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Luce e bellezza

febbraio 24th, 2016

IIa Domenica di Quaresima                                          21 febbraio 2016

Luce e bellezza

Dal Vangelo secondo Luca (9,28-36)

trasfigurazioneCirca otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”. Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Circa otto giorni dopo questi discorsi: a quali discorsi si riferisce Luca? A quelli precedenti che riguardano gli interrogativi che i discepoli e la gente si ponevano sull’identità di Gesù. Infatti poco prima Gesù aveva chiesto ai discepoli che erano con lui: Chi sono io per la gente? (cfr 9, 18). Che significato ha la precisazione di tempo? La risposta la troviamo in 24, 1: Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino…; l’identità di Gesù la scopriamo nell’ottavo giorno, il giorno della sua risurrezione, il giorno del riposo di Dio e nostro per stare un po’ di più con Lui.
L’esperienza della trasfigurazione di Pietro, Giovanni e Giacomo è avvolta dalla preghiera; sono soli sul monte con Gesù, ed è un momento forte perché possano ripartire carichi di luce e di grazia. Preghiera, contemplazione, dialogo con Dio in Cristo Gesù, esperienze gratuite che il Padre ci dona perché possiamo essere nel quotidiano portatrici di Lui.
Questo tempo di quaresima è un’opportunità unica per progredire nella vita cristiana, lasciandoci convertire dalla sua Parola aprendo la nostra mente e il nostro cuore alla luce dello Spirito Santo che guida, sostiene il cammino di ciascuno.
La voce del Padre, dalla nube, corregge i malintesi di Pietro ricordandogli che solo Gesù è il Figlio, l’eletto. Anche a noi è rivolto l’invito ad ascoltarlo!
Ascoltare Gesù che ci parla del Padre, che ci fa conoscere il suo volto, che ci ama senza misura e senza calcoli, senza “se” e senza “ma”. Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finche non riposa in te, con Agostino anche noi facciamo quest’esperienza di insaziabilità, di inquietudine, di ricerca di Dio, sia nella preghiera, sia attraverso lo studio della sua parola e l’approfondimento della vita teologale.
È necessario e fondamentale compiere un esodo, un’uscita da noi stesse e questi giorni che ci separano dalla Pasqua, siano giorni per un cammino interiore, per stare con Gesù Cristo, per lasciarci guidare dalla sua presenza, dalla sua parola, per lasciarci assimilare da Lui e far nostri i suoi sentimenti.
sr M. Antonella Sana,op
antop07@gmail.com

Da che parte stiamo?

marzo 24th, 2015

Domenica delle palme 29 marzo 2015

In questa domenica, detta anche di passione, l’evangelista Marco ci racconta l’amore di un Padre che nel Figlio suo prediletto si manifesta in maniera sconvolgente, davvero infinito.
Quanto amore, quanto sangue versato per noi!
Davanti a tanto amore non ci sono parole, non ci sono commenti, ma solo silenzio, ascolto, contemplazione, adorazione, preghiera.
Santa Caterina da Siena, donna appassionata per Dio e per l’uomo, ci può aiutare.

O glorioso e prezioso sangue: tu sei per noi bagno e unguento posto sopra le nostre ferite. Sì, è veramente un bagno, perché nel bagno tu trovi il caldo e l’acqua e il luogo dove esso sta. Così ti dico che in questo glorioso bagno tu ci trovi il caldo della divina carità, cioè Dio eterno, dove il Verbo è ed era nel principio. Trovi l’acqua nel sangue, perché dal sangue esce l’acqua della grazia. E c’è il muro che sottrae agli sguardi.

O inestimabile e dolcissima carità, tu hai preso il muro della nostra umanità, la quale ha ricoperto la somma ed eterna ed alta deità, Dio-e-Uomo! Ed è tanto perfetta questa unione che né per la morte né per altra cosa si può sciogliere. Perciò si trova tanto diletto e refrigerio e consolazione nel sangue. Perché nel sangue si trova il fuoco della divina carità e la virtù della somma alta ed eterna deità. Infatti tu sai che per virtù della divina essenza vale il sangue dell’Agnello…

O sangue: tu dissolvi le tenebre e dai all’uomo la luce perché conosca la verità e la santa volontà del Padre eterno. Tu riempi l’anima di grazia da cui trae la vita liberandosi dalla morte eterna.

O dolce sangue: tu spogli l’anima dell’amor proprio che l’indebolisce e la vesti del fuoco della divina carità, e non puoi non vestirla di fuoco accostandoti a lei, perché per fuoco d’amore fosti sparso.

O sangue pietoso: per te ed in te si distillò la pietosa misericordia di Dio. Tu sei quel glorioso sangue dove lo stolto uomo può conoscere e vedere la verità del Padre eterno cioè la verità dell’amore ineffabile col quale fummo creati ad immagine e somiglianza di Dio.

O eterno sangue! Eterno, dico, perché sei unito con l’eterna natura divina. O dolce sangue che risuscitavi i morti! Sangue: tu davi la vita, dissolvevi le tenebre delle menti accecate e davi luce! Dolce sangue: tu univi i discordi, vestivi di sangue gli ignudi, pascevi gli affamati e ti davi in bevanda a quelli che avevano e hanno sete di sangue.

Col latte della tua dolcezza nutrivi i fanciulli, cioè quelli che si sono fatti piccoli per vera umiltà e innocenti per vera purità.

O sangue: chi mai non si inebrierà di te? Solo gli amatori di sé, perché non sentono il tuo profumo.

Sangue e fuoco, inestimabile amore!”

Sr. M. Viviana Ballarin o.p.

“Vogliamo vedere Gesù”

marzo 18th, 2015

V Domenica di Quaresima                                                                       22 marzo 2015

Vangelo di Giovanni 12,20 – 33

La domanda che i greci, saliti al tempio per il culto, rivolgono a Filippo, che quasi sicuramente parlava il greco e quindi poteva capire, risuona oggi nel nostro cuore come un grido, il grido di tutti coloro che, in ogni parte della terra, cercano il Signore.

“Vogliamo vedere Gesù” è il gorgoglio che dalle profondità del nostro cuore sale e ci sospinge a perseverare nel cammino quaresimale, cammino di conversione e di ricerca amorosa del volto del Signore.

Filippo si lascia intercettare dal grido, non lo trattiene per sé, ma come una cassa di risonanza permette all’onda di allargarsi; lo dice ad Andrea e così il suo amico condivide con lui la sfida della vulnerabilità e della comunione nella missione: Andrea e Filippo vanno insieme a consegnare la richiesta a Gesù. E’ la Chiesa che sempre e ovunque accoglie e ammette quelli che cercano, i suoi figli, nella comunione della comunità. Solo la comunione di vita fa vedere. E’ nella comunione che accade l’Incontro, gli incontri.

Gesù in maniera sorprendente, forse inaspettata anche per i due discepoli, mostra il suo volto!

“Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore rimane solo; se invece muore, produce molto frutto…” e,

“Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”.

La croce!

Gesù indica con parole chiarissime la strada che porta all’incontro con lui, alla festa, alla vita. E’ la strada del perdere per guadagnare, del morire per vivere, è la strada dell’esodo pasquale, quella che lui sta percorrendo e per la quale soavemente perché ci lascia liberi, ma calorosamente perché conosce la nostra debolezza, ci invita ad imboccare ogni giorno: “Se uno mi vuol servire, mi segua e dove sono io, là sarà anche il mio servitore”.

“Vogliamo vedere Gesù!”.

Oggi, quel grido ci raggiunge e con esso la responsabilità di non soffocarlo dentro un cuore che non sa più per chi battere, ma di permettergli di essere voce dentro di noi che, alzandosi con il sole ad ogni alba grida: l’uomo e la donna di oggi, incontrando te, vede Gesù?

Sr. M. Viviana Ballarin o.p.

Ascoltarti è una festa

marzo 10th, 2015

IVª Domenica di Quaresima                                                                    15 marzo 2015

Vangelo di Giovanni 3,14-21

La liturgia, all’inizio del tempo di Quaresima, ci ha invitati alla conversione e alla fede nel vangelo di Gesù, oggi quarta domenica di quaresima, ci esorta ad essere allegri, ad esultare e a gioire saziandoci dell’abbondanza della nostra consolazione.

Siamo a metà del cammino dietro a Gesù che, poco a poco, ci immerge nel mistero della sua pasqua.

Lungo il cammino della quaresima, cammino della nostra vita, il mistero ci viene svelato ma, se accettiamo di attraversare il deserto, il buio, la notte della croce, se abbiamo il coraggio di alzare lo sguardo verso l’Albero piantato davanti a noi.

“Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo”.

Quanto dolore! Dov’è il motivo per essere allegri?

Di quale consolazione siamo invitati a saziarci, per quale consolazione dobbiamo esultare?

Sì, proprio per  quell’albero innalzato dal quale fra non molti giorni penderà il Figlio dell’uomo; da quell’albero verrà l’abbondanza della nostra consolazione. Dall’attimo più buio e terrificante della storia sgorgherà la pienezza della felicità per tutti e da quella pienezza Israele…l’uomo, la donna di ogni tempo, di ogni nazione e razza sono invitati ad abbeverarsi e  nutrirsi.  L’abbondanza della nostra consolazione è vita eterna, vita che non viene mai meno, che nessuno può toglierci se noi non lo vogliamo.

La vita eterna ci è donata e sgorga eternamente dal cuore del Padre che ha un progetto di felicità e non di condanna per l’uomo, per ogni uomo che crede.

Gesù, innalzato sull’albero della croce, Gesù crocifisso, immerso nel buio fitto dell’abbandono totale, Lui è la verità pronunciata sul mondo, è la luce.  “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”.

“Ma gli uomini hanno amato  più le tenebre che la luce…”.

Sono parole amare che Gesù consegna a Nicodemo, il cercatore nella notte della luce. A lui  spiega  che la via della luce, la via della verità è agire secondo il pensiero di Dio e il pensiero di Dio è Gesù, la Via , la verità, la Vita per il mondo.

Sono parole di speranza per chi, nonostante la tentazione di scegliere la violenza, il potere,  l’inganno, la falsità, la menzogna; mali che gettano nel buio l’umanità dei nostri giorni, ha il coraggio, magari pagando di persona, di fare la verità.

“Chi fa la verità viene verso la luce…”. Non solo. Lui stesso, avvolto dalla luce, diverrà consolazione per molti che cercano.

Sr. M. Viviana Ballarin, o.p.

Dio non si compra

marzo 3rd, 2015

3ª  domenica di quaresima                                                              8 marzo 2015

Vangelo di Giovanni 2,13-25

Gesù, dai gesti che compie oggi, è davvero molto arrabbiato!

Egli non teme di manifestare questo sentimento apparentemente negativo perché vede uno spettacolo che lo fa inorridire. Mercanti e cambiavalute hanno trasformato il tempio, la casa di preghiera, il luogo sacro del pio israelita, in un luogo di mercato.

Sì, questo Gesù ci affascina come ci ha affascinato sul monte della trasfigurazione e come ci affascinerà tra non molti giorni quando lo contempleremo sul monte calvario crocifisso, abbandonato e morto.

Gesù affascina, attira e, allo stesso tempo infastidisce molto tutti quelli che preferiscono fare mercato sfuggendo la vulnerabilità che permetterebbe loro di lasciarsi raggiungere e incontrare dal Suo sguardo che brucia, dalla sua Parola che ferisce, dalla sua Misericordia che incontrando la persona in profondità la cambia e la libera.

“Erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi… Che c’entri con noi? Sei venuto a rovinarci! (Mc.1,21…).   In altre parole: la nostra vita è nostra, a te cosa importa? Tu non hai diritto di cittadinanza nei nostri affari, nei traffici che fanno il nostro vivere quotidiano! Tu, facendo così, immischiandoti tra noi, ci rovini!

Ciò che brucia nel cuore di Gesù e avvolge di fascino tutta la sua persona è “lo zelo per la casa del Padre suo che è amore che lo porterà fino alla croce: il suo è lo zelo dell’amore che paga di persona a differenza di quello che vorrebbe servire Dio mediante la violenza. Infatti il “segno” che Gesù darà come prova della sua autorità sarà proprio la sua morte e la sua risurrezione. “Distruggete questo tempio – disse – e in tre giorni lo farò risorgere”.  “Egli parlava del tempio del suo corpo” (Gv 2,20-21).

Con la sua Pasqua, che in questo brano del vangelo iniziamo a pre-gustare, Gesù inizia un nuovo culto, il culto dell’amore, e un nuovo tempio che è Lui stesso, Cristo risorto, mediante il quale chi si apre al dono può adorare Dio Padre “in spirito e verità” (Gv 4,23).

Tutto è gratuità! Corpo dato e sangue versato per la salvezza di tutti. Luce di vita nuova!

Non c’è spazio nella Pasqua del Signore per i mercanti!

Eppure quante volte corriamo il rischio anche noi di diventare luogo di mercato! A volte ci svendiamo per una semplice ‘dose di piacere’, di successo, di affetto, di riconoscimenti.

Non possiamo mercanteggiare con Dio!

E neppure possiamo permetterci di pagare Dio per ottenere da lui dei favori. La quaresima è tempo di grazia anche per accorgerci che spesso si insinua nella nostra vita una insidiosa cultura di mercato  che induce a pensare che per essere in buoni rapporti con Dio è necessario offrirgli tanti sacrifici, o realizzare azioni difficili, o fare rinunce dolorose. E’ la concezione di un Dio che fa paura o che viene considerato come qualcuno di cui bisogna diffidare.

L’amore che Gesù ci annuncia anche in questo impeto di rabbia e di zelo non ha niente a che vedere con i calcoli inevitabili di chi mercanteggia. Per Gesù una sola cosa è importante: amare fino a dare la vita.

Possiamo chiedere con fiducia e coraggio che, in questo tempo di quaresima, tempo di profondo incontro con Gesù e la sua Parola, venga lui stesso nella nostra vita e faccia pulizia di tutto ciò che in qualche modo la inquina e non le permette di risplendere di quella divina bellezza a cui è chiamata.

Sr. M. Viviana Ballarin o.p.

La fede in montagna

febbraio 24th, 2015

2 Domenica di quaresima           1 marzo 2015

Vangelo di Marco 9,2-10

Marco pone il racconto della trasfigurazione di Gesù nel bel mezzo del suo ministero, in Galilea. Egli percorre i sentieri della sua gente tra innumerevoli difficoltà, opposizioni, resistenze. Persino i suoi più vicini non lo comprendono, lo seguono non perché lo hanno incontrato come risposta al senso della loro vita, ma perché rincorrono un tornaconto; infatti lungo la via “discutevano tra loro perché non avevano pane” (Mc.8,16). E’ evidente che se da una parte Gesù annuncia che il Regno di Dio è ormai vicino, dall’altra i pensieri dei suoi discepoli vagano altrove e il loro cuore distratto batte con ritmi molto diversi dai suoi.

“Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate?”… (Mc. 8,17).

Il Maestro appare stanco e affaticato, forse deluso per tanta durezza di cuore se Marco evidenzia che “Gesù sospira profondamente e si chiede: ma perché questa generazione chiede un segno?” (Mc 8,12).

Anche Pietro quando risponde, con apparente convinzione, alla domanda di Gesù: “Tu sei il Cristo” (Mc. 8,29) dimostra di non avere ancora capito, di non aver ancora incontrato il Signore. Sarà necessario un lungo cammino di formazione e di conversione perché il suo cuore di pietra si trasformi in cuore di carne.

Ma, poiché il Regno di Dio avanza nel mondo nonostante tutto, Gesù dà una svolta al contenuto della sua  predicazione e inizia ad annunciare ai suoi le esigenze più vere e profonde della sequela, ad introdurli decisamente nel mistero della sua incarnazione, passione e morte.

Essere discepolo comporta accettare la totalità di una consegna che inabissa con il Cristo nel cuore del Padre amante dell’uomo sino alla follia: offrire il suo unico Figlio perché dia la propria vita per la salvezza dell’uomo che ama. “E’ necessario che il Figlio dell’uomo soffra molto… venga ucciso e dopo tre giorni risorga”.

Quello che Gesù annuncia ora a creature semplici e fragili quali sono i pescatori di Galilea è molto duro, arduo, esigente. Noi che condividiamo le loro stesse fragilità possiamo immaginare soprattutto la loro confusione mentale. Gesù ne è consapevole e comprende che è necessario sostenere la loro decisione iniziale di seguirlo. Come? Facendo assaporare loro, per un istante, l’epilogo della sua e loro misteriosa avventura d’amore.

L’esperienza della trasfigurazione di Gesù è una iniezione di speranza nella vita dei discepoli. Sì, perché la speranza è proprio la certezza di possedere ciò che in questo tormentato cammino umano non possediamo e spesso fatichiamo di credere di poter possedere.

E’ dono, ma di una portata immensa che dona ai discepoli la bellezza di una vita trasfigurata anche quando, dopo un attimo, si ritrovano soli con Gesù solo e ritornano alla loro intricata quotidianità.

Ma è dono offerto a persone precise, a Pietro a Giacomo e a Giovanni; a loro, solo a loro viene chiesto di lasciarsi condurre in alto, di concentrarsi sull’essenziale, in disparte dunque, loro soli perché Gesù ha scelto proprio loro per quella esperienza.

Nella Bibbia, quando Dio vuole affidare una missione speciale a qualcuno lo chiama in disparte, lo separa, gli parla bocca a bocca, gli consegna la sua parola e lo invia.

Oggi mentre, accanto a Pietro, a Giacomo e a Giovanni, contempliamo sbigottite la gloria del Signore trasfigurato, possiamo avvertire anche noi la tentazione di appropriarci di questo momento di luce come pretesa di sicurezza umana e di comodità sociale, insieme alla fatica di dover scendere in mezzo alle vicissitudini spesso poco gratificanti della nostra quotidianità.

Ma proprio oggi una voce potente dal cielo squarcia l’oppressione che forse attanaglia tanti nostri cuori di donne consacrate e ci dona lo stupore di riscoprire che quell’esperienza ci è stata già donata il giorno del nostro battesimo. Forse si tratta solamente di prendere sul serio la parola del Padre: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!” (Mc. 9,7).

La nostra vita trasfigurata sarà allora profezia per il mondo.

M. Viviana Ballarin, op

Permettici, Maria madre di Gesù e madre nostra…

aprile 10th, 2014

Domenica delle Palme           13 aprile 2014

… di  vivere con te questa giornata delle palme e la settimana del dolore.

Siamo le religiose di oggi. Come te, Maria, donne e madri con vocazione a essere donne e madri dell’umanità.

Madre, permettici di imparare da te in questa settimana santa, il modo di camminare sulla via del dolore, tu che ha sofferto tutta la vita. Sappiamo che nella nostra chiamata è compreso il compito di generare, nutrire, presentare l’umanità al tempio. Tu hai accettato di essere madre giovanissima, non conoscevi il futuro e la tua unica luce era la fiducia nella promessa di Dio. Sei andata da tua cugina ad AinKarem, tornata a Nazareth hai portato il dolore di Giuseppe, poi a Betlemme è nato il Bimbo in povertà, poi siete fuggiti l’Egitto: fiduciosa hai atteso  conferme. Madre, cosa hai vissuto dentro di te? Oggi tante sono le madri dolorose nei immensi campi di rifugiati dell’Africa, di Sabra e Chatila, della Siria:  quali “conferme” potremmo attendere per noi e per loro?

Madre, permettici di imparare da te nel tempio, quando Simeone ti ha parlato di quella spada che ti ha ferita nel profondo. Hai saputo che il tuo Bambino sarebbe stato di salvezza e di rovina. Il tuo cuore sensibilissimo e compassionevole deve aver molto sofferto. Tu soffri anche oggi per le persone escluse, per le masse  senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita in questa cultura dello scarto, valutate come rifiuti (cf EG 54). Insegna  a noi, alle nostre comunità il modo per crescere nella compassione, per condividere il grido di dolore degli altri e non “passare accanto” come il sacerdote o il levita della parabola.

Madre, dicci  come hai vissuto i tre giorni in cui cercavi quel Figlio che era tuo (ma non tutto tuo). Aiutaci a vivere come religiose in questa cultura nella quale spesso anche noi vogliamo tutto e subito, incapaci di fermarci a pensare, vivendo spesso nell’angoscia perché abbagliate dall’immediato, dal superficiale, dalla voglia di successo nelle nostre opere. Come possiamo valorizzare il progresso del presente senza perdere le radici, la capacità di meditare, di contemplare, di attendere, di discernere la via di Dio nell’oggi?

Madre, Gesù è vissuto con te a Nazareth, ma poi è venuto il momento del distacco e la sfida della sua vita pubblica. Oggi nuove sfide si presentano alla nostra vita consacrata. Molti noviziati sono quasi vuoti, le nostre forme apostoliche sono in difficoltà: vivendo senza una vera mistica apostolica ci proponiamo di arrivare a risultati; a volte siamo pessimiste, con una psicologia quasi “della tomba” (cf EG 84). Madre, come vivere di fede e di speranza in questo tempo di crisi?

Maria, donna dei dolori, hai cooperato con Gesù Salvatore. Hai obbedito, creduto, sperato, come donna forte e madre amabile. Accanto alla croce ci hai abbracciati, ma quando “nella pienezza del tempo Dio mandò il Figlio nato da una donna” (Gal 4,4) eravamo già tuoi figli nel Figlio tuo e di Dio. Grazie, o Madre! Ottienici di vivere la vocazione missionaria e accogliere, almeno nella preghiera, i deboli, i peccatori, i disperati di tutta la terra con un cuore come il tuo!

Madre, eri nel cenacolo incoraggiando quei figli spauriti. Attendevi lo Spirito, sbocciava la Chiesa. Aiutaci a essere chiesa dalle porte aperte, a leggere i segni dei tempi, a discernere la “qualità” nel nostro essere donne, madri, religiose  per i nostri contemporanei!

“Stella della nuova evangelizzazione, aiutaci a risplendere nella testimonianza

della comunione e del servizio, della fede ardente e generosa,

della giustizia e dell’amore ai poveri,

perché la gioia del Vangelo giunga sino ai confini della terra” (EG 288).

Sr Rosaria Aimo, fsp

Anticipazione di vita

aprile 1st, 2014

V Domenica di Quaresima                      6 aprile 2014

Gv 11,1-45

“… Signore, se fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” (Gv 11,21): Marta saluta così l’amico Gesù. E’ disfatta per la morte di Lazzaro: Maria piange a casa, Marta invece va incontro al Maestro. Il suo dolore è così grande che non può trattenersi e lo rimprovera per il ritardo: lo aveva avvertito della malattia di Lazzaro; aveva atteso con ansia colui che aveva guarito tanti e poteva farlo anche per un amico! 

Certo, la sua fede non era venuta meno: “so che Dio ti darà ciò che chiedi”, ma non va oltre: Lazzaro è nel sepolcro ormai da quattro lunghi giorni. Invece Gesù va oltre: vuole donare una amicizia maggiore di quella di Marta (e di Maria), che pure non si era incrinata per la delusione: “risorgerà” dice Gesù, e Marta: “ne sono certa, nell’ultimo giorno”. “No, ora,  perché io sono la risurrezione e la vita”.

L’amore di Dio è sempre sopra le righe. Il Padre dona il Figlio unigenito per il suo sconfinato amore verso il mondo; accetta, partecipa al suo sacrificio fino al “tutto è compiuto” sulla croce; non lo ascolta quando il Figlio gli grida: “se è possibile passi questo calice”.

Non è possibile vivere questi giorni di passione senza una esplosione di gratitudine, quando contempliamo nel silenzio l’amore di Dio che giunge a questi eccessi: per amore al mondo, a questa umanità senza memoria, a noi consacrate, al nostro “orticello” che si trova presso questa umanità in cammino.

Marta, Maria, i giudei presenti … vedono il Lazzaro morto uscire vivo, quando Gesù lo chiama: quello che hanno provato in quel momento penso sia indescrivibile. Con dimensioni a nostra misura, qualcosa di simile forse l’abbiamo sperimentato anche noi nel momento in cui ci siamo sentite guardate, quando Gesù ci ha fatto sentire che ci sceglieva tra mille, migliori di noi … “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15,16). Nei prossimi giorni santi, potremo sostare, come ci invita Papa Francesco, in quella prima ora, “calda di relazionalità amica”, in cui ci siamo aperte alla chiamata e abbiamo deciso di metterci come discepole alla sequela del Maestro: una sosta che può essere utile per rinascere nella vocazione e forse anche nella “amicizia” comunitaria. Condividere gli affetti non è sentimentalismo, è responsabilità. Sarebbe uno squallore vivere insieme, condividere la Messa, la mensa, il lavoro e non sentire nulla l’una verso l’altra. Essere adulte è essere responsabili l’una dell’altra, rinnovare davanti a Gesù che richiama Lazzaro alla vita quelle relazioni tra noi forse un po’ morte, per risvegliare e far risorgere la nostra vicinanza–prossimità. Potrebbe realizzarsi quanto avveniva tra i primi cristiani e quelli che ci vedono potrebbero dire: “vedete come si amano”, prima di dire “come lavorano!”.

Nella logica dell’amicizia religiosa non può mancare la “verità” di Marta, che non nasconde a Gesù la propria ferita: “se fossi stato qui”. Amore e verità non si possono separare… chi ama capisce che l’amore è esperienza di verità (LF 27): se la lectio divina settimanale ci permette di comunicare i tesori della nostra profondità interiore, la correzione fraterna è la via discendente, la kenosi che ci fa trovare il Signore nella verità dell’incontro. E della tenerezza, come insegna Papa Francesco!

Sr Rosaria Aimo, fsp

Ciechi anche noi?

marzo 26th, 2014

IV Domenica di Quaresima/A                      30 marzo 2014

Gv 9,1-41

Leggo l’episodio del cieco nato e mi stupisco. I genitori hanno avuto paura, il figlio no: è un uomo che ha formato la sua personalità sulla strada mendicando, ha capito tante cose, è diventato un uomo vero. Ha coraggio, non nasconde quello che gli è successo e crede. Era cieco e ora vede, con gli occhi del corpo e con quelli dell’anima. Chiede a coloro che lo interrogano: volete diventare discepoli anche voi? Mai, rispondono! Sono adirati e hanno il cuore chiuso, per loro è sufficiente essere discepoli di Mosé. Ma al neo-vedente, non basta più essere un buon ebreo: ricorda ai farisei che dare la vista a un uomo nato cieco è cosa unica al mondo, che è possibile solo a Dio. Non ha paura di professare la sua fede e di testimoniare: “Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”. Allora lo insultano e lo cacciano.

Ho pensato a tanti cristiani che nel mondo affrontano le stesse sfide. Quanti testimoni stanno oggi dando la vita perché cristiani; perseguitati e condannati perché posseggono una Bibbia, perché portano un segno cristiano. E quanti, dei quali non sappiamo nulla, sono oggi in carcere nella Corea del Nord, in Cina, in Vietnam, in alcuni Paesi dell’Africa; e quelli che, qualche decina di anni fa, sono morti o hanno sofferto nei lager nazisti o comunisti, solo perché  cristiani!

Confronto l’agire del cieco e la vita di alcune nostre comunità. Alcune sono come il cieco ora vedente: generose, entusiaste, sempre disponibili al dono di sé per gli altri, trasmettono  luce, pare che risplendano nella loro semplicità, come dice Paolo in 2Cor 4,4, con lo splendore del glorioso vangelo di Cristo. Sono donne e comunità veramente credenti, trasformate dallo Spirito, che riflettono nella loro vita e nell’apostolato la gioia di Dio.

In altre invece si percepisce come una “cataratta”, che impedisce una visione chiara. Si nota un certo grigiore, una insoddisfazione, una fraternità di superficie, individualismo, appartenenza e dono di sé insufficienti. Pare che i pensieri, i sentimenti e le scelte non siano in esse sempre quelli di Cristo. Così pure il modo di accogliere e servire  gli altri – chi ha bisogno,  i poveri, i sofferenti – non sia come quelli del Signore. Di conseguenza la tristezza, il timore della precarietà e del futuro, le opere non sempre come quelle di Cristo. Forse manca qualche grado di vista, un po’ di fede vera, che faccia diventare testimoni irradianti a livello personale e comunitario del Vangelo. Scrive Giovanni: “Chi opera la verità viene alla luce perché appaia chiaramente che le sue opere sono fatte da Dio”.

La quaresima può portare una ventata di novità anche nelle nostre vite. Papa Francesco ci chiede un dinamismo di uscita per essere trasmettitori della vita nuova che Gesù è venuto a portare, anche in questa nostra civiltà del cambiamento veloce. Gesù andò incontro al cieco guarito e cacciato (certamente soffriva!), per rivelarsi dicendogli: “Il figlio dell’uomo… è colui che ti parla”; e il cieco si prostrò, professò la sua fede, e, possiamo supporre, ritornò sulle sue strade proclamando le meraviglie di Dio. E’ una bellissima immagine del “dover essere oggi” testimoni di Gesù per le strade del mondo. Apostole contemplative in azione e attive nella contemplazione, anche da anziane o da inferme, perché il dono di Dio ricevuto con la vocazione rimane per sempre.

Dalla fede vissuta come relazione profonda con il Signore nasce l’annun­cio, perché comunichiamo veramente solo “quello che abbiamo udito, quello che abbiamo veduto” (1Gv 1,1). L’annuncio matura nell’Eucaristia celebrata e adorata, nell’ascolto obbediente e assiduo della Parola e ci fa essere “lievito”, dove viviamo e dove con amore e misericordia partecipiamo delle vicende della comunità e del nostro tempo. Papa Francesco domanda: «Sono disposta a portare la croce come Gesù? A sopportare persecuzioni per dargli testimonianza come fanno questi fratelli e sorelle che oggi sono umiliati e perseguitati?”. Questa è “la strada di Gesù” sopportare”.

Sr Rosaria Aimo, fsp

Lasciare la brocca…

marzo 18th, 2014

III Domenica di Quaresima/A                      23 marzo 2014

Gv 4,5-42

Chissà perché … la donna lasciò la sua anfora!

Me lo sono chiesta: forse perché un giudeo aveva parlato con lei e s’era tolta un sassolino dalla scarpa? O perché un uomo aveva chiesto da bere, proprio a lei…, pur sapendo che…? Invece il Vangelo di oggi dice: “Andò in città e disse alla gente: venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto: che sia lui il Cristo?”. Questa donna è piena di entusiasmo e ha il coraggio di ammettere: “mi ha detto tutto quello che ho fatto”.

Ho pensato, in questo clima, a possibili omissioni: chiudere gli occhi per non vedere, le orecchie per non sentire e il cuore per non accogliere! Per futili motivi: difesa degli spazi personali, dell’autonomia, mancanza di coraggio, paura di creare conflitti, poco felici di ciò che siamo o di ciò che facciamo. E sempre per la poca fede. Eppure è viva nella memoria la parabola del granello di senape che diventa albero, perché ha la potenza della vita: anche in noi c’è la potenza della vita divina. Anche se la nostra fede è piccola, potremmo compiere opere straordinarie come spostare un monte. Inoltre se ognuna fa memoria nella sua esperienza con Dio in profondità, può ricordare come cose impossibili sono diventate possibili nonostante la piccola fede. Anche nella “mistica del vivere insieme”, come dice Papa Francesco (EG 87).

Forse tutte abbiamo esperienza di comunità che assomigliano a piccoli deserti, dove non si accettano reciprocamente i limiti umani, si sottolineano le differenze, si rifiutano le opinioni altrui perché diverse … Donne che attendiamo lo Sposo, ma con poco olio nelle lampade. Potremmo correre il rischio di trovare la porta chiusa al Suo arrivo. Anche se le sorprese sono sempre dietro l’angolo, speriamo che a noi e alle nostre comunità ci sia donato il tempo per comprare l’olio. Si avvicina l’anno della vita consacrata in cui speriamo di fare il pieno! Piccoli passi personali per armonizzarci nel rispetto e nell’amore. Porte del cuore sempre aperte, come il Padre misericordioso che attende da sempre l’arrivo del figlio, privilegiando chi è più povero tra noi, evitando di richiuderci in quelle strutture che ci offrono protezione. Perdonare sempre,  chinarsi verso chi è debole: quante anziane e ammalate nelle nostre comunità! Accompagnare con misericordia; trasformare le abitudini, gli stili di vita, il linguaggio, le strutture (se necessario), arrivare a tutte senza preferenze, semplificare, per vivere nella integralità il messaggio evangelico, l’amore a tutti costi, anche se costa la vita.

Dio ci ama, a lui diamo una risposta d’amore, se lo amiamo con creatività prima di tutto in chi ci è vicino. E’ il primo obiettivo del nostro vivere insieme e il miglior metodo per una nuova evangelizzazione della comunità, affinché essa possa essere trasparenza, testimonianza, servizio evangelico nella missione. Seminare amore senza preoccuparci, ben sapendo che di notte il seme cresce senza che ce ne accorgiamo, perché Dio ne ha cura. Il Padre “tutto misericordia” per accoglierci nella Casa richiede a ogni uomo di assomigliare al Figlio unigenito, figli nel Figlio che ha amato gli uomini fino a dare la vita.

La donna samaritana non sapeva darsi una ragione. Era colma di stupore e si interrogava su colui che le aveva parlato di un’acqua viva che disseta per sempre, e aveva dimostrato uno sguardo così chiaroveggente da scoprire il suo passato. Gli aveva detto: sei un profeta! Aveva voluto evadere con la domanda sul luogo dell’adorazione, ma le girava dentro l’ interrogativo che poi esprime ai suoi concittadini: “che sia lui in Cristo?”.

Sì. In ogni fratello o sorella serviamo e amiamo Cristo, il Figlio. Papa Francesco dice che dobbiamo essere “persone anfore” per dare da bere agli altri: può essere una croce, ma quello è il luogo dove il Signore si è dato a noi come fonte di acqua viva.

Sr Rosaria Aimo, fsp