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La Domenica “della fede”

settembre 29th, 2010

27ª  domenica T. Ordinario  3 ottobre 2010

 Ab 1,2-3; 2, 2-4  – Salmo 94 – 2 Tm 1,6-8.13-14 – Lc 17, 5-10

Affacciarsi sull’orlo del pozzo delle Scritture scelte e proposte dal Lezionario in questa domenica prima di ottobre, come sempre affascina e incute timore. L’Antifona per l’ingresso della stessa Liturgia odierna esprime la nostra meraviglia adorante ed umile: “Tutte le cose sono in tuo potere, Signore, e nessuno può resistere al tuo volere. Tu hai fatto tutte le cose, il cielo e la terra e tutte le meraviglie che vi sono racchiuse; tu sei il Signore di tutto l’universo” (Est 13,9.10-11). Il testo è tratto dal Libro biblico di Ester, è la sua preghiera nella grande angoscia, può essere la lode a Dio all’inizio dell’omelia o della lectio divina. Con questo però è come se la Chiesa ricordasse che nella Messa tutte le creature sono con noi nell’atto più alto, umano e divino insieme che accade sulla terra, nella risposta di amore all’amore di Dio che si manifesta.

Il Vangelo che appunto costituisce il nucleo centrale della proclamazione delle Scritture nella liturgia, è parola di vita, sacramento di salvezza. Dalla XIII domenica, nel racconto dell’evangelista Luca, stiamo seguendo Gesù che sale a Gerusalemme; la sezione si concluderà con la XXXI domenica, il 31 ottobre prossimo. Lungo il cammino il Signore istruisce le folle e i suoi discepoli sul Regno di Dio; egli presumibilmente sta attraversando la Samaria (cf i capitoli 17-19). Nel brano odierno, Lc 17,5-10, oltrepassiamo alcuni versetti sull’inevitabilità degli scandali e la correzione fraterna, e ascoltiamo una domanda-supplica degli apostoli: “Accresci la nostra fede”.

La risposta Gesù la trae da immagini del campo, dagli arbusti di senape che crescono spontanei e si moltiplicano dato che il vento sparge il seme, piccolo e quasi invisibile. Il seme è il più piccolo, ma ha una grande potenza di vita racchiusa all’interno, l’albero che ne nasce cresce robusto, frondoso, pieno di bei fiori gialli e ricco di semi; e offre riparo agli uccelli.

La fede dunque, secondo Gesù è come un seme di vita, può essere piccola, ma la sua forza è grande. Che cosa dunque è la fede secondo Gesù se è capace, secondo lui, di operare un trapianto agricolo incredibile: sradicare un gelso possente e trapiantarlo in mare, in luogo di salsedine dove, di per sé, nessuno può vivere! (cf Salmo).

Occorre richiamare la lettura che della fede dei padri fa la Lettera agli Ebrei in un quadro commovente e intenso (cf Eb 11): la fede che animò Abramo, quando uscì dalla terra sua senza sapere dove andare e divenne nomade, quando offrì Isacco al Signore e credette che Dio può risuscitare anche i morti; la fede di Mosè, profeta e maestro grande, quando innalzò il bastone e colpì il mare che si aprì, quando con esso colpì la roccia per dissetare il popolo, quando salì sul Sinai per parlare con Dio faccia a faccia e mediò l’alleanza tra Dio e il popolo suo. Gli stessi Profeti, grandi in Israele, operarono prodigi per la loro fede e fedeltà al Signore. La fede, da questi esempi, possiamo dire che è rispondere e aderire con amore a Dio che chiama a sé per i fratelli. Essa per sua natura è dono gratuito, donato a tutti affinché sia accolto. Occorre corrispondervi totalmente. La vita allora diventa tutta un prodigio. La fede interpella però la libertà della persona ed allora c’è la triste possibilità del rifiuto. Essa è dono totalmente gratuito, e dunque chi la riceve è disposto a dare gratuitamente; è un rapporto filiale, una scelta di libertà. Per questo Gesù spiega servendosi della parabola del servo che compie la volontà del padrone; quando ha finito il lavoro dei campi egli deve ancora servire il padrone di casa senza che questi sia tenuto ad essergliene grato. La parabola non è un contorto discorso teologico ma un insegnamento simbolico efficace.

Il servo che serve, ha accettato il dono! E’ già dono poter servire! Chi poi si è posto in questa linea non può contrattare il quanto dare. Egli dà, con gioia, tutto. E quando ha dato tutto gli resta la gioia di aver esattamente fatto ciò che gli era chiesto e che lui, in una adesione libera, di amore, generosa e gratuita aveva accettato di fare. Quasi che la ricompensa sta nel fatto di averlo potuto fare, per grazia.

Dio non è un padrone esigente e tiranno, Egli per primo ha fatto così: si è messo a servire gli uomini, per amore, quando erano peccatori e nemici. Ha dato tutto! Ha dato il Figlio. “Il Figlio dell’uomo, venuto non per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (cf  Mt 20,24-28; Mc 10,41-45; Lc 22,24-27), venne trattato come un servo inutile, un “inutile Messia”, quando il suo popolo gridò: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi” (Lc 19,14) o: “Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare” (Gv 19,15). Egli continua ad essere trattato come tale da chi anche oggi viene deluso dalla salvezza che egli offre, il perdono dei peccati (cf Lc 24, 47), e ne cerca un’altra migliore, o almeno più completa e più adatta all’uomo moderno. Anche la Chiesa è considerata una “serva inutile” del mondo, da chi non s’intende d’altro se non di pane, di pubblicità e di potere (cf Mt 4,1-11; Lc 4,1-13).

Guai a noi se, stanchi della nostra “inutilità”, ci facciamo sedurre da altri “servizi utili”, ben rimunerati e rispettati,e più consoni alla “nostra dignità”! Se avessimo umiltà del cuore quanto un granellino di senapa! (cf Colletta, per l’anno C) (F. Rossi de Gasperis).

La mentalità del mondo è una grande tentazione per noi tutti, essa è contro il Vangelo.

Il profeta Abacuc (cf I Lettura Abac 1,2-3; 2,2-4), contemporaneo di Geremia, annunciava la catastrofe che si sarebbe abbattuta su Gerusalemme; suo malgrado deve proclamare: “violenza!” e Dio sembra non sentire, è lontano, non interviene a salvare… la risposta del Signore è un invito alla fede incrollabile: E’ una visione da incidere perché non si cancelli più e venga letta e riletta; se la promessa tarda, occorre attendere perché verrà e si avvererà. Questa è la forza che fa vivere il giusto che spera nel Signore. Egli anche nelle avversità, rimane saldo, perché si fida e si affida al Signore perché quanto ha promesso egli lo porta indefettibilmente a compimento. Nel caso del profeta è l’avverarsi della speranza del ritorno che rincuora coloro che adesso debbono essere messi alla prova dalla sciagura e dalla rovina di Gerusalemme.

Il Giusto vive per la sua fede! Al profeta fa eco San Paolo nella Lettera ai Romani (Rm 1,17) e nella Lettera ai Galati (Gal 3,11); l’espressione torna anche nella Lettera agli Ebrei (10,38). La fede è dono divino, è Vita divina concessa agli uomini fedeli. Essa non è solo assenso intellettuale a verità astratte; è adesione incrollabile di amore, è amore e perciò libero, liberante, esigente. E’ fiducia totale nel Signore, fa attendere nella pazienza che le Realtà divine promesse si manifestino e si adempiano, specialmente nelle situazioni che appaiono disastrose nella vita umana. Senza la fede è la morte.

La Lettura dell’Apostolo (2 Tim 1,6-8.13-14), torna sul valore e la forza della fede. Al suo giovane collaboratore Paolo ha affidato grandi responsabilità, egli deve fare affidamento sulla forza dello Spirito ricevuta, come mandato, nell’imposizione della mani da parte dell’Apostolo: lì, Timoteo, ha ricevuto il dono da tenere sempre vivo e da vivere senza timidezze, senza vergognarsi del Vangelo che può anche condurre in catene o al martirio. Norma dell’apostolo è la fede nella forza della Parola di Dio e la fedeltà al deposito che gli è stato trasmesso: questo è il bene prezioso imparato dalla testimonianza e dall’amore dello stesso Apostolo.

La fede, dice la Lettera ai Romani ( Rm 10,17), viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo; la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede; tutti coloro che hanno creduto, hanno visto l’invisibile come visibile perché l’invisibile è reale (cf Ebr 11,1-40). 

 Sr Cristina Cruciani pddm

La Domenica “del ricco e del povero”

settembre 22nd, 2010

Am 6,1a.4-7; Sal 145,7-10; 1 Tm 6,11-16; Lc 16,19-31

Loda il Signore, anima mia.

Davvero l’amore di Dio è immenso e meraviglioso! Gesù doveva amare molto i farisei e per questo con severità li correggeva, cercava di aiutarli a non restare nell’inganno di una falsa religione e santità. L’insegnamento è diretto ai farisei perché Gesù si trova ancora a casa di uno dei loro capi nel pranzo del sabato; egli sta “spezzando” la Torah, sta portandola a compimento, non ne annulla neppure uno iod!

Il brano che la liturgia propone è Lc 16,19-31, una parabola! Con tale racconto Gesù, come Natan (cf 2 Sam 12,1-14), vuole indurre i presenti e noi a disapprovare il ricco che accumula, per dire poi: tu sei quell’uomo! Forse nei pressi della casa dove si trova Gesù c’è qualche palazzo di ricco che veste porpora e bisso, vesti di chi non fa il lavoro pesante dei campi, e passa da una festa all’altra. Alla sua porta sta Lazzaro, il mendicante conosciuto ed aiutato dal Signore. Il suo nome vuol dire “Dio aiuta”.

I poveri sono un dono, un richiamo e un aiuto del Signore, specialmente quando sono sempre lì, sulla porta dove necessariamente passiamo e non possiamo fare a meno di vederli e così non dimentichiamo. Oltre al povero ci sono pure i cani, i pagani, gli extra… e, a volte, tra disgraziati si aiutano. Non accade sempre questo ma allora la parabola si può adattare e vale ugualmente!

Il problema è la morte! Questo tempo, l’opportunità che ci è data con la vita, finisce, poi non si può più operare. Chi non ha preparato le “dimore eterne”, il seno di Abramo che lo accolga, finisce nella fiamma della tortura.

Dove s impara ad evitarla? nell’ascolto delle Scritture: lì è indicata qual è la via della vita e quella della morte; Mosè e i Profeti hanno cercato di accendere la fiamma dell’amore del Signore che tortura facendo vedere le necessità del fratello per poi vivere in eterno nel “riposo” di Dio. “Chi dona al povero fa un prestito al Signore” (Proverbi 9,17). In realtà il “Povero” che aiuta è Dio stesso che si è fatto povero e si fa povero nei poveri gettati alle nostre porte, speriamo che i nostri occhi non si aprano troppo tardi per vederli. Se non si ascoltano le Scritture non si sa essere attenti ed imparare quello che si deve operare, né si impara a leggere gli avvenimenti straordinari, come la stessa resurrezione dai morti. Senza conoscere le Scritture non si può credere e riconoscere neppure Gesù Risorto!

 Ci sia permesso aggiungere quello che ci pare di leggere in tutti questi testi letti nelle ultime Domeniche: la Scrittura è il vero libro o manuale di morale per il credente in Gesù. Non fa casistica ma progressivamente scava e scandaglia il nostro cuore e fa venire alla luce le radici del male di cui il nostro comportamento è solo indice. La lettera di Giacomo lo esplicita bene, invitiamo perciò a leggere i capitoli 3, 4 e 5: “da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi?… bramate e non riuscite a possedere, perciò uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra!” ecc.

Il profeta Amos nella prima lettura (Amos 6,1a 4-7) profetizza la rovina dei ricchi stolti che chiudono gli occhi sulle necessità degli altri; la rovina piomberà su loro nella forma dell’esilio, che è la stessa realtà della fiamma che tortura.

Il Salmo ricorda con insistenza litanica che cosa fa Dio per chi è in varia maniera povero e in necessità. La fede dell’uomo di Dio si manifesta nel suo operare secondo il frutto dello Spirito (cf Gal 5,5) e nella perseverante testimonianza resa a Gesù

Nella seconda lettura (1 Tm 6,11-16) Paolo raccomanda al suo discepolo di custodire il “mandato” ricevuto sino al giorno della manifestazione del Signore, amato ed atteso, non temuto, del tutto altro che non si lascia racchiudere da nessuna sapienza umana.

 Cristina Cruciani pddm

La Domenica “della prudenza”

settembre 16th, 2010

Am 8 4-7; Sal 112,1-2.4-8; 1 Tm 2,1-8; Lc 16,1-13

 Benedetto il Signore che rialza il povero

Nella “salita” verso Gerusalemme Gesù abbonda d insegnamenti salvifici, insiste sulla povertà, lo spogliamento e l’uso delle ricchezze. La comunità di Gesù non è fatta solo di poveri materialmente ma il problema è l’uso buono o malvagio dei beni. Nella tradizione della Chiesa produrre beni e amministrarli secondo l’insegnamento del Vangelo ha permesso di soccorrere i poveri ed elevare la loro condizione eliminando le ingiustizie. Il Vangelo non è per principio contrario alle ricchezze ma all’uso egoistico, accaparratore e sfrenato di esse.

Oggi il Lezionario legge Lc 16,1-13, una parabola che finisce in maniera paradossale con una lode all’amministratore disonesto. Dopo averla ascoltata bene, la ripercorriamo collegandola al contesto dell’insegnamento di Gesù. È l’intelligenza applicata alla disonestà! è questa intraprendenza che è lodata dal padrone e che fa costatare tristemente a Gesù che i figli dell’iniquità sono più abili e intelligenti di quanto dovrebbero esserlo i figli della luce per procurarsi il bene sommo che è il Regno di Dio, i “tabernacoli” (= capanne!) eterni dove qualcuno li accolga.

Occorre essere accorti, non stolti. La parabola odierna è raccontata ancora nel contesto del pranzo a casa del fariseo e precede quella del ricco e del povero. Gesù nelle parabole del capitolo 15, ha spiegato com’è il Padre, l’amministratore tenta di fare un po’ come il Padre cominciando a donare e a condonare il debito; per questo tentativo è lodato da Gesù e posto in contrapposizione con il seguente ricco stolto che si dà ad accumulare. I beni materiali sono un dono, sono infatti del Signore: all’uomo sta amministrarli bene, cioè condividerli con i fratelli. È il senso del Giubileo, che è condizione per rimanere nella terra promessa, sempre donata e sempre ricevuta, insieme con tutti i fratelli. C’è solo questo breve tempo per assicurarsi il futuro. La parabola intende indurci ad imitare la misericordia del Padre perché solo questa apre le “dimore eterne”.

La fedeltà nel poco è la saggia amministrazione dei beni di quaggiù condividendoli ed è la condizione per cui ci sia affidato il “molto”, la ricchezza vera e nostra. Il brano odierno termina poi con l’invito a non porre altre signorie accanto all’unico Signore. Dio e le ricchezze, come padrone che schiavizzano nelle spire dell’egoismo e dello sfrenato accumulo, sono all’opposto. Non si può essere del Signore e contemporaneamente nel peccato. I beni sono utili nella misura in cui aiutano a vivere in maniera saggia, amando Dio e i fratelli. C’è un versetto che non è incluso nel testo liturgico: i farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltando tutte queste cose si beffavano di lui… Certo non è cosa possibile alle sole forze dell’uomo: però egli deve decidersi per il Signore nei fatti, nelle opere. Non può stare nel compromesso, nell’inganno e nella menzogna.

La parola del Signore è severa e giudica l’uomo, lo aiuta a fare verità; così la prima lettura, tratta dal profeta Amos (8,4-7), mentre dice una situazione del tempo del profeta, aiuta noi oggi a chiamare con il proprio nome ciò che sta nel nostro cuore e che il Signore conosce: qual è il vero movente delle mie azioni malvagie e perché io non continui a credermi ancora libero e servo del Signore mentre sono in balìa dei mie capricci, compromessi, egoismo, cattiverie…! Potrei rileggere i sette vizi capitali: tutti mi abitano: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia! Se voglio davvero che il Signore sia il mio Signore, scegliete oggi chi volete servire diceva Giosuè al popolo (cf Giosuè 24,15). Scegliere il Signore è lasciare che egli tolga alla radice il mio peccato e mi salvi! Uno salvato, per farci un’idea, è come uno che era praticamente annegato nelle acque di un gorgo che lo inghiottiva, ma è sopraggiunto uno forte che lo ha afferrato e tratto fuori dalla morte che già l’avvolgeva. Il peccato non è piccola cosa, non si può scherzare con esso, né tardare o rimandare troppo la conversione: potremmo non avere più tempo.

Il Signore prende le difese del povero, dice il Salmo responsoriale tratto dal Salmo 112; Egli ricorda le opere dei malvagi e fa giustizia per il povero. Il fratello allora è un’opportunità per me in quanto può aiutarmi a scrutare il cuore e liberarlo dall’egoismo che lo abita.

La seconda lettura (1 Tm 2,1-8) nel contesto odierno è da leggere come un invito all’universalità nella preghiera; il contesto delle altre letture orienta a leggervi nuovamente l’invito alla misericordia e all’apertura a tutte le necessità dei fratelli, a fare il vero “Giubileo” e a chiedere ed operare per la salvezza di tutti perché così vuole il Padre. Egli vuole che tutti giungiamo alla conoscenza della verità, cioè dell’amore senza misura di Dio, in Cristo Gesù, e possiamo “conoscere”, perché questa è la “vita eterna”, l’unico vero Dio e colui che egli ha mandato, come unico mediatore, Gesù Cristo (cf Gv 17,3!). La Chiesa non ha altro da bandire al mondo! L’apostolo dunque vuole quello che vuole il Padre: che tutti gli uomini diventino un’offerta santa (cf Rm 15,16 e 12,1-3) offrendo se stessi in sacrificio spirituale, santo e gradito a Dio. Questo è propriamente lo scopo dell’evangelizzazione che passa necessariamente anche attraverso la condivisione delle ricchezze e dei beni della terra tra i fratelli.

Cristina Cruciani pddm

La Domenica ” del Padre misericordioso”

settembre 8th, 2010

Es 32,7-11.13-14; Sal 50,3-4.12-13.17.19; 1Tm 1,12-17; Lc 15,1-32

Ricordati di me, Signore, nel tuo amore.

Siamo nel capitolo 15 dell’Evangelo secondo Luca che subito conosciamo come il testo che “evangelizza” la misericordia immensa di Dio. La liturgia propone l’intero capitolo. Il motivo delle altre parabole che sono solo lucane è detto nei primi versetti: «Si avvicinarono a Gesù – che è ancora a tavola a casa del capo dei farisei – tutti i pubblicani e i peccatori», la gente più emarginata, bollata e condannata dalla società “bene” che mormora di Gesù perché si fa loro vicino e li accoglie. Gesù è venuto per questo e se non si “sporca” lui con i peccatori chi potrebbe farlo?

Le tre parabole allora sono volte a mostrare com’è Dio e come agisce verso tutti quelli che sono peccatori; sono esclusi quelli che si sentono giusti! Si fa festa in cielo per te! oggi! Annunciarlo a chi è talmente avvolto nel peccato che non spera più, anzi, ha ribrezzo di sé, odia perfino se stesso, può essere la notizia più sconvolgente che gli cambia la vita. Ci si può soffermare a contemplare il pastore, la pecora che si allontana e si perde, le altre pecore nel “deserto”, la gioia condivisa con gli amici e i vicini; e la donna, buona amministratrice della casa (cf Proverbi 31) che perde la moneta su cui conta per i suoi, la ricerca, la gioia anche qui condivisa!

Infine, il Padre e i due figli! L’amore del Padre accetta e sopporta che, nella sua libertà, il figlio più giovane si allontani; c’è tutta la sofferta coscienza di chi sa a che cosa va incontro, eppure lo lascia andare, non si può costringere ad amare! Qualcuno di noi forse avverte che per lui è bene soffermarsi a considerare la vicenda del figlio lontano da casa. Un nostro amico, che è incappato in una setta ed è stato vario tempo lontano dalla Chiesa, racconta come abbia provato che uno può essere assalito da tutti: falsi amici, profittatori… ti distruggono tutto, non solo i beni ma anche la famiglia, le capacità e infine anche la vita. Fuori della casa paterna non si è più protetti contro nulla.

Chissà, forse per la preghiera di una sconosciuta e anziana monaca, o di un bambino o di quelle mamme e nonne che in tutte le nostre parrocchie, ogni giorno, dicono il Rosario e pregano nelle lunghe ore delle loro giornate, il fratello perduto ha il pensiero che lo salva: mi alzerò e tornerò da mio padre e gli dirò…

Il padre non ha mai smesso di amarlo e di attenderlo e se si occupa del figlio perduto, anzi morto, non è che ami meno chi sta sempre con lui. Il padre conosce fino nelle profondità il male, le vicende, le motivazioni e il suo perdono previene, risana, anzi crea, sicché la condizione è stupenda, regale! L’abito, i calzari, l’anello, il banchetto, le danze, il vitello grasso.

Mentre scriviamo il cuore si commuove fino alle lacrime e pensiamo all’icona della Santissima Trinità del santo Andrej Rublev: sulla mensa, tra i tre Angeli, nella coppa, c’è la testa di un vitello, quello che il padre ha sacrificato per il figlio perduto, morto e tornato in vita. È un banchetto di nozze! l’umanità sposa, rivestita di vesti splendenti, è pronta come una sposa per lo sposo. Ci sono le invidie di chi giudica i peccatori e non fa nulla per essi, anzi gode della loro perdizione. Qualche volta capita davvero di provare una sorta di compiacenza a parlare delle sconfitte e dei peccati degli altri: io mio fratello spesso non lo voglio! non voglio che torni a casa! non voglio il bene che può e sa fare! perché, dice la Scrittura, la buona condotta di chi è diventato giusto è giudizio di condanna per me. È questo il motivo per cui i profeti, i santi sono scomodi e spesso sono eliminati. Questo fratello a casa, che sono io, spesso è un omicida nel cuore.

Nessuno pensi che il fratello maggiore sia solo Israele, in parte sì, ma questo fratello sta tra noi, in noi e nelle nostre comunità fatte di osservanze esteriori che mettono a tacere la coscienza, pagano al Padre ciò che credono gli sia dovuto, ma il cuore è lontano da lui, anzi non ci sta bene il suo comportamento. Sono questi i cuori e le coscienze di chi forse non ha conosciuto la gioia del perdono, non sa quanto è buono il Padre! Come il pane, come l’acqua quando si muore di sete, come l’abbraccio gratuito e disinteressato allorché non si era mai provato l’amore. Chi non si sente peccatore non sa queste cose. Dio le ha già fatte per noi, nel Battesimo, nell’Eucaristia e poi tante volte!…

La prima lettura (Es 32,7-11.13-14) mostra uno che non è geloso, perché ha imparato com’è Dio, anzi Dio lo ha plasmato e se l’è fatto come sua viva immagine per il popolo: Mosè. Solidale con il popolo, Mosè rinuncia ad essere salvo da solo; o con questo popolo o niente, distruggi anche me! Proprio come farà Gesù per noi. E Mosè ricorda a Dio chi è e che cosa ha promesso, egli che è giusto e non cambia, come gli uomini che fanno promesse e poi dimenticano. Lo canterà Zaccaria sacerdote alla nascita di Giovanni il Precursore: Benedetto Dio d’Israele… si è ricordato della sua alleanza e della promessa fatta ad Abramo… Quando Dio guarda se stesso fa ed è solo misericordia, cioè amore che muore per far vivere l’amato.

Le parole più adatte per chiedere misericordia le mette sulle nostre labbra il Salmo, come accade sempre; il Salmo responsoriale è parte del Salmo 50.

La seconda lettura (1 Tm 1,12-17) esplicita con le parole stesse e l’esempio di Paolo quello che abbiamo detto. Paolo conosce la misericordia del Signore: è un salvato, un perdonato.

 Sr Cristina Cruciani pddm

La Domenica “del discepolo e della croce”

settembre 1st, 2010

Sap 9,13-18; Salmo 89, 3-4, 5-6, 12-13,14,17; Fm 9b-10.12-17; Lc 14,25-33
Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione

 Mentre è in cammino, nella lunga salita verso Gerusalemme, Gesù va ammaestrando le folle che vanno con lui, con i suoi discepoli e i Dodici (cf vangelo odierno: Lc 14,25-33). Prosegue la lunga lezione iniziata a pranzo, a casa di un capo di farisei. Il Maestro scruta le coscienze: che s’aspettano quelli che gli vanno dietro? perché lo seguono? Egli, che è la Verità, vuole che anche i suoi discepoli siano veri, guardino nel proprio cuore e vedano qual è il vero motivo che li spinge a camminare con Gesù. Vuole anche che sappiano ciò che li aspetta e dove vanno a finire.

Dopo il discorso della porta stretta, della scelta dei posti e degli invitati, c’è il brano, che non è stato letto nella liturgia, degli invitati che non accettano l’invito alle nozze perché occupati in altro. Gesù aiuta e guida a saper scegliere, a venire alla verità, ad essere liberi, leggeri, piccoli! Si va con Gesù perché egli è più e prima, di ogni altro affetto e legame. La propria croce poi non è qualcosa da subire e sopportare, come normalmente pensiamo: essa è quella porzione di obbedienza filiale da vivere con gioia e amore che ci è chiesta per dare, con dignità e responsabilità, il nostro contributo alla salvezza del mondo. In sostanza occorre entrare nei sentimenti che furono in Cristo Gesù che amava perdutamente il Padre il quale voleva che tutti gli uomini fossero salvi e per questo Gesù ha offerto con gioia filiale la sua vita. Ce lo insegnano i Salmi, i Profeti e tutte le Scritture; ce lo spiega la lettera agli Ebrei!

San Paolo spiega la croce  dicendo: completo nella mia carne ciò che manca alla passione di Cristo in favore del suo Corpo che è la Chiesa (cf Col 1,24), cioè dico il mio sì con quello di Gesù alla volontà salvifica del Padre ed allora quelle che sono le sofferenze normali della vita di un uomo e di una donna e quella che è la lotta al peccato, che è la mia croce, diviene la maniera con cui vivo, nell’amore filiale, con la forza dello Spirito, il contributo da dare alla salvezza del mondo, con e in Cristo Gesù.

La domanda che bisogna porsi come fa chi deve costruire una torre o fare una guerra è: quanto ci vuole, quanto mi chiede? cioè: quanto sono disposto a investire, cioè a perdere? se tutto, come Gesù, allora posso proseguire ad andarGli dietro e posso essere discepolo. Allora comincerò ad essere discepolo e uomo! – scriveva il vescovo Ignazio d’Antiochia ai Romani, – quando sarò puro grano macinato dai denti delle belve… per essere pane buono impastato da quell’acqua pura che mormora in me…”vieni al Padre”, cotto dallo stesso fuoco dello Spirito che aiutò Gesù a divenire tale! (cf Ufficio letture del lunedì-martedì della 10ª settimana del T.O.).

Il sale che preserva dalla corruzione e rende gradevole il sacrificio su cui viene sparso (cf Lv 2,13) sono allora i discepoli, per l’offerta di tutti gli uomini e del mondo.

Del tutto semplice e logica appare allora la prima lettura (Sap 9,13-18). Non è la cultura pagana che dà salvezza, ma il possedere una risposta per le domande fondamentali dell’uomo: da dove vengo, dove vado, perché esisto?… Conoscere ciò che è gradito al Signore è vera sapienza. Non solo questo ci è stato rivelato, ma abbiamo visto un uomo che lo ha compiuto e dunque adesso farsi suoi discepoli è l’unica sapienza.

Così con il Salmo responsoriale chiediamo la sapienza del cuore, concretamente il dono dello Spirito che ammaestra, conduce e dona forza come ha fatto con l’uomo Gesù. Lo Spirito è stato dato nel Battesimo, nella Cresima, in ogni Eucaristia e sacramento ricevuto, è possibile dunque entrare nell’obbedienza di Gesù. È richiesto soltanto che siamo immersi in una continua preghiera (cf Eb 5,7), come Lui, per poter essere esauditi e portare fino in fondo la nostra croce.

La seconda lettura, tratta dal minuscolo capolavoro che è lettera a Filemone (Fil 9b-10.12-17), apre uno spiraglio sulla pedagogia di san Paolo che mira a far crescere nella libertà, propria di adulti nella fede, i cristiani da lui evangelizzati. Il discorso è molto chiaro e dal punto di vista umano Filemone ha tutte le ragioni e la possibilità di agire come crede meglio. Per i cristiani però ormai il criterio è un altro; esattamente l’opposto del mondo, quello stesso che ha seguito Dio chinandosi sull’uomo. Ormai il discorso è: sì… ma! giustizia sì, ma … non con i criteri del mondo. È evidente come anche questo testo s’inserisca bene nel discorso fatto sopra.

Con l’invocazione dolcissima del Padre, al termine del nostro ascolto-contemplazione ripetiamo la preghiera Colletta: “O Padre, che ci hai donato il Salvatore e lo Spirito Santo, guarda con benevolenza i tuoi figli di adozione, perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l’eredità eterna”. Amen.

 Sr Cristina pddm