Search:

La voce del tuo saluto è giunto ai miei orecchi

dicembre 16th, 2015

IV Domenica di Avvento – Anno C   20 dicembre 2015

Lc 1,39-48

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto (letteralmente:  «La voce del tuo saluto») è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Tutti si saluta e non farlo è maleducazione. Il saluto, infatti, è il primo modo attraverso il quale si stabilisce un contatto con gli altri; così come il toglierlo decreta la fine di una relazione. Il dizionario lo definisce così: «Atto costituito da un cenno, da un gesto, accompagnato per lo più da parole… che si scambia con una persona nel momento in cui la si incontra… per manifestare rispetto, affetto, simpatia… ma spesso è un semplice atto di cortesia formale»*. Quel che è chiaro qui è che tra Maria ed Elisabetta non è stato un «semplice atto di cortesia formale». Anzi, che questo «saluto» sia una questione evangelica centrale è di tutta evidenza e appena pronunciato, esso dà inizio a una serie di straordinarie reazioni: il bimbo esulta e sua madre – riempita di Spirito Santo – riconosce la visita del Signore in casa sua.

Il testo non chiarisce né parole né gesti, ma si sofferma piuttosto sulla «voce» di Maria (cfr. traduzione CEI 1972). Non è un particolare secondario perché questa voce, come un’impronta indelebile, plasmerà e definirà nel profondo l’identità del bambino che ora gioisce di esultanza nel sentirla: Giovanni, infatti, sarà «voce che grida» la gioia per la venuta del Messia (cfr. Lc 3,4).

Maria – entrando in casa di Zaccaria – saluta, ripetendo così il medesimo gesto con il quale lei era stata salutata per prima dall’angelo (cfr. Lc 1,26-38). La «gioia» annunciata dal messaggero è di tale portata da provocare anche in lei reazioni emotive e riflessive: si tratta, infatti, del Messia e della realizzazione delle promesse di Dio. Maria accoglie le parole del messaggero, le assume incondizionatamente con il desiderio e la speranza di realizzarle. Così, appena l’angelo parte da lei, Maria a sua volta si alza e parte in fretta. Ora è lei ad entrare nelle case per far risuonare la potente voce divina. Si mette in viaggio perché la Parola per cui si è fatta grembo, dalla Galilea alla Giudea, giunga a tutti – per prima a un’altra donna come lei, come lei testimone di una fecondità possibile contro ogni umana previsione. Maria è il saluto del Signore che visita, incontra e rimane con il suo popolo.

*dal Dizionario Treccani on line.

Silvia Zanconato
silvizanco@gmail.com

Che cosa dobbiamo fare?

dicembre 9th, 2015

III Domenica di Avvento – Anno C                                                                      13 dicembre 2015
Lc 3, 10-18
In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate  e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

La sottoscritta che scrive s’interroga spesso sulla qualità delle parole che dice. Si chiede da quale radice esse prendano forma, quale sia il nutrimento che le alimenta, se diano sincera voce a quella splendida visione, nella storia di ogni giorno, di un mondo abitato dalla salvezza (cfr. Lc 3,4-6). Quelle di Giovanni, sicuramente, sono state parole efficaci. Un annuncio asciutto e diretto. Sferzante e duro anche, soprattutto verso chi, per eventuali e presunte sicurezze di parte, si mette al di sopra degli altri, al riparo – per diritto acquisito – dal concreto lavoro della conversione. Nessuno è esentato (cfr. Lc 3,7-9). Perché non c’è parola di vita, non c’è incontro possibile se non si parte da questa premessa di solidarietà comune nel bisogno.

Ma chi scrive, si chiede anche della qualità del suo ascolto. Non è sufficiente, infatti, essere voce e non basta la sola suggestione per quel mondo rinnovato che è il vangelo. Gli ascoltatori di Giovanni sentono che è necessario un cambiamento: «Che cosa dobbiamo fare?». È un atto di umiltà e responsabilità chiedere che cosa si debba fare. Umiltà perché il domandare è espressione di quella consapevole insufficienza che tiene viva la dinamica della scoperta e dell’incontro. Responsabilità perché – una volta ottenuta la risposta – non si hanno più scuse. Quel che si deve fare è circostanziato, adeguato alle proprie possibilità e situazioni. Non si tratta di cambiare il mondo, ma di cambiare se stessi, in se stessi trasformare di volta in volta la visione in scelte di reale condivisione, solidarietà e vero rispetto per le vite degli altri.

Giovanni non è il Messia (che tentazione… Con un popolo in attesa, gli sarebbe bastato pochissimo per accendere gli entusiasmi e dirigere l’attenzione di tutte quelle persone su di lui…), ma non si potrà riconoscere e accogliere nessun salvatore se non ci si converte al suo stile. Le folle sono andate da Giovanni per imparare questo stile. Ci sono anche i pubblicani e i soldati. Sono in tanti, ma non ci sono tutti. Mancano sacerdoti, scribi e farisei. Assenza di peso, se si pensa che altrove, costoro parlano e agiscono da protagonisti. Ma qui, ad ascoltare Giovanni e a farsi battezzare da lui non sono andati. Nessuna buona notizia per chi non è disposto a mettersi in discussione.

Silvia Zanconato
silvizanco@gmail.com

La vostra liberazione è vicina

dicembre 2nd, 2015

I Domenica di Avvento – Anno C                                          29 novembre 2015

Lc 21, 25-38.34-36
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

Ci sono crisi così radicali che mostrano come tutto quello che si pensava eterno, immutabile, vero, sacro si rivela fragile e perituro: nemmeno sulla solidità delle pietre si può fare affidamento (cfr. Lc 21,5-6). Quando anche il sole, la luna, le stelle – fissate al firmamento per illuminare, separare, distinguere e regolare con la loro costanza la vita della terra (cfr. Gen 1,14-18) – sono sconvolte, non restano che angoscia e ansia e paura per l’attesa di ciò che dovrà accadere. L’Avvento comincia così, perché il tempo dell’attesa, quando non si sa che cosa ci si debba aspettare, può anche essere questo: una preoccupazione opprimente che toglie il respiro e non fa vivere. Ma così comincia l’Avvento, perché proprio in quelle stesse ore di disperazione è possibile scrollarsi di dosso il peso schiacciante della paura e rialzare la testa. Il discepolo di Gesù sa che cosa aspettare. Non ha senso agitarsi e preoccuparsi: quando accadrà? Quale sarà il segno? (cfr. Lc 20,7). Ora accade e il segno è Gesù che nel paradosso della sua debolezza distrugge la radice di ogni oppressione. L’orizzonte del tempo cristiano è un «oggi» di salvezza. E salvezza è sapere che non si è soli, che il Signore della storia è all’opera. Tutto può anche essere nella confusione e nell’incertezza, ma chi vede e vive la venuta potente di quel regno piccolo come un seme ma la cui efficacia è inarrestabile, è stabile alla presenza di Gesù, ogni giorno. E per questo, anche nel tempo dell’inquietudine e dell’angoscia, è possibile vedere «vicini» i segni della liberazione e perciò vivere e aiutare a vivere senza perdere la fiducia. Ma questo vedere nella nube il Figlio dell’uomo è sottoposto a un duro lavoro e impegno. Il monito è fermo e deciso: vigilanza e preghiera, stile di vita sobrio, orientato all’essenziale e soprattutto alla manutenzione di un cuore sensibile. Perché la speranza trova posto nel cuore di chi ama. La speranza cresce nel cuore di chi si sente amato. L’annuncio cristiano è sempre annuncio di salvezza, e soprattutto in tempi oscuri e paurosi, il Signore invita a essere, come lui nella nube, operatori di quella liberazione che restituisce dignità e vita agli uomini e ai popoli sconvolti.

Silvia Zanconato
silvizanco@gmail.com

AVVENGA!

dicembre 17th, 2014

IV  DOMENICA DI AVVENTO    anno B                          21 dicembre 2014

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei. (Lc 1,26-38)

Il Vangelo di questa domenica riprende e riassume in sé tutto il cammino fatto finora. Si parla di un tempo: “nel sesto mese”, il tempo proprio dell’uomo – creato appunto il sesto giorno – , un tempo incompiuto che richiama il settimo, che dice l’urgenza del settimo, la pienezza, il giorno di Dio. Nel nostro tempo incompiuto irrompe la pienezza di Dio, ma perché quel giorno venga, è richiesto il nostro coinvolgimento, la risposta d’amore della creatura.

Il Signore manda ancora il suo Angelo, si fa riconoscere nei segni, negli eventi, nelle persone che pone sul nostro cammino; ma lo invia a Nazareth, un luogo sconosciuto nell’Antico Testamento, di cui è scritto nel vangelo di Giovanni per bocca di Natanaele: “Da Nazareth può venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46). Giunge nella Nazareth della vita quotidiana e proprio lì vuole essere riconosciuto, proprio lì fa risuonare il suo annuncio, la sua chiamata, proprio lì vuole trovare un cuore aperto e disponibile ad accogliere il suo amore.

Così l’ordinarietà della nostra vita, aperta all’Infinito, diventa il luogo della pienezza, diventa la casa che Dio si prepara per prendere carne. In essa risuona l’invito di Dio per noi: Rallegrati! E’ il richiamo che da sempre risuona in tutta la Scrittura e che si è realizzato nella pienezza dei tempi:

Rallégrati, figlia di Sion,
grida di gioia, Israele,
esulta e acclama con tutto il cuore,
figlia di Gerusalemme!
Il Signore ha revocato la tua condanna,
ha disperso il tuo nemico.
Re d’Israele è il Signore in mezzo a te,
tu non temerai più alcuna sventura.
In quel giorno si dirà a Gerusalemme:
“Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia!
Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te
è un salvatore potente.
Gioirà per te,
ti rinnoverà con il suo amore,
esulterà per te con grida di gioia”. (Sof 3,14-17)

In Maria quella promessa si è realizzata, quel richiamo da parte di Dio è stato ascoltato e ha trovato un grembo perché potesse farsi carne. La sua risposta è stata piena di fiducia e di desiderio che l’opera di Dio potesse compiersi. Dopo aver affidato al Signore la sua piccolezza e povertà, lei dice il suo Sì pieno, partecipato, desideroso. In quell’ottativo “avvenga!” è come se dicesse: magari, non vedo l’ora!

All’umanità sterile e sfiduciata lo Spirito viene sempre ad attestare che “nulla è impossibile a Dio!”.
Sapremo ancora credergli e lasciarci fecondare? …Vieni, Signore Gesù!

Sr Monica Reda
Suora Pastorella missionaria in Uruguay

Un invito alla gioia

dicembre 10th, 2014

III  DOMENICA DI AVVENTO    anno B                          14 dicembre 2014

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.

Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.

Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.

Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia».

Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».

Questo avvenne in Betania, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando (Gv 1, 6-8. 19-28).

Gioia Vera!

Nel nostro cammino di Avvento ci viene riproposta la figura di Giovanni il Battista nella domenica “Gaudete!”, la domenica della gioia. Eppure Giovanni non è un personaggio che ispiri tanta allegria! Al contrario, sembra un po’ cupo, per la sua austerità e miseria. Sembra anche identificato più per quello che non è che non per ciò che è: “Non era lui la luce”; poi egli stesso confermerà: «“Io non sono il Cristo”, non sono Elia, non sono il profeta… Io, voce che grida, non Parola; non sono degno di slegare…». Questo personaggio ha, però, un’importanza tale da essere incastonato dall’evangelista Giovanni nello stesso prologo, dove si parla del Verbo, da sempre esistente nel grembo del Padre, che viene nel mondo e si fa carne!

Dicevamo già domenica scorsa che il Battista ha saputo spostarsi dal centro. È tutto orientato a Colui che viene.

È uno che sta sulla soglia: annuncia Colui che viene dietro di me, perché porta a compimento tutta l’attesa racchiusa nell’Antico Testamento, ma annuncia Colui che “è avanti a me” (v.15), perché Giovanni ne è il primo credente e discepolo. Stare sulla soglia non è posizione comoda, non si è più fuori e non si è ancora dentro! Ma è proprio questa posizione scomoda che fa di lui il Testimone per eccellenza; vive perché Colui che viene sia riconosciuto e perché il popolo varchi quella soglia.

Contro ogni apparenza, allora, Giovanni dà una testimonianza luminosa: c’è una gioia insita –ma tutta da scoprire– nell’umiltà, nella piccolezza, nel farsi piccoli perché qualcun altro cresca, nello scomodarsi per favorire l’incontro. C’è una gioia, tutta evangelica, nel vivere la propria verità povera senza cedere alla tentazione di porsi al posto dell’Unico. S. Agostino commenta: “scambiato per il Cristo, (Giovanni) dice di non essere colui che gli altri credono sia. Si guarda bene dallo sfruttare l’errore degli altri ai fini di una sua affermazione personale. Eppure se avesse detto di essere il Cristo, sarebbe stato facilmente creduto, poiché lo si credeva tale prima ancora che parlasse. Non lo disse, riconoscendo semplicemente quello che era. Precisò le debite differenze. Si mantenne nell’umiltà” (Disc. 293).

Egli è, dunque, testimone della gioia, perché è l’Amico dello Sposo, come dirà lui stesso: “Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire” (Gv 3,29).

Questa gioia umile, vera, è per noi!

Sr Monica Reda
Suora Pastorella missionaria in Uruguay

Nel deserto

dicembre 2nd, 2014

II  DOMENICA DI AVVENTO    anno B                           7 dicembre 2014

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa:
«Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:
egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri»,
vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.
Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». (Mc 1, 1-8)

L’inizio dell’Evangelo, della bella/buona Notizia, è una parola del Padre che manifesta la sua volontà di aprire una strada nel deserto. Una volontà d’amore già dichiarata nell’Antico Testamento.

L’inizio dell’Evangelo è l’annuncio che l’attesa di tutto il popolo sta per compiersi. E’ una strada già tracciata dal Signore, dal suo Angelo, ma una strada da preparare.

Domenica scorsa ci era richiesta la veglia nella notte, questa domenica una strada da scorgere nel deserto. Nella sabbia del deserto bisogna trovare l’inizio, il Fondamento su cui poggiarsi e camminare.

La preparazione di questa strada consiste nella conversione per il perdono dei peccati. L’ascolto di quella voce porta al riconoscimento, alla confessione del  proprio essere peccatori. Ciò che tante volte rifiutiamo, in nome di una emancipazione dal senso di colpa, tanto da non riconoscere più di essere peccatori, bisognosi di perdono, proprio questo prepara all’incontro con Colui che viene e che libera.

Giovanni già contempla la venuta del “Più forte” e fa spazio al più forte di lui che però viene dietro di lui, si fa precedere, rende partecipi i suoi della storia di salvezza e poi si porrà in fila con i peccatori e si immergerà nell’acqua del Giordano che raccoglie i peccati del mondo. Giovanni, per questa sua attesa certa, che racchiude in sé l’attesa di tutto il popolo d’Israele, riconosce Colui che il suo cuore attende, perché si è decentrato, ha posto al centro della sua attesa Colui a cui sente di non poter sciogliere i legacci dei sandali.

In questa espressione si può leggere l’azione del servo di casa che toglie i sandali dai piedi al padrone quando torna; con questo gesto Giovanni si metterebbe, quindi, al di sotto di un servo, ma la Bibbia stessa ci illumina su un altro senso. Nel libro di Rut leggiamo:  “Anticamente in Israele vigeva quest’usanza in relazione al diritto di riscatto o alla permuta: per convalidare un atto, uno si toglieva il sandalo e lo dava all’altro” (Rt 4,7). Così, una donna rimasta vedova sarebbe andata in moglie al parente più stretto del marito. Nel caso in cui questi non volesse riscattarla, col gesto del sandalo, lasciava il diritto di riscatto ad un altro. Giovanni, dunque, forse qui sta dicendo: Nessuno può togliere il sandalo a Colui che viene dietro a me: Egli è l’unico Sposo che ci viene incontro, è l’unico Go’el, il Riscattatore, che libera dalla schiavitù e dalla morte… Inizio dell’Evangelo che è Gesù Cristo, Figlio di Dio!

Sr Monica Reda
Suora Pastorella missionaria in Uruguay

Vegliate Vegliate Vegliate!

novembre 25th, 2014

I  DOMENICA DI AVVENTO    anno B                   30 novembre 2014

33Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. 34È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. 35Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; 36fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. 37Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!” (Mc 13, 33-37)

E’ questo il richiamo all’inizio, al centro e alla fine del brano di Vangelo di questa domenica; è questo il richiamo continuo del Tempo di Avvento che inizia. L’anno della Chiesa inizia con una veglia nella notte. C’è un tempo che scorre …sera, mezzanotte, al canto del gallo, all’aurora… In questo nostro tempo irrompe il Tempo di Dio, ma noi non sappiamo quando avviene il kairòs, il tempo dell’iniziativa gratuita di Dio che ci viene incontro. Ci viene chiesto, allora di vegliare nella notte, una veglia generata non dalla paura di catastrofi, non dal voler vivere nel buio, ma dall’attesa del Signore della casa, il Kyrios, colui di cui è detto nella prima lettura di questa prima domenica: “Tu, Signore, sei nostro Padre, da sempre ti chiami nostro Redentore […]Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti” (Is 63, 16ss). Di Lui noi siamo servi, gente che gli appartiene. Ma il Vangelo ci presenta un Padrone che condivide con i suoi servi il suo stesso potere, la sua exousìa, la sua autorità. Affida loro la sua stessa Opera, perché ognuno dia il proprio contributo  perché essa si compia.

Stare svegli di notte comporta fatica. È la fatica della condizione umana il luogo, il tempo che il Signore visita, ed è questa fatica che Egli vuole che apriamo a Lui. Il vegliare è saper riconoscere la visita di Dio nella nostra storia e nel tempo che scorre ogni giorno. Nella certezza che Egli viene come l’aurora. Noi, infatti, pur camminando nella notte, siamo “figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre” (1Ts 5,5). Questo testimoniamo al mondo con la nostra veglia! Al mondo che spesso vive nelle tenebre senza più l’attesa di un’aurora, che si è abituato all’oscurità e la sfrutta per non venire allo scoperto, che vive nella paura di essere aggredito, derubato -e noi stessi viviamo in questo mondo ed esso è in ognuno di noi- con la nostra veglia facciamo risuonare l’Evangelo: Egli che è il Padrone ci lascia la casa, ce l’affida, e ci invita a vegliare nel desiderio operoso di chi non vede l’ora di incontrare Colui che viene come l’aurora!

Sr Monica Reda
Suora Pastorella missionaria in Uruguay

Non Temere…

dicembre 18th, 2013

Domenica IV di Avvento / A                22 dicembre 2013

La liturgia di questa IV e ultima domenica di Avvento ci avvicina sempre più al misterioso incontro tra la nostra povertà e la grandezza di Dio.

Il tema della fede attraversa tutte le letture scelte: in ogni tempo e in ogni luogo, il credente è chiamato a fare un salto di qualità, un reale affidamento al Dio della vita che sempre sostiene e guida il suo popolo, anche e soprattutto nel tempo della prova.

Nella prima lettura il “dialogo” tra il profeta Isaia e il re Acaz ci pone di fronte a una scelta di fede che abbraccia la vita: nascondere, come fa il re Acaz, la paura e continuare ad agire autonomamente, oppure accettare di “compromettersi” con il Signore e affidarsi al suo Amore che sempre accompagna il cammino del suo servo. La risposta che dovrebbe arrivare dall’uomo arriva da Dio: un segno, per quanto piccolo e insignificante, diventa doppia garanzia per un popolo tormentato dai nemici; segno della cura di Dio che garantisce un futuro, una discendenza, un nuovo inizio. Anche per noi si apre una “scelta di speranza”: in una vita continuamente segnata dalla lotta, contro tutto ciò che allontana da Dio, brilla la speranza che è proprio Lui, il Signore, a legarsi a noi mediante un segno che spiana una via nuova da percorrere.

Il testo di Matteo è in piena sintonia con la profezia di Isaia, non solo perché richiama il compimento, ma soprattutto perché pone un altro esempio di fede nella prova. La figura di Giuseppe può sembrare enigmatica, sfuggente, il suo silenzio continua ad interrogare il credente ponendolo in un orizzonte nuovo; sicuramente il dubbio di Giuseppe è lo spazio che accoglie anche i nostri dubbi: come può un bambino nascere dalla vergine? Perché Dio ha permesso questo ribaltando ogni loro progetto? La risposta a queste domande è fondamentale perché dice l’immagine di Dio che alberga nei nostri cuori; a sciogliere questo nodo è proprio Giuseppe, proprio colui che è coinvolto in prima persona. Il testo del vangelo dice che mentre Giuseppe custodisce questo dolore avvolto di mistero, mentre pensa e continua a pregare, a chiedersi il perché, trova nel profondo del suo cuore di “uomo giusto” (cf Mt 1,19) la soluzione: sceglie di dar credito a Dio, di affidarsi totalmente a Lui piuttosto che dar fiducia al proprio ragionamento, ai propri sentimenti, al proprio modo di vedere le cose. Il Signore ci chiede di aderire a lui con tutto noi stessi, con tutta la nostra vita…ma a questa adesione non ci forza, ci lascia la libertà dell’amore di aderire o non aderire. Giuseppe accoglie Maria, aderisce al progetto di Dio, il suo tormento trova pace e il sogno diventa “benedizione” della sua intuizione nell’amore. (cf Mt 1,20). Il dubbio che apparentemente allontana Giuseppe da Dio e da Maria, in realtà ha scavato dentro di sé il terreno per un’obbedienza che non è sottomissione, ma profondo atto di affidamento a quel Dio che si prende cura di lui rassicurandolo nel suo tormento: «Non temere».

Possa il Signore scavare anche nel nostro cuore un luogo per dimorare affinché, colmi del suo amore e pieni di fiducia nella sua Parola, annunciamo con gioia la bellezza di appartenergli.

Sr Serenella Contaldo, O.F.M.I.
sereofmi @yahoo.it

LA VITA VIENE DALLO SPIRITO!

dicembre 5th, 2013

Domenica II di Avvento / A         8 dicembre 2013

In questa seconda domenica d’Avvento celebriamo la solennità dell’Immacolata Concezione della beata Vergine Maria. Fin dai primi anni della vita della Chiesa, le comunità cristiane hanno testimoniato un forte legame con la Madre di Dio per il suo ruolo nell’opera salvifica del Figlio; successivamente, i Padri hanno sottolineato la presenza di Maria legata al mistero del Figlio per l’azione misteriosa dello Spirito.

L’umanità dopo Adamo nasce peccatrice, la Vita, il soffio vitale, è tenuto lontano, è murato! Non c’è più accesso alla luce, non c’è più spazio per la relazione e l’uomo non è più in grado di dare accoglienza, di accogliere. Dio però non si ferma di fronte a questo: scendendo e prendendo un corpo, dà compimento alla sua alleanza. Il veleno di Adamo in Maria non ha più nessuna presa perché Dio, per grazia, l’ha preservata: «Il Maligno, ad opera del serpente, versò il veleno nell’orecchio di Eva; il Benigno invece si abbassò nella sua misericordia e tramite l’orecchio entrò in Maria» (Efrem il Siro, Inno per la nascita di Cristo, 1). Le figure sterili dell’antico testamento sono immagine chiara che non si può partire dall’uomo per giungere a Dio, tutto lo sforzo dell’uomo per arrivare a Dio è già nel suo nascere un insuccesso. L’evento dell’Annunciazione, riportato dal Vangelo di Luca (1,26-38), mette in luce come la storia della salvezza apre strade inedite attraverso una donna, vergine, di nome Maria. Dio trova in Maria l’ascolto, l’accoglienza e la docilità; il suo sì crea lo spazio affinché la vita che viene dallo Spirito prenda vita in lei. Anche noi, come Maria, siamo chiamati a dire sì alla Parola, a dar corpo a Dio nella nostra vita, nella nostra storia, nella nostra quotidianità; Dio ha preparato la Madre in un cammino lento, lungo tutto l’Antico Testamento: è la preparazione dell’umanità, dell’uomo messo alla prova nell’esercizio della libertà per rispondere alla volontà di Dio di salvarlo.

Maria era vergine: riconosce che la vita in lei viene dallo Spirito e non dall’esterno. Questo è il rovesciamento della logica umana sorpresa dal fare di Dio nell’azione dello Spirito. Nelle icone molto spesso troviamo Maria con il capo inchinato questo a significare che la precedenza va a un Altro; Maria sa mettersi da parte e lascia fare e dire l’ultima Parola al Signore: si faccia di me quello che hai detto. Il suo amore è diventato la carne del Verbo; ha aderito alla pienezza di Dio senza capire tutto. Questa è l’opera di Dio alla quale Maria è chiamata a collaborare: aderire a lui liberamente accogliendo la Vita e dando vita a un’umanità di figli di Dio. Maria, per grazia, ha tenuto il “canale” aperto a Dio così da permettere che il soffio di Vita non venisse mai meno.

Cosa può “dire” la Solennità che oggi celebriamo alla vita religiosa? La purezza di Maria ci fa compresi della necessità di aderire all’azione di Dio. La verginità si traduce in maternità quando rinunciamo ad essere protagoniste, quando la mentalità, la vita comunitaria, il lavoro pastorale…legato alla vita di Cristo diventano rivelazione della Vita che ci abita, rivelazione di una vita bella e luminosa, annuncio del futuro di Dio, dell’eternità.

sr Serenella Contaldo O.F.M.I.
sereofmi @yahoo.it

Viene il mattino …

novembre 29th, 2013

Domenica I di Avvento/A     1 dicembre 2013

Potremmo sintetizzare così il tempo dell’Avvento che ci avviamo a percorrere, un mattino nuovo, pieno di luce e di speranza! È un tempo segnato dalla Parola di Vita che ci raggiunge nella nostra quotidianità per aprirci alla possibilità di intraprendere un cammino: preparare il cuore per accogliere e riconoscere il Signore che continuamente e progressivamente viene. La nostra vita è nel segno dell’Avvento, nel segno di ciò che deve venire; l’attesa che celebriamo è l’incontro con il Veniente che dà senso e significato profondo alla nostra vita.

Le letture di questa I domenica di Avvento ci esortano a camminare … in modo nuovo!

Isaia riconosce che c’è una risposta all’attesa dell’uomo: il compimento della salvezza; Venite, saliamo al monte del Signore … perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri (Is 2,1-5).Dio non verrà meno alla sua promessa perché lui stesso è la promessa, è Parola che illumina la vita.

San Paolo ci invita a camminare come figli della luce: è il tempo di aprire gli occhi dal torpore del peccato e camminare verso la luce (Rm 13,11-14). Si tratta di una progressiva trasformazione della persona, del suo vissuto, alla luce e al calore di quell’amore con cui è stata creata e redenta. Si tratta dell’amore che si realizza. Ma la gestazione dell’uomo nuovo deve fare i conti con la fragilità della nostra natura, con le ferite che ci procuriamo nel combattimento che la vita cristiana comporta. Si tratta di accettare che questa vita è esposta a forti discontinuità e che, per questo, bisogna troncare con le abitudini del peccato.

Il Vangelo di Matteo ci richiama ad assumere un atteggiamento di discernimento e di vigilanza. È l’occhio luminoso di cui parla Sant’Efrem il Siro, l’occhio di fede capace di riconoscere in tutto quello che vive come Dio si rivela. Cosa permette questa visione luminosa? La purificazione del cuore. Se il cuore è libero, non intaccato dal peccato l’occhio può vedere e riconoscere “le cose nascoste”. Se è vero che la Parola cresce con chi la legge così è per la luce, cresce con il crescere della fede. Il Signore viene, stiamo attenti, educhiamo il cuore per mezzo della vigilanza. Questa attenzione è tuttavia la madre della preghiera: si è attenti a sé stessi per essere attenti a Dio. Nell’uomo che abbandona il peccato e si converte a Dio si sviluppa pian piano una simpatia con il mondo spirituale, una “connaturalità”. Fare attenzione alla voce di questa “connaturalità” è percepire i misteri divini quali essi sono in noi, quali entrano nella nostra vita. Allora il cuore diventa una fonte di rivelazione (Cardinal Tomáš Špidlík).

sr Serenella Contaldo
Suore Orsoline F.M.I.