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Luce e bellezza

febbraio 24th, 2016

IIa Domenica di Quaresima                                          21 febbraio 2016

Luce e bellezza

Dal Vangelo secondo Luca (9,28-36)

trasfigurazioneCirca otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”. Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Circa otto giorni dopo questi discorsi: a quali discorsi si riferisce Luca? A quelli precedenti che riguardano gli interrogativi che i discepoli e la gente si ponevano sull’identità di Gesù. Infatti poco prima Gesù aveva chiesto ai discepoli che erano con lui: Chi sono io per la gente? (cfr 9, 18). Che significato ha la precisazione di tempo? La risposta la troviamo in 24, 1: Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino…; l’identità di Gesù la scopriamo nell’ottavo giorno, il giorno della sua risurrezione, il giorno del riposo di Dio e nostro per stare un po’ di più con Lui.
L’esperienza della trasfigurazione di Pietro, Giovanni e Giacomo è avvolta dalla preghiera; sono soli sul monte con Gesù, ed è un momento forte perché possano ripartire carichi di luce e di grazia. Preghiera, contemplazione, dialogo con Dio in Cristo Gesù, esperienze gratuite che il Padre ci dona perché possiamo essere nel quotidiano portatrici di Lui.
Questo tempo di quaresima è un’opportunità unica per progredire nella vita cristiana, lasciandoci convertire dalla sua Parola aprendo la nostra mente e il nostro cuore alla luce dello Spirito Santo che guida, sostiene il cammino di ciascuno.
La voce del Padre, dalla nube, corregge i malintesi di Pietro ricordandogli che solo Gesù è il Figlio, l’eletto. Anche a noi è rivolto l’invito ad ascoltarlo!
Ascoltare Gesù che ci parla del Padre, che ci fa conoscere il suo volto, che ci ama senza misura e senza calcoli, senza “se” e senza “ma”. Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finche non riposa in te, con Agostino anche noi facciamo quest’esperienza di insaziabilità, di inquietudine, di ricerca di Dio, sia nella preghiera, sia attraverso lo studio della sua parola e l’approfondimento della vita teologale.
È necessario e fondamentale compiere un esodo, un’uscita da noi stesse e questi giorni che ci separano dalla Pasqua, siano giorni per un cammino interiore, per stare con Gesù Cristo, per lasciarci guidare dalla sua presenza, dalla sua parola, per lasciarci assimilare da Lui e far nostri i suoi sentimenti.
sr M. Antonella Sana,op
antop07@gmail.com

Gesù è tentato dal diavolo

febbraio 11th, 2016

Ia Domenica di Quaresima                                          14 febbraio 2016

Gesù è tentato dal diavolo

Dal Vangelo secondo Luca (4, 1- 13)

tentazioniIn quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”». Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.
Il vangelo di questa prima domenica di Quaresima ci narra proprio la lotta di Gesù contro le tentazioni. L’esperienza da lui vissuta al battesimo, quella di sentirsi chiamare dal Padre «Figlio amato» (Lc 3,22), non gli ha dischiuso un percorso al riparo dalle prove: subito dopo aver ricevuto l’immersione nel fiume Giordano, «Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto» «dove per quaranta giorni fu tentato dal diavolo». Qui si confronta con la possibilità del male ed «è tentato in ogni cosa come noi, senza però commettere peccato» (Eb 4,15).
Le tentazioni dimostrano che Gesù è veramente il Figlio obbediente del Padre.
Terminati i giorni di deserto Gesù ha fame: egli non ha scelto di nutrire se stesso ma di servire il Padre. Gesù non vuole il potere e la gloria del Messia potente e violento, politico e vittorioso, ma vuole servire e lodare il Padre con gratuità e nell’amore; non ha forzato la volontà di Dio per la propria sopravvivenza ma ha scelto la via del servo e del profeta venuto a liberare e a donare la pace ai popoli.
Nelle tentazioni di Gesù troviamo anche le nostre tentazioni quotidiane: hai fame? Qual è la tua fame e quella della comunità? Cerchi te stessa? Hai, abbiamo fame di Dio? Vuoi appagare le tue aspirazioni oppure vuoi che il pane quotidiano sia la volontà di Dio nel servizio gratuito e libero alle sorelle e fratelli? Le nostre sorelle e fratelli sono la Parola di Dio per noi?
La nostra fede a volte è dubbiosa: chiediamo luce nella preghiera oppure aspettiamo che Dio ci mandi visioni e angeli per consolarci? Certo, Dio manda i suoi angeli anche a noi e sono le tante persone che arricchiscono la nostra vita con la loro presenza, la loro confidenza e la loro condivisione, ma sappiamo cogliere in queste presenze ciò che Dio vuole donarci oppure cerchiamo unicamente le nostre consolazioni?
Il battesimo e la consacrazione religiosa non ci immunizzano dalle tentazioni, ma danno la grazia per superarle. Gesù, pieno di Spirito, vince la tentazione.
Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza perché non sappiamo che cosa domandare, egli intercede per noi con gemiti inesprimibili secondo il disegno di Dio.
Battesimo, consacrazione e tentazione accompagnano il nostro quotidiano: vegliamo e preghiamo le une per le altre per non soccombere alla tentazione. Dio ci ama come figlie e non permetterà che siamo tentate oltre le nostre forze.
sr M. Antonella Sana,op
antop07@gmail.com

Sulla tua Parola getterò le reti

febbraio 3rd, 2016

V Domenica di Avvento – Anno C                                          7 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Luca (5, 1- 11)

 In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Genèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
 Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
 E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Dio è presente nelle nostre notti infruttuose, nel buio della nostra anima e dei nostri giorni, quando angoscia e speranza sembrano condurci. Ed è qui che ci chiede un gesto di abbandono e di fiducia, un gesto di coraggio, forse inutile all’apparenza: non specchiarti nel lago delle tue lamentele, alza gli occhi e guarda, ascolta la Parola che ti abita e colui che è la Parola che ti conduce per i Suoi sentieri, che ti scalda il cuore perché sia Lui a pescare l’umanità attraverso di te.
La sfida è proprio quella di fidarci di Gesù concretamente, non in parole ma con le opere, con l’adesione della mente, del cuore e della vita.
Prendi il largo, non stare chiuso nelle tue idee e nella grettezza dei tuoi pensieri, apriti alla vita, al creato, alla bellezza di avere sorelle e fratelli con i quali condividere ogni giorno la sua Parola, le meraviglie che egli compie ogni giorno in noi e attorno a noi. Questi sono i miracoli che la grazia realizza, sempre se li sappiamo cogliere, vedere e riconoscere.
Lui chiama a seguirlo sulla strada dell’amore, della gioia, della sofferenza, ci vuole portatrici di speranza e di misericordia, protagoniste della nostra vita, capaci di osare la spiritualità di comunione e d’integrazione.
Sulla tua parola getterò le reti. Lui ci farà diventare pescatrici con gesti di misericordia, di tenerezza e di bellezza. Lasciamo ciò che ci lega, lasciamo le reti delle nostre sicurezze, dei nostri limiti, le nostre paure per ascoltare Lui; lasciamo che egli ci apra il cuore e tiri fuori la nostra bella umanità.
Aperte e docili, Dio riempirà le nostre reti.

sr M. Antonella Sana,op
antop07@gmail.com

 

Il profeta rifiutato

gennaio 29th, 2016

IVa domenica per annum                                 31 gennaio 2016

Dal Vangelo secondo Luca (4, 21- 30)

In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Oggi si è compiuta questa Scrittura. Le parole nuove di Gesù rendono palese l’amore gratuito di Dio che entra nella storia, immettendo in essa una nuova realtà.

Oggi, Gesù vuole realizzare e compiere in me, in noi e attraverso di noi la sua Parola di amore, di misericordia, di luce e di verità, parola che sia trasparenza di Lui, testimoniata dalla nostra vita come risposta gioiosa e libera alla sua sequela. Tutti gli davano testimonianza e si meravigliavano delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca: Gesù ci comunica la vita trinitaria, ci rende partecipi della sua relazione con il Padre, del Regno che è in mezzo a noi. L’attesa del Messia potente e contestatore si rivela nella povertà dei segni; Israele aspettava il Messia liberatore, uno che avrebbe schiacciato il male, che avrebbe tolto il dolore, l’ingiustizia, ed invece il Messia si rivela nel figlio di Giuseppe, nell’esperienza del quotidiano.
Ecco perché è rifiutato! Ma questo è lo stile di Dio: essere aperto al povero e all’emarginato, al semplice e al piccolo, a chi è rifiutato, maltrattato e oppresso.
La durezza del cuore è un grande ostacolo alla grazia e dà una visione cupa e oscura del mondo. Impariamo ad essere libere dai pregiudizi perché questi ci legano, ci oscurano la mente, ci legano al passato. Gesù ci chiede di uscire da noi stesse, dai nostri schemi, per accogliere lui che ci dona libertà profonda: questa è la fatica e la bellezza quotidiana di noi figlie e figli.
Impariamo da Gesù ad essere profeti critici ed scomodi per far si che il vangelo cammini sulle nostre strade e sia sempre fecondo.

sr M. Antonella Sana,op
antop07@gmail.com

Oggi! Il messia profetico

gennaio 19th, 2016

IIIa domenica per annum                                 24 gennaio 2016

Dal Vangelo secondo Luca (1,1-4; 4,14-21)

Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,  a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

In questa pericope Luca si rivolge a Teofilo, la cui etimologia è: colui che è caro a Dio, perché abbia la certezza sulle cose già udite in modo ordinato. La predicazione della fede non è solo un racconto degli avvenimenti della vita di Gesù, di ciò che egli ha detto e fatto, ma è l’esposizione degli eventi nei quali qualcosa si è compiuto. Questi eventi manifestano che Dio è sempre al di sopra dello scorrere del tempo e dei tempi ma è in mezzo a noi e con noi rimane sempre. Questa la grande manifestazione che Luca vuole farci cogliere già dall’inizio del suo evangelo.
I testimoni oculari sono i servitori della Parola, chiamati a testimoniare il Risorto, non possono limitarsi a descrivere gli avvenimenti che hanno visto ma devono predicare e annunciare la buona notizia come azione unica di Dio, perché Egli ha parlato nella storia, negli ultimi tempi, nella persona di Gesù, il figlio fatto carne, l’amato che si è impastato con la nostra umanità e con le nostre miserie per farci conoscere il Padre, per condividere con noi la loro vita divina e la loro relazione unica.
Gesù è abituato a partecipare al culto nella sinagoga: è detto che insegnava e che, di solito, vi andava il sabato: entrò, si alzò, gli fu dato il rotolo, lo aprì, trovò; riavvolse il rotolo, lo riconsegnò, cominciò a dire. Ecco cosa fa Gesù, ecco come Luca ci fa vedere Gesù in azione, tra la sua gente, tra il suo popolo. Siamo invitate ad imparare a scrutare i segni dei tempi, ad avere occhi capaci di vedere, orecchie aperte per ascoltare, la bocca in grado di proclamare parole di grazia e di liberazione.
La liberazione annunciata da Is 61, 1ss è messa in relazione con la proclamazione dell’anno santo, è la liberazione attesa da Melckisedek, il sommo sacerdote consacrato dallo spirito. Gesù è il messia che ha annunciato e realizzato l’anno di grazia e di misericordia; ha portato ai poveri la buona novella, l’annuncio della misericordia di Dio, la liberazione agli schiavi e agli oppressi.
Gesù realizza l’oggi di Dio, l’oggi della promessa di ogni bene, l’oggi dell’anno santo della misericordia che stiamo celebrando, l’oggi del dono dello Spirito perché le nostre vite e i nostri carismi siano vivacizzati e rivitalizzati; l’oggi perché il discorso di Nazareth diventi programma di vita che susciti in noi l’adesione al suo amore e la grazia di condivisione ciò che siamo e ciò che abbiamo.
L’oggi è la dimensione temporale che ci tiene sveglie, attente come sentinelle per cogliere l’opportunità del passaggio del Signore, senza ritardi e senza rinvii ed essere strumento e melodia accogliente di misericordia, nel cuore e nella vita, non con buone intenzioni e belle parole.
Oggi Dio ci parla in Gesù, nella sua Parola, nei volti e nelle vite delle sorelle e dei fratelli, dei poveri e dei prigionieri della porta accanto e anche di noi stesse. Saremo capaci d’intendere (cfr Ne 8, 2)?

sr M. Antonella Sana,op
antop07@gmail.com

A Cana l’inizio dei segni

gennaio 13th, 2016

IIa domenica per annum               17 gennaio 2016

Gv  2,1-11

In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.  Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.  Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Nel clima di festa delle nozze l’evangelista Giovanni in questa pericope racconta i segni compiuti da Gesù a Cana di Galilea. Gesù è tra gli invitati, con la madre e con i suoi discepoli. Gesù è lo sposo, Maria il simbolo della chiesa. Il segno dell’acqua cambiata in vino nuovo, ravviva la fede dei discepoli e rivitalizza anche la nostra fede e la nostra vita di consacrate. A noi, alle comunità, ad ogni persona che si avvicina a Lui, Gesù elargisce gratuitamente il vino nuovo dell’amore, della speranza, della gioia, della fiducia e della misericordia.
Ma quali sono i segni attraverso i quali anche noi oggi possiamo scoprire e vedere il vino nuovo che ogni giorno ci è donato da Gesù? Quali sono questi segni attraverso i quali possiamo donare il vino nuovo che ogni girono riceviamo da Gesù, dalle consorelle, da coloro che incontriamo? Come possiamo riempire le anfore vuote della nostra vita? Qual è la nostra festa di nozze?
In questo anno delle Misericordia un segno eloquente è senz’altro quello di compiere gesti concreti di solidarietà, di carità, di bene-dire, di dire parole cariche di benevolenza, parole di consolazione.
Un segno che potremmo costantemente ravvivare è la capacità di condividere i nostri carismi, di essere comunità con la porta aperta, non solo quella del cuore, ma anche quella della speranza, della povertà condivisa, della solidarietà. La porta della comunità, aperta della preghiera e alla preghiera. Facciamo della nostra vita una lode per le sorelle e per i fratelli che lottano per un mondo più giusto, più vero e più libero. La porta aperta ad accogliere le esperienze dell’altra e dell’altro, della sua diversità che diventa la mia ricchezza.
Il coraggio di stare nelle periferie dell’umanità per portare il vino nuovo della gioia evangelica.  Celebreremo la festa di nozze accogliendo il dono dello Spirito che Gesù elargisce in pienezza e con gratuità. Gesù, volto del Padre si prende cura della nostra vita e desidera che rimaniamo nella festa, nella gioia, anche quando siamo attraversate da prove o dal dolore perché anche qui Gesù ci accompagna e rimane con noi.
Vivere alla sua sequela e con lui è già partecipare oggi, qui e ora, alla festa di nozze; Gesù trasforma l’acqua della nostra vita in vino buono, la nostra povertà diventa un’opportunità perché il Signore Gesù agisca nella nostra vita, nella nostra mente illuminandola, nel nostro cuore imprimendo in esso i suoi sentimenti e il suo amore; trasformi le nostre mani, il nostro sguardo, le nostre parole perché tutto sia riflesso di Lui solo. Egli è l’amore, la libertà, il vino nuovo.
Cana è il segno della relazione profonda tra Dio e l’umanità. Tra noi e Dio c’è questo legame sponsale, un rapporto nuziale, fatto di amore, di festa, di dono, di gioia. Un legame che ci è stato donato gratuitamente e che dobbiamo far fruttificare gratuitamente.

sr M. Antonella Sana,op
antop07@gmail.com

Tu sei mio Figlio, l’amato

gennaio 5th, 2016

Battesimo di Gesù                       10 gennaio 2016

Lc 3,15-16.21-22

 Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.
Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Chi è Gesù di Nazareth? L’evangelista Luca afferma che è il figlio, l’amato, colui che, nascosto da secoli eterni, ora ha rivelato il mistero di Dio Padre; in lui il Padre ha posto il suo compiacimento (dal latino: cum-placére).
Qual è l’attività che il Padre gli ha designato? Quella di far conoscere il volto, il suo amore, le sue parole di grazia e di verità. Gesù svolge la sua attività con la potenza dello Spirito Santo. Lo Spirito è su Gesù e con Gesù in modo permanente durante tutta la sua vita e la sua attività pubblica.
Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento; sono racchiuse in questa solenne proclamazione le tre prerogative che ci accomunano a Gesù con il nostro battesimo e che ci “legano” a lui attraverso la professione religiosa. Infatti la vita nuova si esprime nell’aderire a Lui accogliendolo nella nostra storia e nella rete della nostra piccola quotidianità dove siamo chiamate a manifestare la sua presenza che ci pervade e ci trasforma.
Partecipiamo alla missione di Gesù, nella sua triplice funzione sacerdotale, regale e profetica; apparteniamo a lui per sempre, siamo segno della sua impronta per sempre, siamo inviate in missione da Lui per sempre! Siamo inserite nella sua morte e risurrezione per partecipare con lui alla vita nuova nello Spirito, per sempre!
Siamo figlie nel Figlio, amate in Lui di amore eterno, anche in noi il Padre si compiace: siamo chiamate a lasciar agire in noi l’opera della grazia che ci rende nuove creature. E… anche per noi Dio esulta!

Antonella Sana, op
antop07@gmail.com

Venne ad abitare in mezzo a noi

dicembre 22nd, 2015

Natale del Signore                                                   25 Dicembre 2015

 Gv, 1 1-18

…..E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.
…..Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Cristo è nato: rendetegli onore. Cristo è disceso dai cieli, venite ad incontrarlo; Cristo è sulla terra, gridate la vostra gioia. Il Cristo si è fatta carne: trasalite di timore e di gioia; di timore per la colpa, di gioia per la speranza.
Di nuovo sono abolite le tenebre, di nuovo è nata la luce, di nuovo l’Egitto è punito con la tenebra, di nuovo Israele è illuminato da una colonna.
Il popolo, immerso nella tenebra dell’ignoranza, contempli la grande luce della conoscenza. Le cose vecchie sono passate; ecco, tutto è diventato nuovo.
Anch’io proclamerò la grandezza di questo giorno: l’immateriale si incarna, il Verbo si fa carne; l’invisibile si mostra agli occhi; colui che le nostre mani non possono toccare può ora essere toccato, l’intemporale ha un inizio, il Figlio di Dio diventa Figlio dell’uomo: Gesù Cristo è o stesso ieri, oggi e per sempre…
Oggi è la fetsa della Teofania o della Natività; essa è chiamata in due modi, con due nomi, che le sono stati dati. Dio infatti, con la sua nascita, si è mostrato agli uomini: da un lato, egli esiste e da tutta l’eternità è generato dall’eterno: il su essere è perciò al di sopra di ogni ragione e giustificazione – in realtà nessuna causa potrebbe essere superiore al Verbo – d0altra parte è nato per la nostra salvezza, perché colui che ci dà l’esistenza ci di anche una vita felice; o piuttosto per ricondurci grazie alla sua incarnazione alla vita beata che avevamo perduto a causa del peccato. La festa di oggi poiché ricorda l’apparizione di Dio sulla terra si chiama Teofania e in quanto suggerisce l’idea della nascita è detta Natività.
Ecco dunque la solennità che celebriamo oggi: la venuta di Dio presso gli uomini, perché noi ritorniamo a Lu, affinché, spogliato l’uomo vecchio, rivestiamo il nuovo e così come siamo morti in Adamo, viviamo in Cristo, nasciamo con lui, siamo crocifissi con lui, sepolti con lui e con lui risuscitiamo. La mia vita deve subire infatti questa magnifica conversione: e come dopo i giorni felici vengono quelli tristi, così dopo la tristezza viene la gioia.

 Gregorio Di Nazianzeno, Discorso sulla Teofania, PG 36, 311A-315A

La voce del tuo saluto è giunto ai miei orecchi

dicembre 16th, 2015

IV Domenica di Avvento – Anno C   20 dicembre 2015

Lc 1,39-48

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto (letteralmente:  «La voce del tuo saluto») è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Tutti si saluta e non farlo è maleducazione. Il saluto, infatti, è il primo modo attraverso il quale si stabilisce un contatto con gli altri; così come il toglierlo decreta la fine di una relazione. Il dizionario lo definisce così: «Atto costituito da un cenno, da un gesto, accompagnato per lo più da parole… che si scambia con una persona nel momento in cui la si incontra… per manifestare rispetto, affetto, simpatia… ma spesso è un semplice atto di cortesia formale»*. Quel che è chiaro qui è che tra Maria ed Elisabetta non è stato un «semplice atto di cortesia formale». Anzi, che questo «saluto» sia una questione evangelica centrale è di tutta evidenza e appena pronunciato, esso dà inizio a una serie di straordinarie reazioni: il bimbo esulta e sua madre – riempita di Spirito Santo – riconosce la visita del Signore in casa sua.

Il testo non chiarisce né parole né gesti, ma si sofferma piuttosto sulla «voce» di Maria (cfr. traduzione CEI 1972). Non è un particolare secondario perché questa voce, come un’impronta indelebile, plasmerà e definirà nel profondo l’identità del bambino che ora gioisce di esultanza nel sentirla: Giovanni, infatti, sarà «voce che grida» la gioia per la venuta del Messia (cfr. Lc 3,4).

Maria – entrando in casa di Zaccaria – saluta, ripetendo così il medesimo gesto con il quale lei era stata salutata per prima dall’angelo (cfr. Lc 1,26-38). La «gioia» annunciata dal messaggero è di tale portata da provocare anche in lei reazioni emotive e riflessive: si tratta, infatti, del Messia e della realizzazione delle promesse di Dio. Maria accoglie le parole del messaggero, le assume incondizionatamente con il desiderio e la speranza di realizzarle. Così, appena l’angelo parte da lei, Maria a sua volta si alza e parte in fretta. Ora è lei ad entrare nelle case per far risuonare la potente voce divina. Si mette in viaggio perché la Parola per cui si è fatta grembo, dalla Galilea alla Giudea, giunga a tutti – per prima a un’altra donna come lei, come lei testimone di una fecondità possibile contro ogni umana previsione. Maria è il saluto del Signore che visita, incontra e rimane con il suo popolo.

*dal Dizionario Treccani on line.

Silvia Zanconato
silvizanco@gmail.com

Che cosa dobbiamo fare?

dicembre 9th, 2015

III Domenica di Avvento – Anno C                                                                      13 dicembre 2015
Lc 3, 10-18
In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate  e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

La sottoscritta che scrive s’interroga spesso sulla qualità delle parole che dice. Si chiede da quale radice esse prendano forma, quale sia il nutrimento che le alimenta, se diano sincera voce a quella splendida visione, nella storia di ogni giorno, di un mondo abitato dalla salvezza (cfr. Lc 3,4-6). Quelle di Giovanni, sicuramente, sono state parole efficaci. Un annuncio asciutto e diretto. Sferzante e duro anche, soprattutto verso chi, per eventuali e presunte sicurezze di parte, si mette al di sopra degli altri, al riparo – per diritto acquisito – dal concreto lavoro della conversione. Nessuno è esentato (cfr. Lc 3,7-9). Perché non c’è parola di vita, non c’è incontro possibile se non si parte da questa premessa di solidarietà comune nel bisogno.

Ma chi scrive, si chiede anche della qualità del suo ascolto. Non è sufficiente, infatti, essere voce e non basta la sola suggestione per quel mondo rinnovato che è il vangelo. Gli ascoltatori di Giovanni sentono che è necessario un cambiamento: «Che cosa dobbiamo fare?». È un atto di umiltà e responsabilità chiedere che cosa si debba fare. Umiltà perché il domandare è espressione di quella consapevole insufficienza che tiene viva la dinamica della scoperta e dell’incontro. Responsabilità perché – una volta ottenuta la risposta – non si hanno più scuse. Quel che si deve fare è circostanziato, adeguato alle proprie possibilità e situazioni. Non si tratta di cambiare il mondo, ma di cambiare se stessi, in se stessi trasformare di volta in volta la visione in scelte di reale condivisione, solidarietà e vero rispetto per le vite degli altri.

Giovanni non è il Messia (che tentazione… Con un popolo in attesa, gli sarebbe bastato pochissimo per accendere gli entusiasmi e dirigere l’attenzione di tutte quelle persone su di lui…), ma non si potrà riconoscere e accogliere nessun salvatore se non ci si converte al suo stile. Le folle sono andate da Giovanni per imparare questo stile. Ci sono anche i pubblicani e i soldati. Sono in tanti, ma non ci sono tutti. Mancano sacerdoti, scribi e farisei. Assenza di peso, se si pensa che altrove, costoro parlano e agiscono da protagonisti. Ma qui, ad ascoltare Giovanni e a farsi battezzare da lui non sono andati. Nessuna buona notizia per chi non è disposto a mettersi in discussione.

Silvia Zanconato
silvizanco@gmail.com