si va da nessuna parte.
Alcuni passaggi segnano un cambiamento radicale della scuola italiana che passa dalla pura organizzazione dal fiato corto alla gestione progettuale.
Ritrovo passaggi di riorganizzazione gestionale, di management, che lungo gli anni ho sostenuto indispensabili per rendere la gestione di una scuola efficace ed efficiente: piano triennale che abbandona la logica del pronto soccorso; il dirigente scolastico assume un ruolo centrale di una comunità educante che sa definire il proprio organico in coerenza con l’offerta formativa ma nel giusto vincolo di obiettivi nazionali che le scuole sono tenute ad osservare (Cap. II art. 2).
Un piano triennale che solo dopo gli iter autorizzativi regionali e romani (spediti e di qualità) sarà efficace; quindi una autonomia garantita e controllata come è giusto che sia e come si è sempre richiesto. Significativo il passaggio dell’alternanza scuola-lavoro se non verrà bruciato da superficialità, pastoie burocratiche e disinteresse da ambo le parti. Bene il dirigente leader capace di progettare, coinvolgere, stimolare, incentivare, purché sia uno scopritore di talenti e non vittima di un clientelismo sempre in agguato. Perché non si corra questo rischio è indispensabile che i vincoli e i controlli all’art. 7 non siano lettera morta.

All’art. 8 c’è il cancro del precariato da sanare, svuotando le GAE, mostruosità tutta italiana.
Un ulteriore punto di debolezza è dato da una ambiguità: il DDL scuola fa passi significativi di diritto quando in svariati passaggi parla di sistema scolastico pubblico integrato e statale e paritario; non si capisce quale sia la sorte dei docenti della scuola paritaria, laureati e abilitati, e spesso anche vincitori di concorso. Fra quei 130mila precari ci sono anche quelli che precari non sono, essendo di ruolo in una delle scuole pubbliche del sistema scolastico integrato, cioè la scuola paritaria; ma di fatto sono considerati docenti di serie B. Perché di ruolo si parla solo ed unicamente per la scuola pubblica statale: allora che sistema scolastico integrato è? I docenti della scuola paritaria, che pure “producono” alunni con titoli validi su tutto il territorio nazionale, ed esercitano un servizio pubblico, sono peggio dei figli in provetta che non si sa di chi sono (che l’esempio piaccia o no ai progressisti!).
E qui il mio pensiero si smarrisce: ritrovo un DDL ancora troppo timido e non ha saputo evitare la contraddizione in termini (per Aristotele sarebbe come un tronco…): mentre afferma che in Italia, come avviene in tutti i paesi civili d’Europa e d’oltreoceano, il sistema scolastico è integrato e le scuole paritarie e statali ne fanno pienamente parte, il DDL discrimina i docenti a seconda di dove insegnano, quasi a dire: “Caro docente, nel sistema scolastico pubblico e integrato i titoli da te ricevuti (laurea, abilitazione, eventuale concorso) si depotenziano magicamente se decidi di scegliere il pubblico paritario rispetto al pubblico statale, perchè la primogenitura è della scuola statale e solo qui sarai di ruolo, farai carriera e avrai uno stipendio, seppur basso per la categoria professionale, sempre però più alto dei tuoi colleghi che a parità di titolo e di competenza insegnano nella scuola paritaria”. Accettabile? Da parte di chi ragiona, non penso proprio.

Occorre almeno avere chiaro il problema: i docenti tutti del sistema pubblico e integrato di istruzione,  a parità di titolo e di competenza, dovrebbero essere chiamati dal dirigente della scuola pubblica statale e dal dirigente della scuola pubblica paritaria, scegliendo dove insegnare, senza alcun ricatto economico, ma unicamente per la condivisione di una identità scolastica. Questa è civiltà. Almeno poniamoci la domanda: come è possibile che in un sistema pubblico, integrato ci siano ingiustizie così gravi?
Mi auguro che le leve di trasparenza e di buona organizzazione che questo DDL ha introdotto possano liberare le risorse dalla morsa dello spreco e reinvestirle nel sistema scuola.
Si riconferma il costo standard come il solo anello mancante che, mentre consente alla famiglia di scegliere, innesca una sana concorrenza tra le scuole sotto lo sguardo garante dello Stato. La strada è tutta in salita, ma è quella giusta: le detrazioni sono uno strumento di breve periodo, utili – più che a risolvere il problema – a sancire un passaggio culturale dal quale non si torna indietro. Il passo successivo sarà il costo standard dello studente e la piena garanzia di scelta della scuola da parte della famiglia senza dover pagare due volte, le imposte allo Stato e il funzionamento alla scuola pubblica paritaria. Interessante all’art. 14 la pubblicità dei dati, dei bilanci, del SNV, che rappresenterà un portale di accompagnamento delle istituzioni scolastiche, un supporto alle scuole su tematiche anche di natura amministrativa, contabile e gestionale, oltre che didattica. Introdurre il costo standard significa accompagnare le scuole verso la riqualificazione delle risorse e l’acquisizione di  competenze di riorganizzazione amministrativa prima e gestionale poi, per rendere sostenibile la buona scuola di qualità ma senza sprechi. Ecco, credo sia questa contraddizione e lacuna il punto di debolezza più evidente del DDL, che comunque ha il merito di proporre passaggi coraggiosi.

D) La progettazione triennale e l’organico funzionale sono una risposta adeguata alle emergenze della scuola italiana?
R) Credo siano un ottimo punto di partenza, cosi come descritto all’art. 2. Lo sa bene un preside: una’identità non nasce dal nulla, necessita di un progetto almeno triennale, condiviso in un sistema più ampio, in cui il piano triennale sviluppi i punti di forza della scuola, che emergono dalla sua storia. E’ evidente che la vitalità di una scuola sarà rafforzata da una serie di piani triennali non in contrasto l’uno con l’altro, ma frutto di uno sviluppo coerente che costituisce – come dire – il “piano carismatico” della scuola, anche pubblica statale.  Ogni scuola dovrà riflettere su questo aspetto di fondo, chiedendosi, in sostanza: “Chi sono? Come mi manifesto? Qual è il mio stile di formazione e di relazione con le varie componenti del progetto educativo”?
Il piano triennale ha senso solo nel quadro di una identità. Che è, del resto, l’oggetto della scelta delle famiglie. L’organico funzionale alla progettazione, di conseguenza, risulta indispensabile per attuare il piano. Senza organico funzionale sarebbe come pretendere di volare senza ali, o di correre senza ruote… Il dirigente scolastico presenta il piano triennale al Miur che, oltre a verificare il rispetto degli indirizzi strategici di cui al comma 3 del DDL, ne valuta la sostenibilità di risorse finanziarie e di organico in una visione di insieme. Nel saggio del 2010, “La Buona Scuola pubblica statale e paritaria”, al Cap V Casus di specie, definivo la buona gestione per una buona scuola con una esemplificazione molto concreta: una gestione innovativa consente una ristrutturazione organizzativa che, attraverso alcuni processi sistemici, porta l’organizzazione ad un equilibrio economico finanziario nonostante le scarse risorse. Tale equilibrio consente, ad esempio, di monitorare, abbassandoli, i contributi al funzionamento delle scuole pubbliche paritarie per renderle accessibili ad un numero molto più elevato di famiglie.
Pertanto: una gestione innovativa consentirà alla scuola pubblica (non solo paritaria, ma anche statale) di avere dei costi molto più contenuti; superando lo spreco delle risorse, la buona scuola pubblica potrà recuperare lo spazio per un reale investimento progettuale.
Soltanto una sana gestione, fondata sopra una solida identità carismatica, superata l’emergenza degli sprechi potrà segnare il passaggio dalla politica del “mantenimento” a quella del “rilancio progettuale”. Questo percorso darà l’avvio ad un corretto investimento delle risorse nella formazione dei docenti e di tutto il personale scolastico, nel congruo riconoscimento della loro professionalità, nel miglioramento degli standard educativi e formativi dell’allievo, nella ristrutturazione e messa in sicurezza degli edifici e delle attrezzature scolastiche.

Da qui il mio giudizio positivo su una programmazione triennale come all’art. 2 del DDL se si rispettano le condizioni che ho descritto.

 D) L’organizzazione della scuola cattolica potrà essere un modello?
R) Credo di sì se sappiamo discernere la scuola pubblica paritaria cattolica alla quale fare riferimento. E’ data infatti l’esperienza, da un lato, di una scuola contestata, strumentalizzata, considerata un bene di lusso che regala i titoli di studio, ledendo ogni criterio di equipollenza; una scuola dove non mancano atteggiamenti di discriminazione nei confronti di alunni disabili – non supportati economicamente dallo Stato, come da loro diritto – o con cittadinanza non italiana e dove non mancano abominevoli episodi di docenti costretti a lavorare gratis.
Da un altro punto di vista si constata l’esistenza di una scuola pubblica paritaria cattolica rimasta tenacemente ancorata alla sua linfa secolare, che si è evoluta rispetto all’utenza delle origini, che forma eccellenze culturali a livello mondiale, animata dall’unico scopo di essere una scuola di qualità accessibile a tutti quanti ne condividono l’offerta formativa, nessuno escluso per ragioni sociali economiche religiose, oltre ogni filtro impostole dal sistema legislativo.

Si tratta realmente di un modello distonico da mr. Jackill e mr. Hyde?
Probabilmente sarebbe considerato meno distonico se il cittadino iniziasse a selezionare e distinguere in modo serio e rigoroso – mettendosi nei panni del desiderato, agognato Stato Verificatore e Valutatore – i soggetti che operano nell’ambito del Sistema Nazionale d’Istruzione (SNI): si potrebbe smascherare in tal modo la “finta scuola paritaria business” indegna dell’attributo  di “scuola” – su cui spargere il sale dopo averla rasa al suolo -, gravemente lesiva del SNI, e la scuola pubblica paritaria cattolica di qualità.
In questi anni la scuola pubblica paritaria cattolica seria ha introdotto tecniche organizzative, gestionali, manageriali per raggiungere un sano equilibrio economico–finanziario, consapevole che l’assenza di un supporto dello Stato l’avrebbe costretta ad applicare rette sempre più alte, ledendo così sempre più gravemente la libertà di scelta delle famiglie.

D) La scarsità delle risorse la vede impegnata quotidianamente in una lotta da un lato per l’esistenza e dall’altro per una intraprendenza profetica, nel disperato tentativo di conciliare solidarietà ed efficienza, gestione e fedeltà all’ispirazione della sorgente. La difficoltà di questa lotta per l’esistenza e per l’intraprendenza, che rappresenta il Tallone d’Achille di una scuola pubblica paritaria, ne rappresenta anche la chance che la rende una scuola efficiente ed efficace, scelta da molte famiglie nonostante il non indifferente impegno economico.
R) Gli innumerevoli vincoli, che legano la scuola pubblica paritaria cattolica, invece di stenderla al tappeto l’hanno resa una scuola che funziona. Al fine di ottenere e mantenere la parità, offrendo una proposta formativa fedele alla mission di ispirazione – oltre ogni fatica economica e ogni solitudine – essa ha tenacemente cercato le vie percorribili al fine di rispettare le seguenti condizioni di qualità:
-            locali idonei, sicuri e rispondenti alla normativa;
-            programmazione curricolare pienamente rispondente alle Indicazioni Nazionali;
-            iscrizioni regolari degli alunni;
-            assunzione di docenti abilitati – spesso dopo estenuanti e inutili ricerche nelle uniche graduatorie disponibili, quelle dei non abilitati, di certi Uffici Scolastici.

In realtà è solo la fedeltà alla Mission che ha permesso alla scuola pubblica paritaria cattolica di trasformare questi filtri e vincoli da semplici elementi funzionali e strumentali a punti di merito, perché mossa non dal mito dell’efficienza, ma dall’obiettivo della qualità; solo attraverso quest’ultima passa la strada che contribuisce alla formazione dei giovani che renderanno migliore la società. Che è il compito della scuola da sempre.
Si scopre così una scuola pubblica paritaria cattolica che, secondo un autentico spirito evangelico:
-       contribuisce al superamento del gap economico fra gli allievi;
-       favorisce in ogni modo il diritto di tutti ad acquisire le conoscenze necessarie per partecipare alla vita sociale e politica nel mondo contemporaneo;
-       incentiva e promuove l’integrazione del diverso (diverso da chi, poi, e chi lo stabilisce?)
-       incrementa la collaborazione e la crescita professionale dei docenti, qualificandoli e formandoli alla Mission spesso secolare, insieme a tutto il personale;
-       approfitta della riforma scolastica come occasione di ampliamento, piuttosto che di riduzione, dell’offerta formativa (a parità di spese);
-       segue gli allievi one to one, con una particolare attenzione ai ragazzi diversamente abili o con DSA (avendo attrezzato i docenti con l’opportuno aggiornamento);
-       valorizza e persegue la centralità dell’alunno, nel rispetto dei ritmi dell’età evolutiva, delle vocazioni, delle differenze e della identità di ciascuno nel quadro di una cooperazione tra scuola e genitori;
-       migliora la qualità e i livelli del servizio scolastico, rilanciando in modo propositivo il sistema dell’istruzione e della formazione anche attraverso iniziative di supporto, di promozione e di potenziamento, finalizzate ad una scuola di qualità;
-       propone un’offerta formativa di alto e qualificato livello, capace di corrispondere alle esigenze di sviluppo del territorio;
-       responsabilizza i presidi e i consigli di presidenza anche in ordine ai risultati delle attività amministrative e della gestione e valutazione degli stessi secondo criteri oggettivi, chiari e misurabili.

La Mission diviene così forza motrice che sollecita alla scuola gli interventi di carattere strutturale e organico, ma suggerisce anche tecniche e metodologie funzionali che le consentono di interpretare le attese e le esigenze dei giovani: in regime di parità, è una scuola pubblica che, facilitando ed orientando le scelte, offre reali opportunità formative attraverso la flessibilità e la personalizzazione dei percorsi, avvalendosi di competenze umane e professionali idonee allo scopo. E’ questo l’elemento qualificante di una scuola paritaria cattolica seria che ha saputo trasformare il proprio punto limitante, cioè il filtro di accesso e i vincoli, in intraprendenza profetica.
In generale, una scuola paritaria che ha saputo trasformare un proprio limite in una chance di qualità,  nonostante enormi sacrifici economici, viene scelta dalle famiglie per i suoi tratti distintivi e questo può certamente essere utile anche alla scuola statale come emerge dal DDL:

  1. L’originalità della scuola paritaria di qualità (SPQ) va ricercata nella libertà. E’ la libertà che ne presidia l’autenticità e ne fonda l’utilità per il Sistema Nazionale di Istruzione;
  2. Il fine: la SPQ si configura come scuola per la persona e delle persone. Questa consapevolezza esprime la centralità della persona nel progetto educativo, in particolare della scuola di ispirazione cristiana, ne rafforza l’impegno educativo e la rende idonea ad educare personalità forti; è la scuola che ha il coraggio di stipulare un patto formativo con i propri allievi e ristabilisce la responsabilità educativa delle famiglie.
  3. L’impegno a guidare gli alunni nella conoscenza di se stessi, delle proprie attitudini e delle proprie interiori risorse, per educarli a spendere la vita con senso di responsabilità.
  4. La funzione di trincea: la SPQ, fedele alla propria mission di fondazione, spesso sceglie di essere presente nei luoghi più dispersi ove non è presente la scuola pubblica statale, affinché nessuno resti escluso. Se è vero che una caratteristica del modello di scuola pubblica è che lo Stato non può esimersi dall’essere presente ove il territorio chiama, è altrettanto reale che la scuola pubblica paritaria cattolica spesso soddisfa questa necessità rispondendo ad un bisogno con intraprendenza coraggiosa e liberando per lo Stato risorse preziose da impiegare altrove.
  5. Nella dimensione ecclesiale della scuola cattolica, si radica anche il distintivo della scuola pubblica paritaria come scuola di tutti e “per ciascuno”, con particolare attenzione ai più deboli. La storia ha visto sorgere la maggior parte delle istituzioni educative scolastiche cattoliche come risposta alle esigenze delle categorie meno favorite sotto il profilo sociale ed economico. Non è una novità affermare che le scuole cattoliche sono state originate da una profonda carità educativa verso giovani e ragazzi abbandonati a se stessi e privi di qualsiasi forma di educazione. Le fatiche economiche l’hanno spinta negli anni a ricercare un equilibrio interno al fine di non applicare rette troppo elevate e di introdurre borse di studio, consentendo l’accesso ai meno abbienti e sensibilizzando i più abbienti a farsi carico del costo delle persone più deboli.

In estrema sintesi: una scuola pubblica paritaria cattolica di qualità, realizzata attraverso la razionalizzazione e l’ottimizzazione di tutte le risorse disponibili, la centralità dell’investimento educativo e formativo per meglio corrispondere alle attese e alle aspirazioni degli studenti e delle loro famiglie, e in cui è valorizzato il lavoro degli insegnanti; una scuola all’insegna di due fondamentali principi, quello della solidarietà e quello dell’eccellenza per tutti e per ciascuno, può essere considerata un punto di partenza per il sistema scolastico italiano teso a formulare il “Modello di una Buona Scuola Pubblica”, statale e paritaria.

D) La scuola cattolica dalle innovazioni proposte potrà avere dei benefici e dei vantaggi?R) Credo che la scuola pubblica paritaria cattolica, da questo DDL, si ritrova pienamente parte del SNI come da anni è stato dichiarato. Potrà certamente innovarsi alla luce di quanto sopra detto e sperare in una leale e bella concorrenza sotto lo sguardo di uno Stato garante; questo la renderà una scuola sempre più al servizio della societas.

D) Nei cortei si accusa il governo che sostiene la scuola cattolica  per lo sgravio fiscale di 400 euro. Che ne pensa? Cosa rispondere  a quanto prevenuti contestano e accusano?
R) Da anni la mia risposta resta la medesima e non arretra di un centimetro.
- Dal 1948 ad oggi si è assistito alla discriminazione degli allievi, figli di famiglie che, volendo caparbiamente esercitare il diritto alla libertà di scelta educativa, che fa parte dei Diritti Umani, hanno affermato questa libertà indirizzandosi verso la scuola pubblica paritaria. Discriminazione che appare feroce verso i figli dei poveri, che non possono scegliere.
- E’ proprio la nostra Repubblica che ha riconosciuto loro questo diritto all’Art. 3 della Cost., in un pluralismo educativo all’art. 33; l’Europa, con le Risoluzioni del 1984 e del 2012 lo ha espressamente richiesto; la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo rivendica la libertà di scelta educativa sia per l’individuo che per la famiglia.
- La libertà di scelta educativa può esercitarsi solo ed unicamente in un pluralismo educativo come sancito dalla Costituzione italiana all’art. 33 e all’art. 118 “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.”.

Dunque, mentre è stato chiarito che publicum est pro populo, si è evidenziato che pubblico è ciò che è fatto per l’interesse pubblico, quindi non implica necessariamente e solo la gestione statale.
Chi non intende le ragioni del diritto, intenderà quelle dell’economia: le famiglie che scelgono la scuola pubblica paritaria pagano e le tasse per la pubblica statale e le rette per formare i loro figli. Dunque, triplo vantaggio: 1) offrono un gettito di imposta per la scuola statale a fondo perduto; 2) fanno risparmiare ben sei miliardi di euro allo Stato, costituenti un’entrata a fronte della mancata spesa,  e 3) formano per la collettività cittadini in grado di produrre ricchezza con il loro lavoro. Attualmente, i cittadini lavoratori formati dalle scuole pubbliche paritarie non sono costati una lira allo Stato: semplicemente lo arricchiscono. Dunque gli convengono.
Ma in una democrazia non possono esistere cittadini di serie A e di serie B.
Pertanto ben venga la detrazione fiscale nel breve periodo, che si perfezioni speditamente verso il costo standard per allievo, fattore di efficienza e di sostenibilità nel buco nero della pubblica istruzione.
Detrazioni fiscali di massimo 400 euro annui per una famiglia della pubblica paritaria, a fronte del costo di un allievo alla scuola statale di ben 8.000 euro annui solo di spese correnti, mi pare una cifra ben meno che simbolica – seppur ribadisco garantisce un diritto in capo alla famiglia per la prima volta. Entrambe le famiglie (della paritaria e della statale) hanno pagato le tasse per un sistema scolastico integrato e plurale. Poi, se quello che fa problema è che vi siano scuole cattoliche – anche se lo abbiamo detto in tutte le lingue del mondo che la scuola pubblica paritaria è sia cattolica, sia laica, sia ebraica ecc. – si dia alla famiglia la possibilità di scegliere e se nessuna di queste scuole sarà scelta, bene: avranno chiuso. Se questi signori sono cosi certi della loro idea raccolgano la sfida che forse questo governo ha lanciato. Si badi bene: la laicità pura non teme mai il confronto e se non genera autentica libertà di scelta, smette di chiamarsi laicità e si chiama dittatura,  monarchia assoluta.
L’homo ideologicus del corteo dichiari apertamente che l’individuo, la famiglia non ha il diritto di scegliere l’educazione per il figlio e pertanto non ne ha la responsabilità; quindi deve essere interdetta e lo Stato deve intervenire in sua vece.

D)  Ai cinque punti di criticità: titolarità territoriale, eliminazione delle garanzie contrattuali, valutazione, scatti di anzianità e assunzioni, ci sarà forse di aggiungere altro: ruolo dei genitori.
R) Non sono certa che questi aspetti siano critici, o meglio, che non abbiano i loro tratti interessanti. Sono a favore della valutazione seria, trasparente, pubblicizzata in modo puntuale,  di tutto il sistema scolastico poiché rappresenta una leva di buona gestione. Sugli altri aspetti mi riservo di attendere gli sviluppi. Ritengo inoltre che, benché la famiglia entri in questo DDL e in qualche modo la si coinvolga, essa non è ancora un attore principale quale dovrebbe essere, avendone la responsabilità educativa, in quanto non ha la possibilità di scegliere il progetto educativo, l’identità di scuola pubblica (paritaria oltre che statale) che i genitori ritengono consoni alla propria visione della vita. Questo DDL ha il grande pregio di introdurre criteri di autonomia, competenza, merito, valutazione, ma lascia, proprio per questo, un po’ l’amaro in bocca poiché la detrazione di 400 euro, benché sia un passo avanti, non può considerarsi la garanzia di un diritto inalienabile qual’ è la libertà di scelta educativa in un pluralismo educativo. Il cittadino povero, la badante, l’operaio semplice, il fattorino, il portinaio non possono scegliere. Ma occorrono fiducia e volontà di non mollare riguardo ad un aumento della detrazione e soprattutto riguardo alla “prospettiva salvifica” – per scuola pubblica statale e pubblica paritaria – del costo standard.

D) Come saranno gli studenti della scuola  con una così ricca overdose di competenze?
R) Le competenze non potranno mai essere una “overdose” perché la persona umana non è un vaso da riempire… La scuola pubblica italiana, paritaria e statale, ha già una tradizione avanzatissima di conoscenze, come dimostrano i nostri nomi di eccellenza sparsi per il mondo. Ciò che le occorre ora è un collegamento più diretto con la realtà delle aziende, del mondo produttivo, anche culturale. Occorre che gli studenti siano messi in grado di “far fruttificare” i loro talenti e non solo gli alunni dei CFP o dei Licei Tecnologici e Scientifici, ma anche quelli che scelgono studi classici. Il mondo deve ripartire con uno slancio di competenze culturali basate soprattutto sulla riflessione, sul pensiero, sulla logica, sull’apertura mentale. Il massacro dei 147 studenti universitari in Africa deve dirci qualcosa…. Vogliamo finire tutti così? Il mondo si è distratto: ha tralasciato la cultura, la riflessione, il pensiero fecondo sulla storia e sulla persona umana. E questo è il risultato.
D) La centralità educativa sembra poco evidenziata esplicitamente . Cosa si suggerisce per rimetterla al centro del sistema?
R)Non potrà farlo certamente un DDL. Potremmo riporla al centro se avessimo tutti il coraggio di ricollocare la famiglia quale cellula fondante alla base della societas; una famiglia soggetto del diritto, messa in condizione di orientare a proprio favore le scelte educative, culturali, sociali, economiche, politiche. La scuola pubblica (paritaria e statale) si deve preparare ad “essere scelta” dalla famiglia e quindi dovrà avere una propria identità nell’assoluto rispetto degli standard dettati dallo Stato garante. Ma finché la famiglia sarà considerata un mero strumento da sfruttare per politiche di mercato e sociali utili ad un sistema di “sussidiarietà al contrario” (la famiglia sostiene lo Stato e non viceversa, come dovrebbe essere), nessun ddl potrà ridare senso all’educazione. Si restituisca da parte di ciascuno di noi, chiesa, politica, economia, scuola, la dignità alla famiglia riconoscendole quel ruolo educativo defraudato da tante logiche miopi e da tanti compromessi.

D) Le nuove tecnologie saranno veramente il futuro della scuola?
R) Credo delle nuove tecnologie nella misura in cui saranno strumenti, mezzi e non fini. Spesso noi  viviamo di mode che passano, ma sui ragazzi non possiamo rischiare. Le nuove tecnologie, in sé, non sono solo il futuro della scuola, ma della società civile. Già sono in uso dappertutto. Si pensi alle transazioni  e agli acquisti online, all’uso degli smartphone. Non parliamo di chi, come la sottoscritta, opera in campo amministrativo e gestionale… Vivo di pane e schermate di bilanci. Per fortuna anche di Altro… Ma la tecnologia non deve essere sdoganata come l’eccellenza di una scuola. Dovrà essere uno degli elementi di normalità e neppure ciò di cui vantarsi. La classe della primaria 2.0 mi fa paura se non è accompagnata da docenti ben preparati, equilibrati, consapevoli del loro ruolo educativo, edotti sulle radici identitarie della propria scuola, disponibili al dialogo costruttivo con la famiglia, collaborativi nella propria équipe socio-educativa…

Mi sono spesso domandata se l’utilizzo dei tablet non sia spesso lo specchietto per le allodole e lo strumento di un inganno ulteriore per la famiglia. Il tablet è divertente, all’inizio, ma non è da questo strumento – sicuramente utile – che dipendono le sorti della cultura e della civiltà italiana. Le LIM sono strumenti meravigliosi,ma ho notizia di scuole che hanno dovuto aspettare un mese per ricevere la promessa assistenza tecnica per il piccolo guasto… Lascio immaginare quando le scuole hanno duemila alunni e 100 classi…  Resta sempre valido il consiglio di tenere sempre una lavagna bianca con pennarelli cancellabili nelle classi!

Giuseppe Adernò

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Libertà o privilegio di educare?

Lettera aperta ai ragazzi italiani
Carissimi ragazzi, è passato un giorno dal vostro lancio di vernice sui poliziotti e sembra che ne siano passati mille. Nel senso che, ripulite le divise e le strade dai rifiuti, è giusto il tempo di ragionare. Siete connessi?

ragazzi-tra-i-banchi-di-scuolaDue parole su alcune verità che alcuni vostri adulti di riferimento (anche proff.) non sono stati capaci di dirvi. Quando i ragazzi sanno la verità sono scomodi. Conveniva tenervi all’oscuro. “La libertà di pensiero si coltiva con la cultura e la scienza”. Ragazzi, solo un approccio critico alla realtà vi renderà autorevoli e farà volare alto i vostri pensieri, alto oltre ogni strumentalizzazione. Questo non conviene a chi vi gestisce. Il “contro” della vostra protesta di ieri era il governo Renzi, reo di aver varato la scuola di classe.

‘Contro la scuola di classe’; ‘Renzi, Giannini come la Gelmini’; ‘Nella nostra buona scuola la lotta è di classe’; ’12 Marzo, Una generazione che non si arrende’. E ancora, ‘Contro la scuola dei padroni 10, 100, 1000 occupazioni’.

Ritrovo spesso la parola “classe”. Allora, ragazzi, vorrei davvero che voi lottaste contro la scuola di classe, contro i padroni. Ma per far questo occorre che voi sappiate chi sono i “padroni” della vostra mente, che vi impastano il cervello.
Vi siete mai domandati chi nel Pianeta Terra ha la responsabilità educativa sui bambini, sugli adolescenti, sui giovani che sono figli? Chi, cioè, ha il compito di renderli persone libere?
Sono i genitori, è la famiglia, ed è così fin dall’età della pietra. Il padre insegnava al figlio come si accende il fuoco e la madre lo educava con i racconti, la narrazione, il gioco. Poi sono sempre i genitori che nell’età classica affidano il figlio al liberto greco (bhè, non tutti si chiamavano Alessandro il Macedone, che aveva come maestro Aristotele!) sino alla nascita della Scuola nell’età moderna, passando dalle università medievali.

Dunque, responsabilità educativa implica libertà di scelta educativa. Altrimenti, la famiglia sarebbe responsabile di che?
Questo è chiarissimo nella Costituzione, nata nel 1948: Articolo 30, 1° comma: “E` dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio”; 2° comma: “Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti”. Cioè: se i genitori sono incapaci di scegliere l’educazione dei propri figli, ci pensa lo Stato. Ecco il punto: oggi, in Italia, i genitori sono liberi di scegliere l’educazione dei propri figli? Risposta: No! Soprattutto se sei un povero diavolo delle periferie italiane, o un immigrato delle periferie del mondo. In Italia, chi vuole scegliere la buona scuola pubblica per suo figlio, deve pagare. E non solo le tasse, che sarebbe giusto; la buona scuola pubblica è statale e paritaria. Per Legge (62/2000), che piaccia o no. Tutti hanno il diritto di scegliere una delle due, ma non ne hanno la possibilità. Lo Stato dice: se vuoi scegliere la pubblica paritaria, paghi due volte; altrimenti, vai alla statale e non scegli. Dunque, in Italia i genitori sono interdetti, cioè considerati incapaci di scegliere. E l’incapacità è data dai soldi che non hanno. Qualcuno di voi ragazzi ricorderà la storia romana: nella Repubblica, chi non aveva soldi faceva il trombettiere. Niente cavallo. In Italia: niente soldi, niente libertà di educazione.
Ovviamente per scegliere ci vuole una scelta tra più elementi. Per questo i costituenti, che avevano sale in zucca, hanno scritto: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. Questo non dice ciò che gli impastatori dei vostri cervelli vogliono farle dire; semplicemente, se vuoi fare una scuola, te la costruisci; ma poi, dato che è un servizio pubblico, la Costituzione aggiunge: “La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali”. Quindi non devono esistere alunni di serie A e di serie B… Non importa chi costruisce i muri della scuola! Ragazzi, bisogna essere proprio un’aquila per capire questa cosa? In tutta Europa (tranne Grecia e Italia) l’hanno capita. In Francia andare a scuola in un Istituto paritario costa 700 euro all’anno: meno dell’ultimo modello di IPhone (scommetto che qualcuno del vostro corteo ce l’aveva… un prof. non se lo può permettere. Alla faccia della scuola di classe!). A dirla in modo raffinato, in Italia si riconosce il diritto di scegliere la scuola pubblica (statale o paritaria, ripeto) ma non lo si garantisce. Elegantemente, dico che è una “presa in giro”. Nei confronti dei vostri genitori, prima di tutto. E anche per voi. Persino la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (emanata dopo la nostra Costituzione) rivendica la libertà di scelta educativa sia per l’individuo che per la famiglia.

Un grande uomo politico (cercatelo su internet!) ha detto: «Finché gli italiani non proteste-studentivinceranno la battaglia delle libertà scolastiche in tutti i gradi e in tutte le forme, resteranno sempre servi (…) di tutti perché non avranno respirato la vera libertà che fa padroni di se stessi e rispettosi e tolleranti degli altri, fin dai banchi della scuola, di una scuola veramente libera».

I primi servi, schiavi, sono quelli che non ragionano, che mettono il cervello all’ammasso. Con i ragazzi come voi è un giochetto facilissimo. Chi manipola il vostro cervello di certo non commenta onestamente quest’altro passaggio della Costituzione, che è chiarissimo sulla linea della libertà di scelta: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Ovvio che se devi essere libero e scegliere la scuola che vuoi – e hai solo la scuola pubblica di un colore, verde ad esempio – ti può venire voglia di scegliere tra una scuola rossa e gialla. Altrimenti ti dicano che non devi scegliere, ed è morta lì. Anche a questo la Costituzione ha pensato (bella proprio, come ha detto Benigni): “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.” (art. 118). Scuole pubbliche, di cittadini singoli e associati, non solo pubbliche statali. Perché pubblico non significa statale. Il taxi del cugino Gino, non si chiama “autopubblica?”
Ragazzi, usiamo il cervello, almeno una volta: chi non lo fa è un tronco, come diceva il bravo maestro di Alessandro Magno, quello di prima. Rivendicate una scuola pubblica – statale e paritaria – per tutti che non escluda nessuno. Una scuola pubblica buona, per cui siano rase al suolo (con spargimento di sale, come a Cartagine) le cattive scuole pubbliche, statali e paritarie. E scuola buona vuol dire professori buoni, anzitutto istruiti (non è scontato), poi onesti e intelligenti, visto che hanno a che fare con voi.
Le misere detrazioni previste dal decreto per i genitori che desiderano la pubblica paritaria per i loro figli sono una goccia nel mare, un’elemosina, visto che oltre a pagare le tasse a fondo perduto, pagano la scuola pubblica che scelgono e garantiscono allo Stato un cittadino che a sua volta pagherà le tasse e che gli è costato un ventesimo di quello che costa l’alunno della pubblica statale. Siamo ridicoli.

Ma se qualcuno di voi volesse ragionare un po’ più a fondo, dovrebbe porsi la domanda: quanto dovrebbe costare allo Stato ogni alunno, per stabilire una quota giusta, prevedibile, aggiustabile nei casi di necessità, per non affogare nei debiti, per evitare gli imbrogli, per starci dentro con le spese, per pagare in modo civile i proff. (in Europa guadagnano tre volte più dei nostri e chi non è bravo cambia mestiere), per avere scuole che non vi cadano a pezzi in testa? Questo calcolo si chiama Costo Medio Standard per allievo. In Italia ci manca. Nessuno lo sa. Buio. Fatta la luce, lo Stato potrebbe dire: “Un alunno costa tot. Io mi organizzo e vedo di starci dentro, ma non mi conviene: chi sa gestire scuole, cioè un servizio pubblico, faccia! Tutti saranno liberi di scegliere. Naturalmente io Stato controllo e detto le indicazioni didattiche generali (che ci sono già) e se qualcuno sgarra, statale o paritario, intervengo a gamba tesa”. Solo chi è disonesto non condivide questo ragionamento. Ragiona così tutta Europa: siamo noi italiani (e i greci) gli unici intelligenti?

Qualche numero facile facile, comprensibile da chiunque di voi (matematica si fa in tutte le scuole superiori), e buona lettura. Scrivetemi,

srmonia@yahoo.it

 

 

 

 

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Evangelizzazione e Catechesi come momenti educativi

“La catechesi ha come suo fine quello di trasmettere i contenuti della fede della chiesa non in modo dottrinale e deduttivo, ma come modalità educative che investono la relazione tra le persone coinvolte e interessino tutte le dimensioni proprie dell’uomo: Catechisti_Vicenza_2014_Copertina_Immagineintelligenza, cuore, volontà ed azione. Per questo il Documento di Base indica con chiarezza le quattro finalità della catechesi: Educazione ad una mentalità di fede, iniziazione alla vita di una comunità ecclesiale, integrazione tra fede e vita, capacità di aprire la mente e il cuore ad un orizzonte universale, ecumenico e dialogante con tutte le realtà culturali, religiose, sociali del nostro mondo”[1] L’evangelizzazione non sarebbe completa se non tenesse conto del reciproco appello che si fanno continuamente il Vangelo e la vita concreta, personale e sociale dell’uomo.[2] Il mandato di Gesù, infatti, abbraccia tutte le dimensioni della vita umana e il compito della evangelizzazione implica ed esige una promozione integrale di ogni essere umano.[3]

Questi testi tratti da documenti ufficiali del Magistero mettono ben in luce l’intimo rapporto tra evangelizzazione, catechesi e processo educativo sottolineando che è l’uomo, tutto l’uomo da tenere in considerazione nel cammino della fede. Non esiste la fede in astratto, ma l’uomo, la donna di fede per cui ben a ragione S.Tommaso d’Aquino ci ricorda che “essere cristiani non solleva gli individui dal dovere di essere uomimi”. Uomini che vanno  educati nella integralità  della loro persona perché ogni volta che l’uomo rinuncia al riconoscimento e alla attuazione della sua struttura relazionale e spirituale si pone in una situazione di deriva disumanizzante. La fede è figura di un sapere autentico che si addice all’uomo giusto, all’uomo che prende coscienza della sua costituzione irriducibile, e sacra. Nell’educare dobbiamo offrire elementi  decisivi per reintegrare la fede nel processo del sapere ed abilitare al giudizio e alla decisione responsabile.

Il documento CEI sulla formazione dei catechisti sottolinea che primo obiettivo è il promuovere la realizzazione della loro personalità umana e cristiana mettendo in luce l’esigenza di far coincidere la maturità umana con l’essere credenti, cristiani, catechisti, membra attive della comunità ecclesiale. La maturità umana suppone il crescere come persone capaci di equilibrio nelle scelte di dialogo, di iniziativa, di collaborazione e quindi di saper cogliere nei segni quotidiani la presenza e l’azione del Signore.

L’immagine del catechista, allora, è quella dell’educatore che si confronta con Cristo, che insegna a stabilire relazioni autentiche e un vero dialogo con i catechizzandi; che si fa testimone della vita e della Parola perché sia efficace la sua educazione alla fede. Essendo segno vivente di quanto annuncia la sua vita diventa il primo messaggio,immagine immediata di Chiesa e di identità cristiana che si esprime in una adesione personale  libera e responsabile all’amore di Dio. Il servizio del catechista è servizio all’uomo, conoscenza della persona, dei suoi processi di crescita, della comunità in cui ognuno vive e cresce. Non si può educare se non si entra nel cuore e nel contesto dell’altro, se non lo si accompagna giorno per giorno nel suo itinerario sempre singolare. Il metodo diventa allora servizio fraterno, in una ricchezza di insegnamenti, di proposte e suggestioni che sviluppano e adattano le facoltà spirituali del cristiano per meglio abilitarlo all’atto di fede.[4] La catechesi è educazione nel senso pieno del termine ed il catechista è educatore a tempo pieno nella comunità, proponendo contenuti, tenendo conto della realtà dei soggetti e dell’ambiente concreto in cui è chiamato ad operare; si serve delle tecniche e degli strumenti di apprendimento e di educazione proposti dalle scienze umane mettendo i destinatari in grado di cogliere la presenza e l’azione di Dio nella loro vita e nella storia dell’umanità, aiutandoli a rispondere positivamente alle sue chiamate, di saper verificare il cammino compiuto. Non si può evangelizzare senza educare l’uomo ad essere veramente se stesso: l’evangelizzazione lo esige come legame diretto. Incontrando Cristo trova la sua vera luce il mistero dell’uomo, come afferma il Concilio Vaticano II. La chiesa possiede al riguardo una tradizione di risorse pedagogiche, riflessioni, ricerca, istituzioni, persone – consacrate e non raccolte in ordini religiosi, in congregazioni, in istituti –  in grado di offrire una presenza significativa nel mondo della scuola e della educazione[5]. E’ sul piano dell’umano che parte il dialogo dell’evangelizzatore e del catechista per trovare punti di riferimento e valori fondanti per un accompagnamento educativo, culturale e spirituale.

Il secolo in cui convivono credenti e non credenti presenta qualcosa che li accomuna: l’umano. Proprio questo elemento dell’umano che è il punto naturale di intersezione della fede può diventare il luogo privilegiato della evangelizzazione. E’ nella umanità piena di Gesù di Nazareth che abita la pienezza della divinità (Col 2,9). Purificando l’umano a partire dall’umanità di Gesù di Nazareth i cristiani possono incontrarsi con gli uomini secolarizzati ma che tuttavia continuano  a interrogarsi su ciò che è umanamente serio e vero.[6]

L’emergenza educativa, presa in considerazione dalla Chiesa italiana in questo decennio, va affrontata con decisione per non vanificare ogni impegno di evangelizzazione e di educazione delle nuove generazioni. Diventa quindi ineludibile una attenzione a quell’insieme di orientamenti, idee, valori e riferimenti che esprimono l’idea di Dio e di uomo. La catechesi nel suo aspetto educativo orienta le persone al discernimento cristiano, a quel dono dello Spirito –come dice papa Francesco – che è capacità di vedere, giudicare, scegliere la vita giusta e vera nel complesso di vicende storiche del mondo di oggi: capacità che si sviluppa nella tensione tra la forza della libertà donata dal Vangelo e le sane aspirazioni alla libertà provenienti dalle risorse della comunità degli uomini: tra la luce che sulle radici peccaminose del male getta il Vangelo e la luce che le analisi e i progetti sociali aprono sulla convivenza umana; tra il patrimonio di esperienze, di istituzioni, di azione politica ispirate da una fede coerente e il patrimonio di valori autenticamente umani presenti nella esperienza di persone e gruppi dichiaratamente cristiani.[7]  

Nell’educare la catechesi deve quindi, offrire elementi decisivi per reintegrare la fede nel processo del sapere ed abilitare al giudizio e alla decisione responsabile. Ma, l’educare è una delicata missione, che impone all’educatore cristiano uno stile di vita coerente, una maturità umana e cristiana tale da saper scomparire quando nell’altro cresce e matura il credente. Camminare accanto, fare strada insieme. Oltre all’interpretazione letterale la strada indica uno stile relazionale che apre il cuore all’avventura, alla conoscenza di altri luoghi e di nuove esperienze. Nel Vangelo la strada indica il luogo della evangelizzazione dei poveri, degli ultimi…. e il mandato ai discepoli di fare la strada evangelizzando.
Sr Lorenzina Colosi fma

1 CEI – Educare alla vita buona del Vangelo – Roma 2010
2  PaoloVI – Evangelii nuntiandi – n.29
3  Papa Francesco – Evangelii gaudium n.182
4 (G.Colombo- la fede vissuta. Dal Catechismo della chiesa cattolica all’educazione morale,Milano, Paoline 1994 )
[5] Sinodo 2012- Instrumentum laboris n.147
[6]  Ibidem n. 54
[7]  Francesco – Evangelii gaudium n.
[8] (Mt 10,7; Lc 10,9). Se evangelizzazione è l’annuncio dell’amore del Padre, che si è manifestato in Gesù di Nazareth, promozione dell’uomo è la risposta che ne consegue nella sua verificazione storica. Se è vero che la salvezza è dono, non è meno vero che essa deve trovare nell’uomo una capacità di assenso, che si traduce nel portare frutto per la vita del mondo. La salvezza cristiana deriva dall’unità di questo duplice movimento, in cui sono inscindibilmente uniti l’amore di Dio e il sì concreto dell’uomo. Allora si capisce come la promozione umana è il luogo stesso della fede e dell’esperienza di Dio, l’attualizzazione della parola di Dio nella storia come parola di verità e di vita.(G.Piana)

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“UN PATTO TRA GENERAZIONI?”… noi ci siamo

Come sempre, le parole del Santo Padre ci fanno riflettere e sembrano essere rivolte ogni volta a ciascuno di noi.
wellness-urlaub-pustertal-hotel-royal-familie-hinterhuber-1Oggi (mercoledì 11 febbraio 2015) durante l’udienza generale, Papa Francesco ha voluto parlare di figli, dopo aver già parlato di padre e di madre.
Padre, madre e figli, non sono ruoli che ricopriamo per un determinato tempo: non scadrà mai il nostro essere padre, il nostro essere madre o il nostro essere figli; non sono mandati a tempo.
Nella storia dei popoli si è spesso verificata una rottura tra le generazioni: i giovani chiedono più libertà, mentre gli adulti non sono capaci di scommettere sulle giovani leve. Ciò avviene anche oggi: ci dicono che non avremo un futuro se non fuori dal nostro Paese (ma qualcuno si assume le responsabilità di ciò?), ci dicono che se non avremo un futuro, come potremmo mai aspirare ad una pensione?
Allo stesso tempo ci sono giovani che pur di ricoprire un ruolo, di occupare uno spazio, rivendicano quello che ormai è entrato nel gergo comune come “rottamazione”, negando l’importanza della formazione, della cultura e dell’esperienza. Papa Francesco invece ci invita a legare la speranza di un popolo e l’armonia fra le generazione e continua: “La gioia dei figli fa palpitare i cuori dei genitori e riapre il futuro. I figli sono la gioia della famiglia e della società”.
Prima di spegnersi prematuramente, Fratel Giuseppe Lazzaro, fondatore del Movimento Studenti Cattolici, ci rivolgeva queste parole: “I ragazzi sono l’ultima parola di Dio, quella più aggiornata che egli rivolge agli uomini, pertanto essi si portano dentro, in modo del tutto istintivo, il bisogno di protendersi verso il futuro, e l’urgenza di aprirsi alle novità”.

Da questi messaggi abbiamo bisogno di ripartire, insieme, figli, madri e padri.
Il Santo Padre ci incoraggia a non avere paura nell’impegno a costruire un nuovo mondo: da qui nasce la differenza tra chi è giovane di idee e chi lo è solo anagraficamente.
Chi è giovane, e in particolare i giovani cattolici, non possono che essere ottimisti e parte attiva della propria realtà. Chi invece guarda il mondo dalla finestra nella speranza che prima o poi arrivi un eroe a salvarlo è capace soltanto a crearsi idoli, che come tali nel tempo scompariranno. Non crediamo però a giovani che nascono, crescono e si formano da soli.

Si affaccia la necessità di un patto (non un contratto formale) tra le generazioni, che superi l’egoismo individuale e che si concentri a guardare un orizzonte più ampio e lontano. A conclusione dell’udienza generale Papa Francesco invitava i genitori a pregare per i figli, noi qui chiediamo di pregare gli uni per gli altri. Questa nuova alleanza deve partire da qui.

Renato Lavezzi e
Maria Francesca Altimari
Movimento Studenti Cattolici-FIDAE

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Famiglia: cellula primaria della società

 “Per fare l’albero ci vuole il seme”. Cosi cantava il grande Sergio Endrigo in una delle sue x-defaultpiù popolari canzoni. Parole illuminanti – quasi banali – che spiegano come il mondo debba andare avanti e svilupparsi: piantare il seme per costruire l’albero, prendere un mattone per costruire una casa, creare una famiglia per contribuire alla società. Partendo da questo principio notiamo che qualcosa nell’attuale società organizzata sta cambiando. La famiglia da sempre è il seme che dà vita al grande albero del sociale.

Padre, madre, uniti dal sacro vincolo del matrimonio che è “un lungo viaggio che dura tutta la vita”,  e tre figli, un numero giusto secondo Papa Francesco. É l’identikit della famiglia perfetta tracciato da Papa Francesco, ritratto della famiglia tradizionale, che si rifà alla dottrina sociale della Chiesa Cattolica: un “santuario di rispetto per la vita” dal concepimento fino alla morte. Una famiglia pronta ad accogliere anche i nonni, ma non troppo numerosa perché per essere buoni cristiani “non bisogna fare figli come conigli, ma tendere a una paternità responsabile”. Negli ultimi anni, con grandi eventi mondiali come il Family day, le comunità familiari si sono sentite in bisogno di riaffermare i loro diritti e di manifestare, in moltitudine, per richiamare l’attenzione sul ruolo che la famiglia svolge continuamente nella comunità del mondo. Lo sviluppo interminabile delle infrastrutture e della tecnologia, l’ultra globalizzazione, il mito del progressismo e il modernismo di pensiero aiutano a creare mentalità più aperte, ma lasciano in disparte alcuni principi fondamentali che sono alla base proprio del progresso sociale e dello sviluppo della società stessa, anche se ad alcuni sembra che siano d’ostacolo.

La comunità familiare è la chiara iniziazione alla vita comune: prima in rapporto col fratello di sangue, successivamente con il fratello del mondo e in ultimo con le istituzioni. I piccoli segreti dell’arte del vivere insieme fatta di sacrifici comuni, di servizi e di rispetto prendono vita dal semplice “lavoretto per la mamma” che il bambino si adopera a fare, passando per il ruolo che il fratello maggiore assume nell’aiutare il minore nei compiti scolastici e diventano dapprima un dovere e in seguito un moto di coscienza. Il genitore con il “si” e con il “no”, con il “devi” e “non devi” svolge il suo ruolo di insegnante delle cose della vita con minacce, in prima istanza poi con spiegazioni sempre più articolate che sfociano in litigi, ma che mettono il ragazzo davanti alla realtà delle cose e al mondo del valore. Più i genitori si adoperano nell’insegnare i valori fondamentali con i fatti, più i figli sono portati a seguirli, a capirli e quindi a mettersi in relazione con il mondo e con lo Stato.

Enormi sono i frutti della famiglia per il bene dell’individuo che la compone e per la salute del mondo circostante. I grandi problemi di pace, di tolleranza, di comprensione del diverso sono strettamente legati all’insegnamento familiare e alle piccole coscienze formate in famiglia, educate per poi essere trapiantate nel sociale e contribuire come anime rette alla conduzione della comunità. Si potrebbe quindi affermare che, se un albero-società si sviluppa malato e fragile, forse la responsabilità stava nel coltivare bene il seme-famiglia, sostenere con forza lo sviluppo del fiore in modo da avere una meravigliosa pianta. Per questo le famiglie sono legittimate a chiedere di più alla società ed allo Stato, poiché l’unione stabile dell’uomo e della donna è: chiesa domestica e cellula fondamentale della società, alla base delle quali vi deve essere ascolto, preghiera, perdono e accoglienza. Solo con questi principi, la famiglia potrà tornare ad essere ruolo di seme di vita e cellula primaria della società.
Maria Francesca Altimari - MSC FIDAE
Renato Lavezzi – MSC FIDAE

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LA FAMIGLIA: scuola di umanità e di fede

Rassicuranti sono per i genitori  le conclusioni  del Sinodo  che riaffermano che “la Famigliafamiglia è  veramente scuola di umanità e di evangelizzazione” (2). Purtroppo l’esperienza sociale ed ecclesiale di ogni giorno non sembra concretizzare né evidenziare queste affermazioni, le stesse famiglie non ne sono convinte. Ci si conforma, piuttosto, al racconto massmediatico di una famiglia incapace di educare, indotta a delegare fino ad essere esclusa dai processi educativi e scolastici.

La Relazione dei Vescovi ribadisce con forza: “Una delle sfide fondamentali di fronte a cui si trovano le famiglie oggi è sicuramente quella educativa, resa più impegnativa e complessa dalla realtà culturale attuale e dalla grande influenza dei media” (60). Capita, invece, che quando si parla di famiglia, si presti molta attenzione ai suoi compiti di cura e di mantenimento della prole, sottovalutando quelli educativi che promuovono l’umanizzazione delle nuove generazioni, come dire la trasmissione dei valori della nostra civiltà e della nostra tradizione religiosa. Risulta, quindi, di prioritaria importanza sostenere la famiglia nella consapevolezza delle proprie competenze connaturali, accrescendone l’autostima e la fiducia nelle sue possibilità educative. Come dire che “Vanno sottolineati prima di tutto gli aspetti positivi delle famiglie capaci di essere luoghi di crescita, soggetto imprescindibile per l’evangelizzazione, in grado di esprimere una testimonianza missionaria” (2).

“Se l’educazione è la dimensione costitutiva e permanente dell’evangelizzazione, se la Chiesa è anzitutto la scuola dove Gesù insegna” (Educare alla vita buona del Vangelo 2010) risulta evidente che: “La famiglia è la prima via e la più importante della Chiesa e della società. La Chiesa desidera educare soprattutto attraverso la famiglia, a ciò abilitata dal sacramento del matrimonio, con lo specifico carisma che è proprio dell’intera comunità famigliare; la famiglia sta al centro, relegarla ad un ruolo subalterno e secondario significa recare danno all’autentica crescita dell’intero corpo sociale” (S. Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 1994).

Questa visione culturale e religiosa viene ribadita dal Sinodo: “La famiglia assume per la Chiesa un’importanza del tutto particolare e nel momento in cui tutti i credenti sono invitati a uscire da se stessi è necessario che la famiglia si riscopra come soggetto imprescindibile per l’evangelizzazione. Il pensiero va alla testimonianza missionaria di tante famiglie” (2).  Vanno tenute in debito conto le esigenze e le attese di famiglie capaci di essere nella vita quotidiana, luoghi di crescita, di concreta ed essenziale trasmissione delle virtù che danno forma all’esistenza. Ciò indica che i genitori possano scegliere liberalmente il tipo dell’educazione da dare ai figli secondo le loro convinzioni” (60) .

Abbiamo riprova quotidiana che l’insistenza sui limiti e le carenza disperde l’apporto prezioso  di molte famiglie, che sono indotte a perdere la fiducia nelle proprie capacità ed a scaricare sulla Chiesa e sulle Istituzioni le proprie responsabilità educative e sociali.

Il primo impegno a cui il Sinodo richiama, quindi, la Chiesa è quello di “sostegno alle famiglie, partendo dall’iniziazione cristiana, attraverso comunità accoglienti. Ad essa è chiesto, oggi ancor più di ieri, nelle situazioni complesse come in quelle ordinarie, di sostenere i genitori nel loro impegno educativo” (61). Sostenere le famiglie non può, evidentemente, significare sostituirle, al contrario significa, anzitutto, confermarle nelle loro competenze familiari, ecclesiali e sociali. Più chiaramente Giovanni Paolo II puntualizzava: “La legittimità, anzi la doverosità di un aiuto ai genitori trova nel loro diritto prevalente, nelle loro effettive possibilità il suo intrinseco e invalicabile limite” (1994). Spesso, invece, nelle scuole, nelle parrocchie, nelle comunità locali si moltiplicano i corsi di formazione, che pongono i genitori sui banchi ad ascoltare relegandoli in un ruolo “subalterno e secondario” dove rischiano di rafforzarsi disistima e scoraggiamento. Le comunità religiose sono invitate a farsi promotrici di una cultura pedagogica coerente, che confermi “i genitori come primi e principali educatori dei propri figli, che hanno in questo campo una fondamentale competenza: sono educatori perché genitori…; anche quando essi affidano tali compiti ad istituzioni ecclesiastiche o a scuole è necessario che la loro presenza educativa continui ad essere costante ed attiva” (1994).

- A questo proposito il  Sinodo va oltre e, tra le domande per la recezione della Relazione su cui le Chiese nei prossimi mesi sono chiamate ad interrogarsi, pone questo interrogativo: “Quali passi compiere perché il compito educativo dei genitori venga riconosciuto anche a livello socio-politico?” (45).

Come dire che non basta curare una corretta formazione pedagogica al proprio interno ecclesiale per migliorare l’educazione svolta all’interno delle famiglie, ma si pone alle comunità cristiane la sfida di come possano “i genitori ottenere pieno riconoscimento del loro diritto – dovere anche nel pubblico, nelle scuole e nelle altre realtà formative del territorio.

Anche in questo campo il primo e più importante impegno riguarda l’accrescimento della la consapevolezza di un diritto riconosciuto ma non attuato. In Italia i genitori più poveri non possono sceglier la scuola; tutti, ricchi e poveri, contano poco nella definizione dei Piani dell’offerta formativa dei propri Istituti. Sono relegati nel ruolo di “utenti incompetenti” costretti ad adeguarsi a quanto le istituzioni decidono; i comportamenti ispirati a burocrazia e al paternalismo hanno la meglio sui doverosi atteggiamenti di rispetto e valorizzazione della dignità educativa delle famiglie. In questo modo prevalgono tra i genitori gli atteggiamenti deresponsabilizzati, indotti soprattutto dai messaggi continui di critica e di disistima, che portano a delegare il proprio dovere alle istituzioni. Delega che rapidamente diventa pretesa sempre più conflittuale nei riguardo delle istituzioni che non riescono a sopperire al loro disimpegno. Si crea un cerchio vizioso per cui mentre le istituzioni tendono a emarginare le famiglie in ruoli passivi e deleganti, le famiglie sono indotte a scaricare ogni responsabilità su di esse fino a pretendere  ostinatamente  che si raggiungano i risultati educativi promessi.

In queste difficili situazioni si pone il problema come formare gruppi di genitori, insegnati e studenti in grado di costruire dialogo e collaborazione costruttiva  tra famiglie e scuole, tra famiglie e istituzioni civili e religiose. Anche l’animazione cristiana delle istituzioni non avviene in modo spontaneo, ma ha bisogno di iniziative puntuali e continuative nei riguardi di un laicato adulto, “capace dell’animazione cristiana dell’ordine temporale”. Se non è realistico prefiggersi il miglioramento della coscienza educativa e civica di tutti, occorre iniziare dai gruppi e dalle associazioni, già attivamente coinvolte nel creare collaborazioni e interlocuzioni significative. Troppo spesso i genitori operanti nella scuola si sono sentiti isolati e viceversa la stessa comunità cristiana non ha potuto arricchirsi veramente dell’elaborazione culturale ed educativa che proviene dal vissuto della scuola.

In questo momento si prospettano riforme importanti e delicate che esigono di essere accompagnate dall’impegno quanto più possibile convergente dell’intera società civile e religiosa. Anche le comunità cristiane sono coinvolte a causa di quel nesso intrinseco che esiste tra l’annuncio del vangelo, la promozione educativa dell’uomo e delle famiglie. Il Sinodo ci invita alla fiducia che “il cammino collegiale dei vescovi e il coinvolgimento dell’intero popolo di Dio sotto l’azione dello Spirito Santo, guardando al modello della Santa Famiglia, potranno guidarci a trovare vie di verità e di misericordia per tutti” (62).

Giuseppe Richiedei

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Educare al tempo del relativismo

Riprendiamo la nostra riflessione sul tema dell’educazione, seguendo la linea che ci viene downloadofferta dai Lineamenta per la XIV Assemblea generale dei vescovi del prossimo ottobre.  In modo particolare, tra i diversi spunti di riflessione che nel mio precedente intervento avevo individuato, desidero ora soffermarmi sul tema del confronto tra l’azione pastorale della Chiesa e il relativismo culturale dilagante in tutti i settori della società.  E’ questo un tema a proposito del quale è stato detto tanto e certo questa nostra riflessione non porterà nulla di nuovo; certo è però che chi ogni giorno si occupa di educazione ben sa che occorre ingaggiare una battaglia in nome dell’affermazione e della difesa di valori che sono sempre stati dati per scontato ma che ormai non lo sono più.  Forse l’immagine della battaglia non è una delle più felici: essa induce a pensare che la vita del cattolico sia una continua – e spesso, ben lo sappiamo, vana- lotta contro qualcuno o qualcosa.  Se vogliamo mantenere la metafora della battaglia, allora sarà bene precisare che mai si combatte contro ma per qualcuno e qualcosa e questo qualcuno è l’uomo concepito integralmente.

Fatta questa necessaria premessa, noi sappiamo che negli ultimi decenni, potremmo dire a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, è iniziata quella che potrebbe essere definita una erosione dei valori tradizionali, una loro negazione, una continua discussione che, gradualmente, ha portato alla loro scomparsa e alla creazione di una società in cui il desiderio del singolo diventa norma di vita, chiudendo la persona in una barriera costruita sull’egoismo, sulla chiusura nei confronti dell’altro.  Gli effetti di tutto questo sono sotto ai nostri occhi tutti i giorni e, forse, occorre proprio iniziare a pensare se non sia il caso di riprendere in mano e di affermare la validità di alcuni ideali.  Senza dilungarci eccessivamente, è significativo accostare questa perdita del concetto di validità di alcuni principi con la scomparsa del ruolo dei padri in campo educativo tanto che sovente si parla di società senza padri.  Spesso, infatti, qual è la funzione del padre nell’educazione della prole? Non si è forse ridotta ad una sorta di amicone con il quale si gioca a calcio e, di conseguenza, le scelte più rilevanti in campo educativo sono demandate alla madre? La figura paterna è forse quella che più è scomparsa: dalla famiglia patriarcale si è passati ad una nuova forma di famiglia matriarcale nella quale tutto è demandato alla donna con ricadute negative sulla tenuta stessa della vita coniugale e sulla consapevolezza stessa del ruolo di genere.  Davanti ad una simile situazione, quale deve essere la risposta della Chiesa? Quale la via della vita pastorale delle diocesi e delle comunità parrocchiali? Il Sinodo guarda al mondo, per ora limitiamoci a guardare alla nostra Italia, dove, almeno sulla carta, il cattolicesimo è la religione della maggioranza degli italiani.  Ancora una volta la strategia da seguire è quella che si ispira al Vangelo, alla logica della via stretta, della cruna dell’ago, quella che passa attraverso una definizione chiara dei principi sulla base dei quali orientare la vita e l’azione pastorale.  Questa è da sempre la linea seguita che ha portato tesori di santità e di autentica testimonianza cristiana.  Quando ci si stacca da questa via, subentrano logiche che conducono alla divisione.  L’adeguamento alle logiche del mondo porterebbe ad un progressivo allontanamento dalla logica del Vangelo, nel quale Gesù ci dice di essere nel mondo ma non del mondo.  Questo non vuol dire diventare araldi di una nuova forma di integralismo: vuol dire essere fedeli al Vangelo.  In fin dei conti, certo semplificando di molto, quali sono le parole che meglio riassumono l’orientamento da seguire? Verità e misericordia.  Gesù ci dice chiaramente la strada da seguire per uniformarci a Lui ma, d’altro canto, conoscendo la fragilità della natura umana, ha additato anche la via per raggiungere la verità che è quella della misericordia (pensiamo solo all’atteggiamento nei confronti dell’adultera o del ladrone pentito cui è stato aperto il Regno dei cieli).  Non è infatti “misericordia” la parola che più spesso ritorna nelle omelie e nelle allocuzioni del Papa?  Ma accanto a questa parola che ha indotto molti, anche all’interno del mondo ecclesiastico, a pensare ad una perdita della coscienza del peccato, non continua ad invitare l’umanità ad un cammino di conversione, di povertà, di distacco dai beni materiali? Non è questa la via stretta?  Non è questo un richiamo ad una misura alta della vita? Questa è stata da sempre la linea del magistero della Chiesa: affermazione del principio e attenzione all’uomo, al singolo uomo, nella singola condizione di vita.  La verità da affermare sulla famiglia contro il relativismo qual è?  Ecco cosa scriveva san Giovanni XXIII nell’enciclica Mater et magistra (§§ 180 – 181): “Dobbiamo proclamare solennemente che la vita umana va trasmessa attraverso la famiglia, fondata sul matrimonio elevato per i cristiani alla dignità di sacramento (…) La vita umana è sacra: fin dal suo affiorare impegna direttamente l’azione creatrice di Dio.  Violando le sue leggi, si offende la sua divina maestà, si degrada se stessi e l’umanità e si svigorisce altresì la stessa comunità di cui si è membri”.  Questo è il principio cui deve rispondere l’azione pastorale, senza cedere al compromesso nel tentativo di riavvicinare alla fede più persone.  Ma non sono le logiche umane a far riavvicinare alla fede.  Davanti a tutto questo il rischio qual è? Quello del dilagare di una nuova e più grave forma di modernismo, secondo il quale il messaggio evangelico muta a seconda del variare dei tempi e delle culture, facendo del cristiano una canna di palude sbattuta dal vento, invece di essere un albero ben piantato nel terreno.  Quale deve essere questo terreno? Solamente quello della fede! Come viene più volte ribadito anche nei Lineamenta la crisi attuale della famiglia non è che un riflesso della crisi della fede. Ed è per questo che occorre andare alle origini della trasmissione della fede.  Chi ha pratica della vita delle parrocchie conosce bene le difficoltà del cammino dell’iniziazione cristiana; vengono continuamente studiate nuove forme di introduzione alla fede: è giusto farlo ma sappiamo che tutto è vano se poi in famiglia la vita della fede non viene alimentata e sostenuta.  Quante generazioni di coloro che si dicono cattolici hanno abbandonato il cammino di fede subito dopo aver ricevuto la Cresima! Quale ignoranza di conseguenza si è diffusa, quanti perniciosi preconcetti ispirati ad una errata conoscenza! Anche la scuola cattolica vive questa difficoltà di trasmissione: certo può e deve fare molto, attraverso tutti i canali, ma senza la collaborazione della famiglia, lo sforzo – che pure deve essere sostenuto – è destinato a fallire.  Sappiamo bene come gli sforzi di una maestra, di un insegnante possano suscitare echi e lasciare durature tracce negli alunni.  Allora in ambito familiare diventa fondamentale il momento della preparazione al matrimonio.  In Italia, per tutta una serie di ragioni, la richiesta del matrimonio religioso, anche dopo una convivenza more uxorio, appartiene alla maggioranza delle coppie.  E’ qui allora che occorre giocare una partita molto importante accogliendo le coppie e accompagnandole anche dopo il matrimonio.  Frequenti sono i casi in cui il riavvicinamento alla fede è iniziato proprio dal cammino prematrimoniale.  Allora sarà bene che sia riservata una speciale attenzione ai formatori, sacerdoti e laici, perché quel messaggio di misericordia e verità cui prima accennavo sia fatto passare in modo da creare un nuovo radicamento nella fede.  Certo non è semplice, non è e non sarà vissuto così da parte di tutti ma 1) la prima cosa è chiarire le idee (spesso infatti, soprattutto in ambito di morale, i preconcetti legati all’ignoranza imperano) 2) la prospettiva del parvulus grex non ci deve spaventare. Non dobbiamo aver paura di affermare ciò in cui crediamo, certo nel pieno rispetto dell’altro e della sua dignità; al tempo stesso dobbiamo però far sì che né il pensiero altrui né la legge dello stato calpesti la nostra dignità non di cattolici ma di uomini.
Prof. Alessio Tentori
Preside Liceo Linguistico
Scuola suore Marcelline – Milano

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Verso un “nuovo umanesimo”

Qualche spunto per l’anno che ci attende
Un 2014 dall’eredità feconda e germinante lascia a tutti noi –  e a questo 2015 agli albori – images (2)tante, autentiche possibilità di rinnovamento e perché no, di “vita nova”. Ma per non lasciar morire queste primizie delicate, faticosamente raccolte, occorre certamente tenere saldo lo sguardo e  proseguire, con sempre maggiore convinzione, sulla strada già intrapresa nell’anno che si è chiuso.

In particolare, penso valga la pena focalizzare l’attenzione su due grandi eventi che ci attendono nel 2015 e che pongono ancora una volta famiglia, educatori ed educazione al centro. Un breve accenno ad essi può aiutarci a rinsaldare lo spirito e rinvigorire  le forze.

Il primo è la  XIV Assemblea Generale Ordinaria dei vescovi ovvero la seconda parte del cammino sinodale iniziato il 5 ottobre 2014 a Roma. Dal Sinodo 2014 sono scaturiti, come è noto, i Lineamenta (approvati dal Santo Padre il 9 dicembre) per il Sinodo ordinario del 2015, insieme  ad un nuovo questionario di 46 domande, rivolto a tutti i cattolici (a cui siamo chiamati a rispondere entro il 15 aprile, permettendo così la redazione del prossimo Instrumentum Laboris). Il titolo  scelto per il Sinodo 2015 è “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo” e si svolgerà sempre a Roma dal 4 al 25 ottobre 2015. Vocazione e missione torneranno ad essere parole chiave anche per quest’anno, per una Chiesa ‘in uscita’ come vuole Papa Francesco, in dialettico rapporto con il mondo che la circonda e che chiede prima di tutto impegno e “mani in pasta”.

Il secondo evento da tenere a mente –  ed è su questo che mi pare opportuno soffermarsi brevemente –  è il V Convegno Ecclesiale Nazionale, in programma a Firenze dal 9 al 13 Novembre 2015.

Proprio dalle tracce offerte in vista del Convegno di Firenze vengono importanti indicazioni a proposito dell’educazione. Cominciando dal titolo –  “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo” – vibrante e quanto mai denso di possibilità semantiche, che, in relazione al capoluogo toscano (scelto non a caso), auspica un  Umanesimo “nuovo” e rigenerato perché fondato “in Cristo”.

Il documento di preparazione, che è possibile scaricare da fonti internet, fornisce davvero degli ottimi spunti, essendo, peraltro, di piacevolissima lettura.

Sin dall’apertura si dichiara che “il tema del Convegno è stato percepito come cruciale e insieme problematico. […] la raccomandazione condivisa è di partire dall’ascolto del vissuto: una via, questa, capace di riconoscere la bellezza dell’umano “in atto”, pur senza ignorarne i limiti. […] Un umanesimo, perciò, consapevole sia dell’inadeguatezza delle forze («abbiamo solo cinque pani», come si legge nei vangeli) sia del “di più” di umanità che si sprigiona dalla fede e dalla condivisione”. Cinque pani sono cinque pani. Ma cinque pani nutriti di fede e condivisi, sono capacità di moltiplicazione che si apre all’Infinito e all’azione giusta che educa nell’incarnazione, cioè nella testimonianza.

L’umanesimo a cui la Chiesa invita a tendere non è un “modello monolitico” fondato sul singolo o sull’individuo, ma al contrario è termine “al plurale”. L’umanesimo nuovo di cui si auspica l’avvento “è un umanesimo sfaccettato e ricco di sfumature – «prismatico» […] – dove solo dall’insieme dei volti concreti,[…] emerge la bellezza del volto di Gesù. L’accesso all’umano, difatti, si rinviene imparando a inscrivere nel volto di Cristo Gesù tutti i volti”.

A fronte di tutto questo, proprio l’educazione “occupa uno spazio centrale”.

Così, “priorità ineludibili” divengono “il primato della relazione, il recupero del ruolo fondamentale della coscienza e dell’interiorità nella costruzione dell’identità della persona umana, la necessità di ripensare i percorsi pedagogici come pure la formazione degli adulti”. E se è vero che “le tradizionali agenzie educative (famiglia e scuola), si sentono indebolite e in profonda trasformazione”, è vero anche che esse non sono solo un problema “ma una risorsa, e che già si vedono iniziative capaci di realizzare nuove alleanze educative: famiglie che sostengono famiglie più fragili, famiglie che attivamente sostengono la scuola offrendo tempo ed energie a sostegno degli insegnanti per trasformare la scuola in un luogo di incontro”.

Lo scenario entro cui operare, in questo 2015, chiede a gran voce “la ricostruzione delle grammatiche educative”, affiancata necessariamente dalla “capacità di immaginare nuove ‘sintassi’, nuove forme di alleanza che superino una frammentazione ormai insostenibile e consentano di unire le forze, per educare all’unità della persona e della famiglia umana”. Educare, si legge ancora, è un’arte: occorre che ognuno di noi, immerso in questo contesto in trasformazione, l’apprenda nuovamente”, ricercando senza sosta quella sapienza e quella pace “che non è solo assenza di conflitti, ma tessitura di relazioni profonde e libere”.

Esplicita, infine, la continuità con le linee pastorali della Cei per il decennio 2010-2020: “In una società caratterizzata dalla molteplicità di messaggi e dalla grande offerta di beni di consumo, il compito più urgente diventa […] educare a scelte responsabili. Di fronte agli educatori cristiani, come pure a tutti gli uomini di buona volontà, si presenta, pertanto, la sfida di contrastare l’assimilazione passiva di modelli ampiamente divulgati e di superarne l’inconsistenza, promuovendo la capacità di pensare e l’esercizio critico della ragione “(da Educare alla vita buona del Vangelo, Editrice Paoline,  p. 10).

Che sia allora un 2015 sereno per tutti, ma –  non smettiamo di ripetercelo –  soprattutto impegnato: nel sociale, nell’umano, per un “nuovo umanesimo”.

Maria Luisa Rinaldi

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Sinodo della Famiglia: franchezza e ascolto evangelico

9 dicembre 2014 sono stati resi noti i Lineamenta che costituiranno il fondamento da cui vaticano_sinodo_gettypartirà la riflessione  della prossima assemblea sinodale (4 – 25 ottobre 2015) che avrà come titolo  “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”.
Essi  sono costituiti dalla Relatio Synodi e da 46 domande sulla ricezione del documento sinodale e sull’approfondimento dei temi in esso contenuti. Le risposte – che dovranno pervenire alla Segreteria generale del Sinodo entro il 15 aprile 2015 – permetteranno la redazione del prossimo Instrumentum Laboris. Il fine di tutto il lavoro è “ripensare con rinnovata freschezza ed entusiasmo quanto la rivelazione trasmessa nella fede della Chiesa ci dice sulla bellezza, sul ruolo e sulla dignità della famiglia» (Relatio Synodi, n. 4).
Il testo integrale della Relatio Synodi è reperibile cliccando
http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2014/12/09/0935/02013.html)

La rubrica “EDUCARE SI PUO’” si ripropone di ripercorrere e di approfondire alcuni passaggi della Relatio Synodi che significativamente si conclude con queste parole: «Le riflessioni proposte, frutto del lavoro sinodale svoltosi in grande libertà e in uno stile di reciproco ascolto, intendono porre questioni e indicare prospettive che dovranno essere maturate e precisate dalla riflessione delle Chiese locali nell’anno che ci separa dall’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi» (Relatio Synodi n. 62).

Ai Lineamenta viene aggiunta una serie di domande per conoscere la ricezione del documento e per sollecitare l’approfondimento del lavoro iniziato nel corso dell’Assemblea Straordinaria. In questa prospettiva, siamo chiamati a vivere «un anno per maturare con vero discernimento spirituale, le idee proposte e trovare soluzioni concrete a tante difficoltà e innumerevoli sfide che le famiglie devono affrontare» (Papa Francesco, Discorso conclusivo, 18 ottobre 2014).

Alla luce dell’invito di Papa Francesco non può mancare il nostro contributo.

COLLEGIALITA’ e RESPONSABILITA’
Papa Francesco ha parlato più volte della necessità che la Chiesa cammini secondo una prospettiva che sia sempre più collegiale e meno verticistica. In quest’ottica si collocano le 46 domande che sono state predisposte: mons. Bruno Forte, vescovo di Chieti-Vasto e segretario speciale dell’assise, ha spiegato come tali domande «sono state pensate proprio perché la collegialità sia il più possibile favorita (…). Un altro aspetto della collegialità è di crescere nella comprensione della verità attraverso l’ascolto di tutti» Tale ascolto appare motivato dall’esigenza che la verità rivelata sia colta sempre più in profondità ma esso contemporaneamente richiama ciascuno di noi al proprio ruolo attivo e ad una responsabilità assunta e trasformata in azione. Nessuno di noi può esimersi dal dare il proprio contributo.

FAMIGLIA
La nostra Rubrica ha più volte ribadito in linea con il Magistero che la cellula prima è la persona umana che nasce, cresce e si realizza pienamente all’interno della famiglia, voluta da Dio come collaboratrice della sua opera creatrice. La famiglia possiede una sua specifica e originaria dimensione di soggetto sociale che precede la formazione dello Stato; è la prima cellula di una società e la fondamentale comunità in cui sin dall’infanzia si forma la personalità degli individui. Quindi la Repubblica non “attribuisce” i diritti alla famiglia, ma si limita a “riconoscerli” e ad impegnarsi nel “garantirli”, in quanto preesistenti allo Stato, come avviene per i diritti inviolabili dell’uomo, secondo quanto dispone l’articolo 2 della Costituzione.

La famiglia deve essere posta nelle condizioni per far sì che le nuove generazioni arrivino a questa ricerca e a questa  piena realizzazione della persona. Un obiettivo semplicissimo e fondamentale: consentire alla famiglia la libertà di scelta educativa di una buona scuola pubblica paritaria, anche cattolica, come la L.62/2000 prevede. Il primo passo? La consapevolezza di un diritto riconosciuto ma non attuato.

Da qui possiamo ripartire per trovare le motivazioni giuridiche che ci fanno comprendere come poter sanare il guasto evidente della società contemporanea, dovuto anche alla grave crisi della famiglia. E’ indubbio che la famiglia, per esistere, debba essere al cuore di una rete di rapporti, relazioni, sostegni, che hanno senso in quanto le danno vita e ne sostengono i singoli componenti e le loro scelte.

Le domande pubblicate vogliono essere una riflessione su come «ripartire dalla famiglia» per «annunciare con efficacia il nucleo del Vangelo», come si legge nei Lineamenta, in cui si ricorda che il cammino tracciato dal Sinodo straordinario «è inserito nel più ampio contesto ecclesiale» indicato dall’Evangelii Gaudium, partendo cioè dalle «periferie esistenziali», con una pastorale contraddistinta dalla «cultura dell’incontro», capace di «riconoscere l’opera libera del Signore anche fuori dai nostri schemi consueti e di assumere, senza impaccio, quella condizione di ‘ospedale da campo’ che tanto giova all’annuncio della misericordia di Dio».

Riprendiamo ALCUNE DOMANDE
*  Innanzitutto la prima domanda:«La descrizione della realtà della famiglia presente nella Relatio Synodi corrisponde a quanto si rileva nella Chiesa e nella società di oggi?»

*  «Come l’azione pastorale della Chiesa reagisce alla diffusione del relativismo culturale nella società secolarizzata e al conseguente rigetto da parte di molti del modello di famiglia formato dall’uomo e dalla donna uniti nel vincolo matrimoniale e aperto alla procreazione?»

*   «Che cosa è possibile fare perché nelle varie forme di unione – in cui si possono riscontrare valori umani – l’uomo e la donna avvertano il rispetto, la fiducia e l’incoraggiamento a crescere nel bene da parte della Chiesa e siano aiutate a giungere alla pienezza del matrimonio cristiano?»

*   Molta attenzione viene riservata anche alla questione del «dono dell’indissolubilità» del matrimonio cristiano, dono di cui va mostrata sempre di più ai fedeli «la grandezza e bellezza», testimoniando che «la benedizione di Dio accompagna ogni vero matrimonio» e manifestando che «la grazia del sacramento sostiene gli sposi in tutto il cammino della loro vita».

* «La cura pastorale delle persone con tendenza omosessuale pone oggi nuove sfide, dovute anche alla maniera in cui vengono socialmente proposti i loro diritti». (…) Come la comunità cristiana rivolge la sua attenzione pastorale alle famiglie che hanno al loro interno persone con tendenza omosessuale?», è la domanda rivolta a questo ambito. E ancora: «Evitando ogni ingiusta discriminazione, in che modo prendersi cura delle persone in tali situazioni alla luce del Vangelo? Come proporre loro le esigenze della volontà di Dio sulla loro situazione?»

*  Svolgere la loro missione educatrice non è sempre agevole per i genitori: trovano solidarietà e sostegno nella comunità cristiana? Quali percorsi formativi vanno suggeriti? Quali passi compiere perché il compito educativo dei genitori venga riconosciuto anche a livello socio-politico?

Da queste domande si può cogliere l’attenzione che la Chiesa, Madre e Maestra, da sempre rivolge all’uomo in ogni tempo, al fine di trovare vie nuove per raggiungere ogni persona che desidera cercare con desiderio rinnovato e sincerità le dimensioni vere dell’esistenza, quelle che danno ragione al nostro agire quotidiano. A testimonianza di questa passione per l’uomo mi piace concludere, avvicinandoci sempre più al Natale, questa mia breve riflessione, riportando un passo dell’omelia pronunziata dal beato Paolo VI, nella notte di Natale del 1974, in occasione dell’apertura dell’Anno Santo: “E ancora non tace la nostra chiamata. Essa vuole diffondersi verso i lontani, verso gli spiriti vagabondi, solitari, sfiduciati, verso i cuori chiusi, e perfino verso coloro che si sono resi refrattari alla religione e alla fede: venite! Sarà forse la nostra una parola al vento? In ogni caso, non sarà priva d’una sua segreta virtù, che non deriva dalla nostra debole voce, ma dal fatto inconfutabile al quale essa rende testimonianza: Cristo vi attende! Egli aspetta anche voi e voi forse con amorosa impazienza: venite! Voi ci domandate, Fratelli tutti e Uomini ai quali perviene questo nostro invito, tanto incalzante e tanto fiducioso: donde esso deriva? Quali motivi lo mettono sulle nostre labbra?

Non chiedeteci in questo momento un’adeguata risposta: soltanto quella che deriva da voi stessi noi vi daremo; ed è questa: venite, perché questa è già la via dei vostri passi. Venite, perché ne avete inconscio desiderio e assoluto bisogno. Venite, perché il cammino dell’uomo è segnato verso la direzione, alla quale noi vi chiamiamo; diciamo la grande parola: la meta della vita umana è Dio! venite: e noi vi faremo incontrare o riscoprire quel Dio vivente, che non avete mai cessato di cercare (…) Lo andate cercando quando la traccia della vostra vita è semplice e primitiva, perché quasi per attrazione naturale noi siamo tutti orientati verso il polo originario e terminale della nostra esistenza; è la sintesi di Sant’Agostino, che scolpisce nelle note parole questo nostro destino: «Tu, o Dio, ci hai fatti per Te, e il nostro cuore non avrà pace finché in Te non riposi» (Conf. 1, 1). E anche oggi che la vita nostra non è più semplice, ma complicata nello sviluppo del suo pensiero e del suo progresso, la verità è sempre quella, anzi più quella che mai: perché dove sfocia il pensiero e dove il progresso nelle sue estreme conclusioni, quando non voglia perdersi nella notte del nulla, se non in un supremo anelito, in un inno estatico, verso l’Essere assoluto e necessario, ch’è il Dio della luce e della vita? (…)

Lui è venuto incontro a noi fino a farsi uno di noi, fino a farsi uomo; e così «è comparso sulla terra, e si è messo a conversazione con gli uomini» (Bar. 3, 38). Questo è il Vangelo, questo è il Natale”.

Anna Monia Alfieri
Responsabile Ufficio Scuola Usmi Lombardia

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