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Persone di comunione a immagine del Figlio

febbraio 19th, 2014

domenica VII T.O. /A    23 febbraio 2014

Mt 5, 38-48; Lv19, 1-2.17-18; sal 102; 1Cor 3, 16-23

In questa domenica ci troviamo ancora sul monte delle Beatitudini, dove il Maestro continua a spiegare l’Alleanza tra il Dio che si rivela nel Figlio e noi suo Popolo. Due sono le antitesi che il Signore sviluppa:

quella che riguarda la cosiddetta legge del taglione, legge destinata a contenere le rappresaglie della vendetta privata, e quella che riguardava il comandamento dell’amore al prossimo e una sua interpretazione che comandava l’odio dei nemici. Ad introdurci nel Vangelo è proprio la prima lettura, che è tratta dal Levitico e che è la fonte sia del comandamento dell’amore del prossimo, che del comando di essere perfetti alla maniera del Padre nostro.

L’autore sacro fa memoria del comando che Dio diede al suo Popolo per bocca di Mosè; essere santi perché Lui è santo. Ma questo comando è prima di tutto un dono che Dio fa al suo Popolo. Esso, tra tutti i popoli, sarà chiamato a risplendere della luce del Suo Dio. E la liturgia ci fa intuire in cosa consiste la santità di Dio. Egli è Santo in quanto è capace di Amare e di occuparsi del bene delle sue creature; infatti i successivi comandi riguardano il farsi carico della responsabilità del peccato dei fratelli aiutandoli con la correzione fraterna, e il comando dell’amore del prossimo. Quindi in questa lettura ci è dato di intuire che la santità di Dio non consiste nel suo essere separato ed inaccessibile agli uomini, ma nella sua capacità di amare il suo Popolo fino a volerne condividere il cammino. Ricordiamo ciò che Dio disse a Davide per mezzo del profeta rileggendo proprio l’esperienza dell’Esodo: “Sono stato con te dovunque sei andato” (cfr. 2Sam 7,9), per cui, se Lui ci comunica così la sua santità anche noi dobbiamo farci compagni di cammino dei fratelli.

Matteo tradurrà tutto ciò con il termine “perfetto”, mentre Luca lo renderà ancora più esplicito, indicando nella misericordia la caratteristica di Dio, in cui noi, in quanto figli, siamo chiamati rispecchiarci per cogliere la nostra vocazione ad amare con amore di misericordia.

San Paolo nella seconda lettura, rivolgendosi ai Corinzi, dopo aver additato Chi è la vera Sapienza, e in Cristo Crocifisso la fonte unica della ricchezza del Cristiano e del suo essere testimone, passa a richiamare i Corinzi sulla necessità di abbandonare i confronti tra un predicatore e l’altro (san Paolo e Apollo), che divenivano fonte di divisioni nella comunità, perché ogni Cristiano, senza distinzioni, è abitazione dello Spirito e quindi tempio di Dio. I criteri di confronto tra le persone, basati su una sapienza solo umana, non dovrebbero trovar spazio tra i Cristiani. La vera Sapienza, infatti, che ci rende testimoni non può che attingere a Cristo, l’unico Maestro e l’unico che può vantare il diritto di possesso sulle nostre vite. In questo possiamo trovare un testimone vero nella persona di Benedetto XVI e forse questa parola può aiutare anche a vagliare i nostri criteri di giudizio sulle persone e – perché no?! – forse anche verso il nostro amato Papa Francesco in rapporto con il suo predecessore, che come san Giuseppe ha saputo mettersi nell’ombra per lasciare che Cristo portasse avanti la Sua Chiesa.

Fissando lo sguardo sul Vangelo, vediamo come in entrambe le antitesi la parola chiave è amore gratuito e capace di andare oltre il comportamento dell’altro o contro la percezione di lui come nemico.

Nella prima antitesi siamo invitati ad andare oltre i comportamenti dell’altro che mirano a violare la nostra libertà e la nostra dignità (lo schiaffo nella cultura ebraica era visto come una vera umiliazione – si pensi a quello che ricevette Gesù dal servo, durante il suo processo nel sinedrio e a come seppe reagire aiutando l’altro a prendere coscienza dell’ingiustizia che stava compiendo), per cogliervi un fratello con cui siamo chiamati a fare strada: attraverso due reazioni che sono chiamate a suscitare nell’altro per lo meno un “PERCHÉ LO FAI?”, aiutandolo a prendere coscienza delle sue azioni e anche dell’amore gratuito nei suoi confronti. Quest’ultimo aspetto è molto chiaro nella terza reazione di chi è costretto a fare un miglio e poi decide di farne due con colui che avrebbe voluto obbligarlo a farne uno solo. In quel miglio in più sono chiamato a rendermi conto del desiderio dell’altro di farsi compagno di cammino. Così ha sempre fatto Dio nei confronti del Suo Popolo, di cui si è fatto compagno anche quando questi lo tradiva cambiando l’Alleanza con alleanze ed idoli solo umani.

Nella seconda antitesi è esplicitato ancora di più il modello cui dobbiamo riferirci per amare di amore gratuito i nemici e quanti ci perseguitano. Il Padre, che “fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni”, è capace di farlo ma, essendo in Cristo figli, siamo chiamati a vivere in pienezza la nostra vocazione ad amare fino alla fine, come il Figlio. In Gesù siamo chiamati a riscoprire la nostra identità di figli, e quindi ad essere a sua immagine e somiglianza, capaci di amore gratuito, che sa giungere fino alla pienezza della misericordia e della preghiera per quanti ci fanno del male: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno!”.

E’ utile anche sottolineare la pedagogia di Gesù nell’additare i comportamenti che devono caratterizzare i discepoli. È il confronto, come modalità per rafforzare nel discepolo la sua scelta di aderirvi, rinvigorendo il senso di appartenenza e le motivazioni; infatti nel Vangelo di domenica scorsa, Gesù asseriva che se la giustizia dei suoi discepoli non avesse superato quella dei Farisei non sarebbero entrati nel Regno dei Cieli. Questa domenica, in riferimento alla necessità di amare gratuitamente, il confronto è con i pubblicani e addirittura con i pagani, perché l’amare gli altri riguarda tutti gli uomini, anche i non osservanti della Legge mosaica. La gratuità e la misericordia devono essere i tratti distintivi del seguace di Gesù.

Per dirla con il vangelo di domenica scorsa: l’amore gratuito e misericordioso, è il sale e la luce che il Cristiano deve portare nel mondo, perché ogni uomo abbia la possibilità di incontrare il Dio-con-noi sul suo cammino e rendere a Lui la gloria, riscoprendo la sua identità di figlio Amato.

Sr Maria Grazia Neglia
Figlie di san Giuseppe del Caburlotto

Il cuore della legge è il cuore

febbraio 12th, 2014

Domenica VI T.O./A                     16 febbraio 2014

Sir 15,15-20; Sal 118; 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37

In questa VI domenica, siamo invitati a rimanere ai piedi del Maestro per rivedere sotto una nuova luce le Dieci Parole, consegnate a Mosè sul monte Sinai. E Lui parla come nessun altro Rabbì, perché non dice più “sta scritto” o “il Signore ha detto”, ma: “Io vi dico”! Al Popolo del Dio di Abramo, ma anche a noi, è chiesto di andare oltre la lettera dei Comandamenti antichi, per scoprirne il cuore e il Vento nuovo dello Spirito, che in essi vive e di cui il Figlio, per chi lo accoglie, ne è l’Interprete unico. In Lui, Parola di Dio fatta carne, si riassumono tutte le Dieci Parole della Legge data ai Padri.

Nella prima lettura, tratta dal libro del Siracide, siamo invitati a purificare la nostra idea di comandamento. La Parola di Dio oggi ci dice “Se vuoi osservare i Suoi comandamenti, essi ti custodiranno” quindi ci viene detto che il Dono della Legge ci è consegnato, in quanto persone capaci di scelte libere, per costruire una vita Buona e Degna di essere vissuta, e non una serie di prove da superare per acquistare meriti davanti a Dio o per conquistare un pezzo di cielo. Sono Dieci Parole donate dal Dio che ci Ama e vuole il nostro Bene qui ed ora, ed è un Bene che ci considera non come individui isolati, ma come capaci di costruire e di vivere grazie alla comunione con gli altri. È questo che sta a cuore anche a Gesù, che è venuto a dare pienezza alle Dieci Parole date sul monte Sinai. Rispetto alla tentazione di considerare Gesù e le Beatitudini come un’alternativa ai Comandamenti antichi, la pericope di oggi ci dice che la Nuova Legge delle Beatitudini, che è la vita stessa di Gesù, è il frutto maturo dell’Antica Legge: ne è il suo compimento. Per cui, chi segue ed insegna ad osservare anche il più piccolo degli insegnamenti delle Dieci Parole e delle Leggi minori ad esse collegate, sarà grande nel Regno dei cieli. Come si vede, Dio non si smentisce: il criterio di grandezza per Lui non è legato a quanto intelligente o autonoma sia una persona, bensì alla sua capacità di fidarsi e di obbedire alla Volontà di Dio espressa nei comandamenti – con la delicatezza e la meticolosità dei particolari che è tipica di chi agisce per amore  e non per servilismo.

Se ci addentriamo nel testo ci accorgiamo che le 4 leggi a cui Gesù sembra anteporne altre, riguardano il rapporto con gli altri e quindi hanno alla base il Comandamento Unico dell’amore, vissuto nella comunità e nella famiglia così come l’ha voluta Dio. Se facciamo memoria, anche al ricco, che chiedeva come entrare nel Regno dei cieli, Gesù addita prima i comandamenti riguardanti la relazione con i fratelli, quasi a lasciarci intuire fino a che punto Dio ha voluto legarsi alla nostra umanità. Nel capitolo 5 del vangelo secondo Matteo potremmo dire che c’è la carta d’identità del Cristiano in rapporto con gli altri, mentre nel sesto, ambientato sempre sul monte, Gesù indica come deve essere la nostra relazione con Dio. Le 4 antitesi sviluppate sotto vari aspetti, mirano a cogliere il male alla sua radice, che Gesù ci mostra essere nel cuore dell’uomo, luogo che per l’ebreo era la sede di tutte le decisioni e scelte essenziali della vita. Allora l’omicidio è preparato dall’odio che si annida nel cuore e “sta accovacciato alla nostra porta” (come si dice in Genesi 4,6 quando si parla di Caino che cova in cuore l’odio per suo fratello), ma anche l’insulto (stupido, pazzo) sono considerati la porta per l’eliminazione del fratello, ed effettivamente la parola può uccidere la persona nella sua dignità più che l’eliminazione fisica in sé. Non a caso Papa Francesco più volte è ritornato sul tema della mormorazione e della critica come mali da combattere perché minano la costruzione della fraternità. Unica soluzione a questo tipo di male è la riconciliazione, che è vista addirittura come parte integrante e indispensabile per poter mettersi in relazione con Dio: “se… ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all’altare, va prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono”.

Similmente a quanto poi dirà san Paolo in Ef 4,26-27.31-32 “Non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira, e non date occasione al diavolo. Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo” Gesù, invita a cercare subito la via della riconciliazione e del dialogo, per non lasciare che il rancore si radichi in noi. Dopo aver messo in luce il quinto comandamento, il Maestro continua con il sesto, che riguarda il divieto di compiere adulterio e, anche in questo caso, fa comprendere come per ferire l’unità degli sposi basti il desiderio di commettere adulterio, perché nella concretezza del quotidiano, esso è la porta aperta sul tradimento dell’amore. Le ultime due antitesi riguardano:

una norma circa il divorzio, che il marito poteva chiedere, che era stata introdotta da Mosè e sulla quale, al tempo di Gesù, vi erano due correnti di pensiero circa l’applicazione della stessa: una più lassista e una più rigida, per cui le motivazioni del marito dovevano essere abbastanza gravi perché gli si concedesse di dare il libello di ripudio. In questo caso la posizione di Gesù mira ad orientare la scelta in base alla primigenia volontà di Dio circa l’uomo e la donna, secondo la quale essi divenivano una sola carne; per cui il divorzio non era lecito se non nel caso che la donna in questione fosse una concubina;

e una norma circa il giuramento, quando si è chiamati a dare la propria testimonianza. Normalmente si chiamava Dio a garante dei giuramenti e purtroppo anche quando si trattava di coprire delle menzogne (si pensi ai testimoni falsi chiamati per il processo di condanna di Gesù, avvenuto nel Sinedrio). Gesù invita i suoi discepoli ed essere limpidi e sinceri nelle loro relazioni con gli altri, sì da eliminare qualsiasi tipo di giuramento.

Come si vede, oggi il Padre, ci invita a porre Gesù, che è via, verità e vita, come Colui a cui guardare per essere persone capaci di intessere relazioni autentiche, capaci di fedeltà e di amore sincero nei confronti degli altri, a partire da chi ci è più prossimo e quindi ancor di più nell’ambito del rapporto di coppia; ma questo è vero anche nelle relazioni in Comunità, perché in fondo è tradimento dell’altro anche una relazione fraterna che seleziona le persone e di fatto elimina coloro che decidiamo di escludere perché “non fatti a nostra immagine e somiglianza”.

Questo brano ci invita anche a purificare il nostro modo di considerare i comandamenti e le normative che regolano le nostre relazioni e anche il nostro essere membri di una ben precisa Comunità e cittadini inseriti in una società che si da delle leggi. In relazione alle regole abbiamo il dovere, come Cristiani, di andare al cuore di esse per osservarle “come esseri liberi sotto la Grazia e non come schiavi sotto la legge” (cfr. Regole di Sant’Agostino), e di conseguenza anche in modo critico, quando queste andassero, come purtroppo avviene, contro il Bene stesso dell’uomo, anche e soprattutto il più indifeso e senza voce, e quando queste norme mirano a vedere il benessere dell’individuo nella sua autorealizzazione, senza tener conto che l’Uomo per essere tale ha bisogno di trovare compimento nella relazione con l’altro /Altro.

San Paolo nella Lettera ai Corinzi continua il suo percorso di esaltazione della sapienza di Dio, che lui contempla in Cristo e nell’assurdità del Dio che sceglie la carne umana fragile e mortale e l’obbrobrio della morte di Croce per manifestare la sua Divinità. Se ci apriamo allo Spirito, il nostro parlare e il nostro operare devono potersi specchiare in questa Sapienza divina che fa scoprire in ciò che è infimo e disprezzato dai potenti della terra il segreto della vera ricchezza. Per scoprire il Dono immenso che Dio ci ha fatto rivelandoci la profondità del suo intimo mi pare bello concludere con uno stralcio del Messaggio del Papa per la prossima quaresima: “La povertà di Cristo che ci arricchisce è il suo farsi carne, il suo prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, comunicandoci la misericordia infinita di Dio. La povertà di Cristo è la più grande ricchezza: Gesù è ricco della sua sconfinata fiducia in Dio Padre, dell’affidarsi a Lui in ogni momento, cercando sempre e solo la sua volontà e la sua gloria. È ricco come lo è un bambino che si sente amato e ama i suoi genitori e non dubita un istante del loro amore e della loro tenerezza. La ricchezza di Gesù è il suo essere il Figlio, la sua relazione unica con il Padre è la prerogativa sovrana di questo Messia povero. Quando Gesù ci invita a prendere su di noi il suo “giogo soave”, ci invita ad arricchirci di questa sua “ricca povertà” e “povera ricchezza”, a condividere con Lui il suo Spirito filiale e fraterno,a diventare figli nel Figlio, fratelli nel Fratello Primogenito” (cfr Rm 8,29).

sr Maria Grazia Neglia
Figlie di S. Giuseppe del Caburlotto

La Nuova Alleanza vissuta è Salvezza e Luce per il mondo

febbraio 5th, 2014

Domenica V T.O. /A                     9 febbraio 2014

In questa domenica siamo invitati a rendere il mondo, e con tutta la nostra esistenza, sacrificio gradito a Dio. Ma qual è il vero sacrificio che Dio desidera?

La prima lettura è luce sul vangelo ed in particolare sul simbolo della luce. In essa, il profeta Isaia, vuole far comprendere come nessun atto di culto a Dio, tantomeno il digiuno, andasse disgiunto dal comportamento retto e solidale nei confronti dei fratelli che si trovano nel bisogno. L’Incarnazione sarà la realizzazione piena di questa identificazione di Dio con il povero.

La Luce della fedeltà a Dio è la testimonianza di una vita che si prende a cuore concretamente i bisogni di chi è più povero e indifeso.

Il salmo 111 fa eco alla prima lettura e mostra il giusto come colui che è testimone luminoso del Dio dell’Alleanza: un Dio che è misericordioso e pietoso e che difende la vita del povero, dello straniero, degli orfani e delle vedove, ossia le persone maggiormente indifese e fragili. Solo seguendo il nostro Dio lasceremo un ricordo che resiste allo scorrere della storia. Quanti esempi abbiamo nella vita di Santi, che tutt’ora parlano al cuore di uomini e donne anche non Cristiani! Loro non passano mai di moda, perché nella loro vita hanno seguito sempre la Parola che si fa Carne qui ed ora.

Nella seconda lettura San Paolo indica quale sia l’unica Luce da portare nel mondo: quella di Cristo e questi Crocifisso. Di fronte alla tentazione dei Corinzi, ma anche nostra, di cercare un Dio fatto su misura a partire da criteri solo umani di sapienza e di potenza, l’Apostolo mostra ancora una volta la fonte unica di ogni vera sapienza: la Croce abbracciata per Amore da Cristo è ciò che dà sapore alla vita di ogni uomo. Lui solo, il Crocifisso, ci permette di trovare Senso e Luce anche nelle tenebre del peccato, del dolore, della morte e di tutto ciò che sa di fallimento e di insignificanza della vita!

La pericope del vangelo secondo Matteo è l’immediato seguito del brano delle beatitudini che avrebbe dovuto essere letto la scorsa domenica. Proprio per questo è necessario metterlo in relazione anche con questo contesto, se vogliamo comprendere cosa intenda dirci il Maestro quando dice che siamo sale e luce. E se facciamo attenzione non dice “voi siate”, quindi non dà un comandamento, ma  dice “voi siete”,  rivelandoci così la nostra identità. Non seguirla significa perdere il bersaglio della vita.

L’Evangelista vede nelle Beatitudini la Nuova Legge data, appunto, sul monte, come Mosè ricevette le Tavole delle Dieci Parole sul monte Sinai. Nell’ultima, si rivolge direttamente ai discepoli dicendo “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia…” dopo di ciò troviamo i versetti di questa domenica. Gesù continua a rivolgersi direttamente a quelli che sono identificati come discepoli, quindi dobbiamo sentirci direttamente interpellati.

Voi siete il sale della terra – per un Ebreo la parola sale era direttamente legata all’Alleanza tra Dio e il suo Popolo e ogni sacrificio animale per essere perfetto doveva essere salato con il sale (cfr. Lv 2,13), proprio in riferimento all’Alleanza, che rendeva significativo e unico il Popolo di Israele, come il sale, nella concretezza, era l’unico mezzo per conservare sani gli alimenti ed impedirne il deterioramento.

Ora Dio Padre in Gesù ha immesso nella storia del Popolo e dell’Umanità tutta una Nuova Alleanza, che trova pieno compimento nella Pasqua e che ha come Nuova Legge quella delle Beatitudini e come  sacrificio gradito a Dio l’unico che Dio riconosce perfetto: la terra – ossia ogni Uomo – insaporito dal sale che è la vita di Gesù e quella dei discepoli, che vivono secondo la Nuova Legge.

A rinforzare questa realtà, è quanto segue: se il sale perdesse di sapore (è lo stesso termine usato da Matteo per descrivere l’uomo che costruisce sulla sabbia)… come a dire, ma se voi non vivete le Beatitudini, non servite a nulla. Non rendete l’Umanità diversa e degna di essere offerta gradita al Padre.

Non importa quanti sono i discepoli che sono sale, basta che siano la Vita Nuova del Regno, per rendere buono il tempo e lo spazio concreto dove sono chiamati a vivere.

Voi siete la luce del mondo anche in questo simbolo, come abbiamo visto nella prima lettura, bisogna leggervi i comportamenti concreti che i discepoli hanno nei confronti dei fratelli. Ma bisogna ricordare anche che fino a quel momento per chi ascoltava, la luce richiamava quella che il Profeta Isaia vedeva essere la vocazione di Gerusalemme:

“Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere.” (Is 60, 1-3)

È Gesù la Luce che rende luminosa la vita dei suoi discepoli. Sono loro e siamo noi la Nuova Gerusalemme che il Profeta vedeva rivestita della Luce del suo Signore. Quando facciamo di Gesù il criterio unico delle nostre scelte quotidiane e viviamo secondo le Beatitudini, siamo luce, ossia portiamo Cristo e il Regno di Dio a tutti, nessuno escluso; non c’è neanche un angolino della casa che non sia visitato dal suo splendore.

Noi siamo luce e non possiamo tenere per noi quanto abbiamo ricevuto, quasi che il Vangelo sia qualcosa per pochi eletti o un tesoro che tengo per me, forse per paura di essere giudicato e non accettato, o anche perseguitato, ma a volte semplicemente perché non né riconosco il valore. San Paolo dice: “Guai a me se non predicassi il Vangelo!”. Ogni Dono è anche una responsabilità che abbiamo verso gli altri, verso chi ancora non ha ricevuto la Buona Notizia del Dio che è venuto per essere il Dio-con-noi e la nostra unica Salvezza, la risposta ad ogni autentica domanda di Senso.

Non a caso il sale e la luce sono due segni che richiamano il Battesimo: ma io sono cosciente del sale e della luce che sono stati riversati in me attraverso lo Spirito di Dio? È veramente, Cristo, la mia Luce e il criterio unico del mio vivere? Lo specchio in cui specchiare il mio quotidiano? A volte è più facile ripiegarci su ciò che in noi è tenebra, piuttosto che muoverci verso la Luce che pur è accesa in noi e che è la nostra identità più vera, se solo abbiamo il coraggio di fidarcie di affidarci a Colui che ci ha affidato il talento unico della Vita bella di Cristo in noi!

sr Maria Grazia Neglia
Figlie di S. Giuseppe del Caburlotto

Agnello di Dio dentro il peccato del mondo

gennaio 16th, 2014

II domenica T. O./A           19 gennaio 2014

Siamo ancora nel tempo della manifestazione di Dio agli uomini nella nuova  e inaudita forma della nostra umanità e sia nella prima lettura che nel Vangelo la gloria di Dio (la Kabod in ebraico, ossia il peso , la rilevanza e la potenza con cui Dio si rende visibile e conoscibile agli uomini) assume le cifre della fragilità e della mitezza . La gloria si sposa con l’umanità di Cristo e con la sua Croce.

La gloria di Dio per divenire luce non solo per il Popolo di Israele ma anche per tutte le nazioni risplenderà sul servo di Jahwe che diverrà luce per le genti e salvezza dai loro peccati quando sarà sacrificato come agnello muto  e indifeso.

Questa è la visione del Profeta e Giovanni Battista si lascia rivelare dal Padre che Gesù di Nazaret, l’uomo venuto per farsi battezzare insieme con i peccatori  e su cui discende lo Spirito è l’Agnello sacrificale, che richiama sia quello il cui sangue sugli stipiti delle porte delle case degli ebrei ha segnato la salvezza dei bambini ebrei rispetto a quelli degli egiziani, nel tempo dell’Esodo, sia l’agnello del carme del servo sofferente di Isaia, in cui si dice che il sacrificio dell’inviato di Dio e la sua umiliazione sarebbero serviti a lavare il peccato del mondo.

Ma qual è il Peccato del mondo? Si tratta anche dei peccati personali, ma ancor meglio qui si parla del Peccato che è l’essere e il voler essere separati da Dio. In Cristo ora non esiste più alcuna separazione: Egli è il Dio per  e con noi, che ha portato in sé la Separazione da Dio e vi è entrato dentro, come nel Battesimo si è immerso nelle acque del peccato per risanare le acque e renderle acque di Vita Nuova.

Come non dire Grazie, perché, in Te, Agnello mite e obbediente Servo del Padre, ora, la nostra solitudine e perfino ciò che ci separa da noi stessi, dagli altri e da Dio Tu hai voluto abitarle, riconciliandoci in Te, nella tua umanità e nella tua Vita offerta sulla croce. Tu sei la Luce che ci unifica e ci dà Salvezza rendendoci addirittura Figli del Padre in Te.

Ma un’altra nota voglio trarre dalla seconda lettura e dal Vangelo: per ben due volte nel Vangelo, Giovanni  il Battista afferma che lui è andato ad annunciare colui che non conosceva, ma si è fidato e affidato alla Parola di Dio che lo chiamava ad andare a preparare la via al Messia. Non una sua scienza o una sua particolare dote, ma il semplice e coraggioso affidamento a Dio e alla sua Parola lo ha reso testimone di Cristo e del Battesimo in Spirito Santo e fuoco che il Cristo avrebbe portato.

Così Giovanni, così san Paolo “chiamato ad essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio” e così per ciascun Battezzato/a, se semplicemente si fida e si affida alla Parola e alla Volontà di Dio per lui/lei, anche quando magari la luce non sembra rischiarare il quotidiano. È allora che bisogna ancorare lo sguardo su Colui che è l’Agnello di Dio per noi. Questa Parola irrevocabile di Salvezza che ci indica fino a che punto sa giungere l’Amore e la Fedeltà del Padre verso ogni sua debole creatura.

sr Maria Grazia Neglia
Figlie di S. Giuseppe del Caburlotto

“Il primo dei segni”

gennaio 16th, 2013

II domenica T.O./C                                                                    20 gennaio 2013

Non è un tempo insignificante quello che la liturgia propone con la titolazione di “tempo ordinario”. E’ lo spazio prezioso per prolungare le emozioni che la fede ha suscitato in ogni cristiano nel tempo di Natale. È un tempo necessario per interiorizzare, facendo memoria del  vissuto. Ed è un  tempo che spalanca al futuro, quando la liturgia  porterà a contemplare e vivere il motivo concreto per cui il Verbo è venuto tra noi. Cana è sulla soglia di questo mistero.

Maria è presente a questo “primo dei segni”, come sarà presente nel compimento dei segni sul Calvario, e nei segni dei tempi nell’attuale cammino della Chiesa nel mondo. Se il tempo ordinario è tempo per interiorizzare, non si può vivere senza fare memoria. Come ha fatto Maria quando custodiva nel suo cuore e meditava il vissuto. Ricordava quando portava nel silenzio dell’attesa la Parola che in lei si faceva carne, quando a Betlemme con occhi innocenti contemplava quel Bimbo che era suo figlio ed era Dio; quando presentava quel piccolo Bambino simile a ogni figlio d’uomo ai pastori e ai magi, quando nel tempio comprese la sua vocazione di donna ferita dalla spada che le avrebbe trapassato l’anima. E quando a Cana incontrò il Figlio.

A Cana Maria ebbe una comprensione più profonda del segno di quel Figlio che dava inizio alla propria missione pubblica. Egli era venuto per cambiare l’acqua di una vita umana  scialba, terra a terra, tutta presa  dalle cose, ansiosa per la fugacità del tempo, sotto la cappa della paura di un Dio castigatore, in una vita vissuta nell’esperienza di essere figli amati da Dio. A Cana era giunta l’ora: Gesù, il ragazzo normale cresciuto in casa sua, poteva cambiare l’acqua nel vino nuovo di una vita diversa, rivelando che Dio suo Padre era Padre di tutti, che era talmente buono da permettere che il Figlio amato donasse la vita per il vino nuovo della salvezza. E Maria, disponibile come a Nazareth quando ricevette l’annuncio dell’Angelo, poté dire con tutta la forza della sua fede: “Fate quello che egli vi dirà”. Fu “il primo dei segni e “i discepoli credettero”. 

Questa seconda settimana del Tempo Ordinario potrebbe essere vissuta nella lode per la chiamata alla vita consacrata: un segno, forse non il primo, ma sempre un segno di Dio presente qui e ora, che si perpetua nel tempo. La vita di un cristiano, più ancora la vita di  consacrazione è una concatenazione di segni, a partire dalla vocazione stessa che è già in sé il vino nuovo, un dono speciale del Padre che porta a vivere con maggiore intensità il Battesimo. Che dire poi della vita fedele di persone dedicate totalmente e per sempre alla preghiera e al servizio della Chiesa senza interessi temporali? Qui c’è il segno del “digitus Dei Patris”, il dono dello Spirito Santo. Nessuna creatura umana potrebbe vivere totalmente e per sempre con le sue sole forze questa esperienza singolare che diventa possibile per la luce che promana dal Verbo e la forza di fedeltà che è dono dello Spirito Santo. Vita consacrata, segno e profezia, che rende visibile Dio nella vita quotidiana.

Nella II settimana del Tempo Ordinario, potrebbe essere utile:

  • interiorizzare i “segni” con i quali Dio ha visitato la nostra vita: particolari esperienze di incontro profondo, di perdono, di rassicurazione, di consolazione, di invito alla conversione;
  • lodare la benevolenza di un Dio che non si stanca di offrire a tutti i segni del suo amore;
  • interrogarci se siamo personalmente e come comunità segno credibile per gli altri;
  • confrontare il nostro cammino in questo anno della fede con quello dei cristiani che in altre parti del mondo per la fede stanno dando la vita.

sr Rosaria Aimo, fsp
fsprosaria@tiscali.it

La logica del Maestro

luglio 28th, 2011

XVIII T.O. A.                     31.07.2011

Is 55, 1-3      Sl 144/145     Rm 8,35.37-39        Mt 14,13-21

Sullo stile dei venditori ambulanti di derrate alimentari assiepati sulle piazze dell’Oriente, questo appello del Secondo Isaia è un invito suadente e carico di compassione per i suoi lettori. “Chi ha fame e chi ha sete venga”. Cibo e bevanda sono gratuiti, sono donati, messi a disposizione. Il Signore li offre a chi ha fame e a chi è assetato, senza alcuna discriminazione. Non occorre denaro; non è mercato; non è uno scambio: ti do purché tu mi dia. E’ liberalità, magnanimità, è regalo, soprattutto perché l’offerta del Signore va oltre le pure necessità fisiologiche. Egli offre sapienza, fedeltà, soprattutto assicura alleanza, garantisce lealtà. Quello che ha compiuto nei confronti di Davide lo può fare anche ora con questo suo popolo. La compassione e la tenerezza di Dio non hanno limiti né di tempo né di persone: sono per tutti e per sempre.

Il salmo ribadisce lo stesso concetto: insiste sulla bontà, sulla misericordia, sul compatimento di Dio verso tutti. E’ un autentico commosso e realistico inno a un Dio tutto e solo Amore e Compassione, proteso non sull’uomo soltanto, ma su tutta la sua creazione: cura i passeri e le stelle, i fiori e le pietre, l’erba del campo e chi la coltiva; conta i capelli, fornisce il pane all’affamato…

Il brano di Paolo inizia in forma solenne, non soggetta a titubanze o timori, la propria certezza della mutua fedeltà tra lui e il Signore Gesù, tra lui e il Messia atteso, venuto, conosciuto, amato, annunciato. Nessuno, e niente, potrà sottrarlo al possesso di Dio. Le persecuzioni, la carestie, le avversità e pur tutte le vicende liete nulla potranno su di lui. Egli e il Signore sono così presi l’uno nell’altro che tutto il resto non conta più nulla.

Nel Vangelo è sottinteso l’intenso patire di Gesù per la morte violenta subita dal cugino Giovanni il Battezzatore. Saputo l’accaduto, si ritira in solitudine. Molte sofferenze della storia umana non sono condivisibili. Ognuno se le porta in cuore e in silenzio, da solo. Ma la folla non lo abbandona perché ha bisogno di Lui, della sua parola perché ‘parla come nessun altro’, del suo potere taumaturgico. Di fatto Egli crede a quanto i discepoli gli raccontano sulla situazione precaria degli ascoltatori e ne sente compassione: sono stanchi, mandali a casa… Ma Gesù non obbedisce; piuttosto riversa sui discepoli la soluzione del problema: “voi stessi date loro da mangiare”. Poi, come ritornando sulle sue parole, valorizza l’esistente: le sue mani prendono, benedicono, spezzano e danno… Prende i cinque pani e i due pesci e li dona in altrettanto cibo capace di sfamare cinquemila uomini senza contare le donne e i bambini. Il senso umano compassionevole di Gesù lo porta a non chiedere un ulteriore sacrificio: chi è venuto ad ascoltarlo ha percorso un lungo cammino; li fa sedere sull’erba e li sfama, non da solo. Coinvolge i discepoli, che passano dall’egoismo al dono, al servizio, alla condivisione.

Sr Biancarosa Magliano, fsp

biblioteca@usminazionale.it

Tesoro della vita

luglio 21st, 2011

XVII T.O. Anno A 24.07.2011

Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto (Mt 13, 44)

1Re 3,3.5.7-12 Rm 8,28-30 Mt13,44-52

Salomone, dopo aver eliminato tutti i suoi nemici, ha raggiunto una fama a vasto raggio, anche perché genero del Faraone, avendone sposato la figlia. Inoltre ha costruito una propria sede, il tempio e le mura di cinta di Gerusalemme. Per questo sale su l’altura di Gàbaon e là offre il sacrifico di ringraziamento al Signore riconoscendone il dominio e il potere. E di notte in sogno Iddio gli parla. Tre termini biblici significativi. Il monte era considerato luogo di culto a JHWH. La notte, creata da Dio, è destinata alla sua lode, ma è anche tempo adatto in modo specifico per le rivelazioni di Dio e per la preghiera, oltre che del giudizio e della morte. Il sogno è segno di profezia e di rivelazione, di ammonimento e di comando, via misteriosa per la comunicazione divina. Ebbene, là sulle alture di Gàbaon, in sogno durante la notte il Signore apparve a Salomone e gli parlò. L’iniziativa è sempre di Dio. E’ lui, Padre e Creatore, il primo a parlare. Scuote l’interesse di Salomone. Il quale, in questo suo inizio di governo, riconosce di essere re perché il Signore guida la storia e attua la promessa fatta a Davide. Nella sua richiesta ammette il proprio limite, la propria incapacità, la propria possibilità di errore. Implora saggezza, capacità di giudizio e di discernimento: distinguere il bene dal male e tutto ciò che bene e male significano: giustizia, pace, solidarietà, verità, difesa del debole e i singoli opposti: violenza, soppressione del debole, menzogna, ingiustizia, egoismo. Il Signore lo ascolta e ‘concede’ quanto richiesto. Più avanti nello stesso testo è scritto: “in ogni parte della terra si desiderava di avvicinarlo per ascoltare la saggezza che Dio aveva messo nel suo cuore”.

I due versetti della Lettera di Paolo ai Romani riportati per questa domenica sono un inno teologico alla fedeltà di Dio, al piano di salvezza che Egli ha tracciato nella storia e in tutto l’essere. Dio ‘conosce da sempre’ e con amore l’umanità da lui stesso voluta; la ‘predestina’ alla ‘conformità’ con il Figlio suo, la predispone a modellarsi sulla forma di Cristo così da esserne ‘l’immagine’, la riproduzione, non la fotocopia; ogni creatura umana deve essere un altro Cristo. Dio la ‘chiama’ alla fede, la giustifica, la redime, la rende santa; per questo la glorifica, la renderà partecipe della stessa sua gloria. E’ uno splendido crescendo dovuto alla altrettanto splendida capacità di Paolo di capire e di rivelare ai suoi lettori le misteriose e appassionanti vie di Dio. Un Dio che invita l’umanità alle sue stesse altezze.

Il Vangelo di questa domenica chiude il discorso complessivo delle parabole riportato da Matteo. Sono tre immagini significative per i lettori del suo tempo – agricoltori e pescatori – e per noi lettori di oggi. Il tesoro, la perla, e la rete con la sua discriminante, richiamano a qualcosa di così alto valore per cui vale pena disfarsi di tutto quanto si possiede, non del solo superfluo, o dell’eccedenza, e rapidamente, senza nessuna perdita di tempo, nessun ragionamento illusorio, nessuna disquisizione sterile. Il cristiano del nuovo millennio è questo: non si aggrappa al transitorio; non idolatra nulla, neppure il proprio punto di vista; con abilità, scaltrezza, perspicacia, va all’essenziale, alla perla, al tesoro; al vangelo tout court.

Sr Biancarosa Magliano, fsp

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L’ultima parola…

luglio 13th, 2011

XVI  T.O. Anno A      17.07.2011

Sap 12,13.16-19      Rm 8,26-27       Mt 13,24-43

L’inizio della prima Lettura – estratto da quel piccolo gioiello che è il libro della Sapienza – è come un commosso gesto di adorazione; un riconoscimento dell’identità del Dio ‘cristiano’, che ama la giustizia, ma sceglie la clemenza e la moderazione nell’attesa che la creatura torni a lui e riporti armonia nel concerto della creazione. Un Dio che non ha vincoli, che non deve render ragione a nessuno, e perciò è ‘libero’ in se stesso, è sapiente e compassionevole, capace di obiettività: sa dar prova di forza, se necessario e rigetta l’insolenza di chi se ne ride. E chi gli è fedele, deve fare quel che ha fatto lui. E’ quasi, ma non ancora l’“imparate da me…”. Lo scrittore sacro afferma: “Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo…”. Il credente ha una sola via davanti a sé: la via dell’amore paziente, della misericordia, dell’indulgenza, del perdono. Anch’egli è – era – peccatore, e, se ha invertito la  rotta, se si è ‘convertito’, è perché Dio si è reso presente in modo efficace in lui: il pentimento è dono di Dio.

Ben prega il salmo responsoriale: Tu sei buono, Signore, e perdoni.

La pericope della Lettera ai Romani è, ancora una volta, brevissima: due versetti. E’ come la splendida sintesi di un trattato di teologia: dà prova dell’esistenza e dell’opera della terza persona della Trinità. E riporta anche l’unica volta in cui Paolo parla della intercessione dello Spirito Santo. Paolo ammette la fragilità umana, la “nostra debolezza”, incapace di pregare con formulazioni e atteggiamenti opportuni, convenienti; lo Spirito presente in chi crede, conosciuto e riconosciuto dal Padre, supplisce a tutte le precarietà umane con la sua forza di intercessione. Nell’intesa, nella comunione tra il Padre e lo Spirito l’uomo ne esce accolto, ascoltato, salvato, redento. Con questa certezza il cristiano, tempio della Trinità, può guardare al suo futuro, con fiducia, con la speranza cristiana appunto.

Il brano, preso dal Vangelo secondo Matteo, offre alla meditazione la narrazione di tre parabole molto conosciute: quella del grano sparso nel campo a cui il nemico aggiunge di notte la zizzania, e quelle in cui si parla del granello di senape e del lievito. Piccola cosa il granello di senape; piccola cosa la porzione di lievito. Gesù gioca sulla contrapposizione, sulle differenze. Seme e lievito, nascosti anche se attivi nella prima parte della loro vicenda, faranno esplodere la terra e la pasta. Ciò che adesso è piccolo – seme-porzione di lievito – saranno ambedue di proporzioni rilevanti nella storia umana. Ambedue rimandano alla presenza e all’agire libero di Dio, il quale sovverte la logica di questo nostro mondo e tempo. Quanto Gesù compie e dice, è poca cosa, è irrilevante di fronte all’esplodere dell’esistenza cristiana lungo i secoli e i millenni. Il suo Regno si estenderà tra tutti i popoli, nessuno escluso. La parabola della zizzania, seminata dal nemico, rimanda all’enigma della presenza del male nel mondo e di chi lo propone, e/o lo compie: è seminata nella notte, nell’oscurità, nell’inganno. Nonostante ciò, su tutto, sui tempi, sul radicamento del male, sulla salvezza del ‘bene’ e ‘dei buoni’ veglia il padrone. Veglia il Signore. L’ultima parola è sua.

Sr Biancarosa Magliano, fsp

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La Parola che cambia la vita

luglio 6th, 2011

XV° Domenica T.O. Anno A  10 luglio 2011

Is 35,10-11    Rm 8,18-23   Mt 13,1-23

La prima lettura, due versetti e una leggenda: la leggenda del Dio che guarda l’opera da lui voluta; e come lui l’ha voluta. Una realtà visibile, icona di una realtà invisibile, ma non meno realistica e suscitatrice di ammirazione e commozione. E parola di gioiosa speranza: Dio creatore, fiero della propria opera che, nel metterla in esistenza egli giudicò buona – “e vide che era cosa buona”. Ora si sofferma a contemplarla. La pioggia o la neve cadono sul campo, penetrano silenziosamente nel terreno; non lo forzano; non gli fanno violenza. Raggiungono il seme, lo fecondano ed esso risponde positivamente.

E’ piccola cosa un seme; è piccola cosa un chicco di grano. Quasi inconsistente. Pesa pochi grammi; occupa poco spazio. Ed è destinato ad altro: essere ancora seme, ma non a favore di sé; per generare altro alla vita, ad essere alimento, ad essere pane, dopo che la pregnante spiga sarà scossa e i semi, diventati farina, mescolati con un po’ di acqua e poco lievito, diventeranno pane. Così è la Parola di Dio. Dio non parla invano. Egli disse e fu fatto. Egli parla, rivela. L’umanità tutta è la destinataria del suo messaggio. Eluderlo la rende infeconda, ne azzera le possibilità di maturare in sapienza e grazia.

Paolo, in un brano tra i più intensi di tutta la Lettera ai Romani, afferma che la condizione attuale della creazione è contrapposta a quella futura: è caduca, effimera, fugace, vulnerabile. E nella sua nativa, precaria identità, essa pure, ‘geme’ nell’attesa della redenzione; attende di essere liberata dalla caducità. Il vivere cristiano è appunto questo: è vivere ‘il già e non ancora’. È vivere in pienezza la propria creaturalità, nell’attesa certa di entrare ‘nella libertà della gloria dei figli di Dio’. La liberazione piena avverrà in forza dello Spirito, che ci rende ‘figli nel Figlio’, per sempre. In modo imperituro. L’intero cosmo. – dice Paolo – verrà assunto e redento. Nel cosmo e con il cosmo l’umanità.

Il vangelo non è un ‘piccolo’ brano; è più esteso di altre volte. Gesù, affascinante predicatore che valorizza spesso simboli della natura per lanciare il proprio messaggio, racconta una parabola, quella del seminatore – e ne dà le spiegazioni. Il seme lanciato dal seminatore non cade tutto su terreno buono, ma su terreno sassoso, fra le spine, lungo la strada… Le conseguenze stanno nella logicità del discorso. Soltanto il seme caduto sul terreno buono dà frutto. Nel racconto di Gesù sono presenti due verbi e un sostantivo che hanno un alto valore realistico: ascoltare-comprendere e terreno. La Parola deve essere ascoltata, non semplicemente udita, e compresa, conservata, custodita nella mente e nel cuore, ruminata, ragionata ‘fatta passare’ parola per parola, appunto; confrontata con altre parole. La mente e il cuore devono essere liberi da egoismi, da ‘inutilità’. Soltanto così incide sulla vita e poco a poco la trasforma, il pensiero diventa un pensare biblico, evangelico; e la vita diventa evangelica.

Il messaggio di questa domenica non può andare disperso. Ogni proclamazione della Parola non può essere ‘presenziata’ e nulla più; non si può udirla con la mente randagia, a spasso, o sfilacciata come una frangia che non trattiene nulla. La Parola è dono del Verbo di Dio, vivo e vero, uno e trino.

Sr Biancarosa Magliano, fsp

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I piccoli che Dio ama

giugno 30th, 2011

14° T.O. Anno A       3 luglio 2011

“Signore che io conosca te, che io conosca me”

Zc 9,9-10;    Rm 8,9.11-13, Mt 11,25-30

Le tre pericopi di questa domenica sono estremamente sintetiche, ma altrettanto gustose e cariche di sapienza. Sembra quasi di veder aleggiare lo Spirito che accompagna, illumina, guida, sostiene i tre scrittori sacri: Zaccaria, Paolo, Matteo. Tre scrittori di Dio – Primo e Secondo Testamento in simbiosi –  annunciano con parole diverse che la vera ‘vita’ dell’umanità, la vita definitiva non è legata al tempo che corre, alle cose che si vedono, che si palpano, alle glorie e ai trionfi soltanto umani, che infine dovranno scomparire.

La prima è opera del cosiddetto Secondo Zaccaria, profeta anonimo del IV-III secolo a.C. il cui scritto è stato poi inserito nel primo libro di Zaccaria redatto verso la fine del VI secolo, quindi due secoli prima. Appartiene alla seconda parte dove sono riportati gli oracoli messianici. E’ un invito all’esultanza, al giubilo per la venuta del re messianico a Gerusalemme come re giusto, vittorioso e umile, forte e pacifico. Perché costruttore di pace, perché umile, è anche autenticamente forte. Umiltà e fortezza vera sono sempre in sintonia. Abbandonato ogni strumento di guerra, ogni speranza di messianismo politico e trionfalistico, quindi errato, il profeta vede in colui che viene cavalcando un’asina un sempre ben amato e vivamente atteso costruttore di pace. Chi viene da Dio e in nome di Dio è – e deve essere – sempre un messaggero di pace. Anche Gesù, il salvatore vero e definitivo, entrerà in Gerusalemme cavalcando un asina… Neppure Lui, per il suo Regno, avrà esigenze trionfalistiche; anch’egli verrà vendicatore di giustizia – dirà infatti beati gli operatori di pace, i poveri, i miti, quelli che sono nel pianto, i misericordiosi – e sarà annunciatore, portatore di pace. “Vi lascio la pace. Vi do la mia pace” (Gv 14,27).

Nella pericope di Paolo la ripetizione del vocabolo Spirito la dice tutta sul brano che siamo invitati a meditare. Il cristiano, trasformato dallo Spirito, vive nelle altezze e nella intimità di Dio, vive della stessa vita di Dio, aspira alle cose di lassù; non è più carnale; il tempo, per lui, è la traiettoria che, ben vissuta e seguita, lo immette nella vita vera: “Se vivete con l’aiuto dello Spirito, vivrete”; la morte non avrà più vittorie su di voi; sarà semplicemente la ‘porta’ che vi immetterà nell’eterna pace, nell’eterna vita. Sarà il momento più bello e più vero del dono di sé, della consegna di sé al Padre. Perché in voi, ora, in forza del Battesimo, esiste un principio divino che contrasta la forza antisalvezza del peccato, della ‘carne’.

Il Vangelo – di stile sapienziale che richiama alcuni passi del Vangelo di Giovanni – inizia con una stupenda preghiera-benedizione che Gesù rivolge al Padre; è la celebrazione dell’accoglienza del Vangelo da parte dei piccoli, dei semplici, dei poveri, di coloro che sanno fidarsi pienamente di Dio e pertanto si affidano a Lui, su di Lui contano. Liberi da ogni forma di legalismo, sempre alienante e perverso, essi accolgono la Parola, la assumono, la traducono in opere di vita. Conoscono quell’altra sentenza evangelica: “non chi mi dice: Signore, Signore…”. La conoscenza di Dio è frutto di rivelazione divina, non parte dall’uomo; non combacia affatto con nessun altro sapere umano. Questo è frutto della lettura, della ricerca, dello studio personale. Quella è dono, da invocarsi supplichevolmente e senza mai desistere. “Signore che io conosca te, che io conosca me” pregava sant’Agostino.

Sr Biancarosa Magliano, fsp

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