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Sulla tua Parola getterò le reti

febbraio 3rd, 2016

V Domenica di Avvento – Anno C                                          7 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Luca (5, 1- 11)

 In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Genèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
 Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
 E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Dio è presente nelle nostre notti infruttuose, nel buio della nostra anima e dei nostri giorni, quando angoscia e speranza sembrano condurci. Ed è qui che ci chiede un gesto di abbandono e di fiducia, un gesto di coraggio, forse inutile all’apparenza: non specchiarti nel lago delle tue lamentele, alza gli occhi e guarda, ascolta la Parola che ti abita e colui che è la Parola che ti conduce per i Suoi sentieri, che ti scalda il cuore perché sia Lui a pescare l’umanità attraverso di te.
La sfida è proprio quella di fidarci di Gesù concretamente, non in parole ma con le opere, con l’adesione della mente, del cuore e della vita.
Prendi il largo, non stare chiuso nelle tue idee e nella grettezza dei tuoi pensieri, apriti alla vita, al creato, alla bellezza di avere sorelle e fratelli con i quali condividere ogni giorno la sua Parola, le meraviglie che egli compie ogni giorno in noi e attorno a noi. Questi sono i miracoli che la grazia realizza, sempre se li sappiamo cogliere, vedere e riconoscere.
Lui chiama a seguirlo sulla strada dell’amore, della gioia, della sofferenza, ci vuole portatrici di speranza e di misericordia, protagoniste della nostra vita, capaci di osare la spiritualità di comunione e d’integrazione.
Sulla tua parola getterò le reti. Lui ci farà diventare pescatrici con gesti di misericordia, di tenerezza e di bellezza. Lasciamo ciò che ci lega, lasciamo le reti delle nostre sicurezze, dei nostri limiti, le nostre paure per ascoltare Lui; lasciamo che egli ci apra il cuore e tiri fuori la nostra bella umanità.
Aperte e docili, Dio riempirà le nostre reti.

sr M. Antonella Sana,op
antop07@gmail.com

 

Il profeta rifiutato

gennaio 29th, 2016

IVa domenica per annum                                 31 gennaio 2016

Dal Vangelo secondo Luca (4, 21- 30)

In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Oggi si è compiuta questa Scrittura. Le parole nuove di Gesù rendono palese l’amore gratuito di Dio che entra nella storia, immettendo in essa una nuova realtà.

Oggi, Gesù vuole realizzare e compiere in me, in noi e attraverso di noi la sua Parola di amore, di misericordia, di luce e di verità, parola che sia trasparenza di Lui, testimoniata dalla nostra vita come risposta gioiosa e libera alla sua sequela. Tutti gli davano testimonianza e si meravigliavano delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca: Gesù ci comunica la vita trinitaria, ci rende partecipi della sua relazione con il Padre, del Regno che è in mezzo a noi. L’attesa del Messia potente e contestatore si rivela nella povertà dei segni; Israele aspettava il Messia liberatore, uno che avrebbe schiacciato il male, che avrebbe tolto il dolore, l’ingiustizia, ed invece il Messia si rivela nel figlio di Giuseppe, nell’esperienza del quotidiano.
Ecco perché è rifiutato! Ma questo è lo stile di Dio: essere aperto al povero e all’emarginato, al semplice e al piccolo, a chi è rifiutato, maltrattato e oppresso.
La durezza del cuore è un grande ostacolo alla grazia e dà una visione cupa e oscura del mondo. Impariamo ad essere libere dai pregiudizi perché questi ci legano, ci oscurano la mente, ci legano al passato. Gesù ci chiede di uscire da noi stesse, dai nostri schemi, per accogliere lui che ci dona libertà profonda: questa è la fatica e la bellezza quotidiana di noi figlie e figli.
Impariamo da Gesù ad essere profeti critici ed scomodi per far si che il vangelo cammini sulle nostre strade e sia sempre fecondo.

sr M. Antonella Sana,op
antop07@gmail.com

Oggi! Il messia profetico

gennaio 19th, 2016

IIIa domenica per annum                                 24 gennaio 2016

Dal Vangelo secondo Luca (1,1-4; 4,14-21)

Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,  a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

In questa pericope Luca si rivolge a Teofilo, la cui etimologia è: colui che è caro a Dio, perché abbia la certezza sulle cose già udite in modo ordinato. La predicazione della fede non è solo un racconto degli avvenimenti della vita di Gesù, di ciò che egli ha detto e fatto, ma è l’esposizione degli eventi nei quali qualcosa si è compiuto. Questi eventi manifestano che Dio è sempre al di sopra dello scorrere del tempo e dei tempi ma è in mezzo a noi e con noi rimane sempre. Questa la grande manifestazione che Luca vuole farci cogliere già dall’inizio del suo evangelo.
I testimoni oculari sono i servitori della Parola, chiamati a testimoniare il Risorto, non possono limitarsi a descrivere gli avvenimenti che hanno visto ma devono predicare e annunciare la buona notizia come azione unica di Dio, perché Egli ha parlato nella storia, negli ultimi tempi, nella persona di Gesù, il figlio fatto carne, l’amato che si è impastato con la nostra umanità e con le nostre miserie per farci conoscere il Padre, per condividere con noi la loro vita divina e la loro relazione unica.
Gesù è abituato a partecipare al culto nella sinagoga: è detto che insegnava e che, di solito, vi andava il sabato: entrò, si alzò, gli fu dato il rotolo, lo aprì, trovò; riavvolse il rotolo, lo riconsegnò, cominciò a dire. Ecco cosa fa Gesù, ecco come Luca ci fa vedere Gesù in azione, tra la sua gente, tra il suo popolo. Siamo invitate ad imparare a scrutare i segni dei tempi, ad avere occhi capaci di vedere, orecchie aperte per ascoltare, la bocca in grado di proclamare parole di grazia e di liberazione.
La liberazione annunciata da Is 61, 1ss è messa in relazione con la proclamazione dell’anno santo, è la liberazione attesa da Melckisedek, il sommo sacerdote consacrato dallo spirito. Gesù è il messia che ha annunciato e realizzato l’anno di grazia e di misericordia; ha portato ai poveri la buona novella, l’annuncio della misericordia di Dio, la liberazione agli schiavi e agli oppressi.
Gesù realizza l’oggi di Dio, l’oggi della promessa di ogni bene, l’oggi dell’anno santo della misericordia che stiamo celebrando, l’oggi del dono dello Spirito perché le nostre vite e i nostri carismi siano vivacizzati e rivitalizzati; l’oggi perché il discorso di Nazareth diventi programma di vita che susciti in noi l’adesione al suo amore e la grazia di condivisione ciò che siamo e ciò che abbiamo.
L’oggi è la dimensione temporale che ci tiene sveglie, attente come sentinelle per cogliere l’opportunità del passaggio del Signore, senza ritardi e senza rinvii ed essere strumento e melodia accogliente di misericordia, nel cuore e nella vita, non con buone intenzioni e belle parole.
Oggi Dio ci parla in Gesù, nella sua Parola, nei volti e nelle vite delle sorelle e dei fratelli, dei poveri e dei prigionieri della porta accanto e anche di noi stesse. Saremo capaci d’intendere (cfr Ne 8, 2)?

sr M. Antonella Sana,op
antop07@gmail.com

A Cana l’inizio dei segni

gennaio 13th, 2016

IIa domenica per annum               17 gennaio 2016

Gv  2,1-11

In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.  Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.  Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Nel clima di festa delle nozze l’evangelista Giovanni in questa pericope racconta i segni compiuti da Gesù a Cana di Galilea. Gesù è tra gli invitati, con la madre e con i suoi discepoli. Gesù è lo sposo, Maria il simbolo della chiesa. Il segno dell’acqua cambiata in vino nuovo, ravviva la fede dei discepoli e rivitalizza anche la nostra fede e la nostra vita di consacrate. A noi, alle comunità, ad ogni persona che si avvicina a Lui, Gesù elargisce gratuitamente il vino nuovo dell’amore, della speranza, della gioia, della fiducia e della misericordia.
Ma quali sono i segni attraverso i quali anche noi oggi possiamo scoprire e vedere il vino nuovo che ogni giorno ci è donato da Gesù? Quali sono questi segni attraverso i quali possiamo donare il vino nuovo che ogni girono riceviamo da Gesù, dalle consorelle, da coloro che incontriamo? Come possiamo riempire le anfore vuote della nostra vita? Qual è la nostra festa di nozze?
In questo anno delle Misericordia un segno eloquente è senz’altro quello di compiere gesti concreti di solidarietà, di carità, di bene-dire, di dire parole cariche di benevolenza, parole di consolazione.
Un segno che potremmo costantemente ravvivare è la capacità di condividere i nostri carismi, di essere comunità con la porta aperta, non solo quella del cuore, ma anche quella della speranza, della povertà condivisa, della solidarietà. La porta della comunità, aperta della preghiera e alla preghiera. Facciamo della nostra vita una lode per le sorelle e per i fratelli che lottano per un mondo più giusto, più vero e più libero. La porta aperta ad accogliere le esperienze dell’altra e dell’altro, della sua diversità che diventa la mia ricchezza.
Il coraggio di stare nelle periferie dell’umanità per portare il vino nuovo della gioia evangelica.  Celebreremo la festa di nozze accogliendo il dono dello Spirito che Gesù elargisce in pienezza e con gratuità. Gesù, volto del Padre si prende cura della nostra vita e desidera che rimaniamo nella festa, nella gioia, anche quando siamo attraversate da prove o dal dolore perché anche qui Gesù ci accompagna e rimane con noi.
Vivere alla sua sequela e con lui è già partecipare oggi, qui e ora, alla festa di nozze; Gesù trasforma l’acqua della nostra vita in vino buono, la nostra povertà diventa un’opportunità perché il Signore Gesù agisca nella nostra vita, nella nostra mente illuminandola, nel nostro cuore imprimendo in esso i suoi sentimenti e il suo amore; trasformi le nostre mani, il nostro sguardo, le nostre parole perché tutto sia riflesso di Lui solo. Egli è l’amore, la libertà, il vino nuovo.
Cana è il segno della relazione profonda tra Dio e l’umanità. Tra noi e Dio c’è questo legame sponsale, un rapporto nuziale, fatto di amore, di festa, di dono, di gioia. Un legame che ci è stato donato gratuitamente e che dobbiamo far fruttificare gratuitamente.

sr M. Antonella Sana,op
antop07@gmail.com

Tu sei mio Figlio, l’amato

gennaio 5th, 2016

Battesimo di Gesù                       10 gennaio 2016

Lc 3,15-16.21-22

 Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.
Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Chi è Gesù di Nazareth? L’evangelista Luca afferma che è il figlio, l’amato, colui che, nascosto da secoli eterni, ora ha rivelato il mistero di Dio Padre; in lui il Padre ha posto il suo compiacimento (dal latino: cum-placére).
Qual è l’attività che il Padre gli ha designato? Quella di far conoscere il volto, il suo amore, le sue parole di grazia e di verità. Gesù svolge la sua attività con la potenza dello Spirito Santo. Lo Spirito è su Gesù e con Gesù in modo permanente durante tutta la sua vita e la sua attività pubblica.
Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento; sono racchiuse in questa solenne proclamazione le tre prerogative che ci accomunano a Gesù con il nostro battesimo e che ci “legano” a lui attraverso la professione religiosa. Infatti la vita nuova si esprime nell’aderire a Lui accogliendolo nella nostra storia e nella rete della nostra piccola quotidianità dove siamo chiamate a manifestare la sua presenza che ci pervade e ci trasforma.
Partecipiamo alla missione di Gesù, nella sua triplice funzione sacerdotale, regale e profetica; apparteniamo a lui per sempre, siamo segno della sua impronta per sempre, siamo inviate in missione da Lui per sempre! Siamo inserite nella sua morte e risurrezione per partecipare con lui alla vita nuova nello Spirito, per sempre!
Siamo figlie nel Figlio, amate in Lui di amore eterno, anche in noi il Padre si compiace: siamo chiamate a lasciar agire in noi l’opera della grazia che ci rende nuove creature. E… anche per noi Dio esulta!

Antonella Sana, op
antop07@gmail.com

Il cuore della legge è il cuore

febbraio 12th, 2014

Domenica VI T.O./A                     16 febbraio 2014

Sir 15,15-20; Sal 118; 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37

In questa VI domenica, siamo invitati a rimanere ai piedi del Maestro per rivedere sotto una nuova luce le Dieci Parole, consegnate a Mosè sul monte Sinai. E Lui parla come nessun altro Rabbì, perché non dice più “sta scritto” o “il Signore ha detto”, ma: “Io vi dico”! Al Popolo del Dio di Abramo, ma anche a noi, è chiesto di andare oltre la lettera dei Comandamenti antichi, per scoprirne il cuore e il Vento nuovo dello Spirito, che in essi vive e di cui il Figlio, per chi lo accoglie, ne è l’Interprete unico. In Lui, Parola di Dio fatta carne, si riassumono tutte le Dieci Parole della Legge data ai Padri.

Nella prima lettura, tratta dal libro del Siracide, siamo invitati a purificare la nostra idea di comandamento. La Parola di Dio oggi ci dice “Se vuoi osservare i Suoi comandamenti, essi ti custodiranno” quindi ci viene detto che il Dono della Legge ci è consegnato, in quanto persone capaci di scelte libere, per costruire una vita Buona e Degna di essere vissuta, e non una serie di prove da superare per acquistare meriti davanti a Dio o per conquistare un pezzo di cielo. Sono Dieci Parole donate dal Dio che ci Ama e vuole il nostro Bene qui ed ora, ed è un Bene che ci considera non come individui isolati, ma come capaci di costruire e di vivere grazie alla comunione con gli altri. È questo che sta a cuore anche a Gesù, che è venuto a dare pienezza alle Dieci Parole date sul monte Sinai. Rispetto alla tentazione di considerare Gesù e le Beatitudini come un’alternativa ai Comandamenti antichi, la pericope di oggi ci dice che la Nuova Legge delle Beatitudini, che è la vita stessa di Gesù, è il frutto maturo dell’Antica Legge: ne è il suo compimento. Per cui, chi segue ed insegna ad osservare anche il più piccolo degli insegnamenti delle Dieci Parole e delle Leggi minori ad esse collegate, sarà grande nel Regno dei cieli. Come si vede, Dio non si smentisce: il criterio di grandezza per Lui non è legato a quanto intelligente o autonoma sia una persona, bensì alla sua capacità di fidarsi e di obbedire alla Volontà di Dio espressa nei comandamenti – con la delicatezza e la meticolosità dei particolari che è tipica di chi agisce per amore  e non per servilismo.

Se ci addentriamo nel testo ci accorgiamo che le 4 leggi a cui Gesù sembra anteporne altre, riguardano il rapporto con gli altri e quindi hanno alla base il Comandamento Unico dell’amore, vissuto nella comunità e nella famiglia così come l’ha voluta Dio. Se facciamo memoria, anche al ricco, che chiedeva come entrare nel Regno dei cieli, Gesù addita prima i comandamenti riguardanti la relazione con i fratelli, quasi a lasciarci intuire fino a che punto Dio ha voluto legarsi alla nostra umanità. Nel capitolo 5 del vangelo secondo Matteo potremmo dire che c’è la carta d’identità del Cristiano in rapporto con gli altri, mentre nel sesto, ambientato sempre sul monte, Gesù indica come deve essere la nostra relazione con Dio. Le 4 antitesi sviluppate sotto vari aspetti, mirano a cogliere il male alla sua radice, che Gesù ci mostra essere nel cuore dell’uomo, luogo che per l’ebreo era la sede di tutte le decisioni e scelte essenziali della vita. Allora l’omicidio è preparato dall’odio che si annida nel cuore e “sta accovacciato alla nostra porta” (come si dice in Genesi 4,6 quando si parla di Caino che cova in cuore l’odio per suo fratello), ma anche l’insulto (stupido, pazzo) sono considerati la porta per l’eliminazione del fratello, ed effettivamente la parola può uccidere la persona nella sua dignità più che l’eliminazione fisica in sé. Non a caso Papa Francesco più volte è ritornato sul tema della mormorazione e della critica come mali da combattere perché minano la costruzione della fraternità. Unica soluzione a questo tipo di male è la riconciliazione, che è vista addirittura come parte integrante e indispensabile per poter mettersi in relazione con Dio: “se… ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all’altare, va prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono”.

Similmente a quanto poi dirà san Paolo in Ef 4,26-27.31-32 “Non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira, e non date occasione al diavolo. Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo” Gesù, invita a cercare subito la via della riconciliazione e del dialogo, per non lasciare che il rancore si radichi in noi. Dopo aver messo in luce il quinto comandamento, il Maestro continua con il sesto, che riguarda il divieto di compiere adulterio e, anche in questo caso, fa comprendere come per ferire l’unità degli sposi basti il desiderio di commettere adulterio, perché nella concretezza del quotidiano, esso è la porta aperta sul tradimento dell’amore. Le ultime due antitesi riguardano:

una norma circa il divorzio, che il marito poteva chiedere, che era stata introdotta da Mosè e sulla quale, al tempo di Gesù, vi erano due correnti di pensiero circa l’applicazione della stessa: una più lassista e una più rigida, per cui le motivazioni del marito dovevano essere abbastanza gravi perché gli si concedesse di dare il libello di ripudio. In questo caso la posizione di Gesù mira ad orientare la scelta in base alla primigenia volontà di Dio circa l’uomo e la donna, secondo la quale essi divenivano una sola carne; per cui il divorzio non era lecito se non nel caso che la donna in questione fosse una concubina;

e una norma circa il giuramento, quando si è chiamati a dare la propria testimonianza. Normalmente si chiamava Dio a garante dei giuramenti e purtroppo anche quando si trattava di coprire delle menzogne (si pensi ai testimoni falsi chiamati per il processo di condanna di Gesù, avvenuto nel Sinedrio). Gesù invita i suoi discepoli ed essere limpidi e sinceri nelle loro relazioni con gli altri, sì da eliminare qualsiasi tipo di giuramento.

Come si vede, oggi il Padre, ci invita a porre Gesù, che è via, verità e vita, come Colui a cui guardare per essere persone capaci di intessere relazioni autentiche, capaci di fedeltà e di amore sincero nei confronti degli altri, a partire da chi ci è più prossimo e quindi ancor di più nell’ambito del rapporto di coppia; ma questo è vero anche nelle relazioni in Comunità, perché in fondo è tradimento dell’altro anche una relazione fraterna che seleziona le persone e di fatto elimina coloro che decidiamo di escludere perché “non fatti a nostra immagine e somiglianza”.

Questo brano ci invita anche a purificare il nostro modo di considerare i comandamenti e le normative che regolano le nostre relazioni e anche il nostro essere membri di una ben precisa Comunità e cittadini inseriti in una società che si da delle leggi. In relazione alle regole abbiamo il dovere, come Cristiani, di andare al cuore di esse per osservarle “come esseri liberi sotto la Grazia e non come schiavi sotto la legge” (cfr. Regole di Sant’Agostino), e di conseguenza anche in modo critico, quando queste andassero, come purtroppo avviene, contro il Bene stesso dell’uomo, anche e soprattutto il più indifeso e senza voce, e quando queste norme mirano a vedere il benessere dell’individuo nella sua autorealizzazione, senza tener conto che l’Uomo per essere tale ha bisogno di trovare compimento nella relazione con l’altro /Altro.

San Paolo nella Lettera ai Corinzi continua il suo percorso di esaltazione della sapienza di Dio, che lui contempla in Cristo e nell’assurdità del Dio che sceglie la carne umana fragile e mortale e l’obbrobrio della morte di Croce per manifestare la sua Divinità. Se ci apriamo allo Spirito, il nostro parlare e il nostro operare devono potersi specchiare in questa Sapienza divina che fa scoprire in ciò che è infimo e disprezzato dai potenti della terra il segreto della vera ricchezza. Per scoprire il Dono immenso che Dio ci ha fatto rivelandoci la profondità del suo intimo mi pare bello concludere con uno stralcio del Messaggio del Papa per la prossima quaresima: “La povertà di Cristo che ci arricchisce è il suo farsi carne, il suo prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, comunicandoci la misericordia infinita di Dio. La povertà di Cristo è la più grande ricchezza: Gesù è ricco della sua sconfinata fiducia in Dio Padre, dell’affidarsi a Lui in ogni momento, cercando sempre e solo la sua volontà e la sua gloria. È ricco come lo è un bambino che si sente amato e ama i suoi genitori e non dubita un istante del loro amore e della loro tenerezza. La ricchezza di Gesù è il suo essere il Figlio, la sua relazione unica con il Padre è la prerogativa sovrana di questo Messia povero. Quando Gesù ci invita a prendere su di noi il suo “giogo soave”, ci invita ad arricchirci di questa sua “ricca povertà” e “povera ricchezza”, a condividere con Lui il suo Spirito filiale e fraterno,a diventare figli nel Figlio, fratelli nel Fratello Primogenito” (cfr Rm 8,29).

sr Maria Grazia Neglia
Figlie di S. Giuseppe del Caburlotto

Perdono e regalità

novembre 20th, 2013

Lc 23,35-43

DOMENICA XXXIV  T.O./C                                      24 Novembre 2013


In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».

Parole che deridono eppure racchiudono la massima incomprensione del mistero di Gesù e del mistero di Dio. Ciechi e stolti, non comprendiamo che proprio perché Gesù è il Cristo di Dio, non salva se stesso, perché il suo potere senza limiti riguarda la salvezza degli altri, non la sua. Questa è la logica dell’amore: donare, spendersi per altri, dimenticandosi.

Gesù in croce rappresenta una delusione per i capi che pensavano a un Dio onnipotente, giusto giudice della storia mentre lì si mostra impotente, giudicato come malfattore e giustiziato, come una bestemmia, non una benedizione. Invece Dio è Dio, perché perde se stesso per amore.

Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».

I due ladroni, uno a destra e uno a sinistra, riportano alla memoria la domanda della madre dei figli di Zebedeo. Sul calvario il paradosso mostra che quelli per cui il Padre ha preparato i due posti accanto a Gesù sono due malfattori. Un paradosso che scandalizza, destabilizza, delude gli affaristi eppure è la massima espressione dell’amore. Seli occupano loro, allora chiunque può stare accanto al Re che, prima di morire e prima di ogni cosa, “ordina” al Padre il perdono.

E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Tutta la storia in tre frasi: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”; “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso” e “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.

Il rapporto fra Gesù e i due crocifissi è senza eguali. I due malfattori incarnano la natura umana, ma rovesciata: ora è l’uomo che condivide la condizione di Dio e dicendo “Gesù, ricordati di me”, il malfattore si mette vicino a Dio come uomo e come fratello. La risposta di Gesù tiene conto di questa relazione: “Oggi sarai con me”.  Dio si è fatto uomo per ricondurre l’uomo a Dio.

I capi, i farisei, il popolo e forse anche noi non abbiamo voluto accogliere il mistero della regalità di Cristo. Cristo è il vero Re proprio nella debolezza, lì impotente in croce perché capace di annullare l’abisso tra Sé e il peccato dell’uomo. “Quando sono debole è allora che sono forte, poiché nella mia debolezza si manifesta la potenza di Dio” (2Cor 12,9-10).

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative
www.fidaelombardia.it

Tutto crolla…ma non Dio

novembre 14th, 2013

XXXIII Domenica T.O./C                                                     17 Novembre 2013

Luca 21,5-19

Luca introduce il discorso di Gesù con alcune frasi che servono a situarlo nel tempo e nella spazio. Gesù ci riporta sempre alla realtà, ci richiama ad un sano realismo oltre ogni nostra fuga, fantasia che sposta le proprie responsabilità. Il mondo ha bisogno di “testimoni” non di “predicatori”.

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».

Curioso: il tempio di Gerusalemme è una delle sette meraviglie del mondo, eppure Gesù ne predice la distruzione. Più che lo splendore dei marmi (come sepolcri imbiancati) dei nostri templi, più che la ricchezza delle cerimonie, Dio vuole lo splendore della vita di un popolo. Più che in un luogo, Dio abita in mezzo ad una comunità.

Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».

Gesù viene interrogato sulla fine del tempio. La distruzione di Gerusalemme era già avvenuta quando Luca scrive il vangelo. Difatti vuole indicare che si sta andando non verso “la fine definitiva”, bensì verso “il fine ultimo”. Alla paura della fine e della morte, Gesù mostra un destino diverso per l’uomo e per il mondo: il suo mistero di morte e risurrezione.

Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza.

Luca vuole nuovamente sottolineare che le persecuzioni di cui i cristiani saranno fatti oggetto non sono il segno che la fine è imminente, ma fanno parte dell’esperienza tipica del cristiano in ogni tempo. La persecuzione ha il solo scopo di rendere possibile la missione. Tornano al cuore e alla mente le parole di Papa Francesco che ci ricorda come senza la croce le nostre opere sarebbero delle buone ONG ove però non c’è Cristo.

Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.

Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Alla persecuzione da parte di estranei si aggiungerà l’opposizione dei propri cari. Occorre mettere in conto anche il tradimento da parte dei propri parenti, genitori e fratelli, magari persone che condividono la stessa fede. Come potremmo sostenere una morte violenta? Quale è il senso di tanta  persecuzione?

L’esistenza cristiana ritrova la pienezza di senso là dove si individuano l’impegno a favore della pace e della giustizia sociale e la difesa dell’ambiente, che Dio ha messo a disposizione di tutti e di tutte le generazioni. Non esiste alcuna ingiustizia sociale di fronte alla quale il cristiano possa rimanere indifferente. La sua posizione non deve essere quella di una pura difesa, fine a se stessa, della fede, ma piuttosto deve orientarsi nel senso di una collaborazione fattiva con gli altri uomini perché questo mondo diventi più giusto per tutti.

Questo impegno nel mondo e per il mondo in tutti i suoi aspetti ha i suoi costi. L’accettazione delle persecuzioni non deve però essere semplicemente il pedaggio da pagare per «guadagnare» la propria anima, ma deve servire come opportunità per dare testimonianza a Cristo e al suo vangelo. In realtà solo una scelta radicale – l’opzione fondante -, può smuovere i cuori degli uomini e porre le premesse di un mondo migliore.

Crediamolo ogni istante che tutto il male del mondo non potrà mai produrre la fine del mondo; il male massimo l’abbiamo già fatto: crocifiggere Cristo, il Figlio di Dio. L’ eucaristia ci fa memoria che questa non è stata la fine, bensì è stato l’inizio del mondo nuovo.

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative
www.fidaelombardia.it

Senza stancarsi

ottobre 17th, 2013

XXIX DOMENICA T.O./C.                                                  20 Ottobre 2013

Lc 18,1-8

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:
Il «pregare senza stancarsi» non evoca la stanchezza, bensì rimanda all’atteggiamento dell’abbandono delle armi da parte di un soldato durante il combattimento. Gesù ci domanda di pregare senza deporre mai le armi, senza disertare. Una parabola che spiega la necessità della preghiera come espressione della fiducia in Dio; Egli, nei suoi misteriosi tempi, farà giustizia a chi si affida a lui. Il rapporto con Gesù domanda un abbandono costante e fiducioso.

«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Gesù descrive in modo essenziale i due personaggi non a caso. Il giudice è la figura tipica dell’empio, che non teme Dio e non si cura del suo prossimo. Le vedove, nel linguaggio comune, insieme agli orfani, rappresentano una categoria indifesa ed esposta all’oppressione, perché prive di protezione contro gli sfruttatori e i prepotenti. La protagonista del racconto appartiene a questa categoria, ma non è disposta ad accettare il sopruso di cui è vittima, perciò si rivolge al giudice per avere giustizia.

L’atteggiamento insistente della vedova racconta di un’esistenza contrassegnata da quella che i Padri chiamavano «memoria di Dio», di ricordare cioè che Dio è costantemente all’opera nella nostra esistenza e nella storia. Una memoria che è anche la nostra pace fonte di un rapporto cosi famigliare con Dio da condurci a discernere come vivere in modo conforme alla sua volontà.

Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
Il giudice non vorrebbe interessarsi di un caso per lui totalmente insignificante e rimanda a tempo indeterminato il suo intervento. Ma la donna non si rassegna alla situazione e fa ricorso all’unica arma in suo possesso, l’insistenza.

Il giudice è una persona cinica ma all’insistenza della donna cambia pensiero. L’evangelista usa il termine “importunarmi”. Curioso il termine: letteralmente significa “farmi un occhio nero”. Fare un occhio nero non significa affatto che la vedova potesse colpire il giudice con un pugno, ma “danneggiare la reputazione”.

Alla fine il giudice, se non altro per liberarsi di tale molestia, cede e fa giustizia alla donna: ciò che prevale in lui non è il senso del dovere, ma il desiderio di non essere più importunato.

E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente.
Gesù qui richiama l’attenzione dei discepoli non tanto sull’insistenza della donna, a cui sembrava rimandare l’introduzione, ma piuttosto sul giudice.

Nelle sue parole Gesù esprime il pensiero fondamentale della parabola. Se un giudice disonesto per motivi egoistici acconsente alle richieste insistenti di una vedova, quanto più Dio, che è padre buono, ascolterà le grida di implorazione dei suoi eletti.

L’espressione «fare giustizia (ekdikêsin)», usata sia per il giudice che per Dio, significa difendere i diritti di una persona, darle ragione, garantirle quello che le spetta. Per gli eletti significa proclamare pubblicamente, mediante l’attuazione piena del regno, che le loro scelte erano giuste e conformi alla volontà di Dio.

Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
Avremo il coraggio di aspettare, di avere pazienza, anche se Dio tarda a risponderci?  In altre parole il ritardo della parusia è una realtà con cui bisogna fare i conti, nella certezza che Dio, dopo aver lungamente pazientato, interverrà quando meno gli uomini se lo aspettano e farà giustizia ai suoi eletti.

È necessario avere molta fede per continuare a resistere e ad agire, malgrado il fatto di non vedere il risultato. I tempi di Dio non sono i nostri. Chi aspetta risultati immediati, si lascerà prendere dallo sgomento e abbandonerà le armi dimenticando che la “memoria” avrebbe tessuto quel rapporto famigliare con Dio, garanzia di scelte in linea con l’Amato.

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative
www.fidaelombardia.it

Magia di un incontro

ottobre 9th, 2013

XXVIII Domenica T.O./C.                                                Domenica 13 Ottobre 13

Vangelo Lc 17,11-19

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea.

Questa parola si inserisce in un capitolo ove i discepoli domandano a Gesù di aumentare la loro fede.

Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.

Tra i giudei l’osservanza della legge, noi diremmo forse della Parola, serve per poter meritare o conquistare la giustizia. I lebbrosi ritenevano di avere già accumulato meriti e crediti davanti a Dio, si ritenevano membri del popolo di Dio, forti di questa appartenenza. Gratitudine e gratuità sono estranee alle persone che vivono in questo modo il loro rapporto con Dio e con gli uomini. La guarigione era loro dovuta; non sgorga di conseguenza il senso di gratitudine.

Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.

E’ un uomo samaritano che torna indietro! Uno straniero, un pagano per i giudei, uno estraneo ai patti e alle promesse! Per lui conta solo la persona di Gesù. Torna per dare gloria a Dio e per avere una relazione più profonda con Gesù, basata sul ringraziamento, sulla riconoscenza e su una fede più autentica, che diventa incontro, ascolto, conoscenza, comunione.

Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Non è la fede della tradizione, della ritualità, delle cerimonie che Gesù ama, ma il nostro coinvolgimento che ci porta tornare indietro. Quante Messe, quante omelie, un assiduo accostarci ai sacramenti non ci cambia; piuttosto ci rende superbi e pronti a giudicare chi non rientra in quei canoni. Una fede che non ci salva e non salva chi ci accosta, ma ci rende uomini e donne impeccabili all’esterno, ma rabbiosi e omicidi nel cuore. Guarire gli uomini dalla loro ingratitudine è più difficile che guarirli dalle loro malattie. I nove ingrati sono la perfetta icona di un cristianesimo molto diffuso, che ricorre a Dio come ad un guaritore che non può non esaudirci avendo consacrato la nostra vita a lui, avendolo servito nel debole, accumulando meriti e diritti, in una ligia osservanza della legge. Allora la vita di preghiera, la vita comunitaria si trasformano in una sorta di misura del vissuto religioso nostro e del fratello. E chi ci accosta non ritrova quella fede che domanda Gesù e che converte i cuori in un dolce passaggio dall’osservanza all’amore.

Un bambino deve ricevere tutto quello che gli necessita per crescere, ma è indispensabile anche che egli senta l’amore dei genitori che lo fa crescere armonicamente. Così è anche il nostro rapporto col Signore: Dio non esige il mio ringraziamento, ma, se apro gli occhi della fede e riconosco quanto amore Egli mi dona, entro sempre più in un rapporto vivo, personale con Lui. È questa fede nel suo amore che mi fa crescere e mi salva.

È tempo di tornare a Gesù, a colui che più di qualsiasi altra persona al mondo ha capito le nostre paure, le nostre debolezze, la nostra incapacità di vivere una vita coerente, di fare del bene in modo disinteressato, che ha compreso la nostra umanità piena di peccato e, ciononostante, si è avvicinato a noi per parlare al nostro cuore come sa fare un amico vero, capace di donare tutto se stesso fino a dare la sua vita per noi.

È tempo di tornare a Gesù. Egli ha la giusta parola per noi. Rialza i cuori afflitti, difende la causa degli orfani e delle vedove, dei poveri e degli indifesi di questa terra. Egli esalta gli umili, dona pace e amore a chi lo cerca con tutto il cuore.

È tempo di ringraziare Gesù. Dirgli apertamente che la nostra vita ha senso solo se aderiamo al suo progetto di salvezza per questa umanità. Dirgli che abbiamo fede in Lui e che il suo messaggio di perdono e di salvezza è diventato il nostro messaggio accolto e donato in modo indistinto proprio a colui che come me è fragile, al di là delle forme differenti.

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative
www.fidaelombardia.it