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Con audacia

gennaio 27th, 2011

4* Domenica T.O. A    30.01.2011

Sof 2.3.12-13;   1Cor 1,26-31;   Mt 5,1-12°

Ancora una volta la Parola proposta dalla Liturgia odierna è espressione dell’unità di fondo che guida tutta la Scrittura, dal primo versetto “in principio” della Genesi all’“amen” dell’Apocalisse. “Salvaci, Signore Dio nostro” inizia l’antifona d’ingresso; “Cercate il Signore voi tutti” è l’incipit della I lettura. “Chi si vanta si vanti nel Signore” conclude il brano di Paolo. Infine: “Beati voi poveri” proclama Gesù dinnanzi a una moltitudine di ascoltatori.

Anche per questa domenica una Parola ben scelta, ben raccolta e riportata con misura. Si può spaziare su vari fronti, è vero. Ma l’idea di fondo è l’“eccellenza” di Dio, la sua paternità; il suo chinarsi sulla creatura che egli stesso ha chiamato all’esistenza; il suo invitarla a guardare oltre, a cercare il ‘di più’, il ‘meglio’: la liberazione, quella vera che non ha paura di nulla, neppure della solitudine o dell’abbandono, perché sa in chi ha posto la sua fiducia (cf 2Tm 46ss).

Sofonia (I Lettura) – che esercitò la sua missione profetica al tempo di re Giuda Giosia (629-609 a. C.) – ha una predicazione che risente della situazione di letargo politico, sociale e religioso in cui vive Israele, che facilmente soggiace a culti idolatrici. E’ un popolo umile e povero, che Dio – attraverso il profeta –  vuol ricondurre a sé e portarlo alla realizzazione del suo grande disegno d’amore: “potranno pascolare e riposare senza che più nessuno li molesti”. Il grande invito-richiamo che riecheggia anche qui è la richiesta di conversione: acquisire una mentalità nuova che permetta  una gestione nuova, diversa della propria esistenza.

Il testo della II Lettura (1Cor 1,26-31) fa da splendido aggancio tra la pagina di Sofonia e il vangelo delle beatitudini proclamato subito dopo: sistema il tutto; porta a conclusioni provocatorie, sul versante opposto di una comune plebiscitaria convinzione: “Dio ha scelto ciò che è stolto per confondere i sapienticiò che è debole per… i forti…”. La finalità ultima è evidente: “Chi si vanta, si vanti nel Signore”. Tutto il bene, compiuto o accolto perché gli viene da altri, ha la sua origine in Dio. Viene richiamato così quanto già scriveva il profeta Geremia: “Così dice il Signore. Non si vanti il sapiente per la sua sapienza…” (Ger 9,22-23).

Dio ha scelto le cose ‘che non sono’ – cosa o chi è più povero della nullità? – per rendere vane le cose che ‘sono’ secondo il giudizio del mondo. La sapienza vera infatti ha il suo vero fondamento in Dio e in nessun altro, in null’altro. Non sono né la forza né l‘astuzia dell’uomo che possono trasformare il mondo, ma la forza di Dio. 

Il Vangelo (Mt 5,1-12a) riporta il testo fondamentale della legge della nuova Alleanza: le beatitudini; senza di esse, accolte e vissute, il regno di Dio, anziché essere ‘vicino’, diventa una utopia. Sono tutte  – eccetto l’ultima – redatte con uno stesso stile letterario, nella medesima formula, e ciò ne facilita la memorizzazione. I poveri e i miti – per il vangelo vale un medesimo termine  aramaico – sono coloro che si aprono a Dio e attendono tutto da Lui; affamati di sete e giustizia lo sono quanti si impegnano a realizzare in sé e negli altri il regno di Dio. Puri di cuore – sede dei pensieri, della volontà, degli affetti – sono i limpidi, i sinceri, quanti camminano decisamente sui passi di Dio; essere costruttore di pace esige una chiara maturità umana, porta a fare quanto ha fatto il Figlio di Dio venuto sulla terra a perdonare, a iniziare una relazione nuova con la sua creatura, a darsi e a dirsi come modello, a portare la pace tra Dio e l’uomo e tra uomini e uomini.

Vivere secondo le beatitudini è vivere secondo lo schema di Gesù, il Profeta, Dio che parla di Dio e a nome di Dio. Oggi il loro messaggio ha una valenza – se possibile – ancora maggiore. Sono, infatti, contro la logica dell’avere, del possedere, del piacere per se stessi. L’idealità cristiano-evangelica è tutta un’altra cosa. Richiede audacia e fantasia! E interpella sempre e ovunque.

Sr Biancarosa Magliano, fsp

biblioteca@usminazionale it

La storia incarna la profezia

gennaio 21st, 2011

 3° domenica del T.O.          23 gennaio 2011

Is 9,1-4        1Cor 1,10-13.17       Mt 4,12-23

Brano celebre quello di Isaia riportato questa domenica e desunto del suo testo denominato “libro dell’Emanuele”. Ancora una volta Isaia con i suoi verbi al passato, con la costatazione di un presente e l’annuncio di un futuro. Questi verbi in continuità e progressione parlano di una storia di ‘schiavitù’ e di ‘redenzione’. Descrivono una realtà amara – la schiavitù – annunciano un futuro gioioso, la liberazione. Se l’inizio presenta il quadro oscuro dell’occupazione assira (v 23b), troviamo subito descritta la gioia dei salvati: lì si è instaurato il regno della libertà e della pace.

C’è una armoniosa e convincente antinomia tra tenebre e luce, con rispettivi verbi. Altri termini invece sono in simpatica e lucente sintonia; fanno giustamente connubio: la luce e la gioia; la luce che proporziona senso di liberazione e gioia. Permette di vedere; mette in contatto cosciente con la realtà. Non gioì forse il cieco nato al momento del riacquisto della vista, quando dall’oscurità passo alla luce? E luce e gioia occupano il secondo versetto riportato in questo brano. La luce cancella le tenebre (Gen 1,29 ) della morte; con la luce inizia una nuova creazione tutta vestita di gioia, espressa con immagini antitetiche: la gioia della mietitura – “gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete” – e l’esultanza dopo la vittoria quando, dopo la guerra, “si divide la preda”. E Gesù si rivelerà luce: “Io sono la luce del mondo”.

I simboli della schiavitù: il giogo, la sbarra, il bastone dell’aguzzino-oppressore sono frantumati, come al tempo di Gedeone, quando egli, “investito dallo spirito di Yahveh”, in terra di Madian, appunto, ottenne la vittoria sui suoi molteplici nemici.

Il Vangelo è particolarmente vincolato con questa prima lettura. Quella stessa regione, Zabulon e Neftali, prima umiliata dal Signore (Is 9,1), torna gloriosa, anche perché Gesù, che lascia Nazaret, va ad abitare a Cafarnao, nel territorio di Zabulon e Neftali (Mt 4,13), appunto. E’ il Gesù storico, che realizza la profezia; è il Redentore annunciato, il liberatore prefigurato che si stabilisce nella terra occupata secoli or sono da deportati. Qui Gesù, forte del suo Magistero – è il Verbo del Padre – e della sua ‘identità’ di Figlio bene-amato – pronuncia due inviti particolarmente provocatori e perentori. Uno è rivolto a tutti: “Convertitevi”. Motivo? “Il Regno dei cieli è vicino”. Non c’è scampo; non c’è alternativa. Urge porsi sui passi di Dio. Se l’iniziativa è sua, essa richiede-esige una risposta. Perché la salvezza è già qui. Si instaura, per chi risponde, una vita nuova dove Dio è presente e opera.

Il secondo invito si concretizza nella chiamata dei primi discepoli: due prima, Pietro e Andrea, fratelli, e due dopo, Giovanni e Giacomo, essi pure fratelli: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”. Gesù, per questi giovani di Palestina – che saranno suoi profeti perché parleranno in nome suo – non cambia le parole, cambia l’identità. Valorizza l’esistente – l’essere pescatori – per produrre ‘novità’. Non raccoglieranno pesci da mettere in rete. Con l’annuncio (andate e annunciate), la testimonianza (mi sarete testimoni – anche con il martirio), i sacramenti (battezzatefate questo in memoria di me…) offriranno a Lui, Maestro e Signore, credenti e discepoli.

La seconda lettura (1Cor 1,10-13.17) è particolarmente indicata per questa giornata, la sesta della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Con il personale fondamento biblico-teologico Paolo sa che i suoi lettori-cristiani formano un solo corpo in Cristo, che sono e perciò li chiama ‘fratelli’. In realtà Paolo viene a conoscere ‘dalla gente di Cloe’ che i cristiani di Corinto si sono sparpagliati in gruppi diversi e rivendicano proprie e diversificate appartenenze: ‘io sono di Paolo, io di Apollo , io di…’ (1Cor 1,12). E reagisce con forza. I gruppuscoli, le sette, le divisioni sono frutto di egoismi. Richiama le tre verità: il Cristo è indivisibile, la salvezza è frutto del mistero pasquale, della morte in croce di Cristo (1Cor 1,17), il battesimo è l’unica sorgente di vita. E con la autorevolezza che gli viene dal mandato ricevuto. Paolo reclama dai cristiani di Corinto il ritorno all’autentica fede cristiana.

In questi testi ancora una volta la storia giustifica e incarna e la profezia. Ancora una volta, come spiegava sant’Agostino: la Scrittura si interpreta, si comprende, con la Scrittura.

Sr Biancarosa Magliano fsp

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La Parola non si smentisce

gennaio 13th, 2011

II domenica T.O.      16 gennaio 2011 

Is 49,3.5-6    1Cor 1,1-3     Gv 1,29-34

Con ancora in cuore il forte sentire ‘cristiano’ che ci è cresciuto dentro nel fare memoria del nostro Battesimo mentre contemplavamo il Battesimo di Gesù nel fiume Giordano, coscienti di essere ‘stirpe sacerdotale’, ‘popolo regale’, ci ritroviamo con tre letture bibliche che aprono il nostro sguardo ad orizzonti infiniti.

La prima lettura riprende il carme del Servo del Signore riportato dal secondo Isaia. E ancora una volta è un messaggio di speranza, in prospettiva, di apertura universale. E’ evitato ogni limite, ogni restrizione, ogni delimitazione: “ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra”. Sarà una moltitudine di genti che avrà la comunione con Dio, perché lo stesso Dio lo ha voluto. Inoltre, il “servo” – anche se figura non facilmente identificabile – ha la certezza di essere stato prescelto. “Il Signore mi ha detto…”. Ancora una volta l’iniziativa non è dell’interessato; è di un Altro che sceglie, che – se assecondato – plasma, forma, prepara, e invia. – “Io ho scelto voi” dirà secoli più tardi Gesù agli apostoli. E “Ecco io vengo – perché di me sta scritto nel rotolo del libro –  per fare, o Dio, la tua volontà” – è scritto nella Lettera agli Ebrei (Eb 10,7) ed è presente come ritornello nella liturgia odierna. La Parola – quella di Dio – davvero non si smentisce mai. Ed è la nostra dolce, soave, ferma, rassicurante certezza. Dio è fedele, sempre! Dalla Genesi all’Apocalisse – inizio e conclusione della storia umana – Dio, Amore e Verità, è presente, Padre e Madre.

Paolo, nella seconda lettura, si pone sulla stessa lunghezza d’onda: è ‘chiamato’… a essere apostolo per volontà di Dio e scrive ai ‘santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo’… La constatazione della chiamata, la certezza della grazia, della ‘generosità’ di Dio che, in Cristo, ci coinvolge nella sua stessa opera di salvezza, impegna a una risposta. Egli ci vuole, con Lui, per Lui, in Lui, personalmente santi e artefici di una umanità nuova. Con Lui e in Lui, nella certezza di non essere lasciati soli, possiamo impegnarci ad ‘umanizzare la vita’, a renderla più bella – più umana appunto – sia la nostra che quella di quanti richiedono la nostra opera o anche solo la nostra presenza (cf Assemblea USMI 2010).

Il vangelo ci infonde un’altra certezza, la stessa certezza di Giovanni. Egli sa e dice espressamente che colui verso il quale invia i propri discepoli è il Figlio di Dio. Giovanni ha visto e per questo può testimoniare e sappiamo che la testimonianza è elemento fondamentale, irrinunciabile della vita cristiana. Se il battesimo di Giovanni esprimeva il desiderio di purificazione, quello nello Spirito Santo, iniziato con Gesù, è origine, fonte e causa di una vita nuova. Gesù è “l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”. E’ il Figlio di Dio che purifica il mondo da ogni sozzura, che libera l’uomo – che lo asseconda – da ogni volontà di violenza, di aggressione, di ingiustizia, di emarginazione, di ricerca di sé. Ogni peccato, in fondo, è ricerca di sé. E Gesù, nei suoi sacramenti, per mediazione dei suoi sacerdoti, ce ne libera e ci vuole e ci fa una sola cosa con Lui, in comunione piena e definitiva. Nel tempo e oltre il tempo.

Una Parola – quella di questa domenica – tutta da accogliere, assaporare, ruminare, da confrontare parola con parola, gesto con gesto, pericope con pericope.

                                                                                      Sr Biancarosa Magliano,fsp

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Segnati con sigillo indelebile

gennaio 7th, 2011

9 gennaio 2011        Battesimo di Gesù

Is 42,1-4.6-7  At 10,34-38   Mt 3,13-17

Illuminati dalle parole di Isaia, da brani delle Lettere di Paolo e dei quattro evangelisti abbiamo contemplato il “Dio con noi”, annunciato da un angelo ai pastori delle adiacenze di Betlemme e da una stella – dopo l’interpretazione della profezia di Michea – ai Magi venuti da lontano. Ora è Gesù adulto che, per sua scelta, parte da Nazareth e si avvicina e si immerge nel Giordano, secondo la tradizione, vicino a Gerico, poco distante dal punto in cui il fiume sfocia nel Mar Morto. Vi scende con una finalità ben precisa: vuole essere battezzato come tutti; si mescola uomo tra uomini; Lui, il solo Santo, si fa solidale con l’umanità peccatrice bisognosa di penitenza, e nel farsi battezzare attraverso l’immersione nel fiume evoca la simbologia dell’esodo: si esce dalla schiavitù per entrare nella libertà dei figli di Dio. “L’Agnello senza macchia lava le nostre colpe” cantiamo nei secondi vespri dell’Epifania.

Il brano di Isaia (I lettura) presenta una figura indeterminata, chiamata ‘servo’, titolo onorifico, attribuito in precedenza anche ad Abramo, a Mosè, a Giosuè, a Davide. Egli, depositario dello spirito di Dio, ha il compito di proclamare la salvezza, come opera pacifica; per cui riutilizza la canna incrinata, non spegne il lumicino esangue; compie opere di misericordia e di fratellanza: riporta in libertà i prigionieri e restituisce alla luce quanti giacciono nelle tenebre. All’umanità è offerta la possibilità di una vera metanoia,  un mutamento esistenziale: da peccatori a salvati, per cui non è più possibile un ‘giudizio di condanna’. Possiamo pertanto credere che “il Signore benedirà il suo popolo con la pace”, che è armonia interiore, è un bene-stare con Dio innanzitutto, ma anche con sé e con gli altri.

Pietro, come riportato dalla II Lettura, con la concretezza che lo caratterizza, ammette di aver capito che Dio non fa preferenze, che accoglie chi vive in giustizia e verità; per Lui non vi sono distinzioni di nazionalità, di etnie; a Lui non interessano le differenze sociali. Gesù di Nazaret, il Figlio da Lui inviato, passa per le vie della Galilea beneficando, facendo-del-bene, risanando e ricomponendo le fragilità, liberando chi si trova in potere del maligno.

Nel testo evangelico è evidente l’atteggiamento del Battista stupito perché il cugino, Figlio di Dio, venga a lui per essere battezzato. Gesù impone la propria volontà, quella del Figlio, che ha una missione da compiere, per cui pubblicamente nella sua kenosi, riceve l’ufficiale presentazione-consacrazione da parte del Padre: è il Figlio ben amato, in cui ha posto il suo compiacimento. L’epifania divina che accompagna l’atto battesimale di Gesù è una vera proclamazione della sua messianità. Lo Spirito che si librava sulle acque della prima creazione scende su di lui come preludio e inizio della nuova creazione, della nuova vita (CCC) offerta a tutti, preludio e anticipo di una eternità beata. In lui trova compimento la figura del servo (Is 42,1).

Come non fare memoria del proprio Battesimo? Di quel gesto e di quelle parole che ci hanno fatti depositari di un una Vita che non avrà più fine, e ci ha segnati con un sigillo indelebile per cui nessuno potrà fare nulla perché esso sia annullato? Basti la citazione di Paolo: “Quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu resuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in un vita nuova” (Rm 6,3.4).

Sr Biancarosa Magliano, fsp

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Si cerca ciò in cui si crede

gennaio 4th, 2011

6 gennaio 2011     Epifania

Is 60,1-6      Ef 3,2-3a.5-6          Mt 2.1-12

 “Dov’è il nato re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”. E’  la domanda posta al re Erode da “alcuni magi venuti dall’oriente a Gerusalemme”. E così la festa di oggi – mentre il Figlio di Dio, fatto carne, ha ancora le sembianze di un bimbo – diventa la “festa della manifestazione di Dio ai popoli pagani”. Questi magi pongono in subbuglio una città: il re ne resta turbato e con lui tutta Gerusalemme.  

Ma loro chi sono? Sono uomini in ricerca, con i loro desideri, le loro domande e le loro titubanze. Possiedono tuttavia una certezza: la veridicità della stella. Sono pagani, non appartenenti al popolo dell’alleanza, abituati a consultare il cielo ma soprattutto e prima di tutto sono ‘cercatori di Dio’. Non si cerca e non si adora se non ciò o chi in cui si crede. La creazione e l’astrologia in simbiosi diventano rivelazione che porta alla fede. La stella ancora li guiderà sino a posarsi sull’abitazione dove risiede quel “re” che stanno cercando per adorarlo. Ed essi, quali primizie dei popoli attratti dalla luce di Cristo, riconoscono in quel bimbo il Messia e davanti a lui piegano le loro ginocchia in gesto adorante. E a lui offrono doni simbolici, perché lo riconoscono profeta, re e sacerdote. C’è un passaggio dall’ “essere nascosto, velato” del mistero di Dio, al Dio rivelato, manifestato, e, pertanto, ri-conoscibile, da accogliere e adorare, servire e amare.

Paolo, nella pericope riportata in questa liturgia, con tutta la potenza e pregnanza del suo linguaggio, rivela se stesso per quello che è, esprime la propria identità: a lui è stato “affidato il ministero della grazia di Dio”, è stato chiamato a svelare il mistero a favore di altri; è annunciatore: viaggia, parla e scrive perché tutte le genti sono chiamate a fruire della dignità donata al popolo ebraico, a costituire quel popolo di Dio, Corpo di Cristo, che è la Chiesa. Paolo si manifesta così come l’annunciatore che vive e compie quanto Benedetto XVI scriverà 2 millenni più tardi nella Verbum Domini: “L’annuncio deve essere esplicito. La Chiesa deve andare verso tutti con la forza dello Spirito e continuare profeticamente a difendere il diritto e la libertà delle persone di ascoltare la Parola di Dio…” (95), la quale contiene e rivela il mistero di Dio a chiunque lo voglia accogliere. Gesù, adulto, per le vie di Palestina, esulterà di gioia “nello Spirito perché Dio Padre nella sua benevolenza” aveva manifestato agli umili, ai “piccoli”, ai poveri, ‘a chi lo cerca’, le sue verità. La Parola di Dio – che racchiude e rivela il mistero di Dio – non è una bella filosofia o una utopia.  E’ una Rivelazione da accogliere e in cui credere anche a rischio della persecuzione.

La narrazione di Matteo e il messaggio di Paolo costituiscono come l’introduzione e il compimento di un evento-messaggio: il Figlio di Dio è nato a Betlemme perché, in lui, tutte le genti possano condividere la sua stessa eredità, formare lo stesso corpo, essere partecipi della stessa promessa per mezzo del vangelo.

E acquista un suo valore ben preciso il brano di Isaia – ancora simbolico e profetico – posto per questa giornata come prima lettura. L’invito è chiaro e gioioso: “Alzati, rivestiti di luce”. Gerusalemme ‘rivestita di luce’, icona della presenza del Signore, è la meta verso la quale converge e convergeranno le genti, carovane di cammelli e dromedari, sovrani e ricchezze, greggi e armenti dai più remoti angoli della terra. Per questo diventa certo e credibile quanto preghiamo nel ritornello del Salmo responsoriale: “Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra”.

Gli “erodi” di oggi ancora massacrano i credenti in Cristo… Ancora, qua e là sorgono gruppi violenti, capaci di odio e di morte. Ancora qua e là, troppi ‘innocenti’ – vescovi, sacerdoti, laici,  religiosi, suore, – versano il proprio sangue perché fedeli al vangelo… E qua e là – anche nell’oriente, nelle terre da cui provenivano i magi – sorgono persone, giovani e adulti, e gruppi disposti a tutto, fedeli alla Chiesa, pronti ad approfondire la propria fede e ad annunciarla, anche a spese della propria vita. “Il sangue dei martiri – scriveva Tertulliano – è semente di nuovi cristiani”.

Sr Biancarosa Magliano, fsp

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