La missione di fronte al dolore umano
febbraio 2nd, 2012V Domenica T.O. B 5 febbraio 2012
Giobbe 7,1-4,6-7 Sal 146 1Cor 9,16-19.22-23 Mc 1,29-39
La preghiera di colletta evidenzia il filo che unisce le letture di questa domenica: il mistero del dolore e il nostro modo di avvicinarlo; infatti, così si esprime: rendici puri e forti nelle prove, perché sull’esempio di Cristo impariamo a condividere con i fratelli il mistero del dolore. Le parole-chiave della liturgia della parola di oggi e delle successive domeniche sono proprio salvezza-salute, peccato-malattia, perdono-purificazione (guarigione).
La prima lettura racconta di Giobbe che vive una dura esperienza di sofferenza che lo porta a considerare la vita dell’uomo come una fatica sterile e insopportabile.
Di fronte alla sventura incomprensibile che lo ha colpito, invoca Dio chiedendogli di ricordarsi di lui. La debole speranza in Dio di Giobbe sofferente trova in Gesù il suo compimento. Infatti, il Ricordati che Giobbe dice a Dio è un desiderio di incontro, di richiesta di attenzione; è Dio, in definitiva, che in Gesù incontra il desiderio di Giobbe; un desiderio che interpella in ogni tempo l’impegno della Chiesa. È come dire: sii riflesso e immagine di quel Dio che porta le ferite dell’uomo, se ne fa carico e ne prende cura.
Il brano evangelico conclude la “giornata tipo” di Gesù, iniziata con la predicazione nella sinagoga e l’esorcismo dell’indemoniato nella sinagoga stessa.
La ricostruzione che Marco ne fa, avviene alla luce della risurrezione, dalla quale vengono illuminati i miracoli e le parole di Gesù. Infatti, i testi di risurrezione e il brano odierno usano lo stesso verbo – in greco, eghéiro, “ sollevarsi”, “risorgere” – per indicare sia la risurrezione di Gesù sia la guarigione della suocera di Pietro («egli, si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano»). Basta la presenza di Gesù e il suo gesto perché la suocera sia guarita.
Gesù, però, non si ferma, e «venuta la sera» quella casa diventa il punto di riferimento dell’intero villaggio: «gli portavano tutti i malati e gli indemoniati».
Come la risurrezione di Gesù è all’inizio della missione degli apostoli, così la guarigione che egli opera nella donna la conduce alla missione, al servizio del vangelo, espressi con il verbo diakonéo, “servire a mensa” («la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli»).
Ciò che fa la suocera di Pietro, servendo Gesù e i suoi, è l’immagine del servizio della parola e dell’eucaristia nella Chiesa.
Il vangelo poi, mette anche in evidenza che, per poter operare tutti i miracoli, Gesù offre l’esempio di un forte clima di preghiera: «al mattino presto si alzò quando era ancora buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava».
La preghiera parla al cuore, mette in rapporto con Dio che non è solo in astratto buono, ma è la radice di ogni bene e ogni buona azione ha in lui la fonte e il compimento. È lui la sorgente a cui ristorarsi per riprendere il quotidiano cammino della vita
Dina Scognamiglio
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