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“Dio con noi” per sempre

dicembre 30th, 2010

1 gennaio 2011

Nm 6,22-27 Gal 4,4-7 Lc 2,16-21

Con lo sguardo contemplativo fermo sul Bimbo avvolto in fasce e giacente nella mangiatoia di Betlemme, abbiamo seguito la liturgia che, in un susseguirsi di testimoni, ci ha fatto incontrare protagonisti – in stile diverso – di un amore che ama senza misura:  Stefano, per il quale si aprirono le porte del cielo, Giovanni, giovane ardimentoso, forse zelota, prediletto da Gesù, gli Innocenti, bimbi trucidati in nome e per odio a Gesù. Ora il 1° gennaio, ci offre il mistero della divina maternità: è la solennità della SS.ma Madre di Dio.

Le tre letture del giorno sono di una splendida sinteticità.

In pochissimi versetti, ma gravidi della benevolenza di Dio per l’uomo, la prima (Nm 22-27) esprime una bellissima ‘benedizione’ affidata ai sacerdoti d’Israele. E’ Lui che insegna la formula e la affida a Mosé suo mediatore, perché la trasmetta ad Aronne. Se non fosse una interpretazione semplicistica, potremmo dire che JHWH rispetta i ruoli che egli stesso ha affidati alle sue creature. Ma il soggetto principale è, e rimane, Lui. Con una cadenza che non pesa, quasi musicale e armoniosa, nel triplice augurio è scritto:  Ti benedica il Signore… Il Signore faccia… Il Signore rivolga… Impareremo anche noi, benedetti,  a benedire? A “dire bene” di Dio con l’annunciarlo nel modo e con lo stile che s’addice a Lui? Dire bene del prossimo lontano, e vicino, di tutti, in comunità e fuori, in semplicità di cuore e di parola?

Pur scritta al singolare la benedizione è rivolta a tutto il popolo al quale è rivolto l’augurio di vedere il volto di Dio. Nell’idioma semitico vedere il volto significa vederne la persona, e, se si tratta di ‘personaggi’, ha una valenza diversa: significa essere ammessi alla sua presenza, certi che questa presenza sarà di buon auspicio. Dio, nel mostraci il suo volto, manifesta il suo favore, offre pace, protezione, perdono, sicurezza; soprattutto Amore. Ossia se stesso. Deus Caritas est.

Nella seconda lettura (Gal 4,4-7) è tracciata la biografia storica essenziale di Gesù. E’ quel “nato da donna, nato sotto la legge” che lo colloca in una comunità umana. D’ora in poi è vincolato, come ogni altro uomo e ogni altra donna di ogni tempo, a una specifica struttura religiosa, civile e storica dalla quale non si può e non ci si deve sottrarre. E, come Figlio di Dio, il cui Spirito è inviato dal Padre nei nostri cuori, rende tutti e tutte noi, parte della famiglia di Dio, partecipi della sua figliolanza, quindi, come figli nel Figlio, coeredi della stessa eredità. Possiamo “gridare” anche noi, come ogni bimbo smarrito e insicuro, o fidente e sereno, in piena verità, Abbà, Padre.

Il Vangelo (Lc 2,16-21) parla ancora di un Dio sceso tra gli uomini, che ha vestito i nostri panni quotidiani, uomo tra uomini, che si sottomette a una antica Legge voluta da Abramo, e assume un nome scelto dall’eterno e “annunciato dall’angelo prima che fosse concepito” e che, secondo la mentalità semita, indica l’identità della persona che lo porta: “il Signore salva”.

E Maria? Pellegrina nella fede, come tutti e tutte noi, silente, osserva, ascolta, accoglie, trattiene (serba), medita. Salva il presente e accoglie in anteprima il futuro, come aveva fatto 9 mesi or sono a Nazaret.

E i pastori? Stupiti per quanto hanno visto e udito, stupiscono a loro volta, con la loro narrazione, chi li ascolta.

I timori, le incertezze, i dubbi non hanno più ragion d’essere. Un donna della stirpe di Davide ha dato alla luce un Figlio; il giusto Giuseppe, nel circonciderlo, gli impone il nome che un Altro avevo scelto per lui. E’ tra noi, “con noi”. Per sempre.

 Sr Biancarosa Magliano, fsp

biblioteca@usminazionale.it

Un bambino è nato

dicembre 23rd, 2010

“ Oggi è nato il salvatore… Oggi risplende la luce su di noi…. Io oggi ti ho generato….”. Sono tutte espressioni che la Chiesa pone alla nostra considerazione, meditazione, meglio: alla nostra contemplazione. Dal futuro al presente… Nella quiete di una notte forse stellata il più grande mistero si realizza; è il tempo dell’intreccio tra la storia di Dio e la storia dell’uomo.

Prima era simbolo, annuncio, promessa, profezia; era figura. Ora è realtà; Dio si è fatto come uno di noi; ha rivestito i panni della fragilità e della precarietà; non più immutabile; ha bisogno di un tetto; ha i vagiti di un bimbo; crescerà in età, sapienza e grazia; camminerà sulle nostre strade; tra di noi, come uno di noi. E’ il mistero della kenosi; del farsi nulla perché gli uomini “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. E’ il mistero dell’Amore del Figlio di Dio che è dal “principio” Verbo eterno del Padre e ora giace in una mangiatoia, avvolto in fasce. Per noi, per tutti.

Le prime letture delle quattro messe proposte per questa “giornata” – compresa la vigilia – sono tutte prese da Isaia; sono tutte un invito alla festa, al giubilo: “Le tue sentinelle alzano la voce, insieme esultano”, perché “un bambino è nato per noi… il suo nome sarà Padre per sempre, Principe della pace”. “Ecco arriva il tuo salvatore”. Il verbo è quasi sempre al presente; non più annuncio di avventure future. Il profeta – che dice le cose di Dio – constata e ammette una realtà: quanto è stato promesso all’inizio dei tempi: “porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa” è diventato realtà.  Dio – lo diciamo un’altra volta – è il fedele, ha accompagnato la storia umana. Allora era una ‘predizione’; ora è realtà. La vittoria finale sarà segnata da una morte in croce e da una risurrezione, dal Mistero Pasquale, ma quella non sarebbe possibile senza la nascita in una grotta di Betlemme di un bimbo chiamato ed è Emmanuele.

Nella infatuazione del presente; nel tutto e subito della pubblicità; nella immediatezza delle cose da fare e da godere, che non fanno tacitare i bisogni e le esigenze del profondo umano, quanto avviene a Betlemme può definirsi “la sfida di Dio”.

Dio è venuto incontro alla ricerca dell’uomo. Si è fatto vedere, toccare, udire or sono poco più di 2000 anni. Dio non ha avuto fretta; non ha fretta. Ha atteso millenni (quanti?) che giungesse “la pienezza dei tempi”. Attenderà che Zaccheo esca di casa e voglia vederlo da un sicomoro; poi andrà a casa sua e Zaccheo passerà “dalla dinamica del prendere alla dinamica del dare”. Lascerà che Pietro lo rinneghi; poi lo guarderà con occhi di misericordia e di perdono e rinnoverà la fiducia. Attenderà che il buon ladrone sia lui a riconoscerlo come re: “quando sarai nel tuo regno…”.

Ora lo adoriamo lì, su un po’ di paglia, tra Maria e Giuseppe (cfr Lc 2,16) perché –  come scriveva Paolo a Tito (seconda lettura) – ora sono apparsi “la bontà di Dio, salvatore nostro e il suo amore per gli uomini”. Ci accompagneranno gli angeli. Infatti Quando Dio “introduce il primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio” (cfr Eb 1,6 (II lettura Messa del giorno).

Sr Biancarosa Magliano, fsp

biblioteca@usminazionale.it

Si apra la terra…

dicembre 16th, 2010

IV domenica di Avvento A

  19 dicembre 2010

  Is 7,10-14    Rm 1,1-7   Mt 1,18-24 

 “Stillate dall’alto, o cieli, la vostra rugiada e dalle nubi scenda su di noi il Giusto; si apra le terra e germogli il Salvatore”. E’ una implorazione del popolo eletto riportato da Isaia dove si legge quanto il Signore promette per una rinnovata liberazione dal nemico. Diventa un grido e un auspicio nostro, una supplica che si fa quasi pressante all’inizio della liturgia di questa quarta domenica di Avvento. Sembra che l’attesa stia diventando pesante; sembra che non gliela si faccia più. Ci urgono la sua misericordia e la sua salvezza. L’una è strada all’altra. Ma la speranza non vacilla: venga il Salvatore; ci raggiunga l’Atteso.

Con lo sguardo sulle attuali vicende storiche non meno dense di interrogativi, non meno cariche di nubi di quelle del tempo di Isaia, ci conforta ascoltare il messaggio nella prima lettura, il più celebre  dei testi classici del messianismo biblico. Ad Acaz incredulo è promessa la continuità del regno davidico; nascerà un figlio che verrà chiamato Emmanuele; sarà un Dio, carico di amore e di misericordia, giusto e santo, che continuerà ad essere compagno di viaggio del suo popolo. E noi oggi siamo suo popolo; possiamo crederci personalizzando il salmo responsoriale: “Del Signore è la terra e quanto contiene, il mondo con i suoi abitanti … chi ha mani innocenti e cuore puro otterrà benedizioni dal Signore… (cf Sl 23-24). Questa terra che ogni giorno possiamo calpestare o che, almeno, ci sorregge, è di sua proprietà, è stata messa in essere da Lui come nostra sede, nostra dimora.

Il testo della seconda lettura è l’avvio del capolavoro teologico di Paolo, la Lettera ai Romani. In essa, prima di tutto, in densissima sintesi, Paolo definisce la propria identità, “servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo…”; l’iniziativa non è sua! Un Altro lo ha fermato per strada, lo ha afferrato e gli imposto un totale e definitivo cambio di rotta: da persecutore a messaggero, a volte sofferente: “gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome” (At 9,16) profetizza il Signore per mezzo di Anania, ma sempre innamorato: “chi mi separerà dall’amore di Cristo?” (Rm 8,35). Egli ne è cosciente e si impegnerà a fondo per esservi fedele, sin quando una spada lo consegnerà a Lui, oltre il tempo. Passa poi a una altrettanto stupenda sintesi di verità assolute, ineliminabili come il Dio Amore e Verità e il Figlio suo prediletto, a cui si riferiscono.

Il vangelo può essere definito “l’annunciazione a Giuseppe”, che ascolta, pur in sogno, l’intervento davvero sconvolgente di Dio nella sua vita, nella vita della Donna che ama e rispetta. Da uomo giusto, icona della “sintesi tra l’impegno umano e l’affidamento a Dio”, senza porre interrogativi, senza fare domande come le ha fatte – giusta anche lei – Maria e, meno ancora, obiezioni, accetta l’intervento di Dio e il suo cuore riacquista la pace.

Il germoglio è spuntato; è cresciuto; là sull’alto ha il colore rosso; non sarà l’icona di quel sangue che sarà versato su una croce per la redenzione di tutti?

Una Parola, quella di questa domenica, davvero densa; su cui fermarsi con una saggia metodologia: ogni ‘parola’ merita riflessione, accostamento ad altre simili, accoglienza, comparazione con altri passaggi all’interno degli stessi testi: Isaia, Paolo, Matteo.

Soprattutto chiede attualizzazione nella propria vita, come ci fa pregare la colletta: “O Dio, Padre buono, tu hai rivelato la gratuità e la potenza del tuo amore, scegliendo il grembo purissimo di Maria per rivestire di carne mortale il Verbo della vita, concedi anche a noi di accoglierlo e di generarlo nello spirito con l’ascolto della tua parola nell’obbedienza della fede”.

Sr Biancarosa Magliano fsp

biblioteca@usminazionale.it

Gioisci: fiorisce una stagione nuova

dicembre 9th, 2010

III domenica di Avvento A

12 dicembre 2010-12-09

Is 35,1-6a.8a.10; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11

Il tempo dell’attesa, paziente e operante, si abbrevia. Il compimento della promessa non tarderà. La Chiesa prosegue il canto di gioia della domenica scorsa. Insiste con un invito ‘ripetuto’: rallegratevi, gioite. E così la domenica odierna diventa la domenica Gaudete.

Il testo di Isaia, riportato per questa domenica, anche se opera di un autore anonimo o II Isaia, è un canto di esultanza per il ritorno dall’esilio e per la libertà riacquistata; per la sanità ritrovata: le mani fiacche verranno irrobustite, le ginocchia vacillanti saranno rese salde; gli occhi dei ciechi si apriranno e gli orecchi dei sordi si schiuderanno.

Il corpo riacquista l’agilità sognata, ambita; i sensi si re-impossessano delle potenzialità iniziali. Non più fragilità, non più precarietà, né più disabilità. Sono sconfitte le caducità. Il tutto si ricompone nella freschezza e nell’integrità originale, nativa. Tutto è fatto nuovo.

E’ annunciata una felicità senza tramonto, senza scossoni, senza interrogativi, senza dubbi; la paura è esorcizzata: il Salvatore, annunciato e atteso, è vicino. Meglio: è presente perché, per il cristiano, c’è come una contemporaneità: è attesa ed è presenza.

E’ attesa che fa rifiorire la vita e risveglia la passione per la donazione di sé a gloria del Dio vivente e per la pace di tutti – quella del cuore che nessuno dovrebbe turbare – e la pace relazionale fra tutti, vicini e lontani, amici e possibili nemici o avversari o supposti rivali.

E’ attesa della venuta perché il mistero pieno dell’Incarnazione e della Redenzione si realizzerà soltanto nella venuta ultima, che sarà anche l’ora dell’ultimo giudizio di salvezza o di condanna. Lo attestava di sé anche san Paolo: il “Signore mi salverà per il suo regno eterno” (2Tm 4,18). Non sono necessarie altre promesse o altre certezze.

La breve pericope della Lettera di Giacomo – con un suggestivo invito a porre l’attenzione sulla stagione agricola – evoca la pazienza dei profeti, che è icona dell’attesa e delle ‘attese’ dell’umanità di oggi e di sempre. Il cuore dell’uomo, anche se non lo sa o non lo avverte, anche il nostro che si è votato per Lui senza limiti di tempo o di esigenze ‘altre’, ha sempre bisogno di Lui, della sua luce, della sua gioia, della sua regalità; in sintesi della sua venuta, della sua presenza.

Egli è “l’Alfa e l’Omega”. E’ l’ineliminabile. Tutto il resto è transitorio, in parte fittizio. Scrive Averardo Dini:  “Si tolga Cristo dalla storia, che cosa resta in piedi?”.

Eppure il Cristo storico ha suscitato dubbi: il primo in Giovanni, il battezzatore, il precursore che manda a chiedere: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?” (cf Mt 11,2-11). In questo brano di Matteo si confrontano le due ‘personalità’ con due ritratti diversi: Gesù descrive se stesso richiamandosi alle opere che compie nelle frontiere della povertà, della sofferenza, della malattia, della stessa morte, a favore dei deboli, degli umili, degli emarginati, dei disperati, di chi non trova in Lui motivo di scandalo. Compie gesti di alto e concreto valore umano e pronuncia parole efficaci. E dipinge il Battista come uomo robusto, dalla schiena dritta, persona rigorosa e limpida, di una sola parola: quella che deve avere il messaggero chiamato a preparare la via al Signore.

Ogni cristiano, in forza del Battesimo è chiamato a preparare la via del Signore. E chi è abilitato, in forza di una consacrazione nuova, ad assolutizzare la grazia battesimale, che dovrà fare se non porsi sulla stessa lunghezza d’onda e indicare le vie del Signore sempre veniente?

E per questo preghiamo con Anna Maria Canopi:

“Vieni, Signore!
Fa’ scendere per noi dal cielo

la tua rugiada luminosa:

la nostra vita fiorisca

in una nuova stagione di santità e di pace,

e innalzi nuovi canti di amore ed esultanza. Amen!”.

Sr Biancarosa Magliano, fsp

biblioteca@usminazionale.it

Il cammino è tracciato

dicembre 1st, 2010

II domenica di Avvento A

5 dicembre 2010

Is 11,1-10; Sal 71; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12

 L’inizio dei testi della liturgia odierna esprime vita, freschezza, speranza, futuro. Come il virgulto che diventa germoglio, un’era nuova sorge luminosa, perché su di esso si posa lo spirito del Signore, che è spirito di sapienza e di intelligenza, di consiglio e di fortezza. Questo germoglio, questo bambino-Dio – che è il futuro Messia  – si innerverà in una storia umana sempre in affanno, la farà sua salvandola e facendola assurgere sino all’altezza del divino. Nel mondo rinnovato, in forza della sua Incarnazione, si innesta allora la costruzione di un regno di giustizia e di imparzialità, di pace e fraternità.

Sorprende la descrizione dell’idillio di un nuovo eden: le antitesi e ostilità diventano accoglienza, le opposizioni vicinanza, la discordanza diventa armonia. Scrive Isaia: “Il lupo dimorerà con l’agnello, il leopardo si sdraierà accanto al capretto… il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso” (Is 11,6).  L’umanità diventa generazione che guarda alla radice di Jesse, ossia diventa popolo che, pur nel dubbio e nell’incertezza, ‘in virtù della perseveranza e della consolazione  che vengono dalle Scritture’ cerca e invoca Dio: sua luce, sua forza, sua consolazione e rende a lui gloria (cf Rm 15,4); ed è la stessa vita consacrata che, nei suoi uomini e nelle sue donne, pur nelle fatiche e negli interrogativi e nelle attese del presente, camminando sulle strade polverose della storia, nella essenzialità della sua ricerca, nella perseveranza, è tutta tesa nel ‘preparare le vie del Signore, raddrizzare i suoi sentieri’; si libera dalla pula, dalle scorie, dalle nullità; in un mondo consumista e relativista vive in sobrietà, perché non le importa se non essere cercatrice e testimone di Dio.

Nella Chiesa e con la Chiesa, come risposta alla chiamata di Dio, compie un ‘grande lavoro nel campo educativo, nelle università e nelle scuole’ o nelle ‘molteplici opere sociali attraverso le quali va incontro ai fratelli più bisognosi con l’amore stesso di Dio’, come ha detto Benedetto XVI il 26 novembre ai membri della USG (Unione  Superiori Generali); quindi, pur nella diversità di iniziative, metodi e strumenti, lavora e si affatica perché a tutti i popoli giunga quella parola di salvezza che è Verbum Domini.

Nell’aspra parola del precursore, Giovanni Battista, che invita a fare frutti degni di conversione senza dilazioni perché la scure è posta alla radice, nel caloroso appello di Paolo che invita all’accoglienza gli uni degli altri per la gloria di Dio e al servizio, il cammino è tracciato. Occorre percorrerlo.

Sr Biancarosa Magliano, fsp

biblioteca@usminazionale.it