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Rimanete, non fuggite

maggio 5th, 2015

VIª Domenica di Pasqua                                                           10 maggio 2015

Vangelo di Giovanni 15,9-17

Il vangelo che la liturgia ci propone nel tempo pasquale ci fa conoscere, di domenica in domenica, un Gesù totalmente abitato dalla passione per la gloria del Padre e per la felicità dell’uomo.

Gesù sa che deve tornare al Padre, per questo gli preme comunicare proprio tutto ai suoi discepoli prima di partire, così che quando non lo vedranno più potranno ricordarsi di quello che Lui aveva detto loro.

Quante cose Gesù ha comunicato ai suoi! Lungo le strade della Giudea, della Galilea, della Samaria, seduto in disparte per riposare un po’, lungo il mare di Tiberiade, nel tempio, sul monte, in casa…

Le diverse situazioni della vita sono sempre opportunità preziose, per rivelare qualcosa di importante, qualcosa di veramente suo. Ora, prima di salire al Padre Egli sente il bisogno struggente di consegnare ai suoi quello che fin dall’inizio della sua predicazione avrebbe voluto far comprendere e quello che da sempre lo ha spinto a consegnarsi e ad offrire la sua vita: l’amore del Padre. “Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi” (Gv. 15,9).

Tutto il senso della parabola terrena di Gesù è qui: far conoscere agli uomini  l’amore del Padre e portare nell’amore del Padre tutti quelli che il Padre gli ha affidato. Scoprire, conoscere, sperimentare, rimanere nell’amore del Padre è la felicità dell’uomo. “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi, e sia piena”.

C’è un modo preciso per rimanere nell’amore del Padre, per essere nella gioia, per essere capaci di fare quello che ha fatto Gesù. Gesù questo modo ce lo lascia in eredità prima di salire al cielo e ce lo lascia come il suo comandamento. Questo vi comando: “Che vi amiate gli uni gli altri”. Troppo forte!  Eppure è così.

Abbiamo bisogno di pregare per ottenere il dono della carità sincera.

Signore Gesù
non c‘è amore più grande del tuo.
Tu ci hai resi tuoi amici facendoci udire ciò che il Padre
ha detto a te,
ci hai portati nel tuo dialogo affettuoso che è l’anima della trinità.
Da amico ti relazioni con noi, ci confidi i segreti di Dio,
i suoi disegni per la nostra salvezza,ci rendi partecipi del piano di vita
che egli ha sul mondo intero.
Hai sigillato la tua amicizia con noi con il dono della tua vita,
dichiarazione incontestabile che più di così non si può amare.
Crea tra noi tuoi fratelli una confidenza vera, un dialogo che partecipa
a quello che tu hai con il Padre.
Questa sintonia di verità che speriamo di ottenere
dal tuo amore senza limiti ci conduca a non risparmiare la vita,
ci porti invece a donarla per dirci gli uni gli altri
quell’affetto totale che solo un’esistenza tutta offerta
può esprimere.
Amen.

Sr Viviana Ballarin, op

Innestati o recisi?

aprile 29th, 2015

V Domenica di Pasqua                                                    3  maggio 2015

Vangelo di Giovanni cap. 15,1-8

Gesù parla spesso per immagini e lo fa usando le categorie mentali e culturali della sua gente; si mette dalla loro parte e lo fa osservando la vita e la realtà che lo circonda, lo fa per  aiutare,coloro che chiama fratelli e sorelle a comprendere la verità e la vita  che è venuto a portare, una verità a volte davvero troppo alta.

La pedagogia di Gesù, intrisa di pazienza, non finisce di sorprenderci e di stupirci.

In questo episodio del Vangelo di Giovanni lo contempliamo Maestro di vita e, ci affascina, ci attrae.

L’immagine della vite e del lavoro che l’agricoltore fa perché i tralci che da essa sono nati crescano bene e portino frutto abbondante è familiare ai discepoli di Gesù, forse qualcuno di loro possiede una vigna e la coltiva a volte con successo e a volte no, come spesso capita nel lavoro dei campi.

Allora l’ espressione: ogni tralcio che in me porta frutto o non porta frutto è molto forte.

Ogni tralcio ha origine dalla vite, riceve linfa vitale dalla vite, ogni tralcio è naturalmente “in”. La vita del tralcio dipende dalla vite!

Ma perché allora alcuni tralci vengono tagliati, gettati via e seccati ed altri invece vengono potati perché possano avere maggiore vitalità e quindi dare frutti più abbondanti?

Siamo di fronte all’insondabile mistero della libertà e della responsabilità personale.

Agostino dice che, se Dio ci ha creati senza di noi, nel suo imperscrutabile disegno d’amore, non ci salva senza il nostro assenso e la nostra collaborazione.

C’è un frutto da portare che è dono dello Spirito che agisce in noi, ma c’è anche un frutto che cresce e matura grazie al nostro impegno, alla nostra risposta libera e consapevole all’Agricoltore misericordioso che ci chiama ad essere santi come Lui è Santo. La risposta che ciascuno di noi dà è proporzionata dunque al “rimanere” in lui ed è proporzionata a quanto la Sua Parola rimane dentro di noi, cioè a quanto essa impregna di sé la nostra vita.

I tralci che si seccano e vengono bruciati allora non è perché vengono tagliati dall’agricoltore, ma piuttosto l’agricoltore li taglia perché essi stessi hanno deciso liberamente di “non rimanere”, di non accogliere, di non lasciarsi abitare. Terribile scelta!  Sono diventati inutili!  Il “non rimanere” può portare alla morte!

L’invito di Gesù a rimanere in Lui e Lui in noi, acquista il valore di una implorazione affinché accogliamo il suo amore. Come un giorno ci dichiarò di essere per noi la Via, la Verità, la Vita, il Pastore buono, la vera Vita oggi ci rassicura e ci indica il segreto per divenire ed essere riconosciuti come suoi discepoli.

Sr Viviana Ballarin, op

La fede nel dubbio

aprile 7th, 2015

Domenica IIª di Pasqua                                  12 aprile 2015

Gv 20,19-31

Non è così semplice e neppure così facile riconoscere che Gesù, il profeta amato da molti, ma da molti rifiutato, colui che ha percorso in lungo e in largo le strade della Galilea e della Giudea passando per la Samaria, che ha guarito i ciechi, sanato i lebbrosi, fatto parlare i muti, udire i sordi, camminare i paralitici, risuscitare i morti; che ha insegnato nella sinagoga ed è andato a cena dai pubblicani, che ha perdonato la peccatrice ed è stato crocifisso, che è morto ed è stato sepolto, proprio non è facile credere che ora quell’uomo è risorto, che è vivo e soprattutto che Lui è il Figlio di Dio, come aveva detto.

E’ stato condannato e ucciso proprio perché ha detto di essere il figlio di Dio, lui uomo e bestemmiatore!

Non è proprio facile!

La fede non è un fatto scontato!

Anche i suoi discepoli, coloro che l’hanno seguito fino ad un certo punto, che vorrebbero credere ma che…non ce la fanno, anche loro continuano a rimanere chiusi dentro con le porte della loro abitazione ben serrate. Dice Giovanni: “mentre le porte erano chiuse”. Una chiusura ed una paura che si prolunga nel tempo.

Sì, e questo ci dice che la missione di Gesù su questa terra non è ancora terminata. Soprattutto i suoi che sono tardi e duri di cuore hanno ancora bisogno di Lui per arrivare a comprendere e a…credere.

L’amore di Dio è un amore paziente, un amore che costringerà Dio, dopo cinquanta giorni, ad un altro evento sconvolgente: la Pentecoste.

L’avvenimento della tomba vuota spesso non è sufficiente per scoperchiare le tombe dei nostri cuori, resistenti alla luce.

In questo vangelo contempliamo la bellezza del Risorto che accetta di aspettare la lentezza della nostra fede e si adatta a percorrere con noi quei passaggi storici a volte condizionati dalla nostra eccessiva razionalità o dal nostro bisogno di controllare ogni situazione umana prima di arrivare a gridare: “Mio Signore e mio Dio!”.

E’ il caso di Tommaso che, ammaestrato pazientemente da Gesù, comprende che la fede è un vedere ed un comprendere non tanto frutto di razionalità, ma di esperienza d’amore. La fede è una luce che irrompe nelle stanze della nostra vita come dono di pace. “Pace a voi!”. La fede è gioia che sgorga da un vedere amoroso, da un vedere non tanto con gli occhi del corpo ma con quelli dell’anima.

“Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”.

Beati quelli che sanno accogliere la mia presenza in mezzo a loro come un dono gratuito di pace.

Beati coloro che accolgono il soffio dello Spirito nella gioia del Risorto che viene e sta in mezzo ai suoi molto spesso inaspettatamente, anche mentre le porte del cuore o della mente sono chiuse.

Beati coloro che per credere che Gesù è il Figlio di Dio non si affidano tanto alla loro intelligenza, ma come Maria ascoltano e accolgono la parola di Dio, la custodiscono nel loro cuore e la mettono in pratica.

Sr. M. Viviana Ballarin o.p.

Ascoltarti è una festa

marzo 10th, 2015

IVª Domenica di Quaresima                                                                    15 marzo 2015

Vangelo di Giovanni 3,14-21

La liturgia, all’inizio del tempo di Quaresima, ci ha invitati alla conversione e alla fede nel vangelo di Gesù, oggi quarta domenica di quaresima, ci esorta ad essere allegri, ad esultare e a gioire saziandoci dell’abbondanza della nostra consolazione.

Siamo a metà del cammino dietro a Gesù che, poco a poco, ci immerge nel mistero della sua pasqua.

Lungo il cammino della quaresima, cammino della nostra vita, il mistero ci viene svelato ma, se accettiamo di attraversare il deserto, il buio, la notte della croce, se abbiamo il coraggio di alzare lo sguardo verso l’Albero piantato davanti a noi.

“Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo”.

Quanto dolore! Dov’è il motivo per essere allegri?

Di quale consolazione siamo invitati a saziarci, per quale consolazione dobbiamo esultare?

Sì, proprio per  quell’albero innalzato dal quale fra non molti giorni penderà il Figlio dell’uomo; da quell’albero verrà l’abbondanza della nostra consolazione. Dall’attimo più buio e terrificante della storia sgorgherà la pienezza della felicità per tutti e da quella pienezza Israele…l’uomo, la donna di ogni tempo, di ogni nazione e razza sono invitati ad abbeverarsi e  nutrirsi.  L’abbondanza della nostra consolazione è vita eterna, vita che non viene mai meno, che nessuno può toglierci se noi non lo vogliamo.

La vita eterna ci è donata e sgorga eternamente dal cuore del Padre che ha un progetto di felicità e non di condanna per l’uomo, per ogni uomo che crede.

Gesù, innalzato sull’albero della croce, Gesù crocifisso, immerso nel buio fitto dell’abbandono totale, Lui è la verità pronunciata sul mondo, è la luce.  “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”.

“Ma gli uomini hanno amato  più le tenebre che la luce…”.

Sono parole amare che Gesù consegna a Nicodemo, il cercatore nella notte della luce. A lui  spiega  che la via della luce, la via della verità è agire secondo il pensiero di Dio e il pensiero di Dio è Gesù, la Via , la verità, la Vita per il mondo.

Sono parole di speranza per chi, nonostante la tentazione di scegliere la violenza, il potere,  l’inganno, la falsità, la menzogna; mali che gettano nel buio l’umanità dei nostri giorni, ha il coraggio, magari pagando di persona, di fare la verità.

“Chi fa la verità viene verso la luce…”. Non solo. Lui stesso, avvolto dalla luce, diverrà consolazione per molti che cercano.

Sr. M. Viviana Ballarin, o.p.

MERCOLEDI DELLE CENERI

febbraio 16th, 2015

Vangelo di Matteo 6,1-6.16-18

Il brano del vangelo di Matteo che viene proclamato quest’anno nella liturgia del mercoledì delle ceneri risuona come un invito pressante all’interiorità e alla trasparenza di vita vera e coerente.

Ascoltare questo particolare invito dalla bocca di Gesù all’inizio della quaresima, impressiona profondamente e fa intuire che non è possibile seguirLo, definirci suoi discepoli o essere  cristiani autentici al di fuori di questa logica. La sua logica!

Gesù infatti non scende mai a compromessi con l’ipocrisia degli scribi e dei farisei, con la vanagloria di chi ama essere visto e lodato dagli uomini, di chi facendo il bene attende un ritorno gratificante.

Egli ripete ai discepoli, a mo’ di ritornello pressante, che il Padre vede nel segreto ed è Lui perciò che sa bene come offrire la ricompensa a coloro che la meritano. Come a dire: non preoccuparti dell’effetto esteriore del tuo agire, non preoccuparti delle valutazioni altrui, non preoccuparti dell’immagine positiva o negativa che puoi dare a chi ti vede. Abbi un unico pensiero, quello di essere vero e autentico, di vivere nella verità di te stesso. Nella coerenza tra ciò di cui sei convinto e quello che fai. Preoccupati di essere semplice, di essere te stesso perché la semplicità è l’identità del cristiano vero.

E’ l’invito ad avere il coraggio di navigare contro corrente.

Ciò che caratterizza il pensiero e l’ agire moderno è la tendenza a concepire l’esistenza umana indipendente dalla propria origine creazionale, al non riconoscimento di una paternità che genera le  sue creature, che le segue e le accompagna lungo il loro pellegrinare terreno, che le nutre e se ne prende cura in ogni istante fino al momento della riconsegna finale tra le braccia di un amore eternamente generante, redentore, salvatore.

Per molti oggi l’uomo si salva da solo perché dipende unicamente da se stesso. Se 40/50 anni fa si teorizzava la morte di Dio, oggi in molti ambiti delle nostre società la convinzione che Dio è morto o che non esiste è un fatto molto naturale, spaventosamente naturale.

E allora, perduti gli orizzonti di infinito e gli spazi di eternità, gli obiettivi della vita diventano suonare la tromba, essere visti, cercare ricompense in questo mondo. Una vita da ipocriti che vuole a tutti i costi nascondere o meglio eliminare quell’ inesauribile fame e sete di senso che zampilla e gorgoglia dalla roccia del nostro io profondo, là dove non possiamo non riconoscerci  creati ad immagine di Dio, legati perciò a lui da quel soffio di divino che parla di bellezza, di verità, di semplicità.

Il tempo della quaresima ci chiama ad abitare gli abissi della nostra verità, della nostra bellezza per incontrare la Verità e la Bellezza eliminando ogni forma di malinconia ipocrita e di tristezza.

Allora, la gioia del vangelo sarà la più grande ricompensa per noi e per il mondo.

Sr M. Viviana Ballarin, op

La Salvezza non è proprietà privata

febbraio 4th, 2015

V Domenica del T.O.B                        8 febbraio 2015

Mc 1,29-39

La Liturgia di questa 5^ domenica del tempo ordinario, a partire dalla prima lettura, che è tratta dal libro di Giobbe, ci vuole introdurre al mistero della vita visitata dal dolore.

Il Popolo ebraico pensava che il giusto non poteva essere toccato dal male e dalla sventura e ogni malattia era letta come una punizione di Dio per qualche male commesso dalla persona o dai suoi parenti: Giobbe con la sua esperienza di vita afferma che non è così e nella sofferenza si sente abbandonato da Dio.

Il Vangelo di questa domenica vuole rispondere al grido di dolore che tanti Giobbe anche oggi rivolgono a Dio, in forma di “Perché?” strazianti. Quanti “perché” di genitori di bimbi colpiti da malattie gravissime! E quante grida di dolore per alcune aberrazioni commesse ogni giorno, quale la tratta dei bambini e delle donne, della scomparsa dei tanti bambini di strada che vengono usati per l’espianto degli organi o dei bambini venduti per il turismo sessuale, perfino dalle stesse famiglie, perché povere!

Già dall’inizio della pericope evangelica si capisce quanto sia urgente per Gesù rispondere alla volontà del Padre, andando incontro all’uomo, specialmente a chi è più fragile e colpito dal dolore e dal male: infatti viene usato l’avverbio “subito” per ben due volte nello spazio del primo periodo.

Marco ci presenta l’incontro con la suocera di Pietro in maniera molto concreta: la Salvezza che porta Gesù è prima di tutto un farsi vicino a chi è nel dolore.

Gesù, non solo si avvicina, ma la rialza prendendola per mano e il verbo che utilizza Marco è lo stesso che è usato nel parlare della resurrezione di Gesù. Il Figlio, nei confronti di chi è prigioniero del male e delle forze della morte, compie lo stesso atto che il Padre farà con Lui risuscitandolo dai morti. Sembra di vedere l’icona della resurrezione di Gesù dai morti, in cui Egli prende per mano Adamo ed Eva (simbolo di tutta l’Umanità) per trarli fuori dal regno della morte.

Frutto di questo dono di resurrezione è la possibilità di servire. Siamo salvati per divenire servi del Regno e della Buona notizia del Vangelo, come Paolo che non può far altro che annunciare il Vangelo perché gratuitamente ha ricevuto la Salvezza e gratuitamente deve condividerla (2^ lettura).

Dopo questo primo miracolo compiuto da Gesù vengono portati a lui TUTTI i malati e gli indemoniati e così Gesù continua la sua opera di costruzione del Regno di Vita e di Resurrezione dalle potenze di morte che imprigionano l’uomo. Poi entra nel silenzio del rapporto con il Padre.

Marco, rispetto a Luca, non ci fa vedere spesso Gesù che prega, ma i momenti in cui lo vediamo in preghiera sono fondamentali per la sua vita e la sua missione. Sono momenti in cui Gesù entra in contatto col Padre per conoscere la sua volontà. Infatti di fronte a Pietro e ad altri che lo cercano per riportarlo a Cafarnao per continuare la sua opera di “guaritore” di “fama”, egli manifesta la necessità di andare altrove anche negli altri villaggi, perché la Salvezza di Dio non è privilegio di pochi e non conosce confini. La sua libertà anche dalle esigenze delle persone gli viene da quel “per questo infatti sono venuto”. Lui è SERVO di un progetto più grande del Padre, e non può non portarlo avanti.

E’ la forza della preghiera e del rapporto di fiducia con il Padre, che gli darà anche la forza di affrontare il male, il dolore e la morte, quando abbraccerà la croce e allora darà il Senso più profondo al dolore degli innocenti. Non siamo più soli nella solitudine in cui spesso rinchiude il dolore: c’è Lui il Figlio di Dio che ci accompagna nell’abisso della sofferenza per trasformare tutto in Amore e farlo risplendere della Luce della Resurrezione! Allora ogni lacrima sarà asciugata e saremo portati sulle ginocchia di un Padre che ci ha tanto amati da dare il Suo Figlio.

Sr Mariagrazia Neglia
Suore di san Giuseppe del Caburlotto

Lo ha messo a tacere

gennaio 27th, 2015

IV Domenica del T.O.B 1 febbraio 2015

Mc 1,21-28

La Luce della Parola illumina le nostre tenebre e il nostro cuore indurito
La liturgia della parola di questa quarta domenica del T.O.B ha come filo conduttore la forza intrinseca della Parola che viene da Dio. Di fronte ad essa l’uomo può assumere due diversi atteggiamenti: la chiusura all’ascolto o l’apertura, lasciando che la Parola penetri e illumini la vita per renderla pura, cioè capace di relazione con il Dio vero, che in Gesù si manifesta nella sua novità inaudita, e con i fratelli.

La prima lettura ci parla della promessa, fatta da Dio ad Israele,di mandargli un altro profeta simile a Mosè, capace di comunicargli fedelmente la  sua volontà.

Il Vangelo ci fa contemplare la realizzazione piena di questa promessa, nella persona di Gesù. Infatti tutto il brano di Marco è pervaso dallo stupore della gente, sia per il modo che aveva Gesù di commentare la Torah, sia per la maniera con cui aveva cacciato lo spirito impuro dall’uomo che ne era posseduto. Egli insegna qualcosa di nuovo e con autorità.

Rispetto a tutti i rabbini che citavano altri maestri, interpreti della Torah, Gesù, interpreta la Scrittura a partire da se stesso e con la coscienza di essere Lui il Verbo che dà compimento e spiega ogni brano della Scrittura, attraverso la sua stessa vita.

Inoltre, la sua Parola ha la forza di cacciare il male quando lo incontra, e, mentre i rabbini avevano bisogno di varie formule di preghiera per cacciare i demoni, Egli dà un ordine con poche parole, non curandosi neanche di dare risposta allo spirito impuro.

Di fronte alle tante parole vuote che si ascoltano ogni giorno, parole che spesso portano una visione negativa della vita e non generano speranza, la pericope evangelica di questa Domenica ci invita a fondare la nostra vita sulla Parola che non delude, che fa ardere il cuore e riaccende la speranza, come avvenne per i discepoli di Emmaus, che ascoltarono la parola del Viandante che camminava con loro. Inoltre Essa sola è parola capace di far tacere il male che si annida nel nostro cuore e ci donala capacità di aprirci al vero bene, che è la volontà buona del Padre per noi.

Questo brano ci dona anche un insegnamento importante per combattere le mormorazioni e le parole cattive su noi stessi e sugli altri, che possiamo udire o che possono nel nostro cuore, in forma di rancore o di pensieri distruttivi su noi stessi e sugli altri. Non si deve lasciare spazio a queste parole e a questi sentimenti, non vale la pena ascoltarli, come ha fatto Gesù con lo spirito impuro. Non gli ha risposto ma lo ha messo a tacere e lo ha cacciato via.

Quante volte Papa Francesco ha parlato del tarlo della mormorazione che può rovinare la fraternità! L’unica maniera per combatterlo è non dargli spazio in noi e negli altri; e l’arma più efficace – ci dice la pericope di oggi – è la Parola di Dio, unico mezzo che ci aiuta ad accogliere l’altro senza pregiudizi. L’ultima Parola sulla vita di ogni persona è il Padre che può dirla, perché Lui solo guarda e conosce il cuore.

Sr Mariagrazia Neglia
Suore di san Giuseppe del Caburlotto

Il regno di Dio è vicino; convertitevi…

gennaio 21st, 2015

III Domenica del T.O.B 25 gennaio 2015

Le letture di questa domenica ci parlano di un tempo che arriva. Non è bene lasciarselo sfuggire: è il tempo della conversione e il tempo di vivere le relazioni in modo diverso, con un  apertura verso l’eternità.

In particolare il vangelo ci fa vedere come anche il tempo della persecuzione del Giusto – Giovanni viene arrestato – vada letto nel più grande progetto di Dio. La persecuzione di Giovanni segna l’inizio effettivo dell’annuncio del vangelo di Dio da parte di Gesù.

Il tempo è compiuto, non bisogna aspettare più l’arrivo di Dio e del suo Messia perché il regno è in atto: è Gesù stesso che cammina per le nostre vie quotidiane il regno che va realizzandosi. Unica maniera per rispondere a questo tempo di grazia è il convertirsi, prima di tutto cambiando mentalità: non tu devi far qualcosa per Dio, ma è Dio che si fa vicino e attende solo che tu lo accolga nella tua vita come criterio unico delle tue scelte di vita: in una parola che tu ti fidi di Lui e gli consegni la tua vita. Questo è credere nel Vangelo!

Il nostro Dio è un Dio che cammina per le nostre vie di tutti i giorni: in una terra che non era certo la privilegiata per l’arrivo del Messia, e dove la vita quotidiana ferve di lavoro e di relazioni normali. Non siamo a Gerusalemme, o in Giudea, o nel tempio e neppure in giorno di sabato nella sinagoga, ma nel quotidiano scorrere dei giorni di alcuni pescatori. Così è anche oggi per noi: Gesù viene per camminare con noi e nel quotidiano guarda proprio a noi: di uno sguardo che è scelta. Per lui siamo importanti.

Ci sceglie e ci chiama a seguirlo per divenire pescatori di uomini, ossia per essere al servizio della Vita. Il mare era visto come luogo simbolo anche di male e di morte, per cui l’essere pescatori di uomini significa proprio andare dietro al Maestro per mettersi al servizio dell’uomo che soffre e che cerca risposte di senso e di vita vera.

Il subito e il lasciare le reti e affetti e proprietà indica concretamente che il tempo è compiuto e che la conversione non può attendere. Ti è proposto di seguire Colui che ridona Senso e Gioia alla vita tua e degli altri, come tergiversare?!

E del resto ciò è tipico dell’amore: se scopri di essere amato l’unica risposta possibile è consegnarsi e ridonare amore. Tanto più se questo Amore viene dal Dio vicino!

Sr Mariagrazia Neglia
Suore di san Giuseppe del Caburlotto

La verità è vocazione

gennaio 13th, 2015

II Domenica del T.O. B 18 gennaio 2015

Gv 1,35-42; 1Sam 3,3b-10.19; Sal 39; 1Cor 6,13c-15a.17-20

Rimanere con Lui e in Lui perché nessuna sua Parola vada perduta e porti frutti di gioia.

Riprendiamo il tempo ordinario aiutati dal versetto del salmo che ci indica il tempo come momento di grazia in cui ascoltare il Padre e aderire alla sua volontà.

Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.

Un ecco che è forte perché indica un “qui” e “ora” che non si può lasciare cadere a vuoto.

Come avvenne per Samuele che, guidato da Eli, si dice, ha potuto rispondere alla chiamata con docilità in modo tale che da allora non lasciò più cadere a vuoto nessuna delle parole rivoltegli da Dio; ciò significa che obbedì ad ogni Parola che Dio gli donò lungo il cammino della sua vita di profeta.

Questo è vero per Samuele e lo è per il Battista, che sa di essere voce che indica il Messia fino alla fine della sua vita. Per questo, di fronte a Gesù che passa – e il passare di Gesù non è mai casuale, ma è adesione alla volontà del Padre – non ha timore di perdere due dei suoi discepoli, rivelando loro che Colui che passava era l’Agnello di Dio, ed egli solo l’amico dello Sposo!

Gli occhi di Giovanni fissi su Gesù stanno ad indicare un’intensità di sguardo che va oltre il velo dell’apparenza, per cogliere il progetto di Dio celato in Gesù, infatti egli è l’Agnello mandato da Dio, di cui ha parlato Isaia, e che è chiamato ad offrire se stesso per la nostra Salvezza.

Fa parte di ogni chiamata la libertà di aderire o meno all’invito di Dio che chiama, anche oggi, attraverso i suoi testimoni, che con umiltà devono solo indicare e condurre allo Sposo, Gesù.

Andrea e l’altro discepolo, da veri ascoltatori, scelgono liberamente di mettersi sulle orme del nuovo Maestro che viene loro rivelato come il Messia e l’Agnello che da secoli il Popolo di Israele stava attendendo.

Ma non basta seguirlo e cercarlo, bisogna lasciarsi toccare in profondità dal Maestro. Chi o che cosa veramente cerchiamo? E che la risposta non sia questione di idee o parole affermate una volta e per sempre, ce lo dice la risposta dei discepoli: Maestro, dove dimori? O, alla lettera, dove rimani? (che richiama Gv 15 in cui Gesù parla di un reciproco rimanere di Lui in noi e di noi in Lui). Perché abbiamo bisogno di rimanere in Lui, per lasciarci conoscere da Lui e conoscere Lui.

Chi veramente desidera il nostro cuore? Non cerchiamo cisterne screpolate! E allora ogni ora della nostra vita avrà un’identità (erano le 4 del pomeriggio!), un “per Chi” viverla. Ed è solo dall’abitare in Lui e dal lasciarsi abitare da Lui che ci si rende conto anche della dignità che ha il nostro corpo mortale: è tempio dello Spirito e proprietà amata di Dio, acquistata a prezzo del sangue dell’Agnello immolato per noi! (seconda lettura)

Dalla scoperta del “Chi cercare“e del “per Chi vivere” non potrà che scaturire la gioia e la necessità di condividerla, come fece l’apostolo Andrea. Perché il Maestro che salva in profondità e dà senso ad ogni attimo di vita non è proprietà esclusiva del discepolo ma è Annuncio e Tesoro che va condiviso perché la gioia sia piena. Perché altri scoprano il Dio che vuole abitare con noi e in noi e che ci dona una nuova identità (il cambio di nome di Simone) e la dolce pace di sentire che apparteniamo a Lui e che per Lui e in Lui la nostra vita ha un Senso e una Missione unica e insostituibile.

Maria Grazia Neglia
Suore di san Giuseppe del Caburlotto

Alti e altri orizzonti

gennaio 7th, 2015

DOMENICA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE      anno B             11 gennaio 2014

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento»   (Mc 1,7-11).

Mio Compiacimento!

Già il tempo di Avvento ci ha messo in contatto con la figura di Giovanni il Battista, tutta orientata a Colui che viene dopo e che era prima, a Colui che è il più forte. Già la II domenica di Avvento ci ha fatto ascoltare l’inizio del Vangelo di Marco: non semplicemente l’inizio di un libro ma dell’Evangelo che è Gesù Cristo. Quell’Inizio è indicato proprio nei versetti che la liturgia ci propone per questa domenica, fine del tempo di Natale e inizio del tempo ordinario: “E avvenne in quei giorni: venne Gesù da Nazareth di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni” (v 9). In un solo versetto, senza aver mai parlato di Gesù, della sua infanzia, come invece fanno Matteo e Luca, Marco presenta la Novità di Dio, il nuovo Inizio. Sta presentando chi è il “Più-forte”, uno che viene da Nazareth di Galilea – già ricordavo che Nazareth è un luogo sconosciuto nell’Antico Testamento, di cui si dirà: “Da Nazareth può venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46), un luogo di confine, non certo centrale come Gerusalemme – e che si mette in fila con i peccatori per ricevere il battesimo di conversione che Giovanni praticava proprio in attesa di Lui. Gesù si immerge nell’acqua e, pur non essendo peccatore, si fa solidale con l’umanità peccatrice, si immerge proprio nella sua solitudine, nelle sue tenebre. Immergersi nell’acqua è segno di morte, e Gesù non si sottrae a questa solidarietà estrema. Si immerge per santificare le acque del Giordano, scende fin negli abissi della nostra vita. Ma “subito” riemerge da quell’acqua, portando con sé tutta quell’umanità prigioniera… è un nuovo esodo, è un nuovo passaggio del Giordano per arrivare alla Terra della promessa. È una nuova creazione: lo Spirito aleggia sulle acque come colomba e scende su di Lui, l’uomo nuovo.

Da allora i Cieli sono ormai squarciati, il Signore ha ascoltato il grido dell’uomo: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,19). E Isaia esprime questo anelito quando si rende conto che “Siamo diventati da tempo gente su cui non comandi più, su cui il tuo nome non è mai stato invocato”. E nel giorno del nostro battesimo, di cui il battesimo di Gesù presenta già tutti gli elementi, su di noi è invocato il suo Nome e riceviamo il nome!

E il Padre si compiace di questo suo Figlio immerso fino in fondo in questa umanità che rinasce con Lui.

In Lui, Figlio amato, ogni uomo che si scopre raggiunto fin nelle proprie tenebre, riemerge dall’acqua della morte e ascolta su di sé lo stesso compiacimento del Padre.

Sr Monica Reda

Suora Pastorella missionaria in Uruguay