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La domenica di Zaccheo

ottobre 28th, 2010

31ª domenica T.Ordinario – 31 ottobre 2010

Ci siamo lasciati alle porte di Gerico, la scorsa domenica, con l’accenno alla guarigione del cieco, oggi seguiamo Gesù che entra nella città e l’attraversa, dice il testo, come in una azione prolungata, come un atto che segna la città, come salvezza che l’attraversa.

Attorno al Maestro una gran folla.

E c’è un uomo, un capo dei pubblicani che vive e prospera a Gerico; egli è capo degli esattori delle tasse, connivente con l’oppressione romana perciò odioso ai concittadini, un ladro arricchitosi vessando gli altri. Il suo nome è Zaccheo che se si fa derivare da Zakkaj vuol dire “puro”, come dire santo! Ma può anche derivare dalla radice Zakar = ricordare.

E’ un uomo inquieto, si porta dentro un grande desiderio: vedere chi è Gesù. E’ piccolo, tra la folla rischia di essere travolto e non vedere il Rabbi che passa per le strade della sua città. Potremmo dire che in realtà non è per primo Zaccheo che vuol vedere Gesù, è Gesù che è lì per vedere Zaccheo, infatti arrivato sotto il sicomoro dove si trova lui, alza gli occhi e lo vede: Zaccheo, presto, scendi perché oggi bisogna che mi fermi a casa tua!

Quello che sta dietro a questo detto di Gesù è un immenso dono per l’umanità tutta, per ogni uomo!

In Gesù è Dio che è venuto a cercare l’uomo per entrare nella sua casa, per fare comunione di vita con lui: “Ecco, sto alla porta e busso, se uno mi apre, cenerò con lui ed egli con me, verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.” Dio vuole dimorare con l’uomo, ma anche l’uomo ha nostalgia di Dio ed è capace di Dio. I due sono fatti l’uno per l’altro.

A Zaccheo accade più di quanto egli sperasse e pieno di gioia accolse Gesù in casa sua; apre la sua casa e soprattutto il suo cuore. La prontezza e la gioia caratterizzano questo incontro, come se fosse stato atteso da tempo e finalmente realizzato, come se si compisse l’attesa di secoli c’è qui una umanità che accoglie il Signore. L’incontro è una benedizione, la salvezza entra nella casa e l’ospite lascia un segno indelebile: il cuore di Zaccheo è cambiato. Da ricco che era si fa povero, l’incontro con Gesù lo determina a ristabilire davvero la giustizia.

Ponendosi in piedi, come per un atto di culto, una preghiera e una consegna, stando dinanzi a Gesù, lo chiama Signore e gli confessa quanto ha deciso nel suo cuore, si fa discepolo. Proprio allora, in quell’ oggi! Si fa salvezza per quella casa. Noi immaginiamo la gioia di quell’uomo che si sarà sentito alleggerito da ogni peso.

Ci viene in mente la famosa “notte dell’Innominato” nel capolavoro manzoniano i Promessi sposi: sentendo le campane suonare a festa per la venuta del cardinal Federigo, esprime il suo dramma nel desiderio che egli avesse una parola anche per lui, che lo strappasse all’inferno che aveva nel cuore!

 Oggi la bella notizia è proprio questa, Dio è venuto a cercare chi era perduto, ce lo ha ripetuto più volte l’evangelista Luca in questo anno liturgico, e a portare la pace e la gioia per tutto il mondo.

“Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito; chiunque crede in lui ha la vita eterna”, così il canto al Vangelo introduce la proclamazione dell’incontro di Zaccheo con Gesù. L’Antifona di ingresso invece è una vera invocazione di salvezza tratta dal Salmo 37/38: “… vieni presto in mio aiuto, Signore, mia salvezza”. Ma è specialmente la prima Lettura, tratta dal libro della Sapienza (11,23-12,2) che è un canto, una preghiera e una lode alla sapienza e all’amore provvidente di Dio. Il nostro suggerimento è di ridirla alla maniera di una conclusione dell’Omelia in questa Domenica, perché resti impressa nella mente e, dalla vicenda di Zaccheo e da questo brano, impariamo che Dio cerca tutti, anche i più incalliti peccatori, tra i ricchi e tra i poveri. Egli vuole venire nelle nostre case e nei nostri cuori e dimorarvi. Proprio per questo potremmo anche pregare durante il giorno, personalmente, magari portandoci a casa il foglietto, con il Salmo responsoriale. Tutti i testi oggi, quasi in maniera concentrica intorno al Vangelo, dicono e ridicono che Dio ama e cerca i peccatori, che è venuto per loro, che possiamo rivolgerci a lui perché è fedele e sostiene anche quelli che vacillano e chiunque è caduto.

La seconda Lettura è l’inizio della seconda Lettera di san Paolo ai Tessalonicesi; essa è tra gli scritti più antichi dell’apostolo (forse l’anno 50-51): a Tessalonica c’è una comunità vivace, a tratti turbolenta, l’attesa imminente del Signore la caratterizza, con conseguenze nella vita quotidiana.

Nel nostro brano San Paolo fa sapere della sua preghiera continua per quella piccola Chiesa affinché Dio la renda degna dell’immensa dignità della vocazione cristiana ricevuta, essa, insieme alle opere della fede e alla volontà di bene, è grazia e dono gratuito, affinché il Nome di Cristo Gesù sia glorificato. La sua venuta non deve essere temuta; l’apostolo esorta ad attendere il Signore nella pace. In realtà la venuta del Signore ultima e definitiva è quella che attendiamo e che metterà fine anche al dolore e alla sofferenza umana, ma sarà quando il Signore disporrà. Nell’attesa siamo chiamati ad operare il bene e a glorificare il Nome di Gesù. Secondo la buona notizia di questa domenica, nel frattempo possiamo accogliere la visita di Dio e rimanere in lui e lui in noi, questo è anticipo del suo ritorno.

 Domani è solennità di Tutti i Santi, la Messa vespertina di questa Domenica è della solennità come pure i primi Vespri. Nei Santi tutti celebriamo la vittoria di Cristo e il suo mistero compiuto in loro ecco perché, questa solennità prevale quando cade in domenica. 

Cristina Cruciani pddm

1 Novembre – Tutti i Santi

Ap 7,2-4.9-14; Sal 23/24, 1-6; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12°

L’origine lontana di una celebrazione dei Santi nella Chiesa, si può far risalire al memoriale che Israele  faceva, dinanzi a Dio tre volte Santo, dei patriarchi e dei padri nella fede. Con questo ricordo infatti, Israele poneva dinanzi al Signore le meraviglie da lui operate nella loro vita e confessava la ferma convinzione della loro intercessione presso Dio. Far memoria dei Patriarchi e dei servi di Dio era quindi una maniera di farli presenti, come viventi, davanti a Dio e al popolo stesso. Ricordiamo la preghiera di Azaria nel libro di Daniele:  “Non rompere la tua Alleanza; non ritirare da noi la tua misericordia, per amore di Abramo tuo amico, di Isacco tuo servo, di Israele tuo santo”2 (Dan 3,34-35).

Nel Nuovo Testamento sono chiamati santi tutti i battezzati (cf Rm 1,7) e vengono proposti come esempio di vita coloro che, come Stefano, hanno dato la vita ad imitazione del Signore Gesù.

Alle origini del culto dei santi nella liturgia troviamo innanzitutto il culto dei martiri. L’anniversario del loro martirio è celebrato come nascita alla vita vera e divina nella gloria. Già nel secolo II troviamo la celebrazione del martirio di Policarpo il santo vescovo di Smirne. I cristiani raccolgono con cura gli atti dei martiri e tali documenti vengono spesso letti nel corso della liturgia per l’edificazione dei fedeli. Gli elenchi si allungano, i fedeli si recano sui sepolcri dei martiri per celebrare l’Eucaristia nel luogo dove sono deposte le loro reliquie. Di qui poi l’uso di deporre sotto gli Altari ancora oggi le reliquie dei Santi perché essi sono stati configurati al Martire e Santo Gesù Cristo di cui l’Altare è simbolo e che rende santa e venerabile la tomba di santi.

Dopo i martiri, si commemorarono nella liturgia della Chiesa i confessori della fede; pare che il primo fosse proprio il Vescovo monaco San Martino di Tours che ancora oggi ha una ricca e bella liturgia.

Seguirono le vergini, i monaci, i santi pastori e dottori e a partire dal X secolo si avrà una legislazione canonica per dichiarare la santità di questi campioni della fede. Il primo santo canonizzato fu S. Ulrico, Vescovo di Ausburg, morto nel 973 e canonizzato da papa Giovanni XV in una assemblea di vescovi a Roma.

La revisione del Calendario e del Santorale fatta nel 1969 ha ridimensionato molto la presenza dei Santi nell’anno liturgico ma la Chiesa conserva gloriosa memoria dei suoi figli insigni per santità, nel Martirologio Romano, Libro liturgico che abbiamo ormai in edizione italiana rinnovata. Molti Santi e Sante sono celebrati universalmente altri sono lasciati alle singole Chiese locali e famiglie religiose.

Questa semplificazione necessaria, è importante per porre maggiormente in luce le celebrazioni dei Misteri della vita del Signore e la Domenica. 

Nella celebrazione dei Santi la Chiesa, oltre ad affidarsi alla loro intercessione e considerarne gli esempi, spinge lo sguardo al destino che l’attende e contempla l’Assemblea della Gerusalemme del cielo dove sta Cristo circondato da un così immenso numero di Testimoni.

I Santi sono occasione di glorificazione di Dio che è il solo Santo e sorgente di santità: nei Santi celebriamo Dio Padre che chiama tutti i suoi figli in Cristo Gesù ad essere Santi come Egli è Santo.

Celebriamo Gesù Cristo, il Primogenito, la cui vittoria sul peccato e la morte risplende nella santità dei suoi membri; celebriamo lo Spirito Santo santificatore che plasma nei discepoli di Gesù la sua  immagine con la sua opera incessante.

La Chiesa è santa nei suoi figli e sempre bisognosa di purificazione e di salvezza, la santità risplende in tutti gli stati di vita, sino ai bambini, alle famiglie, a chi lavora: tutti sono destinatari della chiamata universale alla santità, come ribadisce il Concilio Vaticano II. 

La Parola di Dio di questa solennità

 L’Evangelo della Solennità è la programmatica pagina della santità dei discepoli di Gesù. Il discorso della montagna del nuovo Mosé, le Beatitudini (Mt 5,1-12), descrive la partecipazione alla sorte di Gesù di coloro che si sono posti al suo seguito, Egli è il primo soggetto in cui le Beatitudini si sono concretizzate. Gesù è beato perché povero. Da ricco che era si è fatto povero per arricchire noi con la sua povertà, è povero perché piccolo, tutto riceve dal Padre, tutto svuotato di sé, è lontano dall’orgoglio di chi confida in se stesso.

Gesù è beato nel suo pianto su Gerusalemme, dinanzi alla tomba di Lazzaro, è beato quando si identifica con coloro che sono nel pianto per le conseguenze del peccato che tiene lontani da Dio ; Gesù piange in tutti coloro che piangono sulla terra, essi non hanno altra consolazione se non Dio: subito! Il grido del Figlio è sempre ascoltato dal Padre.

Gesù è, nella verità, mite ed umile di cuore e ci ha comandato di imparare da lui. Egli non ricambiò gli oltraggi e le percosse con la violenza ma con il perdono, lasciando al Padre di prendere le sue difese e fare giustizia; con la mitezza dell’Agnello condotto al macello e la docilità del Servo (cf Isaia 42 e 53), conquistò la preda che è la salvezza del mondo e gli fu data in possesso la terra (Isaia 57,13).

Gesù è beato perché affamato e assetato della “giustizia di Dio”. Questa giustizia è la qualità che possiede solo Dio, è infatti l’essere sempre uguali a se stessi. Dio non cambia, non si incattivisce perché qualcuno si fa suo nemico, ne diventa buono perché qualcuno è buono; Egli è “Giusto” cioè sempre lo stesso, Santo, l’oltre! Nessuno è come Dio ma chi è affamato della sua santità sarà saziato e la sua sete di vita sarà colmata. La fame e la sete dell’uomo, in verità è fame e sete di Dio, infinito e buono.

Gesù è beato perché, come il Padre e lo Spirito santo, è misericordioso e buono. Gesù è la visibilità della misericordia di Dio che non ci trattò da nemici ma ci ha amati quando ancora noi eravamo peccatori. Dio comunica anche all’uomo la sua stessa capacità di amare senza nulla chiedere, un amore che fa morire. Siate dunque misericordiosi come il Padre vostro che sta nei cieli, dice Gesù, per questo ci dona lo Spirito Santo e ci fa beati, subito!

Gesù è beato perché puro di cuore! Egli è semplice, come Dio. Non è doppio. E’ tutto luce! Il suo intimo è limpido tutto orientato al Padre senza deviazioni, lo Spirito Santo lo fa sempre rimanere nel cuore del Padre anche mentre si china sulle miserie umane. Ama tutti e nulla e nessuno trattiene per sé e mentre fa comunione con tutti gli uomini è in comunione con il Padre e conduce con sé l’uomo amato sino alla dono della vita.

Gesù è beato perché ha ristabilita la pace fra il cielo e la terra, egli è in realtà la Pace che è il Regno, il dono messianico promesso dai profeti nei tempi antichi: “in quei giorni, il lupo dimorerà con l’agnello, il bambino scherzerà sulla buca dell’aspide… (cf Isaia 11, 1-9).

Regnerà la pace che è il programma dell’incarnazione del Salvatore.

Gesù è beato perché perseguitato a causa della sua Santità, della sua fedeltà al Padre e ai fratelli e perché ci ha fatto vedere come è Dio; troppo diverso per essere accolto dagli uomini che non vogliono essere salvati. Gesù continua ad essere perseguitato nelle sue membra, sempre, sino alla fine del mondo. Coloro che sono percossi ed uccisi perché portano il suo Nome, sono beati quando, senza cercare la persecuzione, essa li visita e vaglia la loro fedeltà a Gesù. Saranno degni del Regno, subito.

Essi subiscono la sorte dei profeti fedeli al Signore, la sorte di Gesù, loro Maestro e Signore. Grande sarà la loro gloria nel cielo. Costoro non soffrono per ottenere gloria, non sono dei superuomini, sono deboli e fragili come tutti ma traggono forza dallo Spirito Santo che li sostiene nel rendere testimonianza al Nome di Gesù.

Ecco, potremmo dire, nella legge morale di Gesù che compie l’antica, la differenza sta in un come!. “Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi! Amatevi come io vi ho amati” (cf Gv 15,9).

Abbiamo veduto nel Figlio come è Dio, non resta che fare come il Figlio. Lo possiamo perché ci è stato donato lo Spirito che viene dal Padre e dal Figlio e ci ha resi figli, innestati in lui. Le Beatitudini sono la morale, cioè i costumi di chi vive filialmente la sua relazione con Dio. Non siete più schiavi ma figli e i figli, nella casa del Padre, si comportano come tali amando come e ciò che ama il Padre. Per questo sono beati, ora e per sempre.

Questi figli, sono i Santi, tra loro siamo chiamati tutti. 

Domani ricordandoci di tutti i defunti, auguriamo a questi fratelli di essere nella schiera dei testimoni senza numero, nella Gerusalemme del cielo, tra quelli che sono segnati dal segno della croce ed appartengono al Padre del Signore nostro Gesù, Messia di tutti.

 Quando ci si inoltra negli anni, sono ormai tante le persone amate, conosciute, dalle quali abbiamo ricevuto del bene e ci  hanno amati, che sono ormai in Dio; il nostro desiderio, nonostante il tremendo passaggio della morte, è stare con loro; intanto vorremmo che essi, tutti, stessero bene, nella misericordia di Dio.

Beata fede, di nostra Madre Chiesa che ci consola con questo pensiero e ci dona la gioia di essere un poco utili ai fratelli in Dio con la preghiera, le opere sante, l’elemosina e l’offerta del Sacrificio di Gesù.

Portando, oggi o domani, un fiore sulle loro tombe, proclamiamo che sono vivi e sono nel nostro affetto. Il fiore è fragile, come la vita dell’uomo, ma è bello e da gioia, con esso vogliamo anche dire: il mio amore è con te oltre la morte; sarei pronto a morire per stare con te, come questo fiore reciso.

Per dire tutto ciò non occorre spendere molto in una gara mondana di chi pone sulle tombe i fiori più costosi, i fiori semplici sono molto belli e poi, basta anche un fiore solo. Ecco, vorrei che le mie sorelle, alla mia morte, ponessero sulla mia tomba un fiore solo. E’ un poema immenso, molto più di corone e cesti costosi, il resto sia dato in elemosina, ai poveri.

 Il 2 Novembre, secondo la Costituzione apostolica di papa Benedetto XV, del 10 agosto 1915: Incruentum Altaris, ciascun sacerdote può, non obbligatoriamente, celebrare tre Sante Messe, rispettivamente nella commemorazione dei fedeli defunti, per una particolare intenzione e secondo le intenzioni del Santo Padre.

Ricordiamo anche che dal mezzogiorno del 1° a tutto il 2 novembre, è possibile, visitando una chiesa, ricevere il dono dell’indulgenza plenaria in suffragio dei defunti, se, veramente convertiti, si partecipa ai sacramenti della riconciliazione e dell’Eucaristia e si prega secondo le intenzioni del Papa. Anche visitando un cimitero e pregando per i defunti, nella settimana che segue il 2 novembre, è possibile offrire in suffragio dei defunti il dono dell’indulgenza plenaria che è il condono totale della pena dovuta per i peccati perdonati.

La dottrina delle indulgenze è sottilissima, raffinata, essa è la comprensione amorosa e mirabile della Chiesa che scruta il cuore misericordioso di Dio e attinge al deposito degli infiniti tesori di grazia che essa elargisce per mandato divino; essi provengono dall’offerta infinita del Signore Gesù e dei membri santi della Chiesa. Nella Chiesa gli uni sono di aiuto agli altri chi con la preghiera di suffragio, chi con l’intercessione presso Dio. L’indulgenza è la sottigliezza della carità, diremmo la fantasia più fine della carità. Uno non sa spiegarsi bene come sia ma si comprende che non può essere che così con il Dio del Signore nostro Gesù Cristo.

Cristina Cruciani pddm

Domenica del Fariseo e del pubblicano

ottobre 20th, 2010

Lc 18,9-14

Domenica 30ª del T.O.  –  24 ottobre 2010

 «La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata: non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilita l’equità», così sta scritto nella prima lettura di questa domenica tratta dal libro del Siracide. Il Salmo responsoriale poi ne fa il suo ritornello: «Il povero grida e il Signore lo ascolta!» che ritma il Salmo 33/34: «… gridano e il Signore li ascolta»; un Salmo di fiducia e un inno di benedizione.

Per comprendere chi è il povero che è ascoltato dal Signore, dobbiamo ascoltare la parabola di Gesù che ci propone il brano evangelico di questa domenica: Lc 18,9-14.

Egli, come spesso accade redazionalmente nell’Evangelo secondo Luca, mette a confronto due persone, in questo caso due oranti: un fariseo e un pubblicano, il primo per definizione religioso osservante della legge, l’altro notorio peccatore, implicato in interessi di denaro, un venduto all’oppressore, uno solitamente senza scrupoli. Pare però che Gesù avesse amici proprio tra questi, infatti spesso mangiava con loro (cf Lc 5,30; Lc 15,2).

Dinanzi a Dio però, il primo non ha bisogno di niente; infatti crede che gli basti salvarsi da solo con le sue opere e l’osservanza della legge; la sua coscienza non gli rimprovera nulla, è a posto dinanzi a Dio e agli uomini, è uno che si ritiene superiore agli altri e li disprezza, in particolare il suo compagno di orazione, il pubblicano.

Quest’ultimo è grande invece proprio perché non si ritiene degno di nulla, non ha nulla, né alcun titolo se non il suo peccato da presentare al Signore. E’ uno che chiede solo pietà perché peccatore.

Nel testo non si dice se i due sono ricchi o poveri di sostanze, probabilmente il pubblicano è anche ricco. Proprio qui cominciamo a intravedere quale sia la povertà che fa muovere a pietà il Signore e chi sia il povero la cui preghiera viene ascoltata. Non è il povero di ricchezze materiali; anzi il testo ci fa comprendere che anche il ricco può essere povero e il povero può essere ricco se pieno di sé, della sua giustizia dinanzi a Dio e agli uomini.

Il povero è dunque colui che ha bisogno di Dio, del suo perdono, della sua misericordia e del suo aiuto.

La preghiera avviene nel tempio, dove si sale; infatti esso è a nord di Gerusalemme, costituisce la difesa lassù; Gerusalemme ha difese naturali da est con lo strapiombo sul torrente Cedron, a ovest con la spaccatura del Tiropeon e a sud con l’incrocio di questi due che determina lo sperone di roccia su cui sorge. In alto è costruito il tempio a difesa, appunto, sull’altura del Sion monte santo: «Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto, il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto cielo e terra…», «il Signore è mia roccia e mia difesa…» Tutte queste espressioni dei Salmi trovano un riscontro geografico. I due oranti della parabola salgono entrambi al tempio; il fariseo, in piedi, presumibilmente nel cortile degli ebrei che sta tra quello dei gentili e quello dei sacerdoti, dinanzi al Signore non è lì per chiedere aiuto, la sua è una sorta di preghiera strana, quasi diabolica: egli disprezza gli altri e si vanta di osservare dei 10 comandamenti almeno il 7°, l’8°, il 6° e il 9° e se quello è il giorno di sabato anche il 3°: quattro che riguardano il prossimo e uno il grande comandamento che regola i rapporti verso il Signore; aggiunge infine che fa digiuno anche più del prescritto, così pure per l’elemosina e le decime di quanto possiede.

Il suo cuore è talmente pieno dell’idolatria di sé che non c’è il minimo posto per il Signore, anzi, lui di Dio non ha bisogno. E’ terribile. Ma la cosa può succedere anche oggi, allorché preghiamo con gusto perché ci sentiamo puliti, a posto dinanzi a Dio, mentre quando siamo nauseati di noi stessi e imbrattati non preghiamo, pensando che Dio non possa ascoltare il nostro grido che invece sarebbe quello che salva.

Il pubblicano rimane sulla soglia del tempio, neppure si ritiene degno di entrarvi, egli tiene gli occhi bassi e si batte il petto in segno di dolore e prega con una invocazione ridotta all’essenziale: «O Dio, abbi pietà di me peccatore!». La sua umile confessione lo pone nella verità, egli davvero alza gli occhi verso il Signore perché in nessun altro trova salvezza. La sua fede lo salva, direbbe Gesù.

Per cogliere tutta la profondità dell’insegnamento di Gesù e comprendere dove egli vuole condurre i suoi discepoli, è necessario spingere lo sguardo su quel che segue nel Vangelo lucano, prima dell’incontro con Zaccheo che la Liturgia ci fa celebrare domenica prossima. Dopo la parabola odierna Gesù accoglie dei bambini che le mamme gli presentano e approfitta per dire che il Regno è di chi si fa come loro, umile e piccolo. In seguito un ricco si presenta a lui per chiedergli cosa deve fare per la ottenere la vita eterna; occorre notare che egli è ricco, forse non tanto di denaro ma delle sue opere di giustizia, infatti è uno che osserva tutta la legge, crede di poter “acquistare” così anche la vita eterna; Gesù lo invita ad un passo decisivo: vendi tutto, fatti povero e segui me! Vendi tutte le tue giustizie, le tue opere buone, il tuo perbenismo e vieni con me, perdi la faccia per me o meglio perdi la maschera, diventa piccolo, umile, vero. E’ difficile davvero per chi ha ricchezze entrare nel regno (cf vv 24-27). Gesù lo dice con tristezza. Pietro approfitta per chiedere una spiegazione: loro hanno lasciato tutto e l’hanno seguito, che avranno? Il centuplo risponde Gesù! Poi li raduna attorno a sé, vicini, e fa loro la confidenza estrema, svela il suo segreto: la croce con tutto ciò che sta attorno, patimenti nominati uno per uno, ma egli risorgerà.  Per questo sta andando a Gerusalemme. Pietro e gli altri non capiscono. I loro occhi sono non vedenti; Gesù allora guarisce un cieco alle porte di Gerico. Questa città dalle possenti mura, inespugnabile è simbolo del cuore dell’uomo dove i muri stentano a crollare, ma nulla è impossibile a Dio. E’ necessario però che siano aperti gli occhi per vedere la luce della Pasqua di Gesù e il cuore si apra. Ciò accade tuttavia a chi grida: Gesù, Figlio di Davide abbi pietà di me!. Divenire umili, cambiare il cuore non opera di volontà umana. Ce lo diciamo guardandoli mondo, pieno di guerre, di lotte, di violenza: Chi può salvarci da questo male che è diluvio, chi può sanare i cuori e dare la pace? Solo la salvezza di Dio, l’uomo da solo non può, può però aprirsi ad essa, ma anche questo con la forza che viene da Dio invocato con forti grida e lacrime come fa Gesù per tutti noi (cf Eb 5, 7)

Nella seconda lettura (2 Tim 4, 6-8.16-18) Paolo, giunto quasi al termine della sua corsa apostolica e della sua sequela di Gesù, ormai è assimilato al suo Signore, come lui è divenuto tutto dono, anzi non gli resta che essere versato in libagione sull’offerta di fede dei pagani perché essa sia un sacrificio profumato gradito a Dio. La libagione infatti veniva fatta proprio sull’olocausto, il sacrificio cioè dove tutta la vittima veniva consumata dal fuoco, il vino versato sull’offerta dava ad essa un soave profumo. Paolo ha imparato a farsi piccolo come Gesù, a svuotarsi tutto per essere ricolmato della vita di Dio e della sua salvezza anche a vantaggio di quanti egli ha evangelizzati.

Nell’attuale situazione di prigionia, tutti lo hanno abbandonato ma il Signore gli è stato vicino e gli ha dato forza. Come fu con Giuseppe in Egitto, nella cisterna e nella prigione così Dio sta con Paolo come con ognuno di noi quando è avvolto dalle tenebre del dolore e nell’abisso della prova.

Davvero il Signore è l’aiuto del povero. Basta che ciascuno di noi si faccia povero e gridi a lui.

L’accento non sta, ricordiamolo, sul lasciare ma sullo svuotarsi per essere ricolmati di Dio, è una scelta che, ad immagine del Figlio, è scelta di amore, filiale appunto.

Cristina Cruciani pddm

La Domenica della vedova e della preghiera perseverante

ottobre 13th, 2010

Lc 18,1-8  

Domenica 29ª del T.O. – 17 ottobre 2010

Oggi il Maestro svela ai suoi un po’ del suo segreto, la vita silenziosa e intensa di preghiera unitiva con il Padre nello Spirito Santo in cui egli è immerso sempre. Vuole insegnare anche ai suoi discepoli la preghiera incessante che è come un ambiente vitale, simile all’acqua per il pesce, che permette di condurre una vita ordinata e vera. Forse le tante crisi di identità del cristiano come del religioso, oggi, sono davvero dovute alla preghiera rarefatta, discontinua, quasi nulla.

A conferma della necessità della preghiera continua, perseverante, Gesù narra una parabola. Un giudice iniquo che non teme Dio da una parte e una vedova che di continuo si reca da lui per avere giustizia. Occorre dire che nonostante la disposizioni della Torah, come ad esempio il testo di Esodo 22,21-23: “Non maltratterai la vedova e l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani”, le vedove sono state sempre in una condizione difficile, soggette alle più varie ingiustizie e violenze.

L’accento di Gesù va soprattutto sull’insistenza della vedova che alla fine ottiene quanto chiede.

Stupisce in realtà, il fatto che Dio si paragoni al giudice iniquo, la descrizione è davvero singolare, il giudice è uno che neppure teme Dio ma è pur vero che, all’orante, Dio appare come nemico e ingiusto, non ascolta la preghiera, anzi con lui si ingaggia una lotta come con un nemico!

In realtà l’insistenza nella preghiera non è necessaria per convincere Dio ad intervenire ma per adeguare noi alla mentalità di Dio, convertirci al suo modo di condurre la nostra vita, fidandosi e affidandosi alla sua fedeltà.

Perseverare nella preghiera significa imparare ad attendere Dio non per i suoi doni ma per se stesso. Egli esaudisce la preghiera, sempre, verrà ma quando è certo che è voluto per se steso e non per quello che da. Gli eletti che egli esaudisce sono coloro che hanno imparato a gridare a lui notte e giorno, a pregare sempre senza incattivirsi, e il Regno verrà, è certo, ed essi avranno imparato a chiedere e desiderare che venga. La preghiera struggente della Chiesa è la richiesta che il Signore torni: Vieni, Signore Gesù! La sposa lo attende e, finché non torna, è vedova e perciò in stato di grave bisogno. Egli viene ma esige la fede perché la sua venuta sia voluta ed accolta.

La prima Lettura: presenta un esempio sublime di intercessione e di preghiera. Mosè. Più volte, egli sta dinanzi a Dio in favore del suo popolo: “ saremmo stati sterminati, se Mosè, suo eletto non si fosse posto sulla breccia davanti a lui”, canta il Salmo 105,23:

L’episodio odierno è tratto dal Libro dell’Esodo e si riferisce alla violenta battaglia contro gli Amaleciti che ostacolano il cammino del popolo di Dio verso la libertà (cf Esodo 17, 8-13). Mosè, con il bastone di Dio che aveva diviso il Mare, sta su di una altura in preghiera a mani levate verso il cielo mentre infuria la battaglia. Lo debbono sostenere Aronne e Cur ma le sue mani alzate ottengono la vittoria su Amalèk. Mentre nella pianura si combatte, sull’altura qualcuno stende le mani verso il cielo e intercede; lassù Mosé costruì un altare e disse: “Una mano contro il trono del Signore! Vi sarà guerra per il Signore contro Amalèk, di generazione in generazione” (cf v 16).. Si staglia dinanzi ai nostri occhi l’altura del Calvario e le braccia stese di Gesù appeso alla croce tra cielo e terra per riconciliare il cielo e la terra, per sancire la vittoria nel grande combattimento infernale che culmina nella sua morte: il nostro Mosè è Gesù elevato da terra per sempre, egli sta, vivo dinanzi al Padre ad intercedere per noi sino alla fine dei tempi. La giustizia di Dio è stata ristabilita, egli infatti ha proclamato sul Calvario la Santità di Dio e condannato il peccato, ora sta per sempre sulla breccia in favore nostro.

In realtà tutta la vita di Gesù è stata una preghiera incessante, ci ha insegnato infatti che cosi bisogna vivere, immersi nella preghiera. Vuol dire fare ciò che si deve quotidianamente fare, ma come una preghiera incessante. Come Francesco: “era l’uomo divenuto preghiera!”, è detto.

A noi però per imparare questo sono necessari anche momenti precisi di preghiera fedele costante, organizzati con disciplina essi ci aiuteranno a trasformare il lavoro e a farne una occasione di servizio e di lode al Signore, sempre con il cuore rivolto verso di lui e nell’attesa.

Per il discepolo di Gesù è indispensabile rimanere saldo sul fondamento delle Scritture esse sono ispirate da Dio ed utili per ogni cosa.

Possiamo aggiungere: esse nutrono la preghiera, la motivano, insegnano come chiedere il Regno nello Spirito Orante il solo che conosce cosa sia conveniente domandare.

Possiamo infine pregare con il Salmo 120/121 che la liturgia ci propone tra le letture: “Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto cielo e terra…”. Tutto il Salmo è risposta alla Parola ma anche annuncio. Esso proclama la fiducia e la certezza nell’aiuto del Signore, il solo di cui abbiamo realmente bisogno.

 Sr Cristina Cruciani pddm

La Domenica “dei dieci lebbrosi”

ottobre 7th, 2010

 Lc 17,11-19 

28ª domenica del T.Ordinario – 10 ottobre 2010 

“Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia, Signore, perché, sorretti dal tuo paterno aiuto, non ci stanchiamo mai di operare il bene”. Questa preghiera conclude oggi i riti di ingresso, essa, nella sua concisione e brevità è bellissima: tutti noi siamo radunati per essere resi capaci di operare il bene perché l’Eucaristia ci assimila a Gesù che passò facendo del bene.

L’evangelo di oggi ha inizio ricordando il cammino di Gesù verso Gerusalemme. Luca non ha preoccupazioni di precisione geografica, Gesù attraversa la Galilea e quindi la Samaria, poi lo troveremo a Gerico (cf domenica 31 del T.O), quindi alle porte di Gerusalemme, da Oriente. Nei villaggi dove sta per recarsi gli corrono incontro i più disgraziati e bisognosi, in questo caso dieci lebbrosi; sono un’assemblea, infatti dieci uomini sono necessari in sinagoga per la preghiera ma, questi, sono esclusi dalla comunità di culto, da tutto. Diventano in realtà l’immagine di una umanità immonda e peccatrice che non può più rendere culto a Dio, che non ha speranza di salvezza se non in Gesù, quell’uomo che sta andando a Gerusalemme. Il lebbroso può essere guarito solo da Dio, come per una risurrezione; la sua è una morte civile e religiosa. I dieci si tengono a distanza, la distanza tra la morte e la vita, e gridano a Gesù chiamandolo per nome, perché il suo Nome vuol dire: “Dio salva”! Lo proclamano Maestro, Rabbi, uno che ha autorità e parla le parole di Dio e apre alla speranza; lo supplicano di avere pietà di loro! Immaginiamo l’eco di quel grido nell’animo di Gesù: è il grido di tutti i fratelli che egli è venuto a salvare. Gesù per essi si è fatto, egli stesso, lebbroso, nel senso che è venuto per prendere su di sé la lebbra del peccato per liberarne l’uomo. Il grido dei dieci lebbrosi prelude al grido suo sulla croce, al Padre, il grido che otterrà la salvezza per tutti nella sua morte.

Il mite ed umile Gesù, manda tutti e dieci, secondo quanto è scritto nella legge (cf Lev 14,2), a Gerusalemme dalle autorità religiose. In realtà è come se anche quei lebbrosi, per essere purificati, dovessero compiere la salita a Gerusalemme, là, dice il Salmo 86, saranno consolati perché è la città della morte e della resurrezione del Signore. Mentre salgono si trovano purificati, tutti. Tra di essi c’è anche un rinnegato, uno straniero, un samaritano, segno che la salvezza, dono del tutto gratuito, è per tutti, non c’è alcun merito da parte di nessuno e Dio non fa distinzioni. Costui, vedendosi salvato, tornò indietro, come per una vera, reale conversione, lodando Dio. Poi riconosce in Gesù il Salvatore e il Signore prostrandosi ai suoi piedi e facendo eucaristia. Ecco, il rendimento di grazie lo compie chi accoglie la salvezza, non se ne appropria come di un diritto, la riconosce come dono e si spalanca ad essa rendendo grazie. Gesù che è preoccupato di tutti, osserva, forse con grande dolore, che gli altri nove non ci sono, essi non hanno compreso il tempo della loro salvezza, l’hanno scambiata con la buona salute ma essa è molto, molto di più, è una vita nuova che comincia proprio prostrandosi ai piedi di Gesù e riconoscendolo come Salvatore, liberatore dalla vera lebbra che è il peccato che genera morte. Quello straniero ha accolto il dono della fede ed ha potuto leggere in modo giusto la salvezza: “la tua fede ti ha salvato!”, gli dice Gesù, proprio come alla donna peccatrice (cf Lc 7,50).

La prima Lettura (2 Re 5,14-17), narra la guarigione di Naaman, il siro comandante del re di Aram, lebbroso; egli, secondo il comando dell’uomo di Dio, è purificato immergendosi un numero compiuto di volte, un numero sufficiente e necessario, nelle acque del Giordano. Possiamo dire qui che il nostro Giordano, dove immergerci, il solo che ci può purificare, è Gesù, la sua acqua che è lo Spirito, il suo Sangue che è ancora fuoco dello Spirito, purifica e risana, ridona vita. Naaman chiede poi di poter portare con sé un po’ della terra di Israele come spazio per rendere culto al solo unico Dio, per noi, questo spazio, questa Terra dove rendere culto, è ancora Gesù, in lui si può adorare il Padre riammessi come siamo nella comunità di culto di cui egli è Capo. Egli in realtà, trascina tutti i suoi fratelli con sé nel Padre. Si comprende allora come può sgorgare sulle labbra dei salvati il cantico nuovo del Salmo responsoriale che ritroviamo anche nella liturgia dell’Agnello nel libro dell’Apocalisse: “… : “Cantate al Signore. Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza… Tutti i confini della terra hanno veduto!” (cf Salmo 94/95; Ap 14,3).

Il motivo della lode è il ricordo!. “Ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come ho annunciato nel mio vangelo”, dice Paolo a Timoteo, nella seconda Lettura di oggi. Paolo è in catene per la testimonianza a Gesù, ma la Parola di Dio non è incatenata!

Dalla Parola si può sempre ripartire per rendere grazie perché essa ci fa ricordare la salvezza di Dio.

Questo ricordo, è un “memoriale”, cioè un ricordo efficace che rende presente ad ogni tempo e luogo l’opera salvifica di Dio di cui si fa memoria. Così faranno i discepoli di Gesù: si metteranno in preghiera, faranno memoria di Gesù e della sua salvezza dinanzi al Padre suo; l’incontro di Dio con l’uomo renderà presente tutta la grazia salvifica delle azioni di Gesù e così la salvezza sarà operante sino alla fine del tempo. La salvezza invocata e accolta come dono, nell’invocazione del Nome di Gesù è il bene prezioso che l’uomo ha a disposizione, basta che egli si apra alla sua azione risanatrice.

La libertà dell’uomo può rifiutare ed opporsi al dono, può giungere a deridere e incatenare i testimoni del Vangelo. Anche oggi, nella Chiesa è necessario risentire l’esortazione dell’apostolo Paolo al suo diletto Timoteo: “Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me che sono in carcere per lui; ma con la forza di Dio, soffri per il Vangelo. Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato” (2 Tim 1,13-14). Se hanno perseguitato Gesù, perseguiteranno anche la Chiesa, anche noi! Il motivo è, non solo la libertà di rifiutare il Vangelo, è soprattutto perché l’orientamento di Gesù e dei suoi verso il Padre è contrario alla mentalità del mondo; ci basti ricordare il significato del servizio di cui abbiamo detto la domenica scorsa. Il mondo ama il potere, l’avere, l’apparire, il Vangelo di Gesù è servire sino al dono totale di sé, amare come Dio sino al compimento. Tutto ciò per il mondo è stoltezza e follia e quanti vivono il Vangelo sono scomodi, sono avvertiti come un pericolo, un giudizio e una condanna ed allora sono uccisi, perseguitati, calunniati, si tenta di annientarli. E’ la storia del martirio del Corpo di Gesù, oggi sino alla fine dei secoli, perché l’uomo è stolto e sa fabbricarsi la propria rovina.

Come possiamo costatare ancora una volta, in questo avvio di anno pastorale, si investe in persone e iniziative, si inventano sempre nuove strategie per comunicare il Vangelo, istruire, invitare tutti… e si ha spesso una risposta deludente. Ciò ci costringe ad imparare e contemplare l’umiltà di Dio, la sua pazienza, l’amore che non si arrende. La fede ai fratelli non la danno i bravi catechisti e pastori, è dono di Dio e il cuore dell’uomo può aprirsi o non aprirsi ad esso. Non resta che pregare perché lo Spirito apra i cuori come fece in Lidia alla predicazione di San Paolo a Filippi (cf Atti 16,14-15). Come Gesù, noi non ci rassegniamo e, a tempo opportuno e non opportuno, annunciamo l’amore di Dio con ogni generosità e dottrina, ricordandoci poi nella preghiera di tutti coloro che ci sono affidati; essi prima di essere nostri sono di Dio, a Lui sono immensamente più cari che a noi.

 Cristina Cruciani pddm