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Il momento della verità

novembre 11th, 2014

Domenica  XXXIII  T.O. A            16.11.2014

Il vangelo di questa domenica, penultima dell’anno liturgico, ci presenta una parabola con la quale Matteo conclude il suo ’discorso escatologico’ (Mt 24.25). La parabola dei talenti è la terza di una trilogia di parabole sulla seconda venuta di Gesù. Le due prime sono quella del maggiordomo o servo fedele (25, 45-51) e quella delle dieci vergini (Mt 25,1-13). Questa di oggi, nella redazione lucana, è nota come la parabola delle monete o degli amministratori (Lc 19,11-27).

Le tre parabole secondo Matteo hanno una loro propria caratteristica: coincidono nel fatto che la venuta del Signore (o dello sposo) ritarda molto e, ciononostante, prenderà molti di sorpresa. Inoltre l’atteggiamento di fondo dei loro protagonisti è molto simile: vivono in attesa; sperano nella venuta del Signore. Ammettono la propria responsabilità di farsi trovare pronti all’arrivo di lui. La parabola dei talenti poi aggiunge un dettaglio: l’attesa non è solo vigilanza; è attesa che produce.

Il racconto si svolge in tre momenti: 1) il padrone si allontana da casa e affida ad alcuni servi, secondo le personali capacità, l’amministrazione della sua immensa fortuna; 2) durante la sua prolungata assenza alcuni trafficano con solerzia e raddoppiano la quantità lasciata loro dal padrone, mentre altri, senza un pur minimo sforzo, si limitano a conservare quanto ricevuto; 3) al suo ritorno il padrone vuole il rendiconto; ricompensa gli amministratori che hanno trafficato i talenti ricevuti e castiga  quel servo pigro e negligente che vuol nascondere il proprio egoismo con la critica e l’insulto.

L’insegnamento di questa parabola è netto; non dà adito ad alcun dubbio. Cristo, dopo la sua risurrezione, lascia i propri amministratori sulla terra perché ognuno faccia fruttificare i talenti ricevuti nel migliore dei modi secondo le proprie capacità. I servi fedeli li amministrano con solerzia, ossia con amore; nel loro impegno a favore di Cristo, della Chiesa, del mondo non risparmiano sforzi e fatiche. Il servo pigro, invece, è incapace di sforzi e di impegno, di sacrificarsi per il bene altrui. Il suo egoismo lo irretisce su di sé. Il giudizio del Signore metterà in luce i valori veri e rifiuterà quelli fasulli e inutili. (Da: Nuria Calduch.Benages, La palabra celebrada, CPL 2014).

Il mercato del tempio e quello della vita

novembre 5th, 2014

Domenica 9 novembre 2014    DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE

La pericope giovannea proposta per questa festa della dedicazione della basilica lateranense è nota come la ‘purificazione del tempio’, o anche la ’espulsione dei mercanti dal tempio’. I sinottici collocano il racconto di questo episodio prima della narrazione della passione di Gesù; Giovanni lo anticipa; lo colloca infatti all’inizio del suo ministero pubblico, tra il suo primo ‘segno’ – quello delle nozze di Cana (Gv 2,1-12) – e l’incontro con Nicodemo (3,1-25).

Scopriamo un Gesù indignato, che perde il controllo di sé e compie gesti violenti. La casa del Padre suo è diventata un mercato pubblico. Anziché essere una casa di preghiera, in cui i fedeli offrono sacrifici e donano offerte è una casa in cui avvengono lauti guadagni. I discepoli scoprono un Gesù totalmente diverso da come lo avevano visto sino ad allora e ricordano il versetto 10 del salmo 69: Lo zelo per la tua casa mi divorerà.

La chiave interpretativa del testo la troviamo nella risposta di Gesù ai Giudei. Essi gli chiedono un segno che dia ragione del suo comportamento. Gesù – come appare normalmente nel vangelo secondo Giovanni – fa uso di parole che, oltre il significato normale, possono avere un significato figurativo che gli uditori non sanno captare. Questo significato figurativo produce un malinteso. Gesù ne approfitta e chiarisce il proprio pensiero, valorizzando la parola ‘tempio’. Nell’utilizzarla egli si riferisce al proprio corpo, anzi concretamente al suo ‘mistero pasquale’. Concretamente, Gesù sostituisce l’antico tempio e si presenta come il vero tempio, luogo dell’incontro tra Dio e l’essere umano (da: Nuria Calduch Benages, La palabra celebrada, CPL 2014).

Pur essendo il primo…

ottobre 29th, 2014

Domenica XXXI T.O.A     02.11.2014

La controversia con i capi religiosi del popolo che ha avuto il suo inizio in Mt 23,28-32 – la parabola dei due figli – che abbiamo letto nella 26° domenica del Tempo Ordinario, ha la sua conclusione nella pericope di oggi (Mt 23, 1-12). Qui viene denunciata l’ipocrisia degli scribi e dei farisei. Inoltre questi versetti costituiscono l’introduzione a un lungo capitolo (cap. 23) nel quale Gesù pronuncia sette fortissime accuse proprio agli scribi e ai farisei (23,13-36) e culmina con l’annuncio della futura distruzione di Gerusalemme (23,37-39).

L’ambiente è carico di tensione. Gesù – il quale sa che i suoi nemici hanno già deciso della sua vita – pronuncia un forte monito contro le guide spirituali di Israele e, in questo modo, smaschera la loro ipocrisia e superficialità. Lo suddividiamo in due parti.

Nella prima (vv. 1-7), Gesù fa una descrizione dettagliata degli scribi – dottori della legge o rabbini – e dei farisei, o, almeno, di alcuni di essi. Da una parte ammette la loro responsabilità religiosa nei confronti del popolo e ne riconosce la funzione magisteriale (occupano la “cattedra di Mosè”). D’altra parte, però, critica la loro incoerenza (“dicono e non fanno”), la loro duplice misura (intransigenza verso gli altri e condiscendenza con se stessi) e la loro megalomania (“amano i primi posti, gli onori, il rispetto, e le qualifiche”). I “filatteri” sono astucci di cuoio contenenti alcuni versetti biblici che – durante la preghiera – essi legano al braccio sinistro e sulla fronte (Es 13,1; Dt 6,4-9; 11,18-21).

Nella seconda parte (vv. 8-12, Gesù parla direttamente ai propri discepoli (“voi”) e li ammonisce circa la ricerca affannosa di ‘qualifiche’, molto diffusa nelle scuole rabbiniche del tempo. Noi, cristiani nella Chiesa, siamo tutti fratelli, figli e figlie di uno stesso Padre, guidati da un unico Pastore e Maestro, Cristo, che, pur essendo il “primo”, si umiliò sino ad assumere la condizione di servo.

Senza voler umiliare i giudei – come facevano alcuni scrittori del tempo – Matteo rispecchia il conflitto esistente tra le prime comunità cristiane e quella giudaica. E’ in quest’ottica che si colloca la sua presentazione degli scribi e dei farisei e la denuncia di Gesù. (Da: Nuria Calduch-Benages, La palabra celebrada, CPL 2014)

La legge del cristiano

ottobre 21st, 2014

Domenica XXX T.O.A          26.10.2014

Mt 22,34-40

Tre erano le questioni che i farisei avevano posto a Gesù – ormai prossimo alla passione – mentre egli insegnava nell’atrio del tempio di Gerusalemme. Nel testo del vangelo di oggi ci viene presentata la terza (Mt 22,34-40). Della prima – tipicamente politica – abbiamo scritto domenica scorsa (Mt 22,15-21) e la seconda – sulla resurrezione dei morti (Mt 22,22-33) –  viene letta in un altro ciclo di letture liturgiche.

Ancora una volta, un rappresentante dei farisei (contrari ai sadducei) pone a Gesù una domanda capziosa per “metterlo alla prova” (v. 22). Questa volta la domanda verte sul valore massimo per i giudei, e soprattutto per i farisei. Essa riguarda la Legge o Torà, ritenuta come l’espressione del pensiero di Dio e unica normativa della perfezione umana. Nella loro irrinunciabile attenzione al dettaglio e alla minuzia, i rabbini erano giunti a catalogare e classificare 613 precetti della Legge, senza contare quelli relativi ai costumi o alla tradizione. Su di essi i dottori e i saggi discutevano con molto calore nelle scuole rabbiniche.

“Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”.(v. 36), ossia: non si potrebbe ricapitolare tutta la Legge in un unico e supremo comandamento? Offrire una risposta non precisa, ambigua – tenendo conto delle circostanze – poteva essere imprudente, costituiva un pericolo. Per questo Gesù ricorre a Dt 6,5 e a Lv 19,18 non tanto per mettere in ordine il catalogo dei precetti contemplati nella Legge quanto per indicare l’atteggiamento da assumersi nell’osservanza dei precetti.

Il primo comandamento (“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente”, v.37) ogni israelita lo assapora due volte al giorno, oltre ad averlo scritto nel proprio cuore e sullo stipite della propria casa. E’ evidente che la legge principale consiste nell’amare Dio (38). Tenendo presente che la domanda, oltre ad essere capziosa, era incompleta, Gesù si assume il compito di concluderla. Il primo comandamento non può essere separato dal secondo. Nessuno può amare Dio se non lo fa attraverso il prossimo. Per questo egli, che è Maestro, aggiunge il secondo comandamento, simile al primo: “Amerai il prossimo come te stesso”. (v. 39).

Infine Gesù perfeziona la propria ‘lezione’ con una conferma: “Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti” (v.40). Altrimenti detto: l’amore cristiano è principio e fondamento di tutta la legge e di tutta la profezia. (Da: Nuria Calduc-Benages: da La palabra celebrada, CPL 2014).

Cesare e Dio

ottobre 14th, 2014

Domenica XXIX T.O.A                      19.10.2014

Siamo ormai alle porte della passione. Dopo aver ascoltato tre parabole nelle tre ultime domeniche – quella dei figli, quella dei contadini quella del banchetto di nozze – vengono descritte  tre questioni poste a Gesù dai suoi avversari. La prima – ripresa nel testo di oggi (Mt 22,15-21) – si riferisce al tributo che gli abitanti della Giudea dovevano pagare all’impero romano.

I farisei volevano “coinvolgere” Gesù (in greco: “irretirlo in un inganno”) e per questo gli inviano i discepoli con una domanda da tradimento. Con apparente sincerità e interesse, gli chiedono di esprimersi in pubblico su un problema particolarmente delicato che compromette sempre la coscienza religiosa, quella nazionale e quella politica. Lo fanno con astuzia. Gli presentano un caso di coscienza; ma solo dopo averlo elogiato (“Sappiamo che sei sincero e che insegni la via di Dio secondo verità… e non guardi in faccia a nessuno, v. 16). Tra i nemici di Gesù c’erano non soltanto i discepoli dei farisei, inviati dai loro maestri, ma anche alcuni erodiani (uno sparuto gruppo fedele al tetrarca Erode Antipa).

“E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?”. Accettare di dover pagare il tributo personale (tributum capitis) all’impero romano, segno di sottomissione a un potere straniero e pagano, poteva implicare la perdita del favore del popolo. Proclamarlo illecito diventava un atto di ribellione, che, certamente, si pagava con la morte. Prima di rispondere alla provocazione, Gesù pone i suoi avversari di fronte a una moneta romana, un denaro. E tutti conoscevano l’attaccamento al denaro da cui erano affetti i farisei. Essi, i massimi difensori dell’eroismo nazionale, erano quelli che maggiori vantaggi traevano dall’economia romana.

La risposta del maestro (“Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) pone l’accento sulla seconda parte. Gli hanno posto la domanda sul Cesare; Gesù è venuto sulla terra a parlare di Dio. Ognuno al suo posto, quindi. E Dio su tutti. (Da: Nuria Calduch-Benages, La palabra celebrada, CPL 2014).

Gesù racconta la propria storia

settembre 30th, 2014

Domenica XXVII T.O.A                                                             05 ottobre 2014

In questa domenica leggiamo l’ultima delle tre parabole sulla vigna riportate nel vangelo secondo Matteo, conosciuta come la parabola dei cattivi vignaioli (21,33-43). La prima fu quella degli operai della vigna (20,1-16), la seconda quella dei due figli mandati a lavorare nella vigna (21,28-32).

Questa parabola, non molto verosimigliante alla realtà umana, ha un profondo significato simbolico che non dovette passare inavvertito ai contemporanei di Gesù perché rifletteva la drammatica situazione vissuta da Gesù e dalla chiesa apostolica. In essa scoprivano una magnifica sintesi della storia di Israele, il popolo eletto e amato da Dio che si è sempre dibattuto tra fedeltà e infedeltà, accoglienza e rifiuto, predilezione e ingratitudine, peccato e conversione.

Nel proporre questa parabola Gesù si ispirò al cantico della vigna di Isaia (cfr I lettura), anche se la modificò radicalmente. Dio non distrugge la vigna (cfr Is 5,5-6), poiché è stata piantata da lui. Sono i vignaioli che ne frustrano la raccolta. Perciò il padrone della vigna termina il rapporto con loro e affida la vigna ad altri. L’affida a un “popolo che la faccia fruttificare” (v.43). Nel raccontare questa parabola Gesù pensava alla Chiesa come popolo aperto a tutto il mondo.

Gli operai incarnano i capi del popolo; i servi che il padrone manda dagli operai, simboleggiano i profeti; la figura del padrone rappresenta Dio; il figlio del padrone rappresenta Gesù Cristo.

Dopo aver narrato la storia dell’A.T. (vv 33-36), Gesù racconta la propria storia e quella del proprio regno (vv 37-39.42). Si tratta di una storia fatta di rifiuti, negazioni e delitti. Gesù sente vicina la morte, quasi la “respira” nelle manovre e nei complotti dei suoi avversari che gli stanno addosso continuamente.

La salvezza che Israele ha rifiutato è la salvezza del figlio che da “pietra scartata” è diventata “pietra angolare” (v 42) sulla quale poggia e che sostiene.

La parabola non accusa il popolo semplice di Israele, ma i cattivi operai; quei capi che, facendo uso del potere e dell’autorità, non dubitano che, difendendo i propri interessi, tradiscono il destino del loro popolo (da: Nuria Calduch Benages, La. Palabra celebrada, CPL, 2014).

La bellezza di essere sempre veri

settembre 23rd, 2014

Domenica XXVI T.O. A                     28 settembre 2014

Ancora una volta Matteo ci offre una parabola che ha un rapporto con la vigna (21,28.32). Sotto certi aspetti ci ricorda quella di domenica scorsa  e quella a in cui parla degli invitati al banchetto di nozze che, per motivi diversi, rifiutano l’invito (Lc 14,16-24; Mt 22,2-10).

Nella parabola di oggi intervengono tre personaggi: il padre e i suoi due figli. Il padre – che rappresenta Dio – vuole che i suoi figli vadano a lavorare nella sua vigna, figura del popolo di Israele. I figli affrontano la situazione in modo molto diverso: il primo non vuole andare, ma, dopo averlo ripensato, accondiscende al volere del padre; il secondo accetta immediatamente l’ordine senza porvi difficoltà, ma poi – e non ne conosciamo il motivo perché il narratore lo passa sotto silenzio – non lo realizza. Vi scopriamo due comportamenti diversi: quello del peccatore pentito che si sottomette e fa quanto gli è chiesto; compie la volontà dal padre e quella del figlio incoerente e ipocrita che “dice e non fa” (cf 23,3). Matteo ascrive questo atteggiamento ai capi religiosi e politici di Gerusalemme che, per non rinunciare alle proprie posizioni e privilegi acquisiti, si chiudono di fronte al messaggio di salvezza.

Conclusa la narrazione della parabola, Gesù si pone sul terreno pratico e fa memoria di due categorie di peccatori tipiche dell’epoca: i pubblicani (quanti riscuotono le imposte a favore dei romani) e le prostitute. Anche se peccatori pubblici, docili sull’esempio e la predicazione del Battista si erano convertiti (avevano seguito “il cammino della giustizia”), gli ipocriti, ritualmente perfetti, persistettero nella loro chiusura. I primi si convertirono e credettero, i secondi, invece, non si pentirono e neppure credettero, continuarono imperturbati il proprio cammino.

La parabola riguarda tutti. Il Padre continua a cercare lavoratori per la sua vigna, ossia  persone che collaborino nel suo programma di salvezza. La decisione dipende da ognuno. (da: Nuria Calduch-Benages, La Palabra celebrada ,CPL 2014).

Dio non premia, ama

settembre 17th, 2014

Domenica XXV T.O. A                  21 settembre 2014

La ‘vigna’ è un termine usato molte volte nella Scrittura. Matteo nel suo Vangelo riporta tre parabole a proposto della vigna. Nella domenica odierna viene narrata la prima (Mt 20,1-16); nelle prossime domeniche leggeremo le altre due (Mt 21,28.32 e 21, 33-43). La vigna – e anche la vite –  erano simbolo di Israele, inteso come popolo o regno di Dio; un popolo considerato da Dio come sua proprietà, custodito da lui con particolare attenzione e premura. Per questo “lavorare nella vigna” – secondo il Vangelo – significa dedicarsi al servizio del regno di Dio, ognuno nell’ambito della missione che gli è stato affidato.

La parabola di oggi che, senza alcun dubbio, richiama una situazione reale nella vita di Gesù, nella comunità, ossia nella chiesa, ha come obiettivo quello di zittire i mormoratori. Quelle persone, cioè che, ritenendosi i privilegiati, i giusti, e unici destinatari dell’alleanza, non ammettevano che il Signore estendesse il proprio invito ai poveri, agli inutili, ai peccatori, ai pagani, agli ‘ultimi’. E’ bene prendere nota che Matteo colloca questo racconto in un contesto spesso valorizzato per porvi una interpretazione esatta del pensiero di Gesù: infatti, appena prima della parabola, in 19,30, leggiamo: “Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi”.

Nel racconto, inoltre, troviamo due elementi essenziali: il contratto progressivo con i lavoratori e l’indignazione dei “primi”. L’accento ricade, senza dubbio, sul secondo elemento. Con l’intenzione di accontentare tutti, il proprietario continua ad invitare lavoratori per la sua vigna, anche fino all’“ora undecima” (La giornata lavorativa iniziava con l’aurora e terminava all’apparire delle prime stelle, dodici ore circa). I lavoratori, che mormorano contro il  datore di lavoro, non reclamano una salario più alto in corrispondenza delle ore lavorate; si lamentano perché il trattamento non è uguale per tutti. C’è sperequazione.

Tutti ricevono la paga giornaliera intatta, perché la bontà e la generosità del Signore della vita sono infiniti (da: Nuria Calduch-Benages, La palabra celebrada, CPL 1014).

Il “Magnificat” di Dio

settembre 9th, 2014

Domenica XXIV  T.O. A     14.09. 2014

Nel testo evangelico odierno troviamo la conclusione del quarto discorso di Matteo, definito “discorso ecclesiale” (Mt 18). Si parla del comandamento del perdono fraterno e vi è pure espresso un deciso ammonimento circa l’istinto facilmente vendicativo (cf. la prima lettura). Il testo è facilmente divisibile in tre parti: la risposta di Gesù ad una precisa domanda di Pietro (vv. 21-22), la parabola di un perdono illimitato da offrirsi sempre e comunque o della infinita misericordia (23-34). E la lezione conclusiva che commenta la pericope del Padre nostro: “Perdona a noi i nostri debiti come noi perdoniamo…”.

La domanda di Pietro ha un inciso molto esplicito “sette volte” il che equivale a “sempre”. La risposta di Gesù rafforza quell’aforisma popolare con un rimarcato “settanta volte sette”, con altre parole “decisamente sempre”. Questa affermazione è come una reazione al terribile canto di Lamech in Gen 4,24: “… Caino sarà vendicato sette volte, ma Lamech settantasette”.

Per chiarire meglio il proprio pensiero Gesù aggiunge una parabola composta da tre scene nelle quali i protagonisti sono due: un re e un suo servo (vv.23-27), un impiegato con un suo compagno (vv. 28.31), il padrone e il suo servo (vv.32-34). Il racconto ha come sfondo due comportamenti “opposti”. Il servo è grosso debitore; al padrone è sufficiente un gesto di buona volontà per concedergli il perdono di tutto il debito. Il debitore perdonato, invece, di fatto è accanito con il suo compagno che gli deve una modica quantità di denaro. La reazione del padrone di fronte a questo meschino creditore è di una eccezionale severità: lo obbliga a pagare tutto il debito.

La ‘morale’ della parabola è racchiusa nel versetto 35: il discepolo di Gesù deve essere sempre disposto a perdonare il fratello, perché anch’egli è stato perdonato da Dio. Se non perdona, sarà egli pure giudicato senza misericordia (cf Gc 2,13. (da: Nuria calduch-Benages, La palabra celebrada, CPL 2014).

Sentinelle della carità

settembre 3rd, 2014

Domenica XXIII T.O. A       07.09.2014

Nella pericope offertaci dalla liturgia di oggi ci imbattiamo con il quarto discorso di Matteo (18,1-35). In esso l’evangelista raggruppa tutta una serie di ‘lezioni’ sulla vita comunitaria offerte da Gesù ai suoi discepoli. Nel sottofondo appare una comunità cristiana nella quale già esistono problemi di convivenza. Concretamente Gesù suggerisce alcune norme di comportamento e ricorda alcuni principi che devono orientare la prassi del governo pastorale nella comunità cristiana. Come buon Maestro insegna con quale spirito devono essere accolti i fratelli. L’ambiente del discorso è la casa di Pietro, a Cafarnao, e il discorso si snoda in tre momenti: (la primazia degli umili nel regno di Dio (vv.1-14); la correzione fraterna (vv. 15-20); la parabola del  perdono (vv. 21-35).

Oggi è presentato il secondo momento: la problematica legata alla correzione fraterna, molto frequente nelle comunità: i fratelli peccatori, come devono essere trattati? Rifacendosi a Lv 19,17 e a Dt 19,15 Matteo detta alcune linee di condotta seguite in gruppi di giudei  presenti in Israele. Innanzitutto una intervista personale, durante la quale si parla da cuore a cuore. Il secondo passo, più difficile, consiglia di ripetere la correzione davanti a un gruppo minimo di testimoni. Se la persona è recidiva, allora bisogna denunciarla alla presenza di tutta la comunità o chiesa locale, nella quale è stato commesso lo scandalo.  Se neppure questo passo funziona, non rimane che considerare il fratello o la sorella come “ pagano o pubblicano”. In sintesi dovrà essere ritenuto estraneo alla chiesa la quale è autorizzata a formalizzarne pubblicamente la separazione. Se, in un secondo momento, vorrà re-incoporarsi in essa, potrà farlo dopo il suo ritorno e la richiesta di perdono (vv. 15-17).

L’ultima parte del testo odierno è composto da tre verdetti. Con essi Gesù assicura i discepoli dell’assistenza di Dio su di loro (nei discepoli Matteo vede tutti i ministri responsabili della varie mansioni nella Chiesa). Il primo verdetto (v. 18) estende a tutti i discepoli la facoltà di “sciogliere e legare” concessa in anticipo soltanto a Pietro (16,19). Il secondo (v. 19) assicura l’ascolto della richiesta che due o più persone della comunità faranno di comune accordo al Padre. il terzo e ultimo verdetto “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro, v.20) è il più bello a sintetizza il pensiero di Matteo: Gesù, il Dio-con-noi , sarà presente nella Chiesa sino alla fine dei tempi (cf 28,20). (Da: Nuria Calduc-Benages, La Palabra celebrada, CPL 2014)