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Mio Dio, Trinità che adoro

maggio 30th, 2010

 

“Benedetto Dio Padre, e l’unigenito Figlio di Dio e lo Spirito Santo: perché grande è il suo amore per noi”.

Così la Chiesa canta nella liturgia della solennità! Essa scandaglia e fissa lo sguardo sul grande Mistero del Dio unico, Comunione di Persone. Questo giorno è come uno sguardo retrospettivo su tutto quanto abbiamo celebrato, della nostra salvezza, nella Manifestazione del Signore, nella sua passione e morte, nella sua resurrezione. Tutto è opera congiunta del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, Dio che ama e salva l’uomo e tutte le cose.

 Questa solennità è entrata nella liturgia in epoca medievale, fu il papa Giovanni XII nel 1331 che la estese a tutta la Chiesa.

La liturgia della parola in questo ciclo “C” del Lezionario, ha come centro il Vangelo, tratto dai discorsi di Gesù nella Cena: Gv 16,12-15. Gesù costata che i suoi non possono comprendere tutto quanto egli ha detto e avrebbe da dire loro, promette lo Spirito Santo che li assisterà, li guiderà alla verità e insegnerà loro tutto quanto il Padre ha detto per mezzo suo: “Tutto quello che il Padre possiede è mio… lo Spirito prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà”.

La grande rivelazione è che lo Spirito ci fa conoscere l’amore paterno di Dio, ci fa conoscere che siamo figli!.

La prima lettura presenta la Sapienza che la lettura cristiana delle Scritture legge come profezia di Gesù Parola del Padre, per mezzo di lui e in vista di lui, tutto è stato creato e tutto in lui trova consistenza.

L’apostolo Paolo nella seconda lettura tratta dalla magistrale Lettera ai Romani, ci ripete come tutto venga dal Padre per mezzo di Gesù Cristo e che, nella nostra tribolazione siamo consolati dall’Amore che è stato riversato nei nostri cuori. Esso è lo Spirito, la Vita divina in noi, germe di vita eterna, nostra deificazione. Per lui possiamo dire: Abbà, Padre! Nel Figlio.

 Facendo il segno di croce o con la piccola dossologia: gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo, il cristiano professa la sua fede nell’unità e trinità di Dio, nella passione, morte e resurrezione del Figlio, ad opera del Padre, per la potenza dello Spirito Santo.

Mio Dio, Trinità che adoro…” (Santa Elisabetta della Trinità).

                                                                           Sr Cristina Cruciani pddm

Nello Spirito di Cristo (Gv 14,15-16.23b-26) Domenica di Pentecoste

maggio 23rd, 2010

Ed ecco la conclusione, il punto di arrivo, di tutti gli eventi che abbiamo celebrato fin dall’inizio, fin dall’Avvento: «Tutti furono colmati di Spirito Santo». Tutti siamo ricolmi dello Spirito Santo! E questo Spirito ci rende figli adottivi, per cui possiamo invocare Dio con il nome di “Abba, Padre”. Ecco ciò cui mira tutta la storia: dare ad ogni persona la consapevolezza di essere figlio-figlia di Dio. Questo è il miracolo che si compie con la venuta dello Spirito Santo nella nostra vita: ci costituisce in una sola famiglia, la Chiesa è la famiglia dei figli di Dio, famiglia di Dio: una famiglia che testimonia al mondo intero, a tutta la famiglia umana, che il tempo dei recinti è finito, che amare senza confini è possibile, che l’amore vince ogni divisione, che l’amore abbatte ogni steccato, supera ogni muro, mette in dialogo ogni diversità. La incomunicabilità che la egoistica superbia aveva provocato a Babele, viene distrutta a Gerusalemme; dal cenacolo l’uomo ritorna a comunicare con i suoi simili, qualunque sia l’origine di ognuno.

Pentecoste è l’irruzione dell’Amore che ci abilita ad amare, e se «uno mi ama ( e qui sta l’inghippo! Lo amiamo veramente?), osserverà la mia parola» (quale parola stiamo veramente osservando?). Ed ecco l’evento rivoluzionario: «Il Padre mio lo amerà!». Siamo amati dal Padre! Ma c’è di più: «Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui», che richiama Ap 3, 20 «Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me». La familiarità con Dio! Dia Padre, Dio Figlio, Dio Spirito abitano in noi, in me. Gioia immensa, ma anche impegno costante, senza termine, a essere testimoni gioiosi e impegnati di un Dio Amore, e quindi portatori di amore sempre, ovunque. Vivere da risorti, vivere da amati, vivere da abitati dall’Amore, significa vivere in modo che ogni nostro attimo di vita sia degno dell’eternità, sia cioè vissuto all’insegna dell’amore, perché alla fine ciò che rimane non è l’organizzazione, non sono le nostre opere, ce lo ricorda S. Paolo (1Cor 13,8), ciò che rimane per l’eternità è proprio l’amore («La carità non avrà mai fine»), l’amore che si dona, l’agape.

Usciamo allora dai nostri intimistici cenacoli per parlare il linguaggio universale dell’amore, per essere i profeti dell’unica globalizzazione veramente a favore della persona umana: la globalizzazione dell’amore.

d. Ferruccio Cavaggioni

giuseppino del Murialdo

 fcavaggioni@gmail.com

Andate, io sarò con voi (Lc 24,46-53) Domenica dell’Ascensione

maggio 16th, 2010

Domenica dell’Ascensione, domenica che ci pone con il naso e il cuore all’insù, ad accompagnare il Cristo con tutto il nostro essere di persone innamorate di questo Gesù che viene “portato su” ed entra “nel cielo stesso”, e ci lascia con una grande nostalgia, una intimidita speranza, ma anche un esistenziale impegno.

Contemplare Cristo che sale al cielo infatti non ci esime dallo scendere dal monte. E’ il rimprovero benevolo che ci rivolgono gli angeli: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?». Siamo risospinti verso la Gerusalemme terrena della nostra quotidianità, luogo della testimonianza, palestra dove esercitare la speranza senza vacillare, abitati dalla gioia e dalla lode, i due sentimenti che rendono credibile la nostra speranza. Perché solo così realizzeremo l’impegno, che ci ha affidato, di testimoniarlo fino ai confini della terra, al di là cioè di ogni limite determinato spesso dalle nostre strutture; al di là di ogni limite dettato dalle antipatie e simpatie nei confronti degli altri; ma al di là anche di ogni limite anagrafico: in questo impegno-mandato non c’è età di pensione.

Vivere da testimoni di Cristo risorto, significa vivere da risorti, dare alla nostra vita la valenza della conversione e del perdono, vivere cioè da convertiti perché perdonati e quindi vivere il perdono perché convertiti.

Scusate il gioco di parole che vuol semplicemente significare che perdono e conversione sono doni che si ricevono e, perché gioiosamente riconoscenti di questi doni ricevuti, li offriamo a tutti perché tutti possano fare la stessa gioiosa esperienza.

E con la gioia nel cuore ci predisponiamo ad accogliere lo Spirito che ci condurrà a vivere la entusiasmante avventura della testimonianza del perdono ricevuto e donato: comunità che vivono nel perdono, la festa Ascensione

d. Ferruccio Cavaggioni

giuseppino del Murialdo

 fcavaggioni@gmail.com

Meta: la Gerusalemme celeste VI^ domenica di Pasqua

maggio 9th, 2010

Anche in questa domenica al centro della scena c’è la contemplazione della Gerusalemme celeste, una città che trova nel Signore Dio, l’Onnipotente, e nell’Agnello, il suo tutto, la sorgente e il fine di tutto: il suo essere tempio, luce, gloria.

Ed ancora una volta la Gerusalemme celeste ci viene proposta come meta verso cui siamo incamminati, da raggiungere, situazione da realizzare. Il cammino presenta qualche indecisione dottrinale. Almeno questo sembra suggerire il brano degli Atti. Incertezza, indecisione che vengono superate con lo strumento del dialogo e della autorevolezza. L’autorevolezza non è da confondere con l’autoritarismo: l’autorevolezza ha la sua origine nella relazione d’amore fraterno, l’autoritarismo nel potere. Per questo l’autorevolezza sa entrare in dialogo fraterno, per aiutare, illuminare, guidare; l’autoritarismo impone, fagocita, spersonalizza l’altro: non c’è more, non c’è sincera e leale ricerca della verità, insieme. E’ quanto succede nella comunità cristiana descrittaci da Luca in questo brano: chi ricorre all’autoritarismo del “si è sempre fatto così”, per imporre lo status quo, l’immobilismo che dà sicurezza e chi invece sa essere autorevole per guidare i passi incerti della neonata comunità. Una comunità che fa riecheggiare al suo interno le parole di Gesù e cerca la strada, anche se non agevole, per viverle e approdare alla Gerusalemme celeste e, guarda caso, sono parole che dicono “ama”, che dicono “pace”, che dicono “gioia”, che dicono cammino nell’amore, nella pace, nella gioia.

Risorti!

d. Ferruccio Cavaggioni

giuseppino del Murialdo

 fcavaggioni@gmail.com

Comunità di risorti V^ Domenica di Pasqua

maggio 2nd, 2010

Il brano dell’Apocalisse che leggiamo oggi nella liturgia della Parola, ci introduce nella contemplazione della Gerusalemme celeste, del “come sarà”. E sarà tutto nuovo: non più lacrime, non più lutti, non più lamenti, né affanni; cieli nuovi, terra nuova: «Ecco io faccio nuove tutte le cose». Ma in che cosa consiste questa “novità”? La risposta ce la suggerisce il brano del Vangelo:«Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri».

E’ l’amore a fare nuove tutte le cose, a togliere da questo nostro mondo malato ogni male, a redimerlo. Gesù ci affida la sua cura: avere amore gli uni per gli altri. Ma non ci dà solo il comando, ci dona anche la forza per poterlo attuare: ci abilita. «Come io ho amato voi» non è solo il metro di misura con cui ci è chiesto di amarci, che poi sta ad indicare che non c’è misura, visto che Lui ci ama di amore infinito (torna l’espressione: la misura dell’amore è amare senza misura!), ma quel “come” è anche, come dicono gli studiosi, generativo, cioè genera in noi l’amore. Sarebbe come dire: E’ l’amore con cui io vi ho amato, che dà a voi la capacità di amarvi oltre ogni limite. E’ questa la strada attraverso cui arriveremo alla meta: la Gerusalemme celeste dove la nostra gioia sarà piena.

Ma amore fa rima non solo con cuore, la gioia non è fatta di “ebetudine”. Paolo e Barnaba ce lo richiamano senza tanti giri di parole: “Dobbiamo entrare nel regno di Dio, attraverso molte tribolazioni”! L’amore non ci esime dalla croce.

Senza voler banalizzare, ma cercando di concretizzare con una rapida applicazione alla nostra vita: vita fraterna in comunità, comunità quindi che vivono nell’amore fraterno, che fanno della relazione d’amore fraterno il senso gioioso del loro essere consacrati. Solo così si è profezia della Gerusalemme celeste, senza paura delle tribolazioni, ma “saldi nella fede”, impegnati ad essere dono l’uno per l’altro perché affidati tutti al Signore nel quale abbiamo creduto.

Allora siamo comunità di risorti! Allora è Pasqua vissuta e testimoniata.

d. Ferruccio Cavaggioni

giuseppino del Murialdo

 fcavaggioni@gmail.com