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Luce e attesa

novembre 25th, 2010

I Domenica di Avvento anno A

28 novembre 2010

 

Is. 2,1-5  Rom. 13, 11-14   Mt 24,37-44

 

Nel flusso dell’esistere umano e cristiano la liturgia latina scrive con questa domenica 28 novembre 2010 in caratteri visibili la parola Avvento. E perché i nostri giorni non svaniscano nel nulla o scivolino via come barche di papiro (cf Gb 9,26) offre una Parola ben scandita, ricca di immagini, di simboli e decisamente significativa. Dal profeta Isaia il popolo è invitato a compiere un cammino ascendente verso Dio e verso la sua Parola. Lassù, sul monte del Signore, nel tempio del Dio di Giacobbe, chiunque voglia accoglierne e attualizzarne il messaggio compie la sua metanoia: rivestito del Signore Gesù Cristo contribuisce al cambiamento delle spade in aratri, delle lance in falci; contribuisce al germogliare e al crescere di un mondo nuovo dove l’inimicizia diventa fraternità, l’odio diventa amore, la guerra si trasforma in disarmo, giustizia, pace internazionale (cf Is 2,1-5).

In questo nostro tempo, che è già felicemente tempo della salvezza operata con la morte e risurrezione di Gesù, il cristiano è invitato ad essere sveglio, vigile, attento, pronto a testimoniare con le opere la propria fede nel Signore Gesù risorto; non più  il male, la notte – le tenebre – ma il giorno, le opere della luce; le opere scaturite dalla fede che è adesione piena e inconfutabile al Dio della vita, dalla speranza che è certezza perché poggiata sull’Infallibile, dalla carità che copre la moltitudine dei peccati (cf Rm 13,11-14a).

Anche perché, nel groviglio della storia, Dio è presente con la sua misericordia e la sua paternità; segue e accompagna misteriosamente le affannose vicende umane – “un uomo – una donna –  sarà preso/a e l’altro/ lasciato/a”. Chi vive nell’attesa dell’eterno, chi è cosciente che quaggiù non abbiamo dimora permanente, chi è pronto ad accogliere il Figlio dell’uomo, sarà preso e portato nel Regno; chi non è pronto ne sarà escluso, abbandonato a se stesso, in mezzo alla distruzione. Allora, la vigilanza diventa urgenza. L’attesa diventa desiderio senza scadenze, speranza senza illusioni, sicurezza senza titubanze (cf Mt 24,37-44).

                                                                                     Sr Biancarosa Magliano fsp

Solennità di Cristo Re dell’Universo

novembre 17th, 2010

2 Sam 5,1-3; Sal 121,1-2.4-5; Col 1,12-20; Lc 23,35-43

34ª domenica T. Ordinario – 21 Novembre

  Andremo con gioia alla casa del Signore.

  “Le letture scelte per la solennità di “Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo”, nell’anno C, aiutano a com­prendere la specifica regalità di Gesù Messia forse meglio di quelle degli anni precedenti.

Con la prima lettura, infatti, esse raccordano esplicita­mente la regalità di Gesù con quella del re d’Israele, e in par­ticolare con la persona di Davide, suo padre, basti vedere in particolare Lc 1,32-33, e il titolo “Figlio di Davide” dato a Gesù anche negli altri Vangeli.

Il titolo di re non spetta a Gesù di Nazaret per una po­steriore attribuzione della teologia della Chiesa, come per esempio quello di “regina” proclamato per la Vergine Maria. A Gesù viene dato già dai Vangeli (cfr Me 11,9-10; Le 19,38; Gv 1,49; 12,12-15; ecc.) ed è da lui stesso, rivendicato (Gv 18,33-37); durante la passione gli è paradossalmente e pubblicamente attri­buito anche dal governatore romano, in particolare nel cartiglio della croce (Gv 19,1-3.14.19-22. Cfr Mt 27,37; Mc 15,26; Lc 23,38)

L’avvertimento di Gesù a Pilato, di non interpretare la sua regalità secondo gli schemi della regalità pagana di un Cesare qualunque, apre la via al riferimento biblico alla regalità singolarissima dei re d’Israele. Si tratta di una regalità esercitata in questo mondo, ma che non è da questo mondo (Gv 18,36). Le sue radici non partono da quaggiù (cfr Gv 8,23; 17,14; ecc.).

Il re d’Israele viene nel nome del Signore! La sua regalità è ben significata dalla profezia con cui Natan rivela a Davide l’alleanza personale che YHWH- Dio stabilisce con lui e con la sua discendenza (2 Sam 7,1-17), come pure dalle belle preghiere regali di Davide (2 Sam 7,18-29; ; Cr 17,16-27; 29,10-20) e di Salomone (1 Re 3,4-15; 8,14-66; 9,1-9; 2 Cr 1,3-12; 6,3-42; 7,11-22; ecc.). Il re d’Israele è lo sposo del suo popolo, che è come “sua carne e sue ossa” (come l’uomo e la donna nella prima creazione: Gen 2,23-24), ma lo è da parte del Signore, per pascere il po­polo del Signore e per fare alleanza con esso davanti al Si­gnore (prima lettura).

Il re d’Israele regna in Gerusalemme, città della pace (shalom), perché in essa regna YHWH-PACE (Gdc 6,24), il quale, nella pienezza dei tempi, si è manifestato in gesù-pace (£/2,14). Il seggio della casa di Davide, e dunque quello di Gesù, re e Messia, è il seggio stesso del giudizio di Dio (salmo responsoriale).

Gesù di Nazaret, Figlio di Davide secondo la carne, è re dell’universo, perché è il Figlio diletto di Dio Padre. Ancora e più di Davide e di ogni re d’Israele, è lui lo sposo di Gerusalemme.

Come il re d’Israele è il sacramento della regalità di Dio sul suo popolo, così Gesù Cristo è il sacramento della regalità del Padre, re sull’intero universo. Noi siamo “ossa e carne” del Messia re, ed egli è l’impronta della sostanza di Dio e l’irradiazione della sua gloria (Eb 1,3). Come la città di Gerusalemme ha per capo il tempio di YHWH, così il Cristo ha per capo Dio Padre (1 Cor 11,3). Tutto è di Cristo, ma egli è del Padre (1 Cor 3,21-23). Bisogna che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi, dal momento che la Scrittura dice che «ogni cosa ha posto sotto i suoi pie­di» (Sai 8,7). Però, quando si dice che ogni cosa gli è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare colui che gli ha sottomesso ogni cosa. E quando tutto gli sarà stato sottomes­so, egli consegnerà il regno a Dio Padre, e anche il Figlio sarà sottomesso a colui che tutto gli ha sottomesso, perché Dio sia tutto in tutti (cfr 1 Cor 15,24-28).

La seconda lettura, celebrando la pie­nezza di tutto e il primato su tutte le cose – celesti e terrestri, visibili e invisibili – proprio del Re-Messia-Figlio, ricorda che il suo regno eterno e universale – di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace (prefazio) -, è frutto di una pacificazione e di una riconciliazione uni­versale operata da lui con il sangue della sua croce. Siamo trasferiti nel regno del Figlio diletto del Padre solo se ci fac­ciamo liberare dal potere delle tenebre e ci lasciamo condur­re fuori dalla schiavitù “egiziana” (cfr la colletta per l’anno C).

Gesù riconquista il mondo per il Padre, la sua è una “redenzione”, un riscatto attraverso la remissione incessante dei peccati. E tutto questo mediante il sangue di Gesù versato sulla croce.

Tale contemplazione dell’apostolo, ci conduce al Vangelo, alla pagina storica di Luca del “Re dei Giudei” crocefisso, schernito e insultato sulla croce dai capi del suo popolo; apparentemente smentito nella sua pretesa messiani­ca dalla propria impotenza a salvare se stesso e i suoi compa­gni di condanna.

Noi possiamo diventare cittadini del regno di Gesù Cri­sto (Fil 1,27; 1 Ts 2,12), sacerdote eterno e re universale (prefazio e orazione dopo la comunione), solo se, con il mal­fattore crocefisso con lui e pentito, confessiamo,, nel Crocefis­so innocente, il nostro re paradisiaco, e alla sua croce e alla sua morte immeritata conformiamo la nostra croce e la nostra morte meritata, entrando così nel mistero della “giustizia di Dio” (cfr il canto dopo la comunione). Solo così regneremo con Gesù Cristo nella giustizia e nell’amore (cfr la colletta per l’anno C).

Il mistero della morte del giusto e santo “Servo del Si­gnore”, il re Giosia, figlio di Amon, trafitto nella pianura di Meghiddo nel 609 a.C. (2 Re 23,29-30; 2 Cr 35,20-25; Ger 22,10), trova la sua risoluzione e ottiene la sua comprensione finale in colui che guarda e comprende il mistero del Giusto trafitto sul Golgota (cfr At 3,14; 7,52; 22,14. Cfr Is 53,11; Le 23,47; At 3,13.26; 4,27.30; 1 Pt 3,18, Gv 2,1), e ne attesta la verità, perché anche noi crediamo in virtù dell’acqua uscita dal suo costato, segno dello Spirito di grazia e di consolazio­ne che il Signore riversa sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme (Zc 12,10-14; Gv 19,34-37; Ap 1,7. Cfr Is 53,5).

Meghiddo, luogo della “trafittura” del giusto “Servo del Signore”, rimane il crocevia della battaglia escatologica, dove si gioca la salvezza di tutti i regni della terra (Ap 16,16). E pure la salvezza di ciascuno di noi si gioca sulla comprensione del “Segno della Croce” (cfr il prefazio e il nostro commento alle letture della 12 domenica per annum). L’Agnello, che fu immolato, è degno di ricevere il regno (Ap 5,12-13). Il suo potere è eterno e non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto (Dn 7,14). (da uno scritto di P. Francesco Rossi de Gasperis sj).

Cristina Cruciani pddm

Il Signore viene!

novembre 10th, 2010

Ml 3,19-20a; Sal 97,5-9; 2 Ts 3,7-12; Lc 21,5-19

33° domenica T. O.  – 14 Novembre 

Il Signore giudicherà il mondo con giustizia.

In questa domenica che spinge il nostro sguardo all’ultima venuta del Signore, è importante sottolineare il canto di ingresso proposto dal Messale proprio per rassicurare i fedeli e infondere una serena fiducia: «Dice il Signore: Io ho progetti di pace e non di sventura; voi mi invocherete e io vi esaudirò, e vi farò tornare da tutti i luoghi dove vi ho dispersi» (Ger 29,11-14).

Oggi è il “giorno del Signore”, potremmo dire facendo eco alla prima lettura; ma ogni giorno nell’Eucaristia è il giorno del Signore; ogni giorno avviene il giudizio, ogni giorno ci prepara alla venuta del Signore. Vivendo così l’attesa, la parola del profeta Malachia nella prima lettura, rassicura ed è di consolazione:«Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il Sole di giustizia». Quando il Signore Gesù tornerà non incuterà terrore, lo abbiamo infatti atteso ogni giorno, nella Chiesa e con tutta la Chiesa. 

Con Gesù oggi siamo a Gerusalemme nelle vicinanze del tempio, del resto egli era solito  insegnare proprio nei cortili del tempio. Al tempo di Gesù il tempio è quello rinnovato dai giganteschi lavori voluti da Erode, enormi pietre ne delimitano il recinto, come si può vedere ancora oggi in Gerusalemme al Muro Occidentale.

A chi fa notare le pietre e i ricchi doni che ornano il tempio, Gesù che è la Verità e dunque non lascia nell’inganno nessuno, dice che tutto questo non rimane in eterno, anzi verrà distrutto. Dovremmo ricordarcelo molte volte quando diventa per noi eccessivamente importante la cura per case, edifici, chiese…

Questo mondo finirà; non è importante sapere quando, in realtà sta già avvenendo la fine, bisogna dare importanza dunque a come viviamo il presente, che cosa conta per noi, che cosa rimane per sempre.

Le cose che accadono sono un avvertimento. A partire dalla certezza che il Signore verrà, impariamo a non lasciarcene sconvolgere più di tanto. Guerre, carestie, pestilenze, persecuzioni, tutto è sotto i nostri occhi. Chi è fortemente ancorato a Gesù, resta fondamentalmente sereno; le stesse persecuzioni sono una occasione di rendere testimonianza a Gesù, lo Spirito Santo starà accanto a noi, come nostro Avvocato (Paraclito!) e consolatore e ci suggerirà che cosa dire.

Le calamità e le disgrazie che seminano morte e sofferenza immane sono anch’esse, nella loro tragica realtà, illuminate dalla luce del Signore che viene. A tutti quei poveri del Pakistan, della Cina e di moltissimi altri luoghi della terra colpiti nei mesi scorsi, il Padre avrà detto: venite, con me a stare meglio. Essi non sono sprofondati nella morte come nel fango ma nelle braccia di Dio che è Padre di tutti ed ama ogni vivente che è sulla terra. Poi le responsabilità, ognuno avrà le sue sia che si tratti di fiumi non curati, di case costruite sulla sabbia o con materiali non adatti o di miseria su cui i governi non hanno voluto o saputo gettare uno sguardo.

“Quando quel giorno rovente verrà, dice il profeta nella prima Lettura, i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia: quel giorno, venendo, li brucerà fino a non lasciar loro né radice né germoglio” (cf I Lettura).

Per coloro che amano il Nome del Signore, sorgerà, con raggi portatori di bene, il sole della giustizia. E’ evidente qui il richiamo alle Beatitudini.

Il ritorno del Signore è un giorno di festa, ci fa cantare il Salmo responsoriale.

L’attesa è operosa nel frattempo, come operando alla presenza del Signore. L’apostolo nella seconda Lettura, sottolinea che l’uomo è chiamato al lavoro nel mondo per il proprio sostentamento e quello di quanti gli sono affidati e….«chi non vuol lavorare neppure mangi!» Il richiamo si deve leggere anche nel senso di creare opportunità di lavoro per tutti…se ci è permessa un’attualizzazione, diremmo particolarmente per i giovani. La nostra generazione adulta, spesso non ha la pazienza di insegnare il lavoro ai giovani e far loro posto. Non tutti i giovani infatti rifuggono dal lavoro. Quelli poi che rifuggono sono tra i poveri più poveri perché spesso non sono stati educati al lavoro, ma lasciati a se stessi e con disponibilità di danaro sono stati ingannati.

La Parola di Dio lungo l’anno è stata una scuola. E non solo. Proclamata nella Liturgia, essa è stata un avvenimento di grazia, ci ha reso vicino Dio che si prende cura di noi. Se Dio tacesse, che sarebbe di noi? Il buio e la disperazione ci avvolgerebbero. I sacramenti lungo l’anno sono stati manna, cibo che ci ha sostenuti, nutriti, consolati. La Via è stata sempre rischiarata dalla Presenza della Verità, di Gesù che è visibilità del Padre.

Concludendo l’Anno Liturgico eleviamo a Dio la lode e il ringraziamento prendendo in prestito le parole del canto di Maria che poi è cantico della Chiesa per le mirabili gesta misericordiose di Dio per i suoi poveri (cf Lc 1,46-56).

Cristina Cruciani pddm

I morti risorgono!

novembre 4th, 2010

2 Mc 7,1-2.9-14; Sal 16,1.5-6.8.15; 2 Ts 2,16-3,5; Lc 20,27-38

32° domenica –  7 Novembre

 Ci sazieremo, Signore, contemplando il tuo volto.

Quando i fratelli di una Comunità parrocchiale, oggi, dopo essersi preparati nelle loro case, magari scegliendo il vestito della festa, organizzando la giornata di Domenica perchè ruoti davvero attorno al suo perno centrale che è la Messa, in macchina o a piedi si sono diretti verso la loro chiesa, sono accolti da un bellissimo canto che il Messale propone: “La mia preghiera giunga fino a te; tendi, Signore, l’orecchio alla mia preghiera”. Il testo è tratto dal Salmo 87, versetto 3.

Tutti noi, veniamo da una settimana fatta di gioie e di dolore, di fatiche e pensieri; sono allora proprio queste le parole che vorremmo dire al Signore. L’azione che stiamo per compiere, l’Eucaristia, è la più alta preghiera che possiamo elevare a Dio, il sacrifico del suo Figlio e nostro, è la lode più perfetta, il ringraziamento e l’offerta che è accolta dal Signore. In essa sta tutta la fatica e il dolore che ci attraversa e che, unito al sacrifico di Gesù, diviene sorgente di vita e di salvezza.

 Seguendo l’evangelista Luca, domenica scorsa, eravamo a Gerico, in casa di Zaccheo, oggi finalmente a Gerusalemme. Gesù, come sempre, insegna, molti vanno da lui, in particolare i gruppi religiosi del tempo che hanno quesiti da sottoporgli. Questa volta la domanda viene dai Sadducei che, dice il vangelo, dicono che non c’è risurrezione dei morti.

In realtà i Sadducei sono un gruppo assai rigido, potremmo dire quasi fondamentalista, essi accettano solo i cinque libri della Torah, il Pentateuco, la parte più antica della rivelazione. In realtà la fede nella resurrezione comincia ad essere esplicita nei libri dei Maccabei (cf I Lettura), dunque nella rivelazione più recente che essi non accettano. La loro è una domanda seria, a prescindere dall’episodio quasi inverosimile di cui si servono e dall’insidia che tendono a Gesù. Infatti se egli si schierasse per la non resurrezione si inimica l’altro gruppo religioso che sono i Farisei, oltre che non essere nel vero.

La risposta di Gesù rivela che nessuno conosce l’esperienza del mondo della risurrezione, non si può dire dunque in che modo i morti risorgano, essi non possono più morire, sono uguali agli angeli e poiché sono figli della risurrezione sono figli di Dio. Che i morti risorgano è però certo, è scritto non solo nella più recente rivelazione ma proprio nella stessa Torah cui i Sadducei aderiscono. E’ scritto in Mosè, Esodo 3,6, che è un testo su Dio non sulla resurrezione; Gesù riconduce alla radice della realtà: se Dio ha creato l’uomo per amore non lo può abbandonare alla morte ed allora, quando al roveto Dio si rivela, dice di essere il Dio dei patriarchi: Abramo, Isacco e Giacobbe che sono vivi in lui. In questo modo Gesù risponde anche indirettamente ai Farisei, i quali credevano nella risurrezione ma in maniera troppo materializzata, per questo erano ridicolizzati dagli opposti gruppi.

Dobbiamo portarla con noi oggi, questa divina rivelazione che resti alta sulle nostre speranze e vinca ogni nichilismo, sfiducia, disperazione: “Dio , il nostro Dio, conosciuto e amato, rivelato in Gesù, è il Dio non dei morti ma dei viventi; perché tutti vivono per lui”.

I viventi per lui sono quelli che sono già nelle risurrezione, cioè tutti coloro che credono e che sono battezzati nella morte e nella risurrezione del Signore Gesù.

L’episodio ci insegna che la rivelazione non va interpreta in maniera riduttiva ma secondo Dio e con l’insieme di tutta la rivelazione e ormai alla luce di Gesù, Alfa e Omega, Principio e Fine, senso di tutta la realtà e la storia.

La prima Lettura, è la professione esplicita della fede nella risurrezione, di sette fratelli messi a morte dall’empio re Antioco Epifane: “Il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna”. La dottrina sulla resurrezione qui è chiara, l’interrogativo sul come avverrà, ha sempre comunque tormentato l’uomo, anche ai tempi di San Paolo e oggi, specialmente quando non si conosce che la carità e l’amore è proprio un modo di far conoscere la risurrezione come già operante in questa vita. La storia del martirio e la testimonianza della Chiesa lo racconta.

La risurrezione non è la rianimazione di un cadavere ma un salto di qualità, una esistenza nuova un altro mondo: “la vita non è tolta ma trasformata”, ripete la preghiera della Chiesa nel prefazio per le messe dei defunti; tutta la realtà della persona entra in una vita nuova che ora non possiamo descrivere, di essa on abbiamo esperienza. La sola certezza è Gesù risorto e la fede in lui.

Nella seconda Lettura San Paolo conforta i cristiani di Tessalonica; quella comunità era caratterizzata da forti tensioni, pensavano imminente il ritorno del Signore e la fine del mondo. I primi scritti di Paolo sono indirizzati proprio ai tessalonicesi per spiegare loro severamente come si debba attendere il ritorno del Signore, nella fede e nella speranza operosa. Dopo averli anche corretti, l’apostolo invoca su di loro la benedizione e la consolazione del Padre perché confermi ogni opera e parola di bene che essi compiono. Il Signore è fedele e custodirà la comunità proteggendola da ogni attacco del nemico, mentre è dedita a compiere quanto l’apostolo, nel nome del Signore, ha loro insegnato. L’augurio finale potremmo dire, al termine dell’omelia in questo giorno potrebbe essere rivolto anche alle nostre comunità parrocchiali: “Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e nella pazienza in Cristo!”.

L’attesa del Signore è nella pazienza finché siamo nella prova, nell’attesa che egli torni.

Cristina Cruciani pddm