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Regalità d’amore

novembre 19th, 2014

Domenica XXXIV /A

Festa di Cristo Re                   23.11.2014

Il ‘discorso escatologico’ di Matteo si conclude con la scena del giudizio finale; è l’ultimo messaggio di Gesù prima della passione. Questo testo – ispiratore di molte opere artistiche, tra cui il giudizio universale di Michelangelo nella Cappella Sistina o il portico della cattedrale di Chartres, – sintetizza con stile pedagogico l’ora della verità: l’incontro faccia a faccia con Dio e il passaggio alla realtà eterna.

La descrizione profetica del giudizio si sviluppa in quattro momenti.

1. La venuta (parusia) del giudice che, nel testo, è denominato “Figlio dell’uomo” Questa espressione ricorda il cap. 7 del libro di Daniele; in esso l’autore la attribuisce a una figura misteriosa che rappresenta il popolo dei santi. In questo nostro testo, e in tutto quello che rimane del vangelo secondo Matteo questa espressione si riferisce a Gesù; la sua venuta è descritta con segni che la mentalità religiosa propria di Israele riservava a Dio: è assistito dai suoi angeli, siede alla destra nel suo trono di gloria e si presenta come Figlio di Dio, che egli chiama “mio Padre”.

2. Convocazione e separazione. Utilizzando – come abbiamo visto anche nella prima Lettura – l’immagine del pastore, Matteo ci presenta Gesù nella sua funzione di giudice, che separa le persone in due gruppi opposti, secondo la condotta della loro vita. Questo giudizio che è, nello stesso tempo, universale e personale, non avviene dopo un processo come penseremmo noi: qui viene pronunciata soltanto la sentenza, perché il processo ha avuto luogo durante la vita di ognuno.

3. Proclamazione e motivazione della sentenza. L’immagine del pastore scompare e viene così facilitato il dialogo diretto tra Cristo re e gli esseri umani, tra i quali è presente un gruppo di giusti, posti alla sua destra e il gruppo dei maledetti situati alla sua sinistra. Il criterio di questa separazione è l’atteggiamento di servizio verso i fratelli e le sorelle, concretizzata nelle opere di misericordia: dar da mangiare, agli affamati, dar da bere agli assetati, offrire ospitalità ai forestieri, visitare gli infermi e i carcerati, vestire i nudi.

4. Il destino eterno. Ispirandosi ancora una volta al libro di Daniele (12,2), Matteo conclude questa pagina con la visione dell’impressionante corteo che conduce alla vita eterna o al castigo eterno (v. 46). E’ l’ultima parola della storia. (Da: Nuria Calduch-Benages, La palabra celebrada, CPL 2014).

Cristo re: di quale universo?

novembre 21st, 2012

 

Domenica XXXIV T.O. B                                                    25 novembre 2012

 “Io sono l’Alfa e l’Omega,
Colui che è, che era e che viene,
l’Onnipotente!” (Ap 1,8)

La solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo conclude l’anno liturgico e dà forma e pienezza al discorso escatologico, in attesa della venuta del Signore in tutta la sua gloria e il suo splendore: il Signore regna, si riveste di maestà  (salmo responsoriale).

Una gloria annunciata dal profeta Daniele (prima lettura) nella sua visione “notturna”, quasi a significare che, nel momento di maggiore oscurità la luce irromperà per rivelare Colui – il Figlio dell’uomo –  il cui potere è eterno ed il suo regno non sarà mai distrutto (Dn 7,14).

Immagine parusiaca che bene si allinea con il tema del libro dell’Apocalisse (seconda lettura): Cristo instauratore del Regno eterno si manifesta solennemente come testimone fedele, primogenito dei morti, sovrano dei re della terra (Ap 1,5).
Questa maestosità non nasconde, accanto ai segni della gloria, i segni del martirio e del sangue sparso sulla croce, del sacrificio per la nostra liberazione dai peccati.

Nel dialogo con Pilato (Vangelo) Gesù non lascia intravedere niente della sua regalità, è un uomo apparentemente sconfitto dalla cattiveria e dalla violenza degli uomini, non si difende, non si giustifica, non nega la sua identità di re: tu lo dici, io sono re (Gv 18,37)

Pilato cerca i segni di un potere umano, dominatore, fa fatica a vedere un re in un uomo remissivo e senza difese, consegnato a lui dai suoi connazionali e dalle autorità del tempio; semmai vi vede un esaltato religioso da non prendere seriamente in considerazione.
Ma il potere di Gesù è un potere d’amore, la sua regalità si esprime nel dono della vita per amore degli uomini, tutti, anche quelli che lo condannano a morte.
Pilato – e quelli come lui scettici ed arrivisti – non può capire perché il suo cuore è chiuso dall’orgoglio e dall’autosufficienza, dallo spirito di dominio e dall’avidità del potere; non può capire la verità, perché la verità è Gesù che accetta di morire sulla croce per amore.

Dare testimonianza alla verità (Gv 18,37) significa essere come Cristo impotenti secondo i criteri del mondo, ma potenti sulla croce, unico autentico criterio di regalità, che si rivela nella più totale debolezza e nell’assenza di qualsiasi contrapposizione violenta, perché il regno di Dio è diverso dal regno degli uomini: il mio regno non è di questo mondo (Gv 18,36).

La regalità di Cristo assume il volto dell’amore e della misericordia, della sofferenza e della non violenza, della giustizia e della santità; conformarsi a Cristo Re, servire il quale è regnare (cfr. colletta anno B), suscita l’impegno a testimoniare fedelmente il Regno di Dio nell’attesa della sua definitiva e gloriosa manifestazione.

Gesù è Re e centro dei cuori che lo riconoscono,
lo ricevono, lo amano…
Gesù vuole il nostro cuore,
lasciamolo agire da Re.
È un Re d’amore,
la sua potenza è l’amore,
il suo Regno è d’amore,
il suo dominio la carità,
il suo interesse renderci felici.   (Servo di Dio G.B. Manzella)

Sr. M. Carmela Tornatore
Suora del Getsemani
srcarmela.get@tiscali.it