Quel vuoto di senso che interroga

di Maria Luisa Rinaldi, collaboratrice di “A Sua immagine”

Sfida educativa: quel vuoto di senso che interroga, richiamando responsabilità e prossimità adulta
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Siamo tutti in attesa di avere materiale definitivo su cui riflettere, meditare, dibattere, eppure il Sinodo straordinario sulla Famiglia svoltosi a Roma dal 5 al 19 ottobre, nel suo solo esserci stato, è già segno eloquente dei nostri giorni.  Un’urgenza radicale (ben individuata dalla Chiesa, madre lungimirante perché calata nelle ragioni profonde del reale storico), è stata riportata finalmente all’attenzione di tutti: la necessità di interrogarci sullo stato di salute della famiglia (tra crisi e disoccupazione), sul suo ruolo educativo e sulle sfide che la attendono in questi nostri tempi, feriti da un individualismo sfrenato e narcisista e segnati dalla filosofia imperante dell’usa e getta consumistico.

Se il Sinodo è l’ultimo grande tassello, andando a ritroso possiamo certo ricordare le vicine giornate della Scuola e degli anziani (i nonni, risorsa educativa insostituibile!), fortemente volute da Papa Francesco e perfettamente in linea con questo percorso di riflessione sociale, ampia e indispensabile, sul senso educativo-  diventato più una mancanza di senso, un vuoto.

Il problema educativo, a dir il vero, pare essere tornato oggetto di discussione anche sul versante delle Istituzioni, almeno per il momento, con la riforma Renzi della scuola, proposta come un progetto aperto in fieri, impastata di dialogo e movimento (in itinere scuola-scuola). Qualcosa si muove. L’assenza si inizia a fare presenza, varco o intercapedine entro cui operare.

  Famiglia o scuola che sia, la questione educativa resta qualcosa che riguarda tutti, senza esclusioni. Se le famiglie, sempre più fragili e fluide, si sgretolano, ecco che l’educazione viene affidata esclusivamente all’istituzione scolastica, che si trova a dover colmare un vuoto (che tuttavia non le compete in modo esclusivo e totalizzante). Se la scuola non riesce ad avere un modello educativo efficiente, ecco che l’unica risorsa rimane la famiglia, ammortizzatore sociale e risorsa per non naufragare. Ma se mancano entrambe, che futuro è riservato ai nostri giovani?

 Viviamo in un mondo sempre più virtuale e dis-incarnato, che tocca dirlo, è un alibi perfetto per la de-responsabilità educativa della generazione adulta. La virtualità infatti è comodissima perché non scomoda nessuno. Educa senza educare, anestetizza il dolore, dissolve la presenza sfumandola nell’indefinito (regno della fantasia e del “tutto è possibile”). La virtualità avvolge i nostri ragazzi e lascia in pace gli adulti.

L’emergenza educativa, è ben noto, non è certo un problema che riguarda gli adolescenti. Riguarda, invece, e in prima persona, gli adulti. Incapaci di guardarsi dentro, di crescere, di uscire fuori da sé scoprendo l’altro da sé, superando il narcisismo dell’io, i confini ristretti ed egoistici  dell’”io esisto”. Più che di adulti, la generazione odierna di educatori, che tali dovrebbero essere, sembra costituita da adolescenti solo in po’ più in là con gli anni, incapaci di raccontarsi, di donare la propria vita, di portarla agli altri con un senso (appunto una direzione). Quando non ci si conosce, non ci si può raccontare. Quando non si è superata l’adolescenza, non si può essere educatori di “coetanei”. Ne consegue un deficit di comunicazione generazionale, lo scollamento tra mondo giovanile e adulto, l’impossibilità di trasferire e testimoniare le ragione profonde del vivere (cioè di sapere perché si vive, da dove si viene e a che cosa si è destinati).

Un fatto di cronaca recente può aiutarci a riflettere.

Nello scorso mese di agosto,  siamo tutti stati raggiunti dalla notizia della improvvisa scomparsa dell’attore americano Robin Williams, morto togliendosi la vita. Un senso vertiginoso di vuoto ci ha presi. Le domande si sono accavallate spontanee (possibile che fosse così disperato, così solo, così fragile?) e il bombardamento mediatico, a cui ormai siamo abituati, ci ha immediatamente riproposto la sua filmografia completa o quasi, con i suoi ruoli più toccanti ancora emotivamente intatti. Ognuno ha sentito il bisogno (o è stato indotto a farlo?) di ricordare, a suo modo, questo interprete talentuoso, capace di far suoi ruoli umani impegnativi, ostici, con un’intensità tanto vibrante e sentita da rendere possibile e quasi inevitabile la sovrapposizione attore = personaggio. Fra tutti, L’attimo fuggente (Dead Poets Society, 1989, per la regia di Peter Weir). Nel film, Williams veste i panni di John Keating, un carismatico professore di lettere approdato al rigido collegio maschile Welton, nel Vermont degli anni Sessanta, responsabile di aver smosso gli animi dei suoi giovani alunni, ingabbiati in un sistema omologante e opprimente, incapace di comunicare loro il senso profondo dell’esistenza, le ragioni del vivere.  

Appresa la notizia della morte di Williams, una moltitudine immensa di sequenze del professor Keating sono state riproposte dai nostri ragazzi attraverso le pagine social. “Tutti i professori dovrebbero essere così”, “Vorrei aver incontrato un professore così nella mia vita”; “ Se solo esistessero prof. così!”. Il fenomeno non si è limitato agli adolescenti odierni, o meglio non sono stati solo i giovanissimi studenti a individuare in Williams-prof. Keating il riferimento massimo con cui omaggiare l’attore scomparso. La maggior parte, se non tutti gli interventi critici adulti, hanno avuto come oggetto proprio l’insegnante dell’Attimo fuggente, quasi che la morte dell’uno abbia inevitabilmente risvegliato il ricordo commosso dell’altro, di quel vertice interpretativo che ci ha donato con magistrale autenticità nel ‘89 e che ci ha lasciati smarriti con la sua partenza definitiva. Si chiude la porta dietro il Capitano e la sua immagine si dissolve, smarrita nel buio di una società che lo reclama, lo cerca disperatamente. Williams scompare e ci sentiamo nel cuore anche il lutto del professor Keating, un personaggio così imponente, da sovrastare nel concreto l’uomo Robin Williams, con la sua vita reale e le sue fragilità di essere umano. Il virtuale, apparentemente, si fa più forte del reale, deformandolo (Williams, paradossalmente, potrebbe anche aver odiato quella parte!).

Il modello educativo di Keating, lungi dal poter essere preso come riferimento tout court – una pedagogia, si badi bene, a tratti pericolosa, dove si passa dall’educatore che porta fuori facendo fiorire dall’interno i talenti dei suoi giovani studenti (“e-ducere” ), al seduttore che conduce a sé, (“se-ducere”) schiacciando con il suo ego la pluralità dei tu di cui è responsabile – ci permette tuttavia di individuare un’importante questione. È evidente infatti che la morte di Williams e l’esigenza di risvegliare con lui la figura di Keating porti con sé uno slittamento non tanto virtuale, come si diceva prima, quanto piuttosto simbolico, perché altro non è che la manifestazione esplicita di un simbolo che si sente necessario nella società: Williams-Keating è simbolo, perché personifica un modello ideale a cui tendere portandolo, consegnandolo all’attenzione di se stessi e degli altri nella collettività. In altre parole è l’idea che si fa o si vorrebbe fare volto, calandosi nel reale storico della prossimità. È il vuoto di senso che cerca un senso.

La riflessione più acuta e illuminante mi pare a tal proposito quella di Alessandro D’Avenia che in un suo recente articolo (Arrivederci, Robin, grazie per il tuo verso, La Stampa, 13 agosto 2014),  parlando proprio di “modello Keating”, distingue giustamente: Non “modello” come lo intende la cultura dominante (la star) che abbaglia generando solo imitazione, ripetizione, scimmiottamento e quindi passività, ma il modello che provoca, mette in crisi, accende, sveglia il nocciolo più autentico della persona: il desiderio di mettersi in gioco in prima persona, di realizzare la propria unicità per metterla al servizio altrui, di non sclerotizzarsi su copioni scritti da altri, ma appunto di aggiungere il proprio verso al grande poema della vita in cui siamo capitati, come una nota, che lo si voglia o no, insostituibile. Il vero modello non schiaccia le possibilità di chi lo ammira, ma le risveglia, libera, dilata, spingendo verso risoluzioni proprie. Questo è il carisma, quella grazia (charis), capace di far sgorgare la vita negli altri, a partire da quella che sgorga in noi.

Dietro questa ingenuità sentimentale per cui tutti, giovani e adulti, siamo stati  istintivamente portati a celebrare Williams attraverso Keating (quindi Williams = Keating), in realtà si nasconde, a ben vedere, quel desiderio tutto umano di conoscere, visto in azione, incarnato, seppur attraverso il filtro  virtuale di uno schermo, un modello di educatore che vive nella prossimità: un educatore prima di tutto carismatico, incisivo, in grado di smuovere la vita altrui, mettendola in discussione, smuovendola dalle radici, toccandola. Un testimone credibile (che occupa uno spazio nel mondo) capace di raccontare la sua storia, il suo essere nel mondo, innamorando. Per farlo, l’educatore, è chiamato a mettere in gioco prima di tutto il suo Amore per  la vita, il suo fuoco, per poter accendere poi quello degli altri. E la prima cosa da fare è la testimonianza fisica, incarnata, del desiderio di vivere.

Massimo Recalcati (nel libro Il complesso di Telemaco, 2013) parla a tal proposito di vero e proprio dono del desiderio – da passare da una generazione adulta educatrice all’altra in formazione- che si lascia ereditare solo attraverso una “filiazione simbolica” (quindi non si può essere educatori senza attivare e accettare la filiazione): “Come avviene la trasmissione del desiderio da una generazione all’altra? Attraverso una testimonianza incarnata di come si può vivere la vita con desiderio. Il dono della testimonianza è il dono dell’Altro che rende possibile l’ereditare. È necessario che vi sia un incontro con una testimonianza di questo genere e, dunque, filiazione simbolica”.

Nel epoca della virtualità, l’educatore deve essere prima di tutto “testimonianza incarnata” del desiderio di vivere. È chiamato, per dirla in altre parole, ad essere “volto” davanti a volti. Limite davanti a limite (la virtualità è invece illimitata).

Ritornano quanto mai attuali le parole del grande filosofo Emmanuel Lévinas, che, proprio sulla fenomenologia del Volto, ha costruito la sua filosofia prima, l’Etica, all’indomani della tragedia umana della Seconda Guerra Mondiale (momento storico in cui il volto umano non solo non è stato custodito come limite invalicabile, ma è stato addirittura violato). In Etica e Infinito – testo che nasce proprio dal dialogo vis-à-vis Lévinas-Philippe Nemo – il filosofo lituano parla del volto come “significazione”. Il volto per Lévinas è ciò che permette il limite della vita, il “non uccidere” richiamando allo stesso tempo in modo indissolubile il concetto di responsabilità e prossimità. Il legame con gli altri “si stringe soltanto come responsabilità”, sia che questa venga accettata o rifiutata, che si sappia o no come assumerla, che si possa o meno fare qualcosa di concreto per gli altri. Ma c’è di più. La responsabilità del volto dell’altro è ciò che definisce il volto stesso dell’io: ognuno è definito dalle proprie responsabilità. La responsabilità, nella prossimità, è la struttura “essenziale, primaria, fondamentale della soggettività”. La soggettività non è un per sé, ma è fin da subito “per un altro”.

Il volto è anche limite finito. L’esperienza dell’adolescente, assolutamente auspicabile e salvifica, è quella di scoprire i suoi limiti, la sua finitudine: il suo volto non può vederlo, gettato nel mondo, consegnato all’alterità nell’incontro con lo sguardo. È lo sguardo dell’altro, il volto altrui che mi dice che “io esisto” “io ho un limite” senza potersi tuttavia inestricabilmente disgiungersi dal “tu esisti” “tu hai un limite”: la condizione dell’esistenza dell’io e solo nella relazione nell’incontro finito con un tu incarnato. Questo deve essere chiaro al mondo adulto, perché è  la consapevolezza dello sguardo, è la consapevolezza della finitudine  a partire dalla propria vita (pensare che la vita ha un limite spazio-temporale) che permette di condurre l’io adolescente fuori da sé, aprendolo al suo posto nel mondo, donandogli il desiderio di una vita da spendere con Dignità e Bellezza, meritevole di essere desiderata e proiettata nell’avvenire (“la vita è bella, desidero un futuro per cui impegnarmi”) . Dice sempre Recalcati (nel testo, questa volta, Cosa resta del padre?, 2011) “Una generazione deve donare all’altra, oltre al senso del limite, la possibilità dell’avvenire, il desiderio come fede nell’avvenire”.

Chiudiamo ricordando che l’educazione, la responsabilità educativa, ha sempre a che fare prima di tutto con la nostra libertà, al contrario di quanto si possa pensare. Solo se adulti responsabili, saremo davvero donne e uomini liberi, con un autentico avvenire davanti.  A tal proposito, mi ha colpito una risposta datami dalla coppia di coniugi Lucia Miglionico e Giuseppe Petracca Ciavarella, presenti al Sinodo come uditori, i quali, quando ho avuto il piacere di intervistarli, mi hanno detto con ironia gioiosa: “Perché ci prendiamo cura della nostra famiglia e delle altre famiglie? Perché siamo egoisti! E vogliamo un futuro più bello e giusto, pienamente libero, per noi e per i nostri figli”.  Come scrivono, infatti, Chiara Giaccardi e Mauro Magatti nel loro libro  Generativi di tutto il mondo unitevi! (che sviluppa il concetto, folgorante, di generatività): “La libertà non è mai solo mia, è sempre anche nostra. La libertà è un progetto sociale”. Un progetto sociale, sì, dove essere volto incarnato del desiderio di vivere, educatori responsabili nella prossimità, verso quei volti giovani che ci sono stati affidati e che cercano un senso da imprimere alla loro vita, con meraviglia e coraggio. Mettiamo in moto libertà e unicità dei nostri ragazzi a partire dalla nostra storia: loro ci racconteranno il Futuro.

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Tra sfide inedite e grandi risorse

Da poco si è concluso il sinodo straordinario convocato da Papa Francesco per mettere al centro della discussione il tema della famiglia, così come essa si presenta oggi preghiera_sinodo_famiglianelle diverse realtà della terra dove la Chiesa è presente con la sua azione pastorale. E’ bene ripeterlo: il Papa ha voluto avere un quadro reale, concreto dell’istituto familiare nel nostro tempo. Lo sappiamo bene: il significato che la parola famiglia oggi assume non è più condiviso, assume varie sfaccettature a seconda degli orientamenti culturali e ideologici. Dare al termine famiglia il significato di unione di un uomo e di una donna fondata sul sacramento del matrimonio, unione mediante la quale gli sposi, ministri essi stessi del sacramento, diventano cooperatori di Dio nella trasmissione della vita e nella custodia del creato è definizione non più scontata.  Non è qui il caso di discutere i cambiamenti che, a partire dal ’68, hanno messo in crisi l’istituto familiare: tali cambiamenti hanno le origini più diverse: culturali, economiche, sociali. Quello che interessa qui è sottolineare come alla famiglia spesso si guardi da una prospettiva limitata o meglio volta a svuotarne il significato e il valore che esso ha da sempre ricoperto.  Addirittura si vuole arrivare, ed in alcuni paesi il processo è già in atto, a mettere sullo stesso livello la famiglia fondata sul matrimonio a forme di convivenza tra persone dello stesso sesso.   In questa situazione, ci si interroga non solo sulle ricadute psico-socio-relazionali degli adulti, ma l’attenzione deve essere rivolta soprattutto verso le nuove generazioni, che crescono in ambienti dove ciò che a ciascuno sembra lecito diventa norma di vita, con la pretesa di avere tutele anche da parte dello Stato.

Quello che ha indotto il Santo Padre a convocare il sinodo è stato anche il desiderio di dare alcune risposte, soprattutto a quei credenti che, a seguito del fallimento del loro matrimonio, avendo dato inizio a nuove convivenze, si vedono esclusi dai sacramenti. Questa è una ferita che provoca grande dolore e merita tutta l’attenzione della pastorale dei prossimi anni, perché queste persone possano sentirsi accolte e amate dalla Chiesa.

E’ una situazione, questa, che si protrae da anni e che vede il delinearsi di almeno due “schieramenti” all’interno dell’episcopato mondiale: coloro che invocano mutamenti (pur senza tradire la parola della Chiesa) e coloro che invece vogliono mantenersi fedeli alla dottrina.  In tutto questo si inseriscono come al solito i media che spesso costruiscono quadri di spaccature, profilando scenari a rischio di scisma. Occorre chiedersi innanzitutto: cosa ci si aspettava dal sinodo? Un cambiamento della dottrina? Il via libera al riconoscimento dei matrimoni omosessuali? Se queste erano le attese, era inevitabile che andassero deluse. La Chiesa, Madre e Maestra – secondo la definizione di San Giovanni XXIII -   va oltre gli schieramenti umani, ai bisogni contingenti, guarda al bene degli uomini di tutti i tempi, il suo sguardo è l’eternità, non l’immediato. Per  questo il Papa ha voluto un cammino graduale di preparazione al Sinodo, una gradualità che ha consentito di acquisire informazioni, dati, approfondire problemi reali e ha incoraggiato poi il dialogo franco. E’ significativo ricostruire i passi compiuti in vista dei lavori sinodali: nel novembre 2013 è stato inviato a tutte le chiese particolari un Questionario al fine di avere un quadro reale della situazione e delle esigenze attuali.  Tale questionario era organizzato secondo precisi ambiti di indagine: la diffusione della Sacra Scrittura e del Magistero della Chiesa riguardante la famiglia, il matrimonio secondo la legge naturale, il ruolo della pastorale della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione, compreso il ruolo della pastorale nei confronti di quelle che vengono definite situazioni matrimoniali difficili, le unioni omosessuali, il problema dell’educazione dei figli e la disponibilità della coppia a generare figli, il rapporto famiglia e persona umana.  Gli ambiti di indagine, si comprende benissimo, sono davvero ampi, non viene tralasciata nessuna questione “scottante”. Il Pontefice ha voluto andare a fondo della questioni senza affidarsi a indagini sociologiche: no, ha voluto farsi promotore lui stesso di quello che può essere definito uno studio di realtà.

Partendo dalle risposte pervenute, è stato poi elaborato l’Instrumentum laboris che ha guidato i lavori dei padri sinodali. Tale documento offre una sintesi completa di tutto il lavoro di consultazione ed è articolato in tre parti: la trasmissione del Vangelo alle famiglie di oggi, le sfide offerte alla pastorale della famiglia, la responsabilità educativa e l’apertura alla vita. Quanto poi sarà elaborato e discusso durante il Sinodo costituirà il lavoro da cui partirà il sinodo ordinario previsto per il 2015.

Il messaggio finale, votato a grande maggioranza paragrafo per paragrafo secondo il desiderio del Santo Padre, mostra chiaramente che il lavoro del Sinodo non è stato concepito per elaborare nuove definizioni dogmatiche che vadano a cambiare la dottrina della Chiesa nel campo della morale; esso è stato invece ideato per acquisire una descrizione della realtà sulla quale elaborare una pastorale che tenga realmente conto della situazione in cui essa viene attuata. La relatio sinodi è articolata in tre parti: 1) l’ascolto: il contesto e le sfide sulla famiglia; 2) lo sguardo su Cristo: il Vangelo della famiglia; 3) il confronto: prospettive pastorali. E’ un testo che riassume il dibattito sinodale e che ribadisce in modo chiaro che la “famiglia è fondata sul matrimonio tra uomo e donna”. Oltre a ciò viene ribadita l’indissolubilità: “Dio consacra l’amore degli sposi e ne conferma l’indissolubilità”. Affermato tale principio, ovviamente il documento enuclea tutte quelle situazioni che causano dolore.  Per tutte questi casi entra in gioco quella che viene definita “la dinamica della misericordia e della verità” che fa sì che sia formulata una pastorale che avvicini gli uomini del nostro tempo.  Va elaborata quella che il papa ha definito “l’arte dell’accompagnamento” che permetta di distinguere i singoli casi, soprattutto quelli in cui ci sono condizioni oggettive che impediscono la prosecuzione del vincolo.  Si comprenderà che i lavori sinodali lasciano il campo aperto non a cambiamenti della dottrina ma a strategie pastorali in grado di accogliere tutti.  La pastorale deve intercettare la realtà, deve tornare ad accompagnare realmente gli uomini di oggi.

    E’ chiaro che i temi della famiglia, della trasmissione della vita e della responsabilità educativa rientrano  a pieno titolo nel problema dell’esperienza della fede. Forse pensare come unico antidoto alla crisi dei matrimoni un aumento della formazione pre e post – matrimoniale  significa avere uno sguardo parziale. Se noi pensiamo alla realtà di oggi, a cosa sono serviti i corsi pre – matrimoniali che sono stati istituiti? Non sono forse stati visti come una sorta di dazio da pagare per poter celebrare il matrimonio in chiesa? Quante coppie hanno effettivamente proseguito un cammino di fede anche dopo il giorno del matrimonio? Probabilmente solo quelle coppie che già prima coltivavano un proprio itinerario di fede.  Allora si comprende come il cuore della questione sia l’evangelizzazione, la trasmissione della fede. Solo così le coppie potranno comprendere la responsabilità cui sono chiamati; è ovvio poi che tutto va inserito in un cammino che non può non tener conto della fragilità dell’uomo, un cammino fatto di comprensione e misericordia da parte dei sacerdoti che quotidianamente accostano le coppie, anche attraverso il sacramento della riconciliazione. Così almeno si avrebbe reale coscienza di quello che la Chiesa effettivamente chiede agli sposi. Spesso infatti capita di riscontrare una grande ignoranza in materia, frutto di interpretazioni ideologiche. Si pensi all’enciclica Humanae vitae del beato Paolo VI: un testo straordinario visto come reazionario e conservatore nella maniera più bieca fin dalla sua promulgazione ma i cui contenuti guardano all’uomo moderno e alla famiglia  con grande speranza e piena fiducia.

Parlando di famiglia non si può non pensare ai figli, all’educazione che riceveranno le nuove generazioni spesso vittime di situazioni di confusione emotiva. Ora il dibattito sulla famiglia investe come si diceva la trasmissione della fede e di conseguenza la trasmissione di quei valori che contribuiscono alla realizzazione della persona umana. Nell’attuale contesto cosa viene offerto alla famiglia? O meglio: come la famiglia trasmette la fede ai propri figli? La  trasmette tramite l’esempio o si limita semplicemente a demandare il compito educativo ad altre istituzioni quali la parrocchia o la scuola cattolica?  Se 1517778_LancioGrandepensiamo al caso dell’Italia, in cui come in tutti i paesi dell’occidente, si assiste a quella che Benedetto XVI definì “apostasia silenziosa” e pertanto la parrocchia e l’oratorio hanno un ruolo sempre meno determinante in campo educativo, cosa rimane alla famiglia? Verrebbe da rispondere la scuola cattolica; se però la libertà di scelta educativa continua a non essere riconosciuta da parte dello stato, anche il ruolo della scuola cattolica è destinato ad essere pressoché nullo, riservato come privilegio per pochi, anziché essere diritto di tutti. La scuola cattolica potrebbe fare davvero tanto se fosse posta nelle condizioni di agire, dando la possibilità di essere accostata da tutti. La famiglia deve poter contare sull’aiuto delle istituzioni ecclesiali (parrocchie, movimenti del laicato) e della scuola cattolica il cui compito non è quello di formare perfetti cristiani ma di formare persone che, in virtù della fede, possano agire a favore della collettività.
Dal Messaggio finale emerge che l’ottica che deve guidare l’azione della Chiesa nelle sue diverse realtà è quella della misericordia, dell’attenzione ai singoli casi, facendo sì che ciascuno, in qualsiasi situazione si trovi a vivere, soprattutto quando non dipenda dalla sua volontà, possa trovare piena accoglienza e non si senta allontanato.

Prof. Alessio Tentori
                                                               Preside Liceo Linguistico Marcelline

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Una rilettura più attenta è necessaria

logoLa Buona Scuola apre a 360° e sa intercettare la realtà italiana? E’ forse giunta la volta buona che ciò avvenga, riprendendo i due diritti riconosciuti dal 1948 – a) la pluralità di offerta formativa che rende possibile b) la libertà di scelta educativa – e non ancora garantiti?

A pag. 65 il documento parla di scuole pubbliche statali e paritarie -“Il Sistema Nazionale di Valutazione (SNV), previsto dal Decreto del  Presidente della Repubblica n. 80 del 2013, sarà reso operativo dal prossimo anno scolastico per tutte le scuole pubbliche, statali e paritarie.” -; a pag 66 dichiara la trasparenza nella comunicazione della valutazione delle scuole – “Il Sistema Nazionale di Valutazione sarà esteso anche alle scuole paritarie. Servirà lavorare per dare alle scuole paritarie (valutate positivamente) maggiore certezza sulle risorse loro destinate, nonché garanzia di procedure semplificate per la loro assegnazione. Sarà ugualmente importante assicurare trasparenza. Per questo, i dati relativi alla valutazione delle scuole paritarie saranno trattati come i dati di tutte le altre scuole, e saranno quindi pubblicati su Scuola in Chiaro 2.0.” – . Questo aspetto sarà un aiuto alla famiglia che ha il diritto di compiere scelte responsabili e aprirà alla libertà di scelta educativa, favorita anche dall’intervento dei privati (si intende per tutta la scuola pubblica, statale e paritaria)  come si afferma a pag. 119, mentre a pag. 124 sembra intravedersi una sostenibilità a breve che implica la definizione di un costo standard, conditio sine qua non per ogni discorso di sostenibilità. Proviamo a rileggere il documento considerando che tutte le affermazioni, inerenti il futuro e ogni miglioramento attuabile, possono e devono intendersi riferite alla scuola pubblica tutta, statale e paritaria.
Sia l’ottimismo di chi non si arrende e si sente responsabile in prima persona a prevalere anche nel lettore.

Si rimanda al link: http://www.nonprofitonline.it/default.asp?id=466&id_n=6063

LIBERI DI EDUCAREchiama corresponsabilità

downloadLe scuole paritarie sono chiamate a nuove e radicali sfide che impongono un rafforzamento e un ampliamento delle competenze della dirigenza, sia laica sia religiosa. Le scuole paritarie gestite da istituti religiosi in particolare conosceranno sempre più processi di delega e di passaggio generazionale a favore del personale laico, il quale però dovrà essere preparato urgentemente nella direzione indicata, pena la non continuità dell’opera”.
Si tratta di un percorso che presenta molti tratti innovativi e che mira a offrire una chance a garanzia del pluralismo educativo gravemente compromesso dalla chiusura delle scuole pubbliche paritarie – continua suor Anna Monia Alfieri -. La scuola è un diritto di ciascun cittadino e un dovere per lo Stato favorirne lo sviluppo, non la morte. In questa relazione di diritto-dovere è intrinseca un’altra libertà: quella della scelta educativa. Ora più che mai è necessario riconoscere e custodire il valore sociale e civile insostituibile delle opere scolastiche dei nostri Istituti, al fine di garantire la libertà di scelta educativa in un’Italia che vede gravemente compromesso il proprio patrimonio culturale.
Da qui un corso “Direzione e gestione delle scuole paritarie degli Istituti Religiosi” che si svolgerà presso l’Università Cattolica, avrà inizio a novembre 2014 per poi terminare a luglio 2015, e sarà articolato in 13 lezioni tenute il sabato. Si rivolge a dirigenti e dipendenti con ruoli di responsabilità nelle scuole paritarie. Obiettivo peculiare è fornire strumenti per una gestione efficace ed efficiente degli Istituti al fine di garantirne la continuità formativa, preservando lo spirito fondante del percorso educativo.
La direzione scientifica del corso è affidata al professor Marco Grumo, docente di Economia aziendale all’Università Cattolica e direttore della Divisione non profit e impresa sociale di Altis, e a suor Anna Monia Alfieri, docente presso la Divisione non profit e impresa sociale di Altis.

 Direzione e gestione delle scuole paritarie degli Istituti Religiosi

 

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Relazioni positive

“Stare nella relazione… la volontà è un buon punto di partenza”

A volte si passa dal “tu sei tutta la mia vita” al “non esisti solo tu”. Ma non è che talvolta bisognerebbe tirare il freno?

4-relazioni-significative-positive-L-y8WZ4kLa coppia genitoriale è fondamentale per la normale crescita dei figli e i genitori sono chiamati a un dinamismo in grado non solo di preservarli ma di farli crescere come insieme e come singoli, quindi come persone inserite all’interno di un “Noi” più grande.

Ciò che più distingue l’essere umano e lo rende unico rispetto a tutte le altre specie viventi è la capacità di riflettere sulle proprie azioni e questo gli permette un grado di libertà dall’immediatezza dell’istinto. L’uomo non è “obbligato” a modalità azione-reazione! E’ capace di metacognizione, cioè di riflessione sulle sue azioni e sui suoi contenuti mentali, è capace di ragionamento astratto, e ciò rende possibile per esempio riflettere su idee come libertà e futuro. Questa competenza non funziona da sola ma è influenzata dalle emozioni.

Le emozioni ci aiutano ad entrare in relazione con gli altri, è la condivisione di esse che rende possibile la creazione di relazioni intime e profonde. Esse hanno un’importanza straordinaria nella vita delle persone perché sono il motore e la ragione del nostro comportamento, orientano all’azione e possono rappresentare una bussola, possono essere un termometro non solo di se stessi ma anche di ciò che ci circonda e di come stiamo affrontando l’esistenza, sono un’attività primaria di conoscenza.

Non ci sono emozioni positive o negative perché tutte hanno una loro funzione. Esistono emozioni dette fondamentali riconoscibili transculturalmente e sono percepite direttamente, non si possono scomporre e ciò che cambia è il grado di intensità. Sono determinate indipendentemente da fattori sociali e culturali e probabilmente sono innate: felicità, paura, tristezza, rabbia, disgusto, sorpresa. Altre emozioni come il senso di colpa sono più complesse, generate da una composizione delle fondamentali, da valutazioni cognitive basate per esempio sull’immagine di sé, sulle esperienze, sulla cultura di appartenenza, sulle interazioni sociali.

Le emozioni e con esse gli sguardi, le espressioni del viso, i toni di voce, i gesti, i movimenti, i tempi e l’intensità delle risposte ancor più delle parole, che descrivono idee, pensieri e sentimenti e tutte le entità che possono essere espressione del linguaggio, ci aiutano ad entrare in relazione con gli altri. Quante volte diciamo ad un figlio o al proprio partner: “le parole non bastano”.

La comunicazione si basa sulle modalità con cui entriamo in sintonia con gli altri non solo sulla condivisione di informazioni. Le comunicazioni collaborative generano un senso di intimità e di unione. Quando ciò accade si sperimenta un senso dell’Io che è profondamente influenzato dal sentirsi parte di un Noi, perché si sente inserito all’interno di una storia che si narra, all’interno di una relazione più grande Qui si comprende che le parti separate vengono collegate in un insieme funzionale, appunto in una “famiglia” integrata. E’ come quando si passa dall’innamoramento all’amore, dalla visione all’incarnazione, è quando diciamo “io mi metto nelle tue mani” perché si comprende che “se ci si unisce non si perde”.

x-defaultSolamente comprendendo tutto questo, riusciamo a sentire la sofferenza che deriva dalle “rotture” a seguito delle quali ci si percepisce soli, senza più la certezza della costante presenza, ciò può accadere anche indipendentemente dalla frattura creatasi.

Nessun libro, nessun esperto può offrire risposte giuste per ogni possibile circostanza della vita di tutti i giorni e poiché la realtà può essere osservata da tanti punti di vista, dovremmo scegliere ogni volta gli “occhiali” che meglio ci aiutano a vedere ciò “volevamo vedere”. Gli occhiali che non dovrebbero mai mancare: quelli che permettono di “vedere” e di ascoltare le emozioni senza fuggirle o peggio ancora negarle e quelli che permettono alla nostra mente di vedere nascere il dubbio in quanto le nuove idee crescono soltanto se possiamo dubitare di quelle vecchie.

La volontà è un buon punto di partenza, esiste la possibilità di educare e di costruire un percorso dove genitori e figli possono crescere insieme per comprendersi e comprendere in una dinamica del dono che non si deve fermare alle parole.  Quando i componenti della famiglia si comprendono e si rispettano, è più facile che manifestino comportamenti attenti ed empatici che dovrebbero ottenere grande considerazione al pari di successi scolastici o abilità sportive.

La volontà sta nell’investire in un mandato nuovo, in una forza ancora più grande che supera ogni istinto, ogni pulsione, ogni benessere immediato e ci spinge inesorabilmente alla ricerca di un significato e di un senso, soprattutto nei momenti di crisi. Una realtà tipicamente umana è quella di cercare un significato non “dare” il significato. Non possiamo basarci unicamente su indicazioni tecniche dobbiamo imparare modi di essere con l’altro.

                                                                          dott.ssa Anna Parravicini

 

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Contributo sul documento “LA BUONA SCUOLA”

bsp-080“Gli errori che rendono triste la situazione presente non sono pochi e si sono accumulati da non breve tempo” (Demostene, IV Fil.). E’ appena il caso di riflettere sulla necessità di desiderare – come cittadini – che la situazione diventi meno triste e che l’intelligenza individui gli errori e ponga rimedio ad essi.

Basta il semplice buon senso per arrivare alla convinzione che per un utilizzo appropriato delle risorse pubbliche, ad esempio per la Scuola, non si deve sprecare quanto accumulato attraverso l’imposizione fiscale riversata sui contribuenti e giustificata solo da un bene superiore che è il bene della Res-Publica. La scuola è una questione trasversale e prioritaria che domanda responsabilità personale e coraggio delle buone idee, della memoria storica, della passione per il sapere che mal si confà a strumentalizzazioni ideologiche e miopi: in caso contrario, lo stallo e l’avvitamento dello Stato saranno inevitabili.

Negli ultimi mesi si è registrata una inattesa convergenza politica sul tema oltre ogni schieramento.

Matteo Renzi nel discorso del suo insediamento: «Di fronte alla crisi economica non si può non partire dalla scuola». Attraverso le pagine di “Tempi” il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini dichiarava: «E’ fondamentale garantire la libertà di scelta educativa». Infatti arrivano le Linee “La Buona Scuola” tout court. C’è una sola e unica scuola, pubblica, cioè per tutti, che deve diventare buona attraverso il patto tra Istituzioni e Famiglia, la quale deve poter scegliere. Al Capitolo 3, pag. 65, sull’Autonomia si legge col gusto di una speranza di giustizia: (si propone) “un modello di valutazione che renda giustizia al percorso che ciascuna scuola intraprende per migliorarsi e allo stesso tempo costituisce un buono strumento di lettura a chi è esterno alla scuola. Il Sistema Nazionale di Valutazione sarà reso operativo dal prossimo anno scolastico per tutte le scuole pubbliche, statali e paritarie”. In una virgola e tre aggettivi stanno le speranze di giustizia per chi sa di dover esercitare un diritto di scelta, consapevole e incontrovertibile.

Ormai il punto è fermo: al di là dell’ideologia, cancro non del tutto estirpato dell’intelligenza, il cittadino deve e può chiedere ad un Governo – che a) ha dichiarato che la scuola è il punto di partenza, b) ha affermato che la scuola pubblica è statale e paritaria con tutto ciò che implica – questo cittadino è obbligato a esigere che l’Italia, in quanto Stato di diritto, recuperi la propria responsabilità di attore capace di “garantire” i diritti che riconosce. Pena la contraddizione, che equivale a dire e disdire, cioè ad essere come un tronco (Aristotele). E’ evidente che si richieda ai cittadini responsabili di non mollare la presa e di domandare in modo chiaro ed inequivocabile la garanzia dell’esercizio del proprio diritto alla libertà di scelta educativa in un pluralismo educativo.

La crisi morde le famiglie che vedono sempre più compromesso l’esercizio del diritto più naturale quale è la libertà di scelta educativa, ma che continuano a lottare per custodire questo diritto e ad esercitarlo anche se debbono pagarlo caro, ben due volte, con le tasse prima e con la retta poi. Inoltre la crisi stessa logora le scuole pubbliche paritarie che con sempre più fatica riescono a garantire quel servizio di civiltà quale è il pluralismo educativo; Talvolta, però, si lasciano scoraggiare, soprattutto quando le risorse irrisorie (rispetto alla voragine statale), attese da mesi, sono bloccate dai burocrati dell’Ufficio scolastico di turno. Quei docenti abilitati, non pagati a fine mese, chi li difende? “Repubblica”? No: troppo l’impegno di far quadrare i conti degli alunni persi dalle paritarie, che in realtà le cifre dicono guadagnati. La matematica è di certo un’opinione: dipende dai punti cardinali. O dalla penna della giornalista, che gufa non riesce ad essere. Infatti gli iscritti al primo anno di scuole paritarie stanno aumentando e in Regione Lombardia si rileva, in contro tendenza nazionale, un aumento alle scuole secondarie di secondo grado. E’ possibile che all’incremento abbia contribuito la dote scuola di cui non si hanno ancora dati ufficiali. Certamente questo strumento migliorabile resta l’unico strumento di civiltà che lancia il segnale: piaccia o no, la famiglia italiana ha il diritto di scegliere.

Ritorna allora la considerazione: qualcuno ha paura che l’individuo scelga. Perché poi, magari, controlla. Ed è suo diritto. Dunque la valutazione serve; le scuole pubbliche, statali e paritarie, che vi si sottraggono, semplicemente finiranno di esistere. Anche l’autonomia serve: se alla fine del percorso il buon dirigente della scuola pubblica statale potrà scegliere i propri docenti; si estinguerà una razza di bradipi (si spera poche decine di esemplari in tutta Italia) che palesemente nulla fanno, “perché tanto chi ci muove di qua?”; o che fanno troppo, cioè assegnano a giugno molti debiti agli alunni (sapientemente tenuti nell’ignoranza in corso d’anno), per fare i relativi PON stanziati dall’Europa… “Cos’e pazz!”, direbbero a Napoli. Ma sono successe e succedono.

Dunque è bene ricordare che “Finché gli italiani non vinceranno la battaglia delle libertà scolastiche in tutti i gradi e in tutte le forme, resteranno sempre servi (…) di tutti perché non avranno respirato la vera libertà che fa padroni di se stessi e rispettosi e tolleranti degli altri, fin dai banchi della scuola, di una scuola veramente libera” (Luigi Sturzo, Politica di questi anni. Consensi e critiche dal settembre 1946 all’aprile 1948).

NUOVE ISCRIZIONI ALLE PRIME CLASSI DELLE SCUOLE PARITARIE  

Corso

a.s. 13/14

a.s. 14/15

Delta

 

Primaria

23.449

23.840

391

Secondaria di 1^

17.486

17.536

50

Secondaria di 2^

11.744

11.507

-237

Totale

52.679

52.883

204

 

Tabella n. 1

 Fonte Miur per a.s. 13/14 e Repubblica del 13.09.2014 per a.s. 14/15

 

Numero Alunni frequentanti le scuole Paritarie in REGIONE LOMBARDIA  

Corso

 

a.s. 13/14*

a.s. 14/15 **

Delta

 

Infanzia

155.946

156.499

553

Primaria

40.558

40.514

-44

Secondaria di 1^

24.699

24.819

120

Secondaria di 2^

30.914

30.826

-88

Totale

 

252.117

252.658

541

 

Tabella n. 3 b)
* Dati tratti dal Ministero dell’istruzione, dell’Università e della Ricerca  
** Dati non ancora pubblici ma che vengono reperiti dall’autorevole quotidiano Repubblica 13-09-2014PAG. 9
La domanda è d’obbligo come mai Repubblica titolava Crollo nelle paritarie?Non conosceva forse i reali dati a.s. 13/14?
Considerato che ha tratto I dati dal “Documento La scuola in Lombardia Conferenzastampa
per l’avvio dell’anno scolastico 2013-2014 Documentazione – 11 settembre 2013″
che a pag. 18/19 segnala con una nota i “dati degli alunni non statale e alunni con cittadinanzanon italiana sono relativiall’a.s. 2012/13″
      Anna Monia Alfieri

Lasciati coinvolgere! Clicca su:      http://labuonascuola.gov.it/       

                                         Anna Monia Alfieri
                                     Responsabile Ufficio Scuola Usmi Lombardia

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“Tiremm innanz”

tumblr_mag1duxUR81r71b95o1_500La gente di scuola è abituata agli imprevisti: l’assenza improvvisa di un docente (si spera sempre giustificata), il ragazzino agitato che cade a ricreazione (rottura di un dente definitivo: parte l’assicurazione), la mamma-erinni che urla alla mancata promozione del proprio “cocco” sfaticato (benché avvisata sia per iscritto che verbalmente da mesi), il Consiglio di Istituto che rema contro…  Chi è dirigente scolastico non fa una piega; di se stesso, potrebbe solo dire “Sono pagato per stare calmo”. Dunque nessuno stupore, da parte della gente di scuola, di fronte ad un saggio posticipo delle linee guida scuola previste per il CdM 29.08, che è del tutto condivisibile da chi ragiona, e che lo sarebbe stato anche dal “popolo” se quest’ultimo non fosse stato eccessivamente solleticato nell’aspettativa e nell’istinto miracolistico. Poco male. Qualcuno si sfogherà twittando. Poi passa. La gente di scuola, invece, sa aspettare. Lungo questi mesi non ha mai giudicato la realtà e non lo farà neanche adesso, tanto più che ha detto e fatto ciò che si doveva: è stata compiuta un’azione culturale degna di tutto rispetto che ha saputo riportare la questione nella sua giusta collocazione e cioè il diritto. Vietato cedere allo scoraggiamento poiché sono sul tappeto troppi diritti, molto concreti:

-      Il diritto alla libertà di scelta educativa di milioni di genitori

-      Il diritto allo studio di milioni di studenti

-      Il diritto alla libertà di insegnamento di milioni di docenti

-      Il diritto del Sistema Nazionale di Istruzione ad essere “europeo”

-      Il diritto delle Scuole ad esercitare la legittima autonomia

-      Il diritto dell’Italia ad avere un futuro.

In questa estate bizzarra si raccoglie simbolicamente l’angoscia di un legale rappresentante, gestore di buone Scuole pubbliche paritarie (piene di figli di portinai e di badanti, di cui molti, di certo, diventeranno futuri dirigenti e professionisti) di non sapere come pagare gli stipendi ai suoi collaboratori, poiché le famiglie degli alunni faticano a pagare la retta (che non dovrebbero pagare, perché già pagano le tasse per il servizio statale di cui non usufruiscono) e i miseri contributi sono sequestrati negli uffici scolastici regionali per le meritate ferie dei funzionari (si stanno ancora aspettando i pochi spiccioli del 2013/14). Pochi spiccioli come quelli che i cittadini comuni si fanno bastare, mentre si accollano gli stipendi milionari della macchina inefficiente della politica italiana, mai toccata seriamente dai tagli. Si sa, quella sì che si rivolterebbe. Il legale rappresentante in questione – dopo parecchie notti insonni passate sui bilanci – ha assicurato ai settecento collaboratori che il loro misero stipendio sarebbe arrivato comunque per intero, perché le famiglie non avrebbero saputo come comprare il pane, non certo il giornaletto gossipparo. Si sono fidati: quel datore di lavoro, infatti, è abituato non a stupire, ma a rispettare.

Tra i contributi di fine agosto, si registra, a proposito di diritti, la replica, ripresa da vari quotidiani tranne che dal destinatario, il Corriere – nessuno stupore – di una mamma, Maria Chiara Parola[1] che scrive: «Leggo sul Corriere di oggi 23.08 la replica del sig. Tullio Gregory all’articolo di Dario Antiseri “La libertà di insegnamento passa dalle scuole paritarie” del 21/8. Mi viene irresistibile una replica; spero che il Corriere abbia il coraggio di pubblicarla. In che mondo vive il sig. Tullio Gregory? In quello di oggi, del 2014? oppure in quello ideologicamente costruito in una bolla d’aria, dove la parola statale deve essere sinonimo di pubblico, dove tutto ciò che è cattolico deve essere bandito e sminuito in quanto siamo in un paese anticlericale? Dove tutte le scuole paritarie devono essere per forza cattoliche? Ma via, ma crede davvero che le scuole paritarie adottino testi scolastici ad hoc quasi fossero paladine di un regime totalitario? Le scuole paritarie fanno parte del sistema scolastico di istruzione nazionale e sono scuole pubbliche. I loro docenti hanno un certificato di abilitazione firmato dallo Stato. Il riferimento generalizzato, poi, al livello culturale delle scuole paritarie come scuole che fanno la carità (agli asini) è assolutamente offensivo, a meno che non sia un riferimento ai diplomifici, (lo 0,2% del totale delle paritarie; ma anche uno solo sarebbe troppo), su cui condivido perfettamente il pensiero; ma allora lo espliciti e non faccia di tutte le erbe un fascio, perché a) ci fa brutta figura lei, e mi dispiace, b) così non fa altro che trattare in modo ideologico l’argomento della scuola paritaria e della libertà di scelta educativa. Argomenti che le assicuro dovrebbero essere trattati con molta serietà e a ragion veduta, perché sulla libertà dei genitori non si scherza, ed è riduttivo, poco costruttivo, del tutto fuorviante continuare a contrapporre la scuola statale a quella paritaria. Sono entrambe scuole pubbliche, per la legge 62/2000. Firmata da Berlinguer. Non è pubblico solo ciò che è statale. Sono una mamma, che ha scelto una scuola paritaria per le proprie figlie e ho pagato anche le tasse per quella statale. Le mie figlie costano allo Stato 400 euro all’anno; se fossero nella scuola statale costerebbero 7.000 euro all’anno. Le garantisco che l’anno scolastico non è una passeggiata: le ragazze studiano durante la settimana e nel w-e, per non parlare dei compiti delle vacanze. Sono percorsi impegnativi, eccome se lo sono … E’ giusto che lo siano: i ragazzi devono studiare, crescere, faticare anche un po’, formarsi per diventare giovani uomini e donne di valore anche umano, tessuto della nostra società futura. Mi piacerebbe sapere poi se chi scrive di scuola in generale, paritaria o statale, è un genitore di oggi oppure no. Lei è un genitore di oggi sig. Tullio Gregory? Lo sa cosa pensiamo davvero noi genitori, tutti i genitori (allo stesso modo sia che siano genitori di scuola paritaria o di scuola statale)? Sa quali sono le nostre preoccupazioni per i nostri figli? Cosa ogni giorno ripetiamo loro? Che questo Paese è finito, che non c’è un futuro per loro, che se ne devono andare all’estero, che devono avere il coraggio un giorno di lasciarci ed andarsene … Ed allora, caro Gregory, non ci saranno più spending review, riforme strutturali, sistemi pensionistici che tengano… L’Italia è destinata ad essere un Paese di vecchi (noi giovani genitori di ‘oggi’ destinati a rimanere qui) e di tutti i disperati emigrati che vengono nel nostro Paese pensando di avere una vita migliore. E sarà emergenza sociale, questa è l’emergenza sociale di questo tempo. Possibile che nessuno ci pensi, che non se ne sia ancora accorto nessuno? E’ questo il Paese che diventeremo? E’ quello che vogliamo? Oppure iniziamo a dare una svolta, pensiamo seriamente alla scuola come trampolino di lancio, pensiamo a rilanciarla, diamo un futuro ai nostri figli, non contrapponiamo la scuola paritaria e quella statale, facciamo invece in modo che nasca una sana competizione che migliori il livello qualitativo e culturale, facciamo scegliere davvero ai genitori la scuola pubblica che desiderano per i loro figli, statale o paritaria, come è loro diritto primario, senza fare pagare ideologicamente questa libertà due volte (con le rette e con le tasse), studiamo il costo standard per alunno, liberiamo risorse ed eliminiamo lo spreco, diamo spazio alla sacrosanta libertà di scelta educativa dei genitori, diamo loro coraggio: il futuro siamo noi, per i nostri figli!».

Il 3 settembre, forse, questo gestore e questa mamma si sentiranno rappresentate e troveranno risposta. Come forse si sentiranno rappresentati gli italiani tutti che certamente, condividono con il presidente Renzi che «la scuola è il punto di partenza. Non uno dei tanti punti bensì il punto»  (discorso programmatico). E prendono atto che «la scuola non la può cambiare il presidente del Consiglio o il ministro, la devono cambiare le famiglie, gli studenti, i professori» (agli Scout). A rigor di logica, se è così, ci si chiede umilmente da chi dipenda allora la crisi attuale della scuola e quali possano essere gli artefici sani del cambiamento. Il ministro Giannini ampliava la prospettiva (alla VII Commissione Cultura e nei diversi interventi di questi mesi): «Questo Governo è il primo, a partire dall’immediato dopoguerra, che mette la scuola e il capitolo dell’istruzione al centro dell’agenda politica. Credo che non si tratti né di una scelta casuale né di un annuncio propagandistico» - ci si chiede perché dovrebbe esserlo… – «ma piuttosto della volontà di essere e mostrarsi coerenti con una visione della società italiana».

Lungo questi mesi abbiamo registrato una convergenza politica che sembra puntare come dichiara in VII commissione il Ministro a: «Un modello di scuola e di istruzione più semplice, programmabile, valutabile e aperta al contesto e al resto del mondo. Ciò può avvenire solo attraverso una pluralità di offerta formativa. La legge n. 62 del 2000 sulla parità, cosiddetta «legge Berlinguer», prevede questo modello integrato, che non significa pubblico versus privato. Il sistema privato in Italia non esiste: esiste la scuola statale e paritaria ed esiste l’università statale e non statale. Credo che l’articolo 2 del protocollo addizionale della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, da cui deriva la piena affermazione della libertà di scelta educativa da parte degli alunni e delle famiglie, nel nostro Paese non sia ancora attuato.» E ancora, in varie occasioni il concetto è chiaro: «E’ sempre più indispensabile compiere un processo culturale che restituisca il corretto significato etimologico alle parole. Pubblico è ciò che è fatto per l’interesse pubblico, quindi non implica necessariamente e solo la gestione statale. O si comprende questo aspetto lessicale o si è come tronchi.

Dunque, cominciare con la scuola tutta, collocandoci in una posizione di diritto, senza inutili e miopi contrapposizioni ideologiche, è vitale e resta l’unico modo per risollevare la società Italiana. Un auspicio è che il 3 settembre Leopardi possa essere smentito per un aspetto, e confermato per l’altro: “è ben certo e da tutti gli stranieri, non meno che da noi, conosciuto e consentito che l’Italia in fatto di scienza filosofica e di cognizione matura e profonda dell’uomo e del mondo è incomparabilmente inferiore alla Francia, all’Inghilterra, alla Germania, considerando queste e quella generalmente. Ma con tutto ciò è anche certissimo, benché parrà un paradosso, che se le dette nazioni son più filosofe degl’italiani nell’intelletto, gl’italiani nella pratica sono mille volte più filosofi del maggior filosofo che si trovi in qualunque delle dette nazioni“. (Saggio sopra lo stato presente dei costumi degli italiani).

                 Anna Monia Alfieri
                Responsabile Ufficio Scuola Usmi Lombardia



[1] Coautrice del Testo, La buona scuola pubblica per tutti, statale e paritaria, Ed. Laterza, Bari 2010

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Educare alla legalità

cropped-blogEducare i nostri giovani alla legalità è una sfida ardua poiché domanda fatti e soprattutto testimoni. Perché una società vada bene, si muova nel progresso, perché prosperi, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere”: le nostre coscienze restano sufficientemente scosse dalle parole di Falcone? I ragazzi hanno bisogno di esempi. Quelli che non hanno intorno a loro. Devono riscoprire la voglia di vivere diversamente. Devono imparare a dire ‘si’ quando è giusto dire ‘si’ e devono imparare a dire ‘no’ quando è giusto dire ‘no’. Non devono crescere nel timore reverenziale. Nella cultura del sospetto, del clientelismo. Nell’ammirazione del politico che risolve tutti i problemi e trasforma gli uomini liberi in schiavi. Mose ed Expo docent…

Cosa significa educare i nostri giovani alla legalità?
Lasciamoci interrogare dalla realtà: la paura dei testimoni di giustizia, uomini e donne distrutti dentro, costretti a scappare per aver fatto la cosa giusta; l’impotenza di chi vede nella resa l’unica tutela al racket; la frustrazione di chi senza una raccomandazione non lavora; la solitudine del cittadino incapace di garantire una vita dignitosa alla propria famiglia, tartassato da una tassazione sempre più ingiusta di fronte a nessun servizio garantito; la rabbia dell’imprenditore che vede svanire il suo sogno per una inefficienza pubblica che, mentre lo dissangua di tasse, non riesce a porre in liquidazione le sue commesse; la delusione di chi assapora il riconoscimento di un diritto che non gli verrà mai garantito.
La legalità si nutre di diritti riconosciuti e garantiti, di doveri individuati e vissuti da tutti senza eccezioni di sorta. D’altronde in tutti i nostri tribunali si leva alto il motto: la legge è uguale per tutti. “Tutti chi?” ci domandano i nostri giovani. L’unica risposta possibile può darla uno Stato di diritto che nutre la realtà di garanzia e di tutela dei propri cittadini.

Educare i ragazzi al raggiungimento della consapevolezza dei propri diritti e dei propri doveri deve essere uno degli obiettivi fondamentali della scuola in uno Stato di diritto.
“Il nostro compito, il mio compito, quello di chi insegna e di chi coordina, è combattere il grande alleato della mafia che è l’ignoranza”. Lo ha affermato il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, nel corso dell’incontro notturno con gli studenti sulla Nave della legalità. Il ministro ha ribadito il ruolo della scuola come presidio di legalità e soprattutto che “va combattuta la cultura della complicità” che può contagiare anche lo Stato. Il dubbio che l’abbia già contagiato se lo devono tenere gli adulti. ..

La scuola può e deve colmare il gap dell’ignoranza con la “conoscenza” sino a sostituire alla cultura della complicità quella della civiltà. “La mafia teme più la Scuola della Giustizia. L’Istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa”. Queste le parole pronunciate da Caponnetto nel 1994. Dal magistrato, dal collega e dall’amico di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

A quale scuola stiamo pensando
scuola e legalitàAscoltiamo la realtà. Sentiremo parlare di:
Spending review: se un alunno di scuola pubblica statale costa in media 8.000 euro all’anno e uno di scuola pubblica paritaria ne costa 4.000, e se il risultato finale è identico (grosso modo: un cittadino còlto, civile, che va all’università e che in futuro pagherà le tasse), cosa significa? Il lattaio dell’Ohio – di montanelliana memoria – direbbe: cerchiamo i 4.000 che avanzano nelle tasche di qualcuno…
Precari di scuola pubblica statale: un esercito di senza-diritti. Per loro il contratto a tempo determinato può scadere a giugno e – se va bene – riprendere a settembre. D’estate non mangiano, sono a dieta. Ferie non pagate, stipendi in ritardo di mesi… o condivisi: un po’ per uno, a seconda di quello che arriva nella cassa della scuola, prima chi ha famiglia, ai single quello che resta.
Retribuzioni nella scuola paritaria, che svolge un servizio pubblico: anche quando sono corrisposte secondo un contratto nazionale, a parità di titoli di docenza, funzioni e obiettivi didattici, risultano inferiori per i suoi docenti rispetto ai colleghi della scuola pubblica statale; una lampante ignominia in ogni caso, e se possibile peggio, se la scuola è anche cattolica e le retribuzioni non sono neppure quelle che dovrebbero essere. Forse il Gesù dei Vangeli oggi direbbe: “Si secchi la mano di chi firma i contratti”. Ma anche la mano di chi non firma l’accreditamento dei contributi statali alle stesse scuole, semplice restituzione di tasse pagate dai genitori …. L’Ira di Dio non è un concetto astratto: c’è e ci sarà.
Libertà di scelta educativa del genitore che paga le tasse in Italia, sia rosso giallo nero non importa: il portinaio cingalese si presenta alla buona scuola pubblica paritaria cattolica con la bimba di 3 anni, visino d’angelo:  “Posso iscriverla? Mi piace la scuola, la serietà… siamo buddisti, ma non importa”. La risposta dovrebbe essere automatica: “Lei paga le tasse da 15 anni in Italia, è genitore; come tale, dice la Costituzione italiana, ha diritto di scelta nel Servizio Pubblico di Istruzione, di cui questa scuola fa parte: il posto c’è; si accomodi!”… Allora: la bambina si accomoda o non si accomoda? Si accomoda se la scuola pubblica paritaria fa i salti mortali (amministrazione e gestione oculate e intelligenti, corpo docente compatto e motivato, fund raising dignitoso e puntuale) per dire un sì che lo Stato per primo dovrebbe dire e non dice. Si accomoda anche la bambina diversamente abile? Solo se la famiglia va a rubare per procurarsi i soldi del sostegno o se la Scuola tassa gli altri genitori per mantenerlo; infatti lo Stato concede il beneficio del docente di sostegno solo ai bambini “h” delle scuole pubbliche statali, non a quelli delle scuole pubbliche paritarie, le quali appartengono al Servizio Nazionale di Istruzione, svolgono un servizio pubblico, rispondono a un dettato costituzionale: la libertà di scelta educativa della famiglia… Ma i bambini con “h” evidentemente – per lo Stato – non hanno il diritto di iscriversi alla scuola pubblica (che sia paritaria o statale dovrebbe essere ininfluente).

La famiglia è il regno della libertà, a partire dal suo costituirsi (“famiglia per forza” sono termini in contraddizione e… causa di nullità!) e nella luce del suo futuro: i figli, concepiti e fatti crescere, come sarebbe auspicabile, nella piena libertà di formazione ed educazione. Di conseguenza, la scuola riflette e si nutre della libertà insita nella struttura vitale della famiglia. E’ la fonte della libertà di insegnamento e della pluralità di offerta formativa, che sole possono essere degnamente al servizio di persone libere.
Non è libera, la famiglia, di “far crescere” i propri giovani secondo la propria legittima visione della realtà, in un ambito di valori civili. Lo Stato la ritiene non in grado di prendere libere decisioni rispetto al futuro dei propri figli. La famiglia è interdetta. Paga le imposte per la scuola pubblica (di tutti), ma non può sceglierla. La Costituzione italiana enuncia una libertà che non è garantita. In Italia lo Stato fornisce l’istruzione senza considerare la libertà di scelta della Famiglia, in quanto… evidentemente la ritiene “incapace di intendere e di volere” nella facoltà di scegliere il servizio scolastico pubblico, formato da Scuole pubbliche statali e paritarie. In Italia sceglie solo chi è ricco: paga due volte, le imposte statali e le rette scolastiche delle scuole pubbliche paritarie, inserite nel Servizio Nazionale di Istruzione. Naturalmente chi ha il figlio diversamente abile paga tre volte, poiché deve aggiungere il docente di sostegno… Si è proprio certi che lo Stato – eventualmente citato in giudizio dalla Famiglia su questi temi – vincerebbe la causa? Chi scrive ritiene di no, se l’avvocato della Famiglia è un drago di cultura sui diritti umani e sulla Carta costituzionale italiana…

Il ruolo delle Istituzioni. Il passo decisivo
Qui si deve necessariamente inserire il ruolo dei cittadini Italiani coraggiosi e responsabili, educazioneallalegalitadi chi “non ci sta” e dice chiaramente ai Maestri di Palazzo: “Altolà al fiume di parole, ai cinguettii twittati, alle dichiarazioni altisonanti e altolocate; riprendiamoci la responsabilità di cittadini eletti per servire i diritti e restituire dignità al Diritto, alla libertà di scelta educativa, che ha il solo scopo di garantire lo sviluppo armonico della societas, evitando la barbarie. Cosa è successo dal 1948 ad oggi che rende così impossibile all’Italia, unica grave eccezione in Europa, il passaggio dalla 1^ fase, “Riconoscimento del diritto alla libertà di scelta educativa in un pluralismo educativo” alla seconda fase “Garanzia dell’esercizio del diritto”?
Il ruolo attivo dei cittadini implica azioni corresponsabili con le Istituzioni sia nella elaborazione delle riforme sia nella verifica dei passaggi registrati. Il Presidente Renzi afferma spesso che in un paese civile le riforme si fanno insieme. In quell’insieme non è escluso nessuno, forse anche sconvolgendo il nostro schema mentale del particolarismo e dell’individualismo. Forse anche a noi è domandato di agire insieme abbandonando l’ansia della bandiera dell’isola conquistata.
                                                                                  Anna Monia Alfieri
                                                                   Responsabile Ufficio Scuola Usmi Lombardia

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USO E ABUSO DELLA MUSICA: RISORSA O EVASIONE?

user_4_musicaLa musica, nella società contemporanea, è presente ovunque nella vita dell’uomo, invade ogni spazio, accompagna ogni momento della giornata e si diffonde sempre più grazie anche all’utilizzo di nuove tecnologie. Si è passati, infatti, dal vecchio disco al moderno mp3: la musica oggi si scarica da internet ed è sempre fruibile grazie all’utilizzo di oggetti tecnologici sempre più leggeri e meno ingombranti.
Il grande etnomusicologo Gilbert Rouget, in un saggio del 1968 osservava: “non c’è funerale, guarigione, sacrificio, offerta agli antenati, albero abbattuto per motivi rituali, perforazione di pozzo, nascita, dichiarazione di guerra, combattimento, raccolta, semina, lavoro collettivo, rito di passaggio, consacrazione di un capo o di un sacerdote che non sia una occasione di musica, o piuttosto che non richieda il concorso indispensabile di un’azione musicale. La musica è onnipresente nella vita dell’uomo e in molti luoghi lontani dai grandi centri della cultura occidentali, essa continua a svolgere un ruolo essenziale nella formazione e nell’attività lavorativa e rituale di intere popolazioni”.
Chi pensa che la musica non sia nient’altro che un’arte e un mezzo per divertirsi attraverso i suoni ignora totalmente la natura intima della musica, questo linguaggio universale e misterioso che ha esercitato un’influenza prodigiosa attraverso i secoli e, insieme al linguaggio verbale, è uno dei fondamenti di ogni civiltà.
Proprio per il suo carattere e la sua natura, la musica ci impregna, ci suggerisce, ci imprime e ci impone tale o tal altra emozione, tale forma di stato d’animo o di ispirazione. Essa lascia il segno. «Buone musiche generano buoni costumi», si diceva nell’antica Grecia tanto che secondo Platone (428-348 a.C.), bisognava evitare l’introduzione di una nuova varietà di musica perché questa poteva mettere in pericolo lo Stato tutt’intero. Analizzando la storia è possibile notare come ad ogni innovazione negli stili musicali fu seguita invariabilmente da un cambiamento politico e morale. La musica agisce sul pensiero collettivo, colpisce al tempo stesso consapevolmente e inconsapevolmente.
In un’interessante intervista il professor Alain Busschaert (insegnante di Educazione Musicale per nove anni in un collegio dell’Ile-de-France, docente di pianoforte al Conservatorio dell’XIº distretto di Parigi e all’École Normale de Musique) lancia un grido di allarme davanti alle devastazioni causate da certe «compagnie musicali» diffuse tra gli adolescenti. Da alcune sue osservazioni e ricerche emerge come la musica, attraverso i suoni, influenzi gli stati d’animo dei ragazzi, le loro ispirazioni e, dunque, la loro personalità. Durante i suoi anni d’insegnamento ha chiesto loro di scegliere una musica, di ascoltarla regolarmente e di scrivere ciò che provavano. Col passare degli anni, proseguendo l’esperienza, ha notato che gli stessi termini ricorrenti erano stimolati dallo stesso genere d’ascolto. Un esempio per l’hard rock: «Saltare dalla finestra», «farsi di droga», «violenza», «odio», «potente», «ipnotizzato», «morte». Tutto questo a dimostrazione che il linguaggio musicale plasma. Un genere può produrre malinconia, tal’altro il rilassamento dei costumi, un altro ancora incoraggia lo sconforto o la perdita del controllo di sé, l’entusiasmo e così via… Nelle sue osservazioni Busschaert osserva giustamente che suggerendo un certo numero di sentimenti e rinnovandoli un certo numero di volte, questi si integrano nello spirito per formare così una parte del carattere, perché le abitudini emotive si acquisiscono assai rapidamente, e spesso più rapidamente delle altre abitudini. Inoltre, questo linguaggio non si esprime mediante parole suscettibili di risvegliare lo spirito di contraddizione. Esso racchiude in sé una forza che forgia il carattere, più mascherata e più potente di qualsiasi parola. Certamente, i testi possono avere una grande importanza, soprattutto quando trasmettono ideologie che possono diventare convinzioni o modelli in certi ragazzi, resi fragili da una mancanza di «protezione» educativa e con pochissimi «meccanismi di difesa». In questi casi, il nostro io più profondo può essere aggirato dalle pulsioni. Ma l’approccio è soprattutto musicale. Citiamo Jimy Hendrix, uno dei padri dell’hard rock: «La musica è una cosa spirituale. Possiamo ipnotizzare le persone con la musica e quando si raggiunge il loro punto più vulnerabile, possiamo predicare al loro subconscio tutto ciò che vogliamo». Se tale affermazione non dovesse essere sufficiente, non dobbiamo far altro che osservare le numerose schiere di ragazzi fruitori di musiche emo, metal, hard rock ed osservarne anche solamente  il look.
Ad esempio i ragazzi che ascoltano la musica emo, movimento che nasce dal più violento punk hardcore e che prevede canzoni con testi ricchi di sentimenti ed “emo – zioni” forti, con accenti solitamente tristi e autolesionisti, in genere hanno un look che prevede jeans stretti ed aderenti, lunga frangia asimmetrica in testa e gli occhi truccati di nero. Sono frequenti t-shirt aderenti raffiguranti le band preferite, cinture con le borchie.
Oppure gli ascoltatori della musica heavy metal, un genere caratterizzato da ritmi fortemente aggressivi e da un suono potente ottenuto attraverso l’enfatizzazione della distorsione delle chitarre e dei bassi, con tematiche oniriche, rabbiose, violente o tetre, il cui look prevede  pantaloni di pelle attillati, giubbini jeans, chiodi e gilet e che oggi ha dato spazio a una contaminazione con altre mode come hardcore e dark che ne estremizzano la componente “cattiva”.
Troppo spesso leggiamo sui quotidiani di rave party, manifestazioni di “delirio” musicale, molto spesso illegali organizzate in tutto il mondo all’interno di aree industriali abbandonate o in spazi aperti, dalla durata di una notte o più, con consumo di alcool e droghe, finite con la perdita di giovani vite.
Ozzy Osbourne, ex leader dei Back Sabbath, ha affermato: «Il nostro uditorio è sotto l’influenza di un potere infernale, è ciò spiega il nostro successo». Mick Jagger, leader dei Rolling Stones e «professore di educazione musicale» di tutta una generazione, ha dichiarato: «Noi lavoriamo sempre per dirigere il pensiero e la volontà delle persone, e la maggior parte degli altri gruppi fa altrettanto».
Si possono osservare ragazzini completamente sagomati all’interno dello stile musicale che ascoltano in media per due o tre ore al giorno.
Eppure questo abuso non è stato adeguatamente preso in considerazione e questi giovani non sono originari di zone periferiche a rischio, molti hanno dei genitori agiati con un certo livello culturale.
Questi «ragazzini», che spesso hanno tutto ciò che desiderano materialmente, non hanno più  punti di riferimento rassicuranti indispensabili al loro equilibrio. Essi trovano nella musica una   compensazione.

Electric freeflow DanceL’allora  Cardinale Ratzinger in una intervista del 1993 sosteneva che «il pericoloso potere di smembramento e di dissoluzione della persona» causato da certe «musiche sataniche» non è stato «preso abbastanza sul serio», sicuramente l’importante è prendere coscienza dell’impatto di queste forme di espressioni musicali su chi riceve questa «educazione».

Se il potere della musica è tale, non c’è limite al suo utilizzo come risorsa, a quello che  può insegnare, al suo ruolo educativo,  se siamo disposti a conoscerla nel profondo e a non segregarla al di fuori della nostra sfera intellettuale.
La musica è stata confinata per lunghi anni in un regno remoto di piacere e di evasione, partendo dal presupposto che non avesse niente da dire alle nostre aree cerebrali preposte ai pensieri o alla vita di tutti i giorni e che non fosse in grado di svilupparle.
In realtà la capacità della musica di sviluppare l’insieme delle abilità cognitive del nostro cervello ed il suo potere educativo erano già note nel passato.
Infatti, indipendentemente dalle teorie che fin dall’antichità si costruirono per interpretare il fenomeno musica, deve essere ricordato che nella Grecia, così come per i popoli orientali e per tutti i popoli primitivi, la musica costituisce un momento fondamentale dell’educazione; nella formazione integrale dell’uomo, secondo Platone, l’educazione comprende la ginnastica per lo sviluppo del corpo e la musica per l’anima.

Possiamo definirla anche un’espressione d’arte trascendente; infatti, per circa cinquemila anni (dai sumeri all’anno mille circa) la musica ha sempre avuto, prevalentemente, la funzione di collegare l’uomo a Dio, ha avuto una funzione fondamentalmente religiosa; addirittura nell’antica Grecia la melodia era considerata il risultato del legame che si creava con la divinità.
Aristotele teneva in grandissima considerazione la musica, giudicandola un contributo prezioso all’educazione dei giovani: “Quanto al darsi alla musica non si può spiegare solo con questa  ragione (alleviare le fatiche e le sofferenze) ma anche perché, come pare, è utile al riposo. Nondimeno si potrebbe indagare se ciò non sia accidentale, mentre la natura della musica è più elevata di quanto non lasci supporre l’uso predetto. In realtà nei ritmi e nei canti vi sono rappresentazioni, quanto mai vicine alla realtà, d’ira e mitezza, e anche di coraggio e di temperanza e di tutti i loro opposti e delle altre qualità morali e questo è provato dall’esperienza, che quando li ascoltiamo, data la loro natura, sentiamo una trasformazione nell’anima.
Da tali considerazioni è chiaro che la musica può esercitare qualche influsso sul carattere dell’anima e se può far questo, è chiaro che bisogna accostarle i giovani ed educarli ad essa”.
Fino all’avvento di Cartesio, la musica era considerata la più elevata delle discipline. Insieme a aritmetica, geometria e astronomia, rientrava nel quadrivium, il corso di studi posto all’apice della conoscenza scientifica e filosofica, il cui livello base era costituito dal trivium (grammatica, retorica e logica). La musica ne rappresentava il punto culminante: essa racchiude in sé tutte le altre conoscenze, tanto la scienza dei numeri, quanto la scienza del moto degli astri, quanto le strutture logico-grammaticali, insieme alle regole dei metri verbali desunti dalla retorica. Isidoro di Siviglia, a conferma delle sorprendenti analogie tra teoria medievale e moderne neuroscienze, afferma: “Senza la musica nessuna disciplina può considerarsi perfetta, non vi è infatti nulla che sia senza di essa.” (Etymologiae III, 16). Passato e presente, teoria medioevale e moderne neuroscienze, si congiungono idealmente nel considerare il valore della conoscenza musicale.
E’ ancora Platone a ricordarci, che “la musica non deve mirare al divertimento, ma a formare armoniosamente le personalità”. A distanza di 2500 anni, gli studiosi e i pedagogisti si ritrovano concordi a dimostrare che Platone aveva ragione: il linguaggio dell’arte è un mezzo straordinario per lo sviluppo e la crescita della persona.
Un’efficace azione formativa può partire dall’osservazione dei “comportamenti” creativi di grandi geni della musica e dalla loro applicazione nei contesti delle organizzazioni. Come bene fa notare Paolo Fabbri, ogni genio musicale adotta un particolare metodo di pensiero e azione, che lo distingue dagli altri. Così Bach compone in modo diverso da Mozart, così come un jazzista suona in modo diverso da un musicista classico, o un direttore d’orchestra agisce in modo differente rispetto a un virtuoso solista.
Osservare all’opera le formae mentis di queste intelligenze, appartengano esse a compositori o a performers, può consentirci di ricavarne strategie applicabili ai contesti formativi ed educativi.
Bach compone le sue opere su un unico tema, ricordandoci l’importanza di disporre di obiettivi focalizzati, su cui allineare le risorse della mente, mentre Mozart ama la varietà tematica, e ci ricorda l’importanza di disporre di opzioni alternative, in modo da non trovarci mai senza vie d’uscita. Un compositore è abituato a pianificare e programmare le sue opere, e diviene pertanto un modello di eccellenza per progettualità, mentre un jazzista è virtuoso nella capacità di improvvisare, e in questo senso diviene modello per la gestione dell’incertezza e del cambiamento. Un professore d’orchestra sviluppa le capacità di lavorare in team, mentre un solista deve saper trascinare e motivare i musicisti che lo sostengono. La pratica corale, attività che riunisce i cuori e le voci di centinaia, migliaia di persone, consente di comprendere come il risultato di ogni performance sia frutto dell’impegno condiviso di tutti i partecipanti.
L’educazione all’ascolto forse è molto più importante di quello che possiamo immaginare, non solo per lo sviluppo di ogni individuo, ma anche per il funzionamento della società nel suo complesso, e quindi anche dei governi.
In un dialogo tra due persone, si aspetta che l’altro abbia finito di dire quello che ha da dire prima di rispondere o commentare. In musica due voci dialogano simultaneamente, ognuna si esprime nella forma più piena, e al tempo stesso ascolta l’altra. Da ciò nasce la possibilità di imparare non solo la musica, ma dalla musica. Per esempio ai bambini si può insegnare l’ordine e la disciplina attraverso il ritmo.
La musica, non basta sentirla, bisogna ascoltarla per comprendere la narrazione musicale.
L’abilità di ascoltare diverse voci insieme cogliendo l’esposizione di ciascuna di esse separatamente, la capacità di ricordare un tema che fece la sua prima comparsa per poi subire un lungo processo di trasformazione, e che ora ricompare in una luce differente, infine la competenza uditiva necessaria per riconoscere le variazioni geometriche del soggetto di una fuga sono tutte qualità che accrescono la comprensione. Forse l’effetto cumulativo di tali capacità e competenze potrebbe formare esseri umani più adatti ad ascoltare e a comprendere punti di vista diversi fra loro, esseri umani più abili nel valutare il proprio posto nella società e nella storia, esseri umani più pronti a cogliere non le differenze fra loro ma le somiglianze fra tutti.
Si evince da tutto questo che la musica è un linguaggio universale, una realtà che consente di comunicare, di gettare “ponti” verso gli altri ed, insieme, di esprimere se stessi, i diversi sentimenti e momenti della propria vita e della propria anima. Un linguaggio senza tempo, senza territori, né confini, è la voce di tutta l’umanità, di qualsiasi tempo e luogo.
Ferraro, in un suo articolo sulla musica come linguaggio universale, rileva che, in  un mondo, in cui sono diventate universali parole che esprimono valori negativi come: guerra, odio, vendetta, razzismo e persecuzione, non solo il linguaggio prettamente musicale, che sicuramente viaggia più velocemente e arriva prima all’animo delle persone, ma le stesse parole utilizzate nella musica ci possono aiutare a comunicare valori positivi che devono ispirare le nostre azioni quotidiane. La parola accordo, per esempio, per augurare un mondo in cui tutti i popoli, anche nel rispetto delle loro diversità di cultura, usanze e religione, possano essere uniti da obiettivi e valori comuni, andare cioè d’amore e d’accordo come le note quando, suonate simultaneamente, creano piacevoli melodie. Sarebbe ancora opportuno prendere in prestito dal mondo musicale anche la parola armonia che deriva dal termine greco “harmonia” e significa unione. Come nella musica esiste l’armonia di suoni così nel mondo sentiamo il bisogno di una armonia di pensiero e di azioni, di un’armonia dei fatti con le parole, dell’armonia di sentimenti e opinioni per permettere a tutti di vivere in pace. Infine, come i musicisti di una grande orchestra, che anche con strumenti diversi suonano armonicamente la stessa musica, tutti gli uomini dovrebbero vivere ed agire concordi per un mondo migliore. La scuola dovrebbe incentivare la sete di cultura musicale e lo sviluppo della musicalità, consideran­dola elemento basilare della formazione, per il suo alto valore educativo e per la sua capacità di  promuovere l’in­tegrazione delle diverse componenti della personalità: percettivo-motoria, affettivo-sociale e cognitiva.

Quello che recitano a riguardo della musica le Indicazioni Nazionali per il curricolo del 2012 “La musica, componente fondamentale e universale dell’esperienza umana, offre uno spazio simbolico e relazionale propizio all’attivazione di processi di cooperazione e socializzazione, all’acquisizione di strumenti di conoscenza, alla valorizzazione della creatività e della partecipazione, allo sviluppo del senso di appartenenza a una comunità, nonché all’interazione fra culture diverse…” non dovrebbero rimanere solo riflessioni teoriche avulse dal mon­do della scuola, ma possono essere sapientemente utilizzate dagli insegnanti proprio come mezzo di educazione all’interazione, alla condivisione, alla so­lidarietà… a tutti quei valori democratici che oggi, epoca di individualismo esasperato, urgono più che mai.
Non si può immaginare una vita senza musica: è fondamentale il suo contributo alla “bellezza che salverà il mondo” come diceva Dostovjeski. E’ il nutrimento insostituibile che forma l’uomo.

mc3basicaSe si vuole una comunità formata da esseri umani completi, la musica, come diceva Auerbach “il solo linguaggio universale che non ha bisogno di essere tradotto, per questo che parla all’anima”, deve essere un bene comune, deve essere utilizzata come risorsa educativa per la formazione globale dell’individuo perché “la musica tra tutte le arti esalta l’armonia universale e suscita la fraternità dei sentimenti al di là di tutte le frontiere: essa per la sua natura può far risuonare interiori armonie, solleva intense e profonde emozioni, esercita un potente influsso con il nuovo incanto. La musica è uno strumento di vera fraternità, aiutando a superare discriminazioni e frontiere” (Giovanni Paolo II).

Professoressa Serena Borghi

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Responsabilità e coraggio di buone idee

creativita-500x314 “Gli errori che rendono triste la situazione presente non sono pochi e si sono accumulati da non breve tempo” (Demostene, IV Fil.). E’ appena il caso di riflettere sulla necessità di desiderare – come cittadini – che la situazione diventi meno triste e che l’intelligenza individui gli errori e ponga rimedio ad essi.

Basta il semplice buon senso per arrivare alla convinzione che per un utilizzo appropriato delle risorse pubbliche, ad esempio per la Scuola, non si deve sprecare quanto accumulato attraverso l’imposizione fiscale riversata sui contribuenti e giustificata solo da un bene superiore che è il bene della Res Publica. La scuola è una questione trasversale e prioritaria che domanda responsabilità personale e coraggio delle buone idee, della memoria storica, della passione per il sapere: in caso contrario, lo stallo e l’avvitamento dello Stato saranno inevitabili. Come dimostrano le esondazioni del Seveso da 60 anni a Milano, nel cuore della vita produttiva italiana: la scuola non ha formato ingegneri abbastanza validi da capire le cause del guaio e aggiustarlo. Oppure a qualcuno il Seveso interessa così.

Nel 2010 il saggio “La buona scuola pubblica per tutti statale e paritaria”, Ed. Laterza, individuava nel costo standard l’anello mancante per garantire l’esercizio del diritto riconosciuto.

Senza la definizione di un costo standard per alunno, il Sistema Nazionale di Istruzione non solo è cieco, ma anche sordo e muto, perché impedisce al cittadino l’esercizio del diritto di libertà di scelta educativa e allo Stato il dovere di rendere fruibile questo diritto.

Negli ultimi mesi si è registrata una inattesa convergenza politica sul tema.

Matteo Renzi nel discorso del suo insediamento: «Di fronte alla crisi economica non si può non partire dalla scuola». Attraverso “Tempi” il ministro dell’Istruzione informa che il presidente del Consiglio si è riservato un tempo di riflessione per arrivare «a fine luglio, inizi di agosto» a varare provvedimenti in materia scolastica. «E’ fondamentale garantire la libertà di scelta educativa». Come? Sostanzialmente dando piena attuazione alla legge sull’autonomia. E introducendo il “costo standard” per allievo. In tempo reale arrivano anche dall’opposizione segnali di condivisione. La responsabile scuola di Forza Italia onorevole Elena Centemero afferma: «Il costo standard è un modo per razionalizzare i finanziamenti e migliorare i servizi offerti». Lo stesso Luigi Berlinguer, padre della legge 62/2000 sulla parità scolastica, a un recente convegno dell’associazione Treelle, ha dichiarato: «Istituire una scuola paritaria in Italia è un diritto e non una facoltà, né tantomeno una concessione statale, come vorrebbe qualche magistrato. Lo Stato deve assicurare a queste scuole la piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quelli delle statali».

 Dall’ANSA, Roma 8 luglio “I costi standard entrano in Costituzione. Lo prevede un emendamento dei relatori alle riforme approvato dalla Commissione affari costituzionali del Senato. L’emendamento riguarda l’articolo 119 della Costituzione, sul coordinamento della finanza pubblica locale. (ANSA).”

E’ un passaggio questo che può coinvolgere tutti i settori, scuola in primis in perfetta continuità con il Costo Medio per Studente schierato dal Decreto IMU, un indice capace di leggere in modo realistico la singola realtà scolastica.

Il Corrispettivo Medio del Decreto IMU, che è la media del contributo al funzionamento richiesto alle famiglie, tiene conto delle agevolazioni totali o parziali che la scuola applica alle famiglie, che altrimenti non potrebbero esercitare la loro scelta educativa.
Il Costo Medio per Studente, che è la risultanza dei Costi Totali (Costi fissi + Costi variabili)/ il numero degli studenti), è ovviamente inversamente proporzionale al numero degli alunni. Tale Costo è definito un “costo reale”: ad esempio, se prendo in esame quattro scuole, avrò probabilmente 4 costi medi differenti.

Un passaggio ulteriore è offerto dal Costo Standard, definito anche “costo ipotetico”, cioè la risultanza di alcune ipotesi di efficienza di un modello organizzativo.

Il Costo Standard è funzionale a far evolvere il costo medio – di solito è superiore – poiché indirizzato a far superare tutte le inefficienze. E’ un passaggio fondamentale, questo, necessario non solo ad una corretta gestione della scuola pubblica (e, a monte, della cosa pubblica), ma funzionale anche ad aprire concretamente la strada alla libertà di scelta di una buona scuola, nell’ambito di una pluralità di offerta formativa pubblica, statale e paritaria. Chi paga le tasse deve poter scegliere. Lo Stato garantisca, non gestisca: non gli conviene.
                                                                           Anna Monia Alfieri
                                                          Responsabile settore scuola usmi Lombardia 

 

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Alla ricerca …. delle parole e dei modi!

comitato_genitoriSempre più genitori si rivolgono a professionisti che operano nel campo psicopedagogico per cercare supporto nell’educazione, perché sono molte le domande che li assillano e tanti i dubbi nelle battaglie quotidiane con i figli. Sembra che oggi crescere un figlio sia molto più complesso di una volta e che richieda maggiori energie.
Lo sviluppo della personalità di un bambino è influenzato da numerosi fattori, tra cui la genetica, il temperamento, la salute, l’ambiente. Ovviamente, la relazione genitore-figlio costituisce una parte molto importante delle esperienze che plasmano in modo diretto la personalità del bambino. Nel percorso di maturazione emotiva dei bambini il ruolo degli educatori e delle persone che si prendono cura di loro è fondamentale e la costruzione di relazioni positive con i figli dipende dalla capacità di rimanere aperti alla disponibilità, alla crescita e allo sviluppo anche dell’adulto.
La relazione con i figli si basa sulla condivisione di esperienze, infatti, quando noi adulti pensiamo a persone importanti nella nostra vita spesso richiamiamo alla mente momenti di sintonia che trovano espressione in racconti che si riferiscono alla nostra relazione con loro.

Consapevolezza
La consapevolezza è alla base della nostra capacità di costruire relazioni significative. Significa vivere consapevoli dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti e nello stesso tempo pronti a capire quelli dei figli. Quando si riesce ad essere genitori veramente presenti, si aiutano i figli ad avere in quel momento una piena esperienza di se stessi. Essere genitore consapevole significa, inoltre, agire intenzionalmente, cioè essere capace di scegliere comportamenti che rispondono alle esigenze emotive del figlio. L’intenzionalità educativa è frutto di scelte, di valori e di strategie ed è l’elemento che trasforma l’essere insieme, all’essere l’uno accanto all’altro, in un incontro.

Sincerità
I bambini imparano a conoscersi attraverso il modo in cui si comunica con loro.
Quando il genitore è turbato da elementi del suo passato, del suo presente o rispetto al futuro è fisicamente presente, ma mentalmente assente. Il figlio non ha costantemente bisogno di una totale disponibilità del genitore, ma deve sentirlo presente nelle interazioni che richiedono coinvolgimento emotivo. Per questo la sincerità, cioè la capacità e la forza di saper dire la verità anche nelle situazioni più difficili, è alla base di ogni rapporto anche del rapporto con il figlio.
Un tempo quando si voleva scoraggiare i bambini dall’uso della menzogna si diceva “le bugie hanno le gambe corte”. Troppo spesso ci si irrita per le menzogne degli altri, ma si tengono in poca considerazione le personali quotidiane bugie con cui non di rado ci si rapporta con i figli. Con loro ci si sente autorizzati a mentire o a nascondere le cose più dolorose e quelle che si ritengono più difficili da affrontare in nome della necessità di difenderli e di proteggerli dal dolore e dalla sofferenza. Bisognerebbe pensare ai benefici che nel tempo produce, invece, il coraggio di essere sinceri. E’ evidente che in molte situazioni ci sia bisogno di coraggio, e molto, per dire alcune verità o affrontare qualcosa che potrebbe provocare dolore o sofferenza ad un bambino, ma è il dovere di chi è chiamato al difficile mestiere del genitore, essere sinceri e trasparenti e al tempo stesso non coinvolgere bambini ed adolescenti all’interno dei conflitti e dei problemi. Il problema piuttosto sta nel come dire la verità, quali parole, quali frasi o espressioni usare, per questo in alcuni casi può essere utile confrontarsi con un esperto.

Flessibilità di risposta
Il modo in cui comunichiamo con i nostri figli ha un profondo impatto sul loro sviluppo e la nostra capacità di stabilire comunicazioni empatiche e attente alle esigenze del bambino lo aiuta a sviluppare un senso di sicurezza che gli fornisce una base importante per affrontare il mondo.
Essere capaci di rispondere in maniera flessibile è una delle sfide più difficili che si presentano ai genitori. E’ la capacità di operare una selezione tra la grande varietà di impulsi, idee, sensazioni per arrivare ad una scelta che si traduce in una risposta mediata e non automatica. Invece di reagire a una situazione in modo automatico e istintivo si può riflettere e produrre intenzionalmente un comportamento che si ritiene adeguato.
In determinate condizioni la flessibilità di risposta può essere inibita: quando un genitore è stanco, frustrato, deluso o arrabbiato non è in grado di scegliere e controllare il comportamento e rischia di reagire in maniera eccessiva e incontrollata, causando disagio e sofferenza nel figlio. Per un genitore è importante riuscire a rimanere flessibile ed è possibile imparare a farlo.

 I messaggi non verbali
E’ all’interno delle interazioni emotive con il genitore che i bambini sviluppano un più profondo senso di sé e la capacità di mettersi in relazioni con gli altri.
Le informazioni trasmesse verbalmente sono solo una parte dei segnali che possiamo utilizzare per comprendere i figli. I messaggi non verbali contenuti negli sguardi, nelle espressioni del viso, nei toni della voce, nei gesti, costituiscono componenti estremamente importanti della comunicazione. Questi segnali rivelano ai figli i processi interni dei genitori in maniera molto più diretta di quanto facciano le parole, perciò prestare più attenzione a queste forme di comunicazione può aiutare un genitore anche a capire meglio i propri figli e i loro punti di vista.

 Gioia di vivere
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Quando un genitore si sente sotto pressione e travolto da una vita piena di impegni o preoccupazioni è molto difficile gestire in maniera piena la vita familiare. Non si dovrebbe però trascurare la possibilità di divertimento per e con i figli. Quando un genitore è per esempio molto occupato a fare cose per i figli si dimentica quanto sia importante il fatto di stare semplicemente con loro.

Riconoscere Tollerare Rispettare la vulnerabilità e l’Impotenza in se stessi e nel figlio
Il genitore non può e non deve essere perfetto. Deve provare a riconoscere, tollerare e rispettare le sue difficoltà, solo così non perde l’opportunità di diventare migliore e di continuare a crescere e cambiare, opportunità che ci è data durante tutto il corso della nostra esistenza.

                                Dott.ssa Anna Parravicini
Psicologa

 

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