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Seguire il Buon Pastore (Gv 21, 1-19) IV^ domenica di Pasqua

aprile 25th, 2010

«L’Agnello sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque di vita».

«Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono».

La IV^ domenica di Pasqua, proprio per questi riferimenti al Buon Pastore, è detta domenica del Buon Pastore, e per l’analogia tra Gesù Buon Pastore e il sacerdote, pastore delle anime, è anche dedicata alla preghiera per le vocazioni, che in origine erano le vocazioni sacerdotali. Ora il concetto di vocazione si è ampliato: ogni persona ha la sua vocazione cui deve cercare di rispondere con generosità. Mi vien da dire, a margine, che è improprio dire che “preghiamo per le vocazioni”, anche se è entrato nel modo di dire corrente. Infatti sembra quasi che, dato il senso del termine “vocazione”, siano venute meno o quanto meno temiamo che siano venute meno le “chiamate”, mentre siamo più che sicuri che “l’Agnello” continua ad essere “Buon Pastore”, continua a “guidare alle fonti delle acque di vita”, a far arrivare la sua voce che chiama.

La preghiera allora riguarda le “pecore”, perché ascoltino, perché lo seguano. In altre parole pregare perché ogni persona accolga l’Agnello, Cristo Signore, come l’unico Buon Pastore; perché ogni persona si ponga in ascolto e sappia riconoscere la Sua voce in mezzo alle miriadi di voci più o meno suasive, più o meno seducenti; perché ogni persona sappia fare della propria vita una risposta personale alla chiamata personale d’amore che il Buon pastore le rivolge.

E’ quindi una preghiera universale quella cui siamo chiamati, che muove innanzitutto da noi stessi per noi stessi, un esame di coscienza personale: se nella mia vita sono io ogni giorno proteso e attento a cogliere la voce del “pastore” e a seguirla, oppure se do tutto per scontato; se la mia vita è intrisa di ascolto orante della Parola di Dio; se le azioni della mia giornata sono vissute come risposte alla proposta d’amore che l’Agnello mi fa.

C’è sempre, anche nella nostra preghiera, una tentazione in agguato e che è espressa nella prima lettura di questa domenica, là dove si parla di gelosia e di contrasti provocati. Dobbiamo vigilare sul pericolo dei monopoli che fanno sentire “altro”, “diverso”, “pericoloso”, chi cammina in modo diverso da noi. Guai a noi se ci facciamo “sobillatori” perché “ricolmi di gelosia”.

Vivere amando la “vocazione” di ogni persona, facendosi gioiosa proposta vocazionale, con lo stesso atteggiamento di Cristo, Buon pastore che «fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri» (Is 40,11).

Il contesto è sempre lo stesso: ama, sentiti amato e lasciati amare. Allora posso pregare per la mia vocazione e per ogni vocazione.

d. Ferruccio Cavaggioni
giuseppino del Murialdo
fcavaggioni@gmail.com

La globalizzazione dell’amore (Gv 21, 1-19). III^ domenica di Pasqua.

aprile 18th, 2010

Non è possibile tornare al solito trantran dopo che si è entrati in relazione d’amore con Gesù. Non ci è dato di “tornare a pescare”, come se niente fosse accaduto: è stato bello, ma adesso…

Gesù si fa presente sulla riva della nostra quotidianità così come si è fatto presente al tentativo di fuga nell’ovvio dei due di Emmaus, come ritorna per farsi presente alla diffidente assenza di Tommaso. Si fa presente per richiamarci alla nostra relazione con lui: “Mi ami?”. Se lo amiamo veramente, se ogni giorno decidiamo di amarlo, ogni giorno sarà nuovo, ogni giorno avrà ritmi nuovi, senso nuovo, gioia nuova. Niente più ci sarà di stancamente ripetitivo.

«Obbedire a Dio invece che agli uomini» sarà vissuto non più come un faticoso e rigido dovere, ma come un appagante e desiderato impegno. Saremo testimoni lieti di quei fatti, fatti di risurrezione che, grazie al nostro amore, continueranno a segnare di speranza la opaca storia di una umanità che sembra invece vivere segnata dalla disperazione.

L’amore ci pone tra quella “miriade di miriadi e migliaia di migliaia” che dicono a gran voce, con la loro vita: «L’Agnello che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore e benedizione».

Senza la relazione d’amore con il Cristo, ridestata ogni giorno nella preghiera, nell’ascolto della Parola, nell’Eucaristia, la nostra vita rischia di diventare pesca infruttuosa, insensata frenesia, frustrante e inutile fatica.

Solo se ogni giorno sappiamo dire con i fatti “Signore, tu sai che ti voglio bene”, diventiamo testimoni, segni, della sua presenza. Allora la storia così impregnata della presenza dell’Agnello immolato, avanza verso l’unica globalizzazione degna dell’uomo: la globalizzazione dell’amore. Storia sacra, storia di Alleanza.

d. Ferruccio Cavaggioni
giuseppino del Murialdo
fcavaggioni@gmail.com

Fiducia totalizzate nel Vivente (Gv 20, 19-31) – II Domenica di Pasqua

aprile 11th, 2010

Al centro della liturgia della Parola di questa II^ domenica di Pasqua si accampa l’affermazione dell’Apocalisse “Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi” (Ap 1,17-18).

Cristo con la sua Pasqua è diventato il Signore incontrastato della morte e ci fa balenare un orizzonte di speranza. Una speranza espressa anche nel brano degli Atti dove ci viene raccontato di folla che accorre portando carichi di sofferenza “e tutti venivano guariti”.

Vivere nella pasqua del Signore, vivere da risorti, vivere senza paure, nella gioiosa consapevolezza di essere per l’eternità (“Infatti la gloria di Dio è l’uomo vivente”, ci ricorda S. Ireneo), vivere accogliendo e solidarizzando chini sulle ferite di una umanità piagata e piegata, che ci chiede di essere noi segni di speranza! E’ questo il senso della esclamazione paolina “Cristo nostra Pasqua!”.

E’ questo ciò che provoca l’irruzione del Risorto dentro le mura dei nostri cenacoli, oltre le porte, sbarrate dalle nostre paure o dalle meschinità dei nostri cuori. Paure e meschinità che frenano i nostri slanci e i nostri entusiasmi; che ci impediscono di credere fino in fondo.

La fatica di credere in un Dio che si propone in modo nuovo ogni giorno!

Paure, meschinità, fatiche che alimentano il tommaso che è in noi e che ci fanno sempre “essere altrove”, quando il Signore si propone concretamente alla nostra vita, alla nostra giornata. Riusciamo sempre a opporre i nostri “se” e i nostri “ma” per sgusciare costantemente dentro i “nostri progetti, progetti più affidabili di ogni altra proposta.

Ma il Signore non demorde, pazienta,, si ripresenta, si ripropone. Tommaso esplode nella estatica esclamazione “Mio Signore e mio Dio”.

Mi nasce allora l’augurio pasquale: che nella nostra vita esploda la fiducia totalizzante e innamorata nel “Vivente” che vince tutte le paure, tutte le meschinità, tutte le fatiche e, così, perfino la nostra “ombra” si farà segno concreto di speranza realizzata.

d. Ferruccio Cavaggioni
giuseppino del Murialdo
fcavaggioni@gmail.com

Pasqua: esplosione di gioioso amore

aprile 4th, 2010

Le letture di questa domenica di Pasqua, attraverso l’annuncio gioioso della Risurrezione di Cristo, sembrano volerci suggerire un itinerario di fede e le conseguenze cui porta il credere: dalla sbigottita amarezza di Maria di Magdala, la quale scopre che il Signore non c’è più, alla consapevolezza gioiosa di Paolo che Cristo nostra vita è seduto alla destra di Dio, passando per la pensosa constatazione di Giovanni che vede e crede e la progressiva presa di coscienza di Pietro. Tutto questo mette in evidenza la gradualità e la fatica del credere. E’ necessario non accettare il “definitivo”: non possono esistere pietre tombali inamovibili; non ci è lecito vivere con il cuore definitivamente chiuso. Cristo non abita le chiusure, gli animi sigillati. “Aprite i vostri cuori a Cristo!” è stata una delle prime esclamazioni invitanti dell’indimenticato e indimenticabile Giovanni Paolo II. A partire dal cuore spalancato, Cristo va cercato ogni giorno, perché ogni giorno dobbiamo scoprire la sua gloriosa presenza nella nostra giornata. Altrimenti c’è il rischio di vivere vite vuote, fatte di assenza e di non consapevolezza. Noi invece siamo chiamati a vivere la presenza. Quante volte siamo tentati di chiedere a mo’ di denuncia: Cristo dov’è? Cristo è dove lo hai messo, o peggio dove è stato estromesso! Maria di Magdala ci insegna a cercarlo, a denunciare che l’hanno portato via, che l’hanno estromesso appunto. La nostra vita si fa allora corsa, in ricerca. Ma soprattutto si fa testimonianza, testimonianza del Risorto, sempre, ogni giorno cercato e ritrovato perché se cerchiamo con cuore amante, Lui si fa trovare: “Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino” (Is 55,6), è l’invito del profeta; infatti “Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il cuore; mi lascerò trovare da voi” (Ger 29,13-14). Ma testimoniare anche della nostra resurrezione, del nostro vivere da risorti, come ci esorta Paolo: annunciare e testimoniare che Cristo è nostra vita. Esplosione di gioioso amore. Buona Pasqua.

d. Ferruccio Cavaggioni
giuseppino del Murialdo
fcavaggioni@gmail.com

Storia di salvezza, storia d’amore – Venerdì Santo

aprile 2nd, 2010

C’è un grido nel racconto della passione, che echeggia ancor oggi: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato!”

E’ partito da una croce in cui il sofferente subisce talmente che si sente abbandonato dall’amore di Dio, e sente quindi l’ingiustizia di questa sofferenza.

Tutta la storia dell’umanità è attraversata da questo grido, perché tutta la storia dell’uomo è attraversata, è intrisa di sofferenza inspiegabile; ed echeggia ancor oggi perché ancor oggi c’è dolore, sofferenza ingiusta, inspiegabile. Quante crocifissioni ancor oggi! Lì dove un uomo soffre a causa della cattiveria, della violenza, odio, mancanza di rispetto da parte di un altro uomo, lì sta avvenendo una crocifissione: dai bambini orrendamente mutilati da guerre insulse e fratricide, dalle donne stuprate in tante pulizie etniche, dalle macerie sanguinanti dell’Iraq martoriato, dal rifiuto umiliante del vicino di casa, dallo squallore di chi vende il proprio corpo per sopravvivere, dalla disperazione in cui vivono tanti profughi e clandestini, il grido “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato!”

Dov’è questo Dio che lascia morire così suo figlio? Dov’è il suo amore? Perché questo silenzio angosciante?

Perché in questo nostro povero mondo c’è sempre meno posto per lui! Perché questo nostro povero cuore, intristito dall’egoismo, non riesce ad aprirsi al suo amore! Perché questa nostra povera vita, immiserita dentro gli angusti orizzonti dei nostri unilaterali interessi, non si propone generosamente come visibilizzazione del Suo amore!

L’amore di Dio è reso invisibile dalla nostra indisponibilità. Siamo tra quei giudei che guardano curiosi questa crocifissione, in attesa che tutto finisca, per vedere come finisce.

Eppure noi possiamo far cessare questo grido, rendendo presente, attraverso il nostro amore, l’amore di Dio. Noi possiamo, noi dobbiamo essere i Giuseppe d’Arimatea che schiodano i poveri cristi dalle loro croci. L’amore di Dio pervade il mondo perché l’amore dei cristiani, il nostro amore, impregna la storia. Non quindi il grido sconsolato “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”, ma la preghiera intrisa di coraggiosa speranza:

accanto alla mia sofferenza si chini il tuo amore, o Signore, reso visibile dall’amore di questi miei fratelli nella fede;

accanto alla sofferenza dell’uomo, si chini il tuo amore, o Signore, reso visibile dai miei gesti d’amore.

Allora la storia non sarà più uno scoraggiante elenco di prevaricazioni dell’uomo sull’uomo, ma potrà diventare storia di salvezza, storia d’amore.

d. Ferruccio Cavaggioni
giuseppino del Murialdo
fcavaggioni@gmail.com

L’amore che si dona Gv 13, 1-15 – Giovedì Santo

aprile 1st, 2010

Celebriamo oggi, giovedì santo, la memoria della istituzione dell’eucaristia e del sacerdozio. Grandi temi che hanno mosso la riflessione di secoli di storia della Chiesa, racchiusi in una miriade di volumi e di trattati.

Impossibile una sintesi. Per cui mi sento scusato se la mia sarà una semplice e schematica suggestione per accompagnarci in questo giorno.

“Fate questo in memoria di me”, rischia di essere una facile citazione a conclusione di un gesto tutto sommato reso innocuo dal ritualismo in cui spesso viene confinata l’eucaristia. Le nostre eucaristie peccano spesso proprio di questa mancanza di aderenza alla vita che invece aveva quella prima e unica “eucaristia”: Gesù si fa pane spezzato, dato, condiviso, non solo simbolicamente, ma realmente: il pane spezzato, il vino donato trovano la loro concreta conseguenza sulla croce: gesto sublime e definitivo di salvezza.

Il grembiule di cui si cinge Gesù, il suo chinarsi in ginocchio davanti a ciascun discepolo, il lavare loro i piedi: tutti gesti di amorevole servizio che preludono al grande dono dell’eucaristia e che trovano poi conferma nella passione, nell’offerta totale di se stesso al Padre sulla croce per…me.

Non è quindi possibile vivere veramente l’eucaristia senza il grembiule del servizio umile e forse umiliante, e senza le braccia stese a farsi carico, nella solidarietà, di tutte le sofferenze di una umanità che geme…

L’eucaristia è il fiore che sboccia dall’amore e amare si coniuga con i verbi servire, condividere, donare. La nostra vita mangiata dagli altri! Questo è “fate questo in memoria di me”.

  d. Ferruccio Cavaggioni
giuseppino del Murialdo
 fcavaggioni@gmail.com