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Il cielo e la storia

maggio 12th, 2015

Ascensione del Signore                                                     Domenica 17 maggio 2015

Vangelo Marco 16,15 – 20

Gesù, prima di tornare al Padre, ci dichiara la sua amicizia e ci chiama amici suoi. Voi siete miei amici perché vi ho detto tutto quello che il Padre ha detto a me e vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. (cfr. Gv 15,9-17)

Che cosa è la gioia di Gesù e quando possiamo affermare che essa in noi è piena, una gioia che ci sazia veramente?

Gesù non può partire senza regalarci questa ultima luce per il nostro cammino di discepoli.

Il momento del congedo di Gesù richiama alla nostra mente un altro episodio della sua storia con noi.

Quel mattino di Pasqua, all’alba, Gesù appare a Maria di Magdala in pianto, fuori dal sepolcro ormai vuoto e si fa riconoscere. “Rabbunì” esclama Maria colma di stupore e di gioia. Subito ella vorrebbe rimanere in quell’istante di mistero per l’eternità, tanto è grande il suo amore per il suo Signore.

Ma Gesù che ama Maria nella verità e che la vuole pienamente felice, le chiede e le comanda di non fermarsi, di non stare lì, ferma, ma di andare. Va’ dai miei fratelli e dì loro che li aspetto in Galilea.

Gesù indica a Maria la via della gioia piena: la via dell’annuncio del vangelo ai fratelli, il vangelo della gioia piena.

Allo stesso modo ora.

Gesù saluta i suoi perché la sua opera sulla terra è compiuta, ma indica a loro la via della gioia piena: andare in tutto il mondo e annunciare il Vangelo ad ogni creatura. Andare e raccontare sempre e ovunque, con la vita e con la parola, l’esperienza personale e comunitaria di un incontro, l’incontro con Colui che, venuto ad abitare in mezzo a noi, ci amato così tanto da dare la sua vita per noi, perché noi avessimo la vita vera e la gioia piena. E questa sua missione Gesù l’affida alla Chiesa perché vuole che la gioia sia in tutti e sia piena.

E’ importante soffermarci su questa icona del vangelo di Marco lasciandoci impregnare del suo intenso messaggio: Gesù parte per il cielo dove siede alla destra del Padre; nello stesso momento i discepoli partono per predicare dappertutto, per continuare la sua missione, una missione che dovrà essere viva sempre, fino alla fine dei tempi, senza timore perché il Risorto è sempre con noi. “Il Signore agiva con loro e confermava la parola con i segni che la accompagnavano” (Mc16,20).

Gesù al momento della sua ascensione al Padre infonde nella chiesa un dinamismo di “uscita”, una Chiesa dalle porte aperte e che esce verso gli altri per giungere a tutte le periferie umane (cfr. EG).

Mentre contemplo questo mistero posso domandarmi: io consacrata, donna, discepola del Signore risorto, sono inquieta per Dio, per annunciarlo, per farlo conoscere? Conservo la forza dell’inquietudine per la sua Parola che mi porta ad “andare fuori”, verso gli altri?

Sr. M. Viviana Ballarin o.p.

Anche quelle io devo guidare

aprile 22nd, 2015

IVª Domenica di Pasqua                                                26 aprile 2015

Vangelo di Giovanni 10,11 – 18

La quarta domenica di Pasqua per tradizione viene chiamata anche Domenica del buon Pastore.

La liturgia odierna mette in luce l’amore infinito di Dio che arriva ad offrire, nel Figlio, la sua vita per ogni pecorella del suo ovile, per quella che è dentro, ma anche per quella che proviene da altri siti forse lontani, tenebrosi, impraticati; anche quella abita il suo desiderio di Padre misericordioso che sempre accoglie e unisce tutti in un unico immenso abbraccio.

Impressiona l’amore del Pastore che dà la propria vita per le pecore, ma il mercenario lascia nel cuore una profonda inquietudine perché di fronte al pericolo, fugge e abbandona il gregge lasciandolo disorientato e indifeso. Conosciamo le conseguenze dell’arrivo di un lupo dentro un ovile di pecore. Dispersione,  distruzione e morte!

Mi colpisce in questo brano del vangelo di Giovanni, la cura con cui Gesù, parlando  di sé buon pastore, spiega e si sofferma a lungo, quasi rallentando il ritmo del suo discorso, per illuminare la mente e il cuore dei suoi discepoli circa la presenza nell’ovile di uno che si spaccia per pastore, ma in effetti non lo è; è invece un mercenario e lo si può riconoscere, dice Gesù, dal fatto che di fronte al pericolo scappa, abbandona l’ovile; la salvezza delle pecore gli interessa molto meno di quella propria. Il mercenario mette in salvo se stesso!

C’è un fatto molto importante da cogliere. Le pecore non gli appartengono!

Gesù sa di essere il nostro buon Pastore perché nel suo animo avverte che noi gli apparteniamo, siamo suoi. L’appartenenza conduce alla conoscenza; Gesù conosce i suoi fino in fondo, riconosce il timbro della voce di ciascuno ed è per questo che il suo amore è fedele; egli si preoccupa di non perdere ciò che gli appartiene e che il Padre gli ha affidato. Dunque, quanto più grande è il pericolo che minaccia il gregge tanto più forte diventa il dono di se stesso.

Questo vangelo, in questa domenica del buon pastore, ci aiuta a volgere lo sguardo ad un numero sempre più numeroso, di fratelli e di sorelle che per la loro fede hanno dato la vita, non sono fuggiti! Questi fratelli e sorelle sono diventati per noi oggi l’icona del buon pastore, icona da guardare, da imitare, non da sfuggire.

Questi fratelli hanno vissuto fino in fondo  la loro appartenenza al Pastore grande delle pecore e gli sono rimasti fedeli.

Oggi, con Gesù  ci testimoniano che in questo sta l’amore: dare la vita. Loro l’hanno data ed è per questo che il Padre li ama (cfr. Gv 10,17) e li glorifica.

A noi, ancora pellegrini e molto spesso vacillanti nella fede e nel senso di appartenenza a Cristo, rimane il compito di vigilare e di ricevere umilmente e con gioia, ogni giorno, il comando dal Padre: non c’è amore più grande se non quello di dare la vita.

Sr. M. Viviana Ballarin o.p.

Le vie del Risorto

aprile 15th, 2015

IIIª domenica di Pasqua                                      19 aprile 2015

Vangelo di Luca 24, 35 – 48

Il tempo che va dalla Risurrezione alla Pentecoste è semplicemente bello e la Chiesa nella liturgia di questo prolungato giorno di Pasqua ce lo fa assaporare in un modo meraviglioso attraverso la Parola  sbriciolata, proprio  come fa una madre che dà il cibo ai suoi piccoli.

Questo tempo è bello perché è umano. E’ accaduto infatti qualcosa che ha sconvolto la vita di molti, che ha fatto emergere i sentimenti ed i comportamenti più diversi; quelli che caratterizzano la fragile e molto spesso indifesa umanità, quelli che sgorgano da cuori aperti alla speranza e quelli che, ancora chiusi, barcollano nella nebbia del dubbio e della paura.

Il Signore Risorto ama entrare in questo umano, soavemente ma decisamente, per inscrivervi con caratteri di fuoco la sua presenza, la sua pace, la sua vita. Ama entrare nell’umano non per mortificarlo ma per portare a compimento l’opera del Padre. Gesù da ricco che era non disdegnò di farsi povero per arricchirci. Maria, non mi trattenere perché non sono ancora salito al Padre, non ho ancora terminato l’ opera che il Padre mi ha affidato.

Anche dopo la risurrezione di Gesù e, nonostante la testimonianza di coloro che hanno visto e perciò hanno creduto, i discepoli continuano ad avere paura; per questo quando Lui viene vedono solo un fantasma.

La paura! Paura che impedisce di incontrare, di vedere, di vivere.

Gesù entra nelle pieghe di tutte le nostre paure, le inonda di luce con la sua  trasfigurante umanità, poco a poco, attraverso un percorso pedagogico che rispetta l’umano nella sua lentezza e nella sua tortuosità. Gesù non si ferma, non ha paura delle paure; le tocca e queste si dissolvono proprio come fantasmi.

Gesù chiede ai suoi discepoli di toccare, di guardare, di mangiare e lui stesso mangia.

La fede non annulla l’umano; essa è quel raggio di vita che attraversando la nostra umanità diviene fede incarnata, fede umana, autentica.

Gesù, mostrando le sue ferite entra così profondamente nell’umano dei suoi che, dalla paura e dallo sconcerto passano ad essere pieni di gioia. Ma non credevano ancora dice l’evangelista Luca.

Sembra un paradosso, eppure è proprio così. Spesso i sentimenti umani sono così forti e così selvaggi da impedirci di vedere e di aderire alla provocazione del Risorto che viene e sta in mezzo a noi.

Questi discepoli sono proprio lo specchio della nostra frammentata umanità moderna.

Ancora una volta Gesù si ferma con loro, spiega loro le Scritture  ed il loro cuore si apre.

Signore Gesù, sei il “MAESTRO!”  Non stancarti di spiegarci le Scritture perché anche noi siamo ancora paurosi, testardi e lenti a credere. Rimani con noi, parlaci fino a quando, saziati della tua presenza, anche noi corriamo per le strade della nostra umanità gridando a tutti: Gesù è veramente risorto, noi lo abbiamo visto!

Sr. M. Viviana Ballarin o.p.

Gesù è via, verità e vita

maggio 14th, 2014

V Domenica di Pasqua     18 maggio 2014

At 6,1-7; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

Vado a prepararvi un posto….  perché dove sono io siate anche voi

Si avvicina il momento della separazione definitiva, in apparenza. Gesù intuisce lo stato di timore dei discepoli, partecipa al loro smarrimento e con grande tenerezza li rassicura: “non sia turbato il vostro cuore…  vado a prepararvi un posto, poi verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”.

Sono parole di addio. Parole consolanti, piene di comprensione e di affetto, ma allo stesso tempo intrise di mistero. Poco tempo prima aveva detto ai giudei, e anche ai discepoli: “dove vado io voi non potete venire”. Ora invece promette di prenderli con sé. Inoltre afferma: “del luogo dove io vado voi conoscete la via”. Obietta Tommaso: “Come possiamo conoscere la via, se non sappiamo dove vai?”.  Ed ecco la risposta, non ancora molto chiara, per quei pescatori, che sapevano molto di pesci e di reti, di lavoro faticoso, ma poco di altro. Gesù li aveva aiutati nel percorso di trasformazione da pescatori a apostoli. Ora alla loro domanda risponde così: “io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”.
Non ci fermiamo a districare il mistero, accogliamo invece il progetto di vita che ci propone.

La via che conduce al Padre: non  é una via comune, non  è  un cammino tracciato, e neppure un cammino da tracciare, perché lo stile, la forma, il modo di arrivare al Padre, è seminato di novità di vita che ognuno coglie individualmente o comunitariamente, ma in modo irrepetibile, anche se sempre mediato dal Figlio.

La verità: non è una definizione o  un  concetto, è una persona: è Gesù stesso. A noi l’impegno della ricerca quotidiana per conoscerlo sempre meglio, per incontrarlo, come condizione per conoscere il Padre.

La vita: non è uno stato, è un dono, una identità da acquisire giorno per giorno, da sviluppare, da far crescere nel tempo, anche se per la incompiutezza umana, sarà sempre incompiuta. Lungi dall’essere, questa, una caratteristica negativa, è una realtà positiva, perché è sempre uno stimolo ad andare oltre, a una ulteriore crescita. Il Vangelo è la fonte. “Più vangelo entra nella mia vita e più sono vivo” (E.Ronchi).

Noi religiose ci troviamo in condizioni privilegiate in questo cammino, non per un titolo acquisito, ma per le infinite occasioni di nutrirci di Parola, per i momenti di preghiera personale  o comunitaria, perché insieme camminiamo verso la stessa meta, per il dono di un carisma aperto all’umanità, per le testimonianze che riceviamo mutuamente tra sorelle e da eventi e persone che mentre testimoniano a noi, ci sollecitano ad essere testimonianza per chi vive assillato da altre urgenze, per chi cerca aiuto materiale o spirituale.

Penso che nelle  parole di addio Gesù, benché si rivolga specialmente ai discepoli, non esclude nessuno. Anzi ci mette in guardia dalle nostre emarginazioni quando dice “le prostitute e i pubblicani vi precedono nel Regno” (Mt 21,31). Dicendo “vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”, Gesù si rivolge a noi e a tutti gli uomini, compresi quelli di oggi, compresi i barboni, i drogati, gli emarginati, i ladri, i peccatori. L’aveva già fatto durante la sua vita, di mangiare con i peccatori, di parlare con una donna samaritana, rompendo ogni schema, di perdonare all’adultera, di accogliere una donna prostituta contro ogni giudizio dei benpensanti; e dalla croce, altare della sua donazione totale, dicendo al ladrone crocefisso con lui: “oggi sarai con me in paradiso”.

Perché Gesù che è il Dio della fraternità, dei poveri, del perdono, dell’amore, il Dio della misericordia, il Dio che non vuole la guerra, ma la pace, il Dio dell’umiltà e della mansuetudine, ci fa partecipi della sua vita.

E se siamo partecipi della sua vita, non saremo anche noi chiamate a farci strumento nelle sue mani per comunicare a tutti: Non temete: Gesù prepara un posto per ognuno di noi, perché verrà di nuovo e ci prenderà con sé?

Sr Teresita Conti, fsp

Io sono la porta, io sono il buon Pastore

maggio 6th, 2014

IV Domenica di Pasqua      11 maggio 2014

At 2,14a.36-41; Sal 22; 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10

Nel brano evangelico di questa quarta domenica di Pasqua, Gesù proclama: “io sono  la porta, io sono il buon pastore”.   La porta è lo spazio attraverso il quale si passa da un luogo all’altro; si può aprire per entrare, o chiudere per impedire l’entrata. Cosa può significare la porta in relazione al nostro cammino di fede? Ci viene in aiuto l’immagine del pastore. Quando le pecore devono rientrare nell’ovile, il pastore è lì sulla porta, è come punto di riferimento per le pecore, che senza indugi entrano nell’ovile.

Gesù dicendo ”io sono la porta” intende dire che lui è punto di riferimento e di orientamento per noi, che siamo le pecore. Per entrare dobbiamo rivolgerci dove la porta è aperta, dove Lui ci attende. Non è solo li sulla porta, Lui è la porta stessa, attraverso la quale si entra nella vita, si entra in comunione con il Padre. Entrare nella vita non significa osservare le leggi, seguire una dottrina e neppure compiere dei riti. Se Gesù è la porta, fare riferimento a Lui significa prendere il Vangelo, assumere il Vangelo come criterio di vita; significa vivere le beatitudini, osservare il comandamento dell’amore, che sono i criteri per eccellenza. Anche l’umiltà, il rispetto per gli altri e per il creato, il perdono, la misericordia sono atteggiamenti che ci avvicinano alla porta che ci conduce alla vita.

La storia dell’umanità è tutta un pellegrinaggio verso la vita; la vita abbondante che Gesù  offre come gioia piena, e non nega a nessuno. Lungo il cammino, nella misura in cui la vita cresce, si aprono sempre nuove porte, nuovi passi da compiere. Ciò che è stato raggiunto oggi, domani richiede un passo ulteriore, perché l’uomo è sempre imperfetto e può sempre andare oltre le mete raggiunte.

La porta ha la funzione di aprire, ma ha anche la possibilità di chiudere. In modo correlativo, anche noi siamo la porta. La porta del nostro essere, la porta del nostro cuore, la porta della nostra interiorità; la porta che può indicare ad altri la vera porta. C’è sempre il rischio di perdere il cammino, di sbagliare strada, di non riconoscere i cartelli delle indicazioni, di sbagliare porta, o di chiudere la nostra porta.

L’uomo chiude o sbaglia porta quando si fa sordo ai bisogni dei fratelli, quando distoglie lo sguardo dal povero, dall’indigente, quando giudica dal colore della pelle, quando si costruisce idoli propri come il denaro, le ricchezze, il potere. Sono mali che affliggono l’umanità di oggi. Anche in questo frangente la porta che è Gesù è sempre aperta. Ce lo dice anche Papa Francesco: “Quando hai la forza di dire : “voglio tornare a casa” troverai la porta aperta; Dio ti viene incontro perché ti aspetta sempre, Dio ti aspetta sempre, Dio ti abbraccia, ti bacia e fa festa. Così è il Signore, così è la tenerezza del nostro Padre celeste“.

Anche nel nostro piccolo quotidiano possiamo chiudere la porta, quando ci invade l’egoismo, la presunzione, la delusione, la tristezza; o quando ci facciamo sordi all’ascolto della Parola, o indifferenti ai bisogni di chi ci vive accanto; quando appartenenza, comunicazione, condivisione, comunione, non hanno più senso. E’ allora che dobbiamo far risuonare nelle nostre orecchie e nel nostro cuore le parole di Giovanni Paolo II nella prima omelia pronunciata in San Pietro: “non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”.

“Tu, o Signore, sei per noi la porta che apre il passaggio verso una vita risorta: verso la vera vita; fa che non ci stanchiamo mai di cercarla. Fa che in te possiamo sempre trovare la porta che ci permetta di entrare in comunione con il Padre, la porta, che tieni aperta per ognuno di noi.

Permetti anche a noi di aprire la porta del nostro cuore per accogliere la presenza di tanti fratelli, e sorelle, che, come noi camminano sulle strade del mondo e cercano una parola di comprensione e di speranza, un gesto di amicizia e di amore che li aiuti a scoprire la porta della vera vita”. (Adattazione da: L. Pozzoli).

Sr Teresita Conti, fsp

In cammino

aprile 30th, 2014

3a Domenica di Pasqua                4 maggio 2014

At 2,14° 22-33; Sal 15; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

Il Vangelo di Emmaus, si legge volentieri; non è solo il racconto di un viaggio. E’ una sequenza di immagini che vediamo scorrere nella nostra mente: il cammino lungo quanto un giorno, una strada polverosa, i due pellegrini, che mentre camminano “conversano di tutto quello che era accaduto” (Lc 24,14).

Dopo gli eventi vissuti e nei quali i due discepoli si erano sentiti coinvolti, tornavano alla quotidianità sfiduciati, sconvolti e confusi, come soggetti di una storia finita male, e che non avevano capito. Però conversavano, tra di loro, ricordavano ciò che era accaduto, erano  capaci di ascoltarsi e di accogliersi, di condividere la stessa sofferenza, come avevano vissuto la stessa esperienza.

Non erano rimasti indifferenti a ciò che era successo. Erano rimasti toccati, ma ne parlavano senza rifiuto, senza delusioni, solo con tristezza. Conoscevano bene le profezie, erano a  conoscenza anche di quanto dicevano le donne e gli altri discepoli, che affermavano di aver visto Gesù vivo. Ma non volevano soffrire una nuova delusione.

Mentre camminavano, si affiancò a loro “Gesù in persona”. Tra i tre camminanti si svolge un dialogo aperto, caldo, illuminante. “Che sono questi discorsi?” domanda Gesù. “Si fermarono con il volto triste”; uno dei discepoli disse ”tu solo sei forestiero” che non sai ciò che è successo? Cleopa  si incarica di riferire gli ultimi eventi, riconoscendo in Gesù “un profeta potente in opere e in parole”, ma conclude dicendo: “noi speravamo che fosse lui a liberare Israele”.

I loro occhi erano chiusi, e non potevano riconoscerlo, neppure quando “cominciando da Mosé e dai profeti Gesù spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”.

Solo quando Gesù, invitato a trattenersi con loro, ripete il gesto dello spezzare il pane “si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero”. La storia, che sembrava finita male, ha ora un epilogo meraviglioso”.

L’atteggiamento dei discepoli è positivo: “erano in cammino”; non per un semplice viaggio, ma, senza saperlo, per un pellegrinaggio interiore: dalla incredulità alla fede, dalla tristezza alla gioia, dalla delusione alla certezza. Vivono insieme un momento difficile, comunicano tra di loro, condividono la loro pena. Discorrono e discutono insieme: si fidano l’uno dell’altro, forse insieme cercano quella luce che avrebbe illuminato la loro mente, avrebbe fortificato la loro volontà, riscaldato il loro cuore. Accolgono l’estraneo che si affianca a loro, e stabiliscono un rapporto di vicinanza, di amicizia, fino ad invitarlo a fermarsi con loro “perché si fa sera e il giorno già volge al declino”.

L’atteggiamento di Gesù è quello di chi ascolta, partecipa al loro sentire. Poi interviene illuminando le loro menti, scaldando il loro cuore. E aspetta, non ha fretta. Lascia loro il tempo necessario per arrivare a riconoscerlo. Aspetta che i loro occhi si aprano, non li forza, non li obbliga. Attende la risposta rispettando il loro ritmo. Il tempo è elemento necessario per giungere alla pienezza. Appena i discepoli danno segno di riconoscerlo, davanti al gesto dello spezzare il pane, Gesù sparisce. Rende invisibile la sua presenza, lascia a loro la soddisfazione e la gioia di riconoscerlo. Come pure lascia a loro la decisione di “partire senza indugio” per andare a comunicare la loro esperienza agli altri undici. E’ Gesù che ha lasciato nel loro cuore un ardore nuovo, che li spinge a prendere l’iniziativa di tornare dagli altri per condividere quella esperienza meravigliosa.

E’ la pedagogia di Dio, che coinvolge l’uomo per costruire la storia di salvezza, e aspetta il suo ritmo.

Lo Spirito muove dal di dentro. Suscita speranze, alimenta desideri, annuncia promesse che esigono adempimento. Ma il compimento è affidato alla fedeltà degli uomini. Gli uomini, spesso, sono strumenti, inadeguati, incompiuti, imperfetti, non arriveranno mai alla pienezza totale, ma possono sempre essere insieme in cammino.

Sr Teresita Conti, fsp

“Mio Signore e mio Dio”

aprile 22nd, 2014

2a Domenica di Pasqua    27 aprile 2014

At 2,42-47; Sal 117; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

Il ciclo liturgico continua puntualmente il suo corso. Ed eccoci, celebrata la Pasqua, alla seconda domenica, detta anche In Albis, nel ricordo del bianco dei vestiti che i nuovi battezzati nel giorno di Pasqua, oggi deponevano. Il clima primaverile e gli echi della Pasqua, i vangeli della Risurrezione letti nella settimana appena trascorsa, favoriscono la gioia, il canto, lo stupore, e la scoperta della novità e della  bellezza.

In questo clima il brano evangelico ci inonda di speranza. Corre voce che Gesù, che era stato crocifisso, è risorto. Lo dicono le donne che sono andate al sepolcro e l’hanno trovato vuoto. L’hanno saputo i discepoli che, pur conoscendo le profezie, e le rivelazioni di Gesù, sono confusi, e smarriti. Forse combattuti tra una segreta speranza e i fatti che sembrano smentire.  Sono chiusi in casa, non vogliono trovarsi nella condizione di dover rispondere a domande di ipotetici giornalisti (i giudei). Ed ecco Gesù stesso prende l’iniziativa: apre le porte e allontana la paura riposizionandosi al centro della loro vita. Lo fa con commovente semplicità, rendendosi visibile e dicendo: ”Pace a voi”. Scompaiono  i dubbi, i timori, le chiusure.  E’ un soffio di vita nuova che li rende esultanti : “e i discepoli gioirono al vedere il Signore” (Gv 20-19-20).

Tommaso non è con gli altri. Non si fida del sentito dire, vuole vedere, vuole soprattutto toccare. La sua rigorosità, più che la sua assenza, quasi costringe Gesù a una seconda apparizione ai discepoli, otto giorni dopo, nello stesso luogo ancora a porte chiuse, con lo stesso messaggio: “Pace a voi”.

Tommaso era fatto così. Non era scettico. E tanto meno incredulo. Voleva solo vederci chiaro. Tanto chiaro che gli occhi non gli bastavano. Pretendeva il conforto delle mani: “se non metto la mano nel costato” (Gv 20,25).

Alla sua esigenza di toccare e vedere, Gesù semplicemente risponde: “metti qua il dito… guarda le mie mani… metti la tua mano nel mio costato”. Benedetta resistenza, benedetta voglia di vederci chiaro! Non ha più bisogno di guardare o di toccare. Un soffio di vita nuova è fluito anche in lui, dal quale nasce la più radicale esclamazione di fede: “Mio Signore e mio Dio!”.

Anche noi, spesso ci troviamo chiusi, incapaci di ascoltare, di condividere, di stringere legami di comunione; o con la scusa di vederci chiaro, non ci fidiamo l’uno dell’altro non riconosciamo  i nostri limiti e quelli degli altri. E forse insistiamo nell’imporci delle regole, degli impegni, delle mortificazioni.

Proviamo a guardarci con benevolenza, rispettando i tempi, i ritmi di ognuno, consapevoli delle nostre insufficienze e dei nostri mali, ma decisi a non perdere nulla dei doni, delle scintille di grazia che quotidianamente fluiscono in noi, e in chi ci vive accanto, che ci portano a gesti di comunione, di misericordia e di perdono.

Il capire e l’accogliere la testimonianza di chi ha già esperimentato non è frutto di una imposizione esterna, è frutto di una esperienza interiore. Solo quando Tommaso esperimenterà, dopo gli altri, la presenza di Gesù, sarà pronto a credere. Sono diversi i ritmi, i tempi, le situazioni, la storia di ognuno. Ma lo Spirito opera tutti e in ognuno.

Solo nella vigilanza sapremo cogliere le scintille di grazia, i frammenti della presenza di Dio in noi. Sarà una esperienza meravigliosa nella nostra vita, che ci farà esclamare, in modo pieno e radicale, come Tommaso: “Mio Signore e mio Dio”.

Sr Teresita Conti, fsp

DI QUESTO VOI SIETE TESTIMONI

aprile 19th, 2012

Terza domenica di Pasqua                      22 aprile 2012 

Nei vangeli di queste settimane c’è un susseguirsi di avvistamenti. Gesù stesso va incontro alle donne che tornano dal sepolcro vuoto, le saluta e raccomanda loro:“Andate e dite  ai fratelli di attendermi in  Galilea”. Maria cerca il Maestro da sola, si aggira intorno al sepolcro con la segreta speranza di vederlo, vuole un incontro esclusivo. E’ talmente ansiosa che non lo riconosce fino a quando non ne sente la voce. Nel cenacolo Gesù entra a porte chiuse, trova i suoi amici sbigottiti e increduli, pronuncia il saluto di pace per dare una prova concreta della sua presenza:”Toccate le mie mani e miei piedi“, ma deve ripetere più volte questa apparizione.

Il cuore degli apostoli è chiuso, le loro aspettative sono rimaste ferme a quella sera del venerdì, quando il loro Maestro è spirato sul legno della croce. Eppure Gesù non desiste, sa che la sua resurrezione è un affare di fede e dunque occorre aiutare le menti e il cuore degli amici ad aderire a questo mistero troppo grande per loro. Raggiunge due discepoli sulla strada di Emmaus, si pone accanto ad essi come un pellegrino, fa discorsi suadenti, scalda il loro cuore, li avvicina alla verità, e quando stanno per cogliere il senso vero dell’incontro, sparisce dalla loro vista lasciando nel cuore un segno indelebile di Memoria. I due si stavano allontanando da Gerusalemme, ma dopo questo incontro, fanno un’inversione di marcia e tornavano al cenacolo. Sono portatori di un messaggio definitivo e raccontano con fervore e con convinzione l’incontro appena vissuto. Gli altri ascoltano e, mentre stanno per aggiungere un tassello nuovo ai fatti misteriosi di quelle giornate, quando entra Gesù, li guarda, li conta. Sono tutti: undici apostoli e altri amici. C’è anche Tommaso.

Il Maestro si presenta con lo stesso saluto di pace, spera che i loro occhi si aprano alla gioia e alla meraviglia, invece sui loro volti c’è sempre un velo di paura: pensano che sia un fantasma costruito dalla loro fantasia. Gesù conosce i loro pensieri e va incontro alle loro paure. Li rassicura, li conforta, dà loro un segno di concretezza chiedendo qualcosa da mangiare. Quando li vede un po’ calmi, spiega loro che tutto quello che si sta compiendo è un mistero di fede, predetto dai profeti, scritto nei salmi, nella legge di Mosè, in tutta la Scrittura: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno. Questo è il grande mistero di salvezza  che deve essere annunciato alle Genti perché si compia in ogni popolo la conversione e il perdono dei peccati. “Di questo voi siete testimoni”.

Signore, rafforza nella  nostra Comunità
la fede nel mistero della tua morte e resurrezione.
Ripeti a  tutte noi l’impegno di annunciare
al mondo la conversione e il perdono,
e rafforza per noi i segni della tua venuta
perché le nostre Comunità diventino sempre di più
Memoria della tua Presenza.

Sr Mariateresa Crescini
Sup. Gen. M.P.V.

Chiamati all’amore

maggio 26th, 2011

VI domenica di Pasqua Anno A

“Se mi amate osserverete i miei comandamenti”

At 8,5-8.14-17; 1Pt 3,15-18 Gv 14,15-21

Gesù si dirige agli apostoli con parole di tenerezza, in un momento  pieno di emotività e denso di esperienza,  in cui ognuno di noi è passato, o passerà.  E’ un padre che parla ai figli prima di lasciarli: “non vi lascerò orfani… pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi”. Non rimarrete soli, chiederò per voi chi vi consoli, chi stia con voi. E ancora: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti… chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama… chi ama me sarà amato dal Padre e anch’io lo amerò”. Triangolo di amore:  l’uomo, Gesù e il Padre.  Legame  mirabile  tra comandamenti e amore.

I canoni della legge che ogni ebreo doveva osservare erano circa seicentoquaranta. Secondo la legge antica, consegnata da Dio a Mosè sul monte Sinai, i comandamenti sono dieci. Gesù li riduce a due: “Ama Dio con tutto il cuore e il prossimo tuo come te stesso”, che poi, in realtà, è uno solo, perché il secondo è simile al primo.  Che diversità dagli uomini che tendono sempre a moltiplicare le leggi e a renderle più pesanti;  non solo nelle istituzioni ufficiali ma anche nelle associazioni, gruppi, congregazioni e ordini religiosi, dove spesso le norme reggono il vivere insieme, a volte senza anima!

Se c’è un prima e un dopo, Gesù  mette l’amore  prima della legge. Il compimento della legge non è la prova dell’amore: al contrario, osservo la legge grazie all’amore. L’amore è la premessa della legge. Infatti, Gesù dice: “se mi amate osserverete i miei comandamenti…”;  se mi amate, la legge non sarà un giogo, l’osservanza della legge non sarà un comando, perché l’amore non si comanda, ma sarà un frutto dell’amore. L’unico  comandamento di Gesù è l’amore; è un ideale di perfezione a cui l’uomo è chiamato; è il  comandamento, che, se vissuto in verità, ci fa riconoscere come discepoli di Gesù. E’ la condizione in cui si fa esperienza di Dio, lo si contempla  con gli occhi della fede, si diventa testimoni veri del Dio in noi. “Se ci amiamo gli uni gli altri Dio dimora in noi e in noi il suo amore è giunto a pienezza” (Gv 4,12).

Signore, non lasciarci orfani, inviaci il Consolatore, fa’ che sappiamo accogliere quella forza nuova che ci rende capaci di vivere in novità di vita, che ci fa sperimentare Dio in noi, che ci fa compiere la legge non come un giogo, ma come una manifestazione dell’amore. Fa’ che il nostro amore ai fratelli non sia inquinato dal desiderio di apparenza, o di approvazione. Insegnaci ad amarci e ad amare gli altri gratuitamente, come tanti testimoni di ieri e di oggi che hanno vissuto fino al sangue l’amore per i fratelli. Grazie per i tanti Lena Tonelli o Vittorio Arrigoni… Continua a suscitare in mezzo a  noi testimoni, profeti e martiri come segno del tuo amore per noi e richiamo al nostro amore per te e per i fratelli. Amen.

Teresita Conti, fsp

Una fede attraversata dalle domande

maggio 19th, 2011

V domenica di Pasqua Anno A  22 maggio 2011

“Io sono la via”

At 6,1-7, 1Pt2,4-9; Gv 14,1-12

Prima di lasciare questo mondo Gesù rassicura i suoi discepoli:  “non sia turbato il vostro cuore … vado a prepararvi un posto, poi verrò di nuovo e vi prenderò con me … e del luogo ove io vado conoscete la via “. “Non sappiamo dove vai come possiamo conoscere la via? “, domanda  Tommaso. Risponde Gesù:  “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre”.  Il dialogo è semplice, lineare, ma il suo contenuto non è facile.  Incalza Filippo : “mostraci il Padre e ci basta”.  E Gesù di rimando: “da tanto tempo sono con voi… io sono nel Padre e il Padre è in me… chi ha visto me, ha visto il Padre”.  Aveva dimenticato, Filippo, che Gesù aveva parlato loro del Padre, li aveva rassicurati dicendo: “ il Padre sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate…   voi pregate così:  Padre nostro …” ( Mt 6,7-9)

E’ un incalzare di domande e risposte che mettono a nudo l’incapacità di comprendere degli apostoli e il grande desiderio di capire.

Gli apostoli vogliono capire e con l’ingenuità dei semplici, fanno domande. Le risposte di Gesù aprono scenari nuovi, fanno intravedere qualcosa che va oltre la normale quotidianità e gli apostoli sono attenti, ma il linguaggio è difficile.

“ Io sono la via”: la strada per incontrare il Padre è ripercorrere il cammino di Gesù. Egli è  il modello, spetta a noi conoscerlo per imitarlo, per seguirlo nei suoi pensieri, nella sua condotta, nella sua accoglienza, nei suoi insegnamenti.

Gesù è un uomo straordinario, è Figlio di Dio. Come possiamo noi imitarlo? Forse, come gli apostoli dobbiamo fare domande, farci domande.  Vivere  in atteggiamento di ricerca continua, di confronto con il vangelo. Non importa il commettere errori, non importa il cadere; importante è imparare dagli errori, importante è rialzarsi, importante è il confronto con ciò che ha fatto Gesù, e come lo ha fatto. Importante è camminare,  importante è essere curiosi di trovare la strada che è più propria, la strada per diventare noi stessi. Se non avremo più domande da farci, se crederemo di aver capito tutto, se decideremo di non dover più cercare avremo finito di capire, avremo finito di scoprire, avremo chiuso la porta alla verità e alla vita.

Signore, donaci il gusto della ricerca, il desiderio di conoscerti, la gioia di imitarti. Facci assaporare l’ebbrezza del cammino. Concedici di non ignorare le nostre inquietudini, di non stancarci di cercare e di percorrere la via che Dio mostra a ciascuno di noi. Offri risposte materne alle domande di significato circa il nostro quotidiano andare. Rimettici in cammino ogni volta che ci perdiamo  sulle sabbie dell’effimero e  facci scoprire  le orme dell’eterno. Amen

Teresita Conti, fsp