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La missione di fronte al dolore umano

febbraio 2nd, 2012

V Domenica T.O. B                     5 febbraio 2012

Giobbe 7,1-4,6-7        Sal 146    1Cor 9,16-19.22-23              Mc 1,29-39

La preghiera di colletta evidenzia il filo che unisce le letture di questa domenica: il mistero del dolore e il nostro modo di avvicinarlo; infatti, così si esprime: rendici puri e forti nelle prove, perché sull’esempio di Cristo impariamo a condividere con i fratelli il mistero del dolore. Le parole-chiave della liturgia della parola di oggi e delle successive domeniche sono proprio salvezza-salute, peccato-malattia, perdono-purificazione (guarigione).

La prima lettura racconta di Giobbe che vive una dura esperienza di sofferenza che lo porta a considerare la vita dell’uomo come una fatica sterile e insopportabile.

Di fronte alla sventura incomprensibile che lo ha colpito, invoca Dio chiedendogli di ricordarsi di lui. La debole speranza in Dio di Giobbe sofferente trova in Gesù il suo compimento. Infatti, il Ricordati che Giobbe dice a Dio è un desiderio di incontro, di richiesta di attenzione; è Dio, in definitiva, che in Gesù incontra il desiderio di Giobbe; un desiderio che interpella in ogni tempo l’impegno della Chiesa. È come dire: sii riflesso e immagine di quel Dio che porta le ferite dell’uomo, se ne fa carico e ne prende cura.

Il brano evangelico conclude la “giornata tipo” di Gesù, iniziata con la predicazione nella sinagoga e l’esorcismo dell’indemoniato nella sinagoga stessa.

La ricostruzione che Marco ne fa, avviene alla luce della risurrezione, dalla quale vengono illuminati i miracoli e le parole di Gesù. Infatti, i testi di risurrezione e il brano odierno usano lo stesso verbo – in greco, eghéiro, “ sollevarsi”, “risorgere” – per indicare sia la risurrezione di Gesù sia la guarigione della suocera di Pietro («egli, si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano»). Basta la presenza di Gesù e il suo gesto perché la suocera sia guarita.

Gesù, però, non si ferma, e «venuta la sera» quella casa diventa il punto di riferimento dell’intero villaggio: «gli portavano tutti i malati e gli indemoniati».

Come la risurrezione di Gesù è all’inizio della missione degli apostoli, così la guarigione che egli opera nella donna la conduce alla missione, al servizio del vangelo, espressi con il verbo diakonéo, “servire a mensa” («la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli»).

Ciò che fa la suocera di Pietro, servendo Gesù e i suoi, è l’immagine del servizio della parola e dell’eucaristia nella Chiesa.

Il vangelo poi, mette anche in evidenza che, per poter operare tutti i miracoli, Gesù offre l’esempio di un forte clima di preghiera: «al mattino presto si alzò quando era ancora buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava».

La preghiera parla al cuore, mette in rapporto con Dio che non è solo in astratto buono, ma è la radice di ogni bene e ogni buona azione ha in lui la fonte e il compimento. È lui la sorgente a cui ristorarsi per riprendere il quotidiano cammino della vita

Dina Scognamiglio

comsociali@usminazionale.it

Gesù, profeta e figlio obbediente

gennaio 26th, 2012

IV Domenica T.O. B                     29 gennaio 2012

Dt 18,15-20        Sal 94    1Cor 7,32-35              Mc 1,21-28 

La liturgia della parola invita a riflettere in questa domenica sull’aspetto profetico di Gesù. La prima lettura tratta dal libro del Deuteronomio parla del profeta come colui che porta a compimento una promessa; infatti, il profeta biblico non è colui che predice il futuro, ma colui che si fa carico del bisogno dell’uomo di comunicare con Dio, di conoscerne la volontà e di compierla in pienezza, come avverrà in Gesù.

Nella storia della interpretazione biblica, il testo della prima lettura è stato letto in chiave cristologica. Il profeta, che Dio suscita è Gesù. L’ascolto non è più dovuto a Mosè o agli antichi profeti biblici, ma a Gesù, Figlio obbediente e colui che rivela definitivamente la volontà del Padre, come appare nell’episodio evangelico della trasfigurazione (Mt 17,5): «Questi è il mio figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo».

L’evangelista Marco presenta Gesù, profeta potente in parole e in opere e come profeta misterioso (segreto messianico), infatti annota: egli «insegnava come uno che ha autorità». Gesù è figura molto autorevole che provoca lo stupore di chi lo ascolta, di chi lo conosce, di chi intuisce nel suo modo di essere una novità che fa la differenza rispetto a scribi e farisei. Gesù appare autorevole anche per le parole che dice ma non solo, anche per come le dice. Entra di sabato nella sinagoga, come chi ogni sabato la frequentava per incontrare Dio nella sua parola, ciò che non avveniva stando alle parole di chi quel giorno ha ascoltato Gesù: si sentivano solo le parole scontate degli scribi, incapaci di suscitare stupore. Con Gesù è finalmente una parola nuova, che procede dal cuore stesso di Dio. 
Il racconto degli avvenimenti che Marco descrive nel testo del vangelo odierno è conosciuto come la “giornata tipo” di Gesù. È una giornata scandita dall’insegnamento, dai miracoli e dalla preghiera. Egli concentra tutti i miracoli di Gesù nella prima sezione del suo vangelo mentre gli altri evangelisti li descrivono in tutta la loro narrazione.

I miracoli descritti fanno scoprire progressivamente la vera identità di Gesù, che si rivelerà pienamente nel mistero pasquale. Per questo Gesù impone il silenzio dopo ogni suo miracolo. «Taci! Esci da quell’uomo», fino a che la croce e la Pasqua non siano diventate il vero criterio di comprensione del suo agire e dei suoi miracoli. È quello che gli esegeti chiamano “il segreto messianico”, cioè far comprendere che la salvezza offerta da Gesù e ciò che lui è non si manifestano nei miracoli che egli compie, ma nella sua obbedienza al Padre, che gli ha indicato il cammino della croce.

È particolarmente interessante anche notare come il primo miracolo di Gesù, descritto in Marco, sia la guarigione dal demonio e l’ultimo la guarigione di un cieco (Mc 10,46-52). Il demonio e l’uomo spiritualmente accecato sono, infatti, i due più ostinati nemici del Regno.

Dina Scognamiglio

comsociali@usminazionale.it

Convertitevi e credete al Vangelo

gennaio 19th, 2012

III Domenica T.O. B                     22 gennaio 2012

Gen 3,1-5.10        Sal 24    1Cor 7,29-31              Mc 1,14-20

Due le tematiche che attraversano la liturgia della Parola di questa domenica: la chiamata e la conversione, sottolineate dalla prima lettura e dal vangelo.

Il libro di Giona è uno dei libri più brevi ma molto importante per la sua apertura all’universalismo perché ci mostra l’amore, la misericordia e la benevolenza di Dio per ogni persona. Questo, infatti è il senso dell’invio del profeta Giona presso i Niniviti. Nel simbolismo biblico, Ninive è la città pagana per eccellenza, dove tutto è lontano da Dio, è la personificazione di chi si compiace della propria sufficienza e non indugia a sfidare chiunque pone resistenza alla sua potenza. Ninive è considerata dai profeti come l’identificazione del male e della violenza di fronte alla quale Dio non può né tacere né restare immobile.

Il libro di Giona presenta Ninive – capitale dell’impero assiro – come una città «molto grande, di tre giornate di cammino» e descrive anche l’atteggiamento interiore di questa città entrando nel fondo dell’identità di Dio e facendo scoprire che il popolo di questa città ha lo stesso Dio d’Israele, come maestro e padre.

La pedagogia di Dio è quella della conversione e della salvezza, non quella della condanna e del giudizio, come vorrebbero gli Israeliti che Giona impersonifica.

Giona accetta con fatica la gratuità dell’amore di Dio, che non chiede nulla in cambio e non pone nessuna condizione.

La storia di Ninive è storia di salvezza, come è stata quella di Israele. Alcune espressioni descrivono il ritorno a Dio di Ninive; “quaranta” è il numero che, nel simbolismo biblico, indica la durata della penitenza; “credere” è il verbo della fede – in ebraico amàn – il verbo che la Bibbia usa per Abramo e ora per gli abitanti di Ninive.

«Bandire il digiuno e vestire il sacco» sono gli atteggiamenti della penitenza che, anche quelli di Ninive, fanno propri. Questa uniformità di atteggiamenti mostra con forza il messaggio del libro di Giona: ogni persona può essere un possibile ascoltatore della parola di Dio e può credere in lui con la stessa fede di Abramo, padre dei credenti.

Il vangelo presenta lo sfondo della predicazione di Gesù che Marco sintetizza nella frase: «il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».

Il tempo è il momento stabilito per la nostra salvezza, il Kairós verso cui converge tutta la rivelazione biblica, l’occasione offerta ad ogni persona per cambiare radicalmente la direzione della propria vita. È il significato del verbo “convertirsi”, che nel greco dei vangeli – metanoéin – indica un cambiamento profondo del modo di vivere e di pensare alla luce del vangelo di Gesù. “Credere” è un verbo forte, esprime l’atteggiamento di Abramo nei confronti di Dio e del discepolo che si converte a Gesù e al suo vangelo.

L’evangelista Marco descrive l’atteggiamento di fede dei discepoli di Gesù mediante l’avverbio “subito” e l’espressione “lasciarono tutto”. Dalle parole scritte del suo vangelo, questi atteggiamenti rimbalzano nel tempo e anche ora nella vita quotidiana di ogni cristiano.

                                                                                              Dina Scognamiglio

                                                                                              comsociali@usminazionale.it

Ascoltare è ricevere-accogliere la propria identità

gennaio 12th, 2012

II Domenica T.O. B                     15 gennaio 2012

1Sam 3,3b-10.19             Sal 39    1Cor 6,13c-15a.17-20              Gv 1,35-42

Leggendo con attenzione i testi liturgici di questa domenica, IIa del Tempo Ordinario, ci si accorge che uno dei fili d’oro che li lega è la parola ascolto. Già dall’inizio della Celebrazione eucaristica, infatti, con la preghiera di colletta, chiediamo a Dio la stessa capacità di Samuele, quella di non lasciare cadere a vuoto nessuna delle Sue parole.

La seconda lettura ci invita a metterci in ascolto del nostro corpo. Alla comunità cristiana di Corinto Paolo propone il vangelo del corpo. Il corpo è tempio di Dio e ciò significa che l’uomo entra in comunione con Dio – come avviene nel culto del tempio – con tutta la sua corporeità. Lo sottolinea  anche il salmo responsoriale, nel quale ogni parte del corpo dell’uomo è coinvolta nella preghiera: «mi hai aperto gli orecchi»; «la tua legge è nel mio cuore»; «ho le mani alzate verso di te».  Ascoltare il proprio corpo, è, dunque, ascoltare lo Spirito che lo abita.  

Il vangelo ci parla di un ascolto: si tratta di ascoltare lo sguardo per poter ricevere il proprio nome, la propria vocazione, la propria identità. Gesù, ascoltando lo sguardo di Giovanni che si fissa su di lui, riceve, insieme alla sua parola, anche il nome e la sua vocazione. Ecco l’agnello di Dio… cioè un messia-servo – infatti, il termine aramaico taljà significa sia “servo” sia “agnello” – che ama la vita e offre la sua per tutta l’umanità. Anche Pietro ascolta lo sguardo di Gesù che si fissa su di lui. Pietro riceve il proprio nome = Simone, la propria identità, la sua vocazione.

La prima lettura, racconta la vicenda del giovane Samuele, il personaggio che diverrà uno dei grandi protagonisti della storia di Israele. Come indica l’etimologia ebraica del nome, Samuele significa “chiesto a Dio” o “Dio ha ascoltato”. Infatti egli è il figlio chiesto a Dio da Anna ed Elkana, due sposi impossibilitati ad avere figli (1Sam 1-2). La loro richiesta fu ascoltata da Dio con il dono di questo figlio.

Accompagnato al tempio dalla madre quando aveva quattro anni, Samuele viveva nel tempio notte e giorno con una attenzione particolare all’ascolto della voce di Dio per vivere ogni giorno la sua vita di fede. Samuele crebbe, il Signore fu con lui né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole; da qui si comprende che l’ascolto non è una esperienza passeggera legata a momenti particolari, ma l’ascolto è uno stile, un habitus che accompagna l’intera vita nella ricerca appassionata del senso delle parole e della Parola, nella crescita operosa della fede.

Un esempio, questo di Samuele, che interpella, scuote la nostra pigrizia, il nostro modo di ascoltare; ce lo insegna anche il profeta Eli nei confronti del giovane Samuele che non ascolta e lo rimanda indietro: torna a dormire! gli dice. Ma poi capisce che anche i più giovani sono destinatari di una chiamata, disponibili a non lasciare cadere una sola delle parole che Dio rivolge loro perché sono stati disponibili in una determinata circostanza ad ascoltare una voce che li chiamava.

                                                                                        Dina Scognamiglio

                                                                       comsociali@usminazionale.it

Immersi in Dio, amati per sempre

gennaio 5th, 2012

    Battesimo del Signore                         8 gennaio 2012

Il tempo di Natale si chiude con il racconto del Battesimo di Gesù. Il Bambino, di cui abbiamo celebrato la nascita, ci viene incontro sulle rive del Giordano, nella prima manifestazione della vita pubblica.

Nella sua infanzia, Gesù per due volte si era rivelato al mondo: prima ai pastori, poi ai Magi. Ora, presso il Giordano, si mette in fila insieme con i peccatori per ricevere da Giovanni il Battesimo di penitenza. Il Figlio di Dio si immerge nella nostra umanità di peccato per trasformarla  e per storicizzare l’Alleanza nuova che Dio ha stretto con le sue creature.

Nella prima  lettura il segno della Nuova Alleanza è dato dal grande banchetto descritto dal profeta Isaia: 

  “Su ascoltatemi e mangerete cose buone 
    e gusterete cibi succulenti
   
… Io stabilirò con voi un’Alleanza eterna”.

Nella seconda lettura, l’Apostolo Giovanni attesta che Gesù è il Cristo destinato dal Padre alla salvezza dei fratelli.  

Nel Vangelo, Giovanni, il battezzatore, aveva salutato Gesù come “ l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” e quando se l’è trovato dinnanzi l’ha proclamato  innocente, senza macchia. Voleva rifiutargli il battesimo perché  Gesù non aveva bisogno di penitenza in quanto aveva assunto la natura umana, ma non il peccato,  ma Gesù non intende  prendere  le distanze dall’umanità peccatrice. Il suo battesimo era solo un annuncio di cambiamento, una profezia di vita nuova che sarebbe nata dall’Acqua, dal Sangue e dallo Spirito.

Il Figlio di Dio si immerge nell’acqua del  Giordano e lascia che il Padre riveli la sua vera identità: quando   risale dall’acqua si verificano segni meravigliosi che dicono a Giovanni e a tutti presenti  che Lui era l’inviato di Dio, il Messia atteso del quale lo stesso Giovanni aveva detto : “… un uomo più grande di me al quale io non sono degno di sciogliere i calzari”.

I cieli che si aprono sono il segno che Dio si è definitivamente riconciliato con gli uomini.

Come la colomba annunciò a Noè il principio di una nuova vita, lo Spirito Santo che discende sotto forma di colomba sta a dire che Gesù è venuto a portarci la vita di Dio.

La voce che viene dal cielo e proclama “Questi è mio figlio” ci dice che Gesù è molto più di un uomo, è Persona divina.

Il nostro battesimo è l’attualizzazione del Battesimo di Gesù.

Ogni battezzato  è chiamato a vivere la gioia della figliolanza divina perché a ciascuna creatura, rigenerata nell’Acqua e nello Spirito, il Padre ripete “ Tu sei mio figlio amato e prediletto”. 

Accogliamo   questo amore e lasciamoci plasmare dallo Spirito. Non dimentichiamo che il giorno del battesimo  siamo stati  innestati in Cristo, primo missionario del Padre ed abbiamo ricevuto anche noi l’investitura missionaria: il battesimo è un dono che colma di grazia il cuore di ogni cristiano e lo obbliga a condividere con i fratelli l’abbondanza della grazia divina.

Sr. Mariateresa Crescini 
Sup. Gen. M.P.V.

Benedite

dicembre 31st, 2011

II settimana dopo Natale               1-8 gennaio 2012 

 Il nuovo anno si apre con la Benedizione che Mosè pronunziò su tutto il popolo:

 “ Ti benedica il Signore e ti custodisca. Faccia risplendere su te il suo volto e ti faccia grazia.

Il Signore  volga su di te il suo Volto e ti dia la pace” (Num 22-27)

Le poche righe, cariche di significati religiosi, accompagnano l’uomo nella quotidianità, lo proteggono con una presenza quasi materna di Dio che  riserva  gratuitamente alle sue creature il dono della benevolenza e della  pace.

La nostra cultura sta perdendo  la memoria della Benedizione. Sono fortunati quelli di noi che      ricordano ancora il momento magico della sera, quando i bambini si accostavano ai nonni, ai genitori, agli adulti per chiedere la Benedizione. I grandi sospendevano le discussioni, si sforzavano di cercare una buona parola  dentro la stanchezza della giornata e i piccoli si sentivano protetti da quel bacio santo  che ricomponeva, in qualche modo, tutte le screziature della giornata. Era come collocare sotto la luce del Volto di Dio le nuove generazioni.

Proprio in questo spazio di luce si snoda il racconto del Vangelo: i pastori seguono le indicazioni degli angeli e vanno  a rendere omaggio al Bambino. Maria, Sua Madre, li accoglie,  non dà spiegazioni teologiche. La semplicità e l’umiltà dei pastori non le richiede. Eppure la loro fede esce da quell’incontro carica di sapienza:“Dopo averlo visto, riferirono del bambino ciò che era stato detto loro e quelli che li udivano si stupivano delle cose dette dai pastori”.

E’ la prima epifania del Bambino, quella che prepara l’incontro con i Re sapienti venuti misteriosamente da lontano. Per ora Dio si rivela soltanto alla fascia più umile del suo Popolo, non ai potenti e ai grandi che avevano calcolato i tempi, ma non avevano preparato i cuori. 

L’incontro con Gesù fa crescere la fede dei pastori e quegli umili custodi del gregge diventano i primi missionari del Dio fatto Bambino.

In tutta  questa prima settimana la liturgia ci parla spesso dell’incontro: Gesù incrocia  finalmente lo sguardo di Giovanni Battista che lo indica ai suoi discepoli come l’Agnello di Dio, atteso dalle genti e lascia che i suoi discepoli seguano il Maestro. Giovanni li ha portati fino al varco della Verità, ora li consegna a Colui che doveva venire. Uno dei due discepoli è Andrea che si premura di cercare  suo fratello Simone e con gioia gli annuncia l’incontro con  il Messia.  Il  passa-parola continua con  Filippo, con Natanaele e i primi passi del discepolato sono già compiuti. Lungo lo spazio della vita pubblica, Gesù si preoccuperà di rivelare ai suoi amici i segreti del Regno perché dopo di Lui la Chiesa possa continuare l’Opera di Salvezza iniziata con l’Incarnazione.

Questa prima settimana del 2012 è segnata dalla preoccupazione educativa della Chiesa.

Il Santo Padre, con il tema della giornata della pace, ha messo i  nostri giovani sotto  il punto Luce che è Cristo. Benedetto XVI ha proclamato un messaggio affettuoso e costruttivo, quasi una Benedizione paterna che vuole abbracciare le nuove generazioni: “Educare i giovani alla giustizia e alla pace”.

Ha invitato i giovani a “guardare il nuovo anno con atteggiamento fiducioso. È vero che nell’anno che termina è cresciuto il senso di frustrazione per la crisi che sta assillando la società, il mondo del lavoro e l’economia; una crisi le cui radici sono anzitutto culturali e antropologiche. Sembra quasi che una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno. Tuttavia, in questa oscurità, il cuore dell’uomo non cessa di attendere l’aurora”.

Noi ci impegniamo a sostanziare di fiducia questa attesa  e ripetiamo alle nuove generazioni:

   “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Faccia risplendere su te il suo volto e ti faccia grazia.

Il Signore  volga su di te il suo Volto e ti dia la pace” .

                                                                           Sr. Mariateresa Crescini 

Sup. Gen. M.P.V.

La testimonianza nello Spirito

dicembre 27th, 2011

I settimana di Natale                                      26 – 31 dicembre 2011

Abbiamo appena gustato la tenerezza del Bambino nella mangiatoia e la Liturgia sembra interrompere il racconto con il martirio di Stefano  e  la festa di S. Giovanni Evangelista. Ma questi due giganti della fede allargano lo spazio al mistero dell’Incarnazione che riprende subito dopo con il racconto della strage degli innocenti.

L’ episodio dei Magi ha svegliato la curiosità di un re  ambizioso e sanguinario e ha  storicizzato  le parole antiche del Profeta:

“In Rama si udì un grido: Rachele piange i suoi figli e non vuole esser consolata perché più non sono”. (Mt.2,13)  La colonna sonora  del Natale si è tramutata in grida di disperazione e di pianto. La paura di perdere il potere ha indotto il re ad ordinare l’eliminazione dei bambini  che potevano avere la stessa età del Messia. Giuseppe, con il Bambino e Sua Madre ha preso la via dell’Egitto, l’antico spazio di salvezza che più volte aveva accolto  i figli di Israele  in situazione di pericolo.

Purtroppo, la strage dei bambini che motiva il pianto di Rachele e di tante madri non è un episodio passeggero, ma una patologia che ha contagiato il mondo perché in ogni epoca Erode ritorna e fa strage degli  innocenti.

Anche ai nostri giorni è tornato Erode e sottomette milioni di bambini a turni massacranti di lavoro, senza salario, senza pietà.

È tornato Erode e sfrutta le bambine nella prostituzione e nel turismo sessuale.

È tornato Erode e uccide i bambini prima ancora che nascano.

È tornato Erode e  fa morire di stenti i bambini nei campi profughi.

È tornato Erode e arruola i bambini nelle guerre fratricide.

È tornato Erode e fa rapire i bambini per venderli come schiavi. 

È tornato Erode e fa sparire i bambini per venderne gli organi.

È tornato erode e lascia morire i bambini di A.I.D.S.  

È tornato Erode e lascia che milioni di bambini non siano nutriti, istruiti, curati.

È tornato Erode e viola l’innocenza dei bambini con la pedofilia.

Il pianto di Rachele continua anche nel terzo millennio e non è circoscritto ad una regione o ad un continente, ma agisce  nell’intero pianeta, anche dove  c’è il benessere.

L’infanzia coccolata e viziata non ha meno traumi dei piccoli cui manca il necessario per sopravvivere. Sono sempre più numerosi i bambini che soffrono la carenza affettiva nelle famiglie frantumate con  genitori distratti, con tempi affettivi sempre più ridotti.

Signore, ferma la mano di Erode,

ascolta il grido delle mamme e il pianto dei piccoli.

Fa’ che la strage degli innocenti

non si ripeta ai nostri giorni,

con metodi nuovi e più crudeli.

Fa’ che le nuove generazioni non conoscano

il pianto di Rachele, ma  l’accoglienza del mondo

nella giustizia e nell’amore di Dio, fatto nostro fratello.

Sr. Mariateresa  Crescini

Sup. Gen.

ACCOGLIETE

dicembre 16th, 2011

IV settimana di Avvento                          18 – 25 dicembre 2011    

 Nella liturgia della IV settimana di Avvento ci è dato contemplare  un caleidoscopio di immagini che si proiettano intorno alla venuta del Messia : il tempio, le madri, i cantici.

Il tempio è un obiettivo concreto che  Davide volle costruire  come segno di riconoscenza per accogliere l’Arca Santa e Dio gradì l’iniziativa del grande re.

L’Evangelista Luca racconta che , nella  pienezza dei tempi, in quel tempio entrò un angelo per annunciare a Zaccaria l’arrivo del Precursore, ma il vecchio sacerdote fu turbato da quella visione e stentò a credere alla Parola. Dio gli tolse la parola fino alla nascita di quella creatura che, insieme ad Elisabetta, aveva atteso tutta una vita.

Sei mesi più tardi, Dio, per farsi presente in mezzo agli uomini, oltrepassò la magnificenza del tempio  e scelse  il grembo di una fanciulla che fece spazio a Dio  e accolse la  Parola, inaugurando il tempio dell’umanità.    

 Le madri sono  le protagoniste  di questa settimana.  Giorno dopo giorno, la Parola è accolta da braccia materne che si allargano a ricevere  il dono di un figlio  e i racconti  delle annunciazioni   assicurano che Dio  è attento alla storia.

Dal libro dei Giudici leggiamo lo stupore e la gioia  della moglie di Manòach, la madre di Sansone, che riceve l’annuncio di un angelo e la  consolazione di un figlio,  benedetto dal Signore.

Dal libro di Samuele leggiamo la storia di Anna, la mamma di quel bambino che viene restituito al Signore.  Qualche tempo prima la donna aveva pianto accoratamente in quel santuario, ora è piena di gioia e  di riconoscenza perché quella creatura è dono di Dio, implorato, desiderato  e finalmente ricevuto.

Elisabetta non assume  il ruolo da protagonista, ma si rende disponibile alla salvezza che  si realizza in quel figlio donato nella sua vecchiaia. Per tre volte il racconto di Giovanni Battista viene  proposto alla nostra attenzione : l’annunciazione, la nascita, il cantico di Zaccaria.  L’evento è la manifestazione della bontà e della misericordia di Dio e soprattutto una gioia collettiva che prelude lo stupore e la gioia universale annunciata dagli angeli a Betlemme.

I cantici  costituiscono la colonna sonora di questa settimana che ci prepara al Natale.

Il cantico di Anna è un ringraziamento commovente e anticipazione del Magnificat che Maria canterà  nell’incontro  con Elisabetta:

 ” Il mio cuore esulta nel Signore,  la mia forza s’innalza grazie al mio Dio.

Si apre la mia bocca contro i miei nemici perché io gioisco per la tua salvezza (1Sam:  2,1)

Il cantico di Zaccaria è  una rilettura messianica dell’attesa cristiana che celebra la fedeltà di Dio,   e l’universalità della salvezza: “…..grazie alla tenerezza  e misericordia  del nostro Dio,

dall’alto ci visiterà un sole che sorge per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte”. (Lc.67,78)

Il cantico di Maria   colloca nella giusta prospettiva gli elogi di Elisabetta; ciò che è avvenuto è puro dono della bontà di Dio e lei stessa diventa il segno chiaro dell’amore gratuito:

“Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome;

di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono”.(Lc 1 46,49)   

Nel racconto di Luca  la colonna sonora si conclude con il canto  degli angeli.

Dapprima un  solista fa eco agli inni di  misericordia e di fedeltà e intona il cantico di gioia universale : “Vi annuncio una gioia grande,  che sarà di tutto il popolo,

oggi nella città di Davide  è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore……

Subito la moltitudine celeste esplode nel canto di Gloria che invade la valle di Betlemme, si spande  in tutto l’universo e giunge fino a noi senza esaurirsi : “ Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama”. ( Lc. 2, 9 – 14)

Sr. Mariateresa Crescini

Sup. Gen. M.P.V.

  

 

 

 

RALLEGRATEVI

dicembre 9th, 2011

III settimana di Avvento                          11 – 18 dicembre 2011     

 Lo dice Isaia, lo ripete San Paolo,  lo canta la Liturgia: Rallegratevi!

 Il colore violaceo cede il posto al rosa  tenue che è prescritto solo due volte  all’anno.

L’allegrezza di questa settimana non ha niente a che vedere con il sentimento di gioia che è riflesso di successi materiali, ma è un sussulto di fede che  apre il cuore ad una Presenza .

In questa settimana due personaggi si incontrano senza vedersi, si  parlano a distanza e  ci confermano che la letizia del cuore deriva dalla fede nella  presenza salvifica di Cristo.

Gesù e il Battista si sono già incontrati, senza essersi visti. Dal seno di Sua Madre, Maria,  Gesù aveva fatto sobbalzare Giovanni nel seno di Elisabetta.  L’aveva fatto “danzare” di gioia. Quel primo segno di allegria non  rimase soltanto nella memoria delle due Madri, ma divenne  storia della Salvezza.

Ora, sulle strade della Palestina, Giovanni sente di nuovo una Presenza che lo richiama. Manda i messaggeri a Gesù e affida loro una precisa intervista:

 - Sei tu quello che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?

Gesù, prima ancora di rispondere alla domanda, intesse il panegirico di Giovanni:

- Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento?

 No, Giovanni non è un arbusto in balia dei venti, Giovanni è una roccia, un lampo di  luce. Non è un uomo come tutti gli altri, Giovanni è il più grande!

Solo dopo che ha messo Giovanni al di sopra della media umana, Gesù risponde alla domanda: – Dite a Giovanni che il Figlio dell’Uomo è venuto nel mondo per incontrare l’umanità  e perché ogni creatura realizzi questo Incontro, Egli apre gli occhi di chi non può vedere, risana quelli che non camminano spediti, ridona l’udito a coloro che non sono capaci di ascoltare.  

Benedetto XVI nella Lettera Enciclica del 25 dicembre 2005. Deus Caritas est, ha ripetuto al mondo che il cristianesimo non è una ideologia e tanto meno una morale, ma è un Incontro: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva….. Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 10), l’amore adesso non è più solo un « comandamento », ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro” ( Deus….N°1)

Ecco allora il motivo della  gioia che cambia la prospettiva del mondo: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima ha rivestito le vesti di salvezza… come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli “ ( Is. 61,10 )

Non  si tratta di un’allegria qualunque, ma della felicità sponsale.  Nell’aridità della vita, nelle situazioni più pesanti, occorre lasciarsi provocare dall’ Incontro con Cristo.

Senza vederlo e toccarlo sensibilmente, occorre lasciarsi avvolgere dalla forza risanatrice della Sua Parola  che parla  di compagnia, di liberazione,  di compimento delle promesse.

La cronaca del nostro quotidiano sembra smentire la speranza cristiana ma, come Giovanni, dobbiamo interpellare la nostra fede, entrare nella sapienza della storia, credere nella germinazione del bene e saperlo scegliere. Il messaggio del Natale vuole che ognuno di noi diventi protagonista di gioia perché, nel mistero grande della salvezza, ognuno di noi ha un peso incalcolabile, se rinuncia ad essere  una canna sbattuta dal vento.

                                                                                                      Sr. Mariateresa Crescini

                                                                                                                Sup. Gen M.P.V.

PREPARATE LE STRADE

novembre 30th, 2011

II settimana di Avvento           4 dicembre 2011 

La seconda settimana di avvento ha come sentinella Giovanni Battista che fa eco al profeta Isaia e comunica l’urgenza dei preparativi perché la venuta di Dio è imminente:

“Nel deserto preparate le vie al Signore, spianate nella steppa la strada del nostro Dio” (Is.40,19)

Certamente è un invito alla disposizione personale del cuore, a colmare i vuoti dell’egoismo, a spianare le resistenze, a lasciarsi raggiungere dalla misericordia. A noi è chiesto di preparare i selciati, di non congestionare il traffico, di rendere agevole l’arrivo del Signore e Lui si impegnerà a completare l’opera di salvezza. Le strade che noi prepariamo avranno sempre qualche inconveniente strutturale e solo il suo passaggio  darà il tocco estetico al nostro lavoro per trasformare le nostre piccole realtà: il deserto fiorirà, la steppa diventerà un prato di narcisi e la gloria del Signore invaderà la terra.

Sulle strade che noi sapremo preparare il Signore incontrerà l’umanità sofferente e si attarderà ad ascoltare, guarire, rimettere in piedi le creature offese dalla vita.

Le prenderà per mano, le farà entrare nel raggio della sua luce.

Su quelle strade il Signore cercherà la pecora perduta, risanerà il paralitico, darà la vista ai ciechi, conforterà lo sfiduciato, farà riposare coloro che  sono oppressi dalla fatica e dallo sconforto, metterà in piedi coloro che hanno ceduto alla stanchezza.  

Il profeta Isaia descrive lo stile di accoglienza e di accompagnamento che contraddistingue  il nostro Dio: “Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto c e conduce pian piano le pecore madri. (Is 40,11 ) 

Le strade di cui parla Isaia oggi non sono più quelle immediatamente vicine alle nostre realtà, ma si sono ampiamente allargate al mondo, lo spazio delle nostre culture ha preso dimensioni universali. Tutti i carismi sono partiti per nuovi percorsi e hanno abitato i deserti.   

 Oggi tutte le strade del mondo ci appartengono perché la novità della Vita Religiosa ha raggiunto i popoli e ha portato a tutti la lieta notizia dell’arrivo del Signore. Bisogna dilatare i passaggi, collaborare con le Consorelle  di altre culture, sentirci fraternamente unite ai popoli, sollecitare con loro l’attesa del Signore. Occorre spaziare sui nuovi percorsi del mondo, aprirci alla grazia dell’internazionalità e sentirci responsabili dei nuovi sentieri sui quali viaggiano i nostri Carismi.

 L’accoglienza del nuovo sarà  lo strumento necessario per realizzare cammini transitabili, per veicolare i Valori che contano.

Tuttavia l’impegno personale e comunitario non si esaurisce nella preparazione delle strade, ma esige la consegna di una fede robusta, di un edificio costruito sulla roccia. Il Dio che viene si propone al mondo come portatore di pace, di consolazione, di giustizia e questi valori poggiano su una testimonianza di vita accolta e vissuta all’insegna del servizio, del sacrificio, del disprezzo di sé e dell’assunzione di responsabilità fino al sacrificio della croce.

In questa dinamica entra discretamente, ma efficacemente Maria, la Madre Immacolata che si fa Maestra di attesa e insegna al mondo a credere alla Parola che Lei ha accolto,  custodito e  donato al mondo. Il suo magnificat riempirà di musica le nostre strade e, nell’attesa, donerà al mondo il ritmo del passo.  

Sr Mariateresa Crescini
Sup. Gen. M.P.V.