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L’unicità cristiana

febbraio 24th, 2011

8° domenica T.O. A    27 Febbraio 2011

Is 49,14-15          1Cor 4,1-5        Mt 6,24-34

“Io sono tranquilla e serena come un bimbo svezzato in braccio a sua madre; come un bimbo svezzato è l’anima mia” (cfr Sal 130,2). Così pregava, ripetendo le parole volta a volta ma senza monotonia, una suora or sono 20 anni, nelle ultime settimane della sua storia terrena. Tra le angustie del suo greve momento, sapeva di poter contare sull’amore senza misura di un Dio che non abbandona, che sempre attende e sempre perdona. Un Dio che è Amore.

Il brano proposto – nella I Lettura – uno tra i passi più famosi del Secondo Isaia, attribuisce a Dio una piena gratuità d’amore e di misericordia. L’amore di Dio è come quello di un padre per i suoi figli; anzi no! È della stessa tenerezza viscerale di una madre! Anzi no! Egli lo trascende! Quello di una madre rimane declassato: una madre può abbandonare il figlio, dimenticarlo sul seggiolino della macchina, vicino ad una finestra, attaccato ad una fragile ringhiera… Dio no! È presente! O, meglio, noi siamo a Lui ‘presenti’, nel nostro vagabondare, nel nostro tormentarci, nella nostra confusione, nelle nostre nebbie! Nel suo amore egli è indefettibile, racchiude in sé l’amore paterno, quello materno e quello sponsale…

Paolo nella II Lettura definisce se stesso come ministro-servo e come amministratore dedicato alla diffusione e alla difesa fedele dei misteri di Dio; è amministratore della parola di salvezza. Concretamente definisce il ministero apostolico proprio dei vescovi compiuto in collaborazione con i sacerdoti. Ministero sommo, di perenne e assoluto servizio, alle ‘dipendenze’ dell’‘Assoluto’.

Per questo il premio o la condanna non sono legati al successo o all’insuccesso, all’approvazione o alla condanna umana. Questo sì, la lode vera è quella del Signore “che mette in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori” (v. 5).

Il brano evangelico punta decisamente sull’essenziale, il che è costituito dalle esigenze tipiche del Regno di Dio e della sua giustizia: unicità di direzione, unicità di ricerca; unicità di impegno. Gli interessi di Dio non sono pluriivalenti. Una motivazione sola, un solo interesse. Gesù – con 11 ‘non’, alcuni al negativo e altri con l’interrogativo – oltrepassa tutti gli schemi, tutte le misure, tutte le equivalenze umane e impone la differenza cristiana del vivere. Il cristiano si fermi un attimo e pensi a ricollocare in modo radicale e ‘unico’ la propria vita. Il ‘di più’ ha un’origine malsana.

                                                                                Sr Biancarosa Magliano, fsp

                                                                                 biblioteca@usminazioale.it

L’irrazionalità di Dio

febbraio 17th, 2011

Domenica 7° T.O.A            20 febbraio 2011  

Lev 19,1-2.17-18      1Cor 3,16-23          Mt 5,38-48

Ancora una volta, attraverso il suo messaggero, Dio invita gli uomini ad altezze inimmaginabili alla sola mente umana. Dio spinge alle sue stesse altezze. Egli, il Santo per eccellenza, colui, la cui identità si identifica con ‘perfezione’ e con ‘semplicità’ appunto perché nulla che non sia santo lo turba – invita Mosè a compiere la stessa sua azione: Dio “parla a Mosè” e questi deve parlarea tutta la comunità degli Israeliti dicendo loro…”. Dio vuole che il popolo si ponga su una strada diversa, sulla stessa sua strada.

Tratto dal libro dei sacerdoti – il Levitico – sezione “Legge di santità” – questo brano forse è uno dei testi dell’Antico Testamento che, nella specificità del discorso, meglio si agganciano con il Nuovo, Vangelo e altri scritti: di Paolo, di Pietro.

Pur nella diversità, perché il suo orizzonte è marcatamente ebraico e non universale, come invece sono gli scritti neotestamentari, costituisce di fatto una anticipazione evangelica. Inoltre mentre questo testo, che viaggia su una linea piana, senza particolari scogli o pesantezze, senza spinte eroiche, consiglia di ‘non covare odio’, il Vangelo è esigente; pone il cristiano su un viaggio in salita. Gesù radicalizza i discorsi. Propone un modello d’amore senza ripensamenti né svolte all’angolo: amare i nemici per essere “figli del Padre che è nei cieli”.

E mentre si rivendica il valore della nobile “legge del taglione” – base del diritto antico e moderno, giusta in quanto definisce la proporzione tra il delitto e la pena, – Gesù si pone sulla strada in salita, appunto: “ama il nemico”; “porgigli anche l’altra guancia”, lascia anche il mantello…”.

Ancora una volta ascoltiamo o leggiamo un ripetuto: “ma io vi dico”. Sì, perché l’etica cristiana si configura come ‘una proposta che tende idealmente alla stessa perfezione di Dio’. L’imperativo del Vangelo di oggi: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro” spinge a un amore forse irrazionale, ma è quello con cui Dio ama tutti; egli “fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni” e “fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”.

Nella breve pericope di Paolo, riportata oggi – che inizia con un irrompente interrogativo e termina con una altrettanto decisa affermazione – è presente la teologia del tempio di Dio che è il nostro corpo e che è ogni cristiano; è presente la teologia della croce. Dio ci pone sul suo stesso piano: siamo sua dimora; tutti apparteniamo a Cristo nell’armonia della creazione, così che la sola sapienza umana a che servirebbe?

Sr Biancarosa Magliano, fsp

biblioteca@usminazionale.it

Vangelo eversivo

febbraio 10th, 2011

6° domenica T.O.A

 Sir 15,15-20          1Cor 2,6-10            Mt 5,17-27

Nella Verbum Domini è scritto: “Il concetto di adempimento delle Scritture è complesso perché comporta una triplice dimensione: un aspetto fondamentale di continuità con la rivelazione dell’Antico Testamento, un aspetto di rottura e un aspetto di compimento e superamento” (VD 41).

Questa affermazione può essere evidenziata nei testi che la Liturgia ci presenta oggi. Nella originalità di ogni singolo brano esiste una complementarietà reciproca. Si registrano, infatti, i tre aspetti:

Continuità: Alcuni valori sostenuti nell’Antico Testamento sono altrettanto esaltati nel Nuovo: il bene, la vita, il timore, la sapienza la cui esaltazione giunge all’apice della personificazione nell’Antico e qui presentata da Paolo come “sapienza di Dio”.

Rottura: “Avete inteso, ma…”

Compimento e superamento: “Sono venuto a dare compimento”.

L’autore della I lettura è un sapiente giudaico che, nel II secolo a. C., compose quel “gioiello di sapienza” che è il Siracide, un’opera giunta sino a noi completa soltanto nel testo greco per opera di un suo nipote. Il testo ebraico non è giunto completo, ma in frammenti. L’autore intende – e gli risulta bene – fare una sintesi di tutto il messaggio sapienziale biblico e lo adatta ai nuovi contesti socio-culturali, religiosi in cui viene a trovarsi.

L’identità di questo brano consiste nell’essere innanzitutto una solenne affermazione della libertà umana, una meditazione molto chiara e appassionata sulla libertà e il peccato. L’uomo è totalmente e ontologicamente libero. In forza della sua identità può discernere, scegliere, optare, decidersi. Davanti a lui sono poste due vie in perfetta antitesi: quella del bene e quella del male; quella della vita e quella della morte. O l’una o l’altra. E sono talmente antitetiche che l’una esclude a priori l’altra. Bene e male non potranno mai fare connubio; non potranno mai essere in simbiosi. Intercettati l’uno con l’altro potranno costituire un ibrido incomprensibile. Come del resto il fuoco e l’acqua – anche se ambedue sono valori e hanno positività nei loro effetti; insieme non potranno mai esistere: “l’acqua spegne il fuoco che divampa”, dice ancora il Siracide (3,30). Per questo ci si trova dinanzi a scelte decisive e dai risvolti definitivi. Non c’è ambivalenza; non sono permesse ambiguità. “Il vostro parlare sia: Sì, Sì; no, no. Il di più viene dal Maligno” (Mt  3,37).

Paolo, nella II lettura presa dalla Lettera ai cristiani di Corinto, – capoluogo dell’Acaia, luogo di comunicazioni e commercio, metropoli ricca e popolosa, – che costituiscono una Chiesa vivace, delinea l’identità della vera sapienza cristiana: sapienza divina, misteriosa, rimasta nascosta, stabilita prima dei secoli e ora rivelata. E’ la sapienza non conosciuta e non accolta dai dominatori di questo mondo, giacenti per scelta propria nelle tenebre dell’errore e/o dell’ignoranza; è la sapienza non concessa agli ‘evasori’, a chi rifugge dalla Legge e dalla Profezia. E’ la sapienza-dono di Dio ai ‘perfetti’, radicati in Cristo, ben afferrati da Lui e in lui, perché ad essi sono assicurati l’assistenza e il sostegno dello Spirito.

Il brano evangelico è particolarmente lungo ed è particolarmente ‘eversivo’. E’ evangelicamente drastico. Gesù, con la propria autorevolezza di Maestro, dà particolare importanza alla propria messianità. Dichiara apertamente: “Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento”; e non gli sfuggono i ‘segni grafici’: “non passerà un solo iota o un solo trattino”; è venuto a ‘portare alla pienezza definitiva di significato’. Quanto qui è detto ha valore perenne. Come dire: non è possibile altra interpretazione. La sua è l’interpretazione ultima, anche perché in Lui ‘si manifesta in pienezza quella volontà divina di redimere e salvare l’umanità, di cui la Legge e i Profeti sono testimonianza’.

Gesù rivaluta la donna, la sincerità e la veridicità di ogni rapporto umano, superiore per valore all’offerta fatta sull’altare; esalta la mitezza e la pacifica relazionalità; riconferma la trascendenza del giuramento e della giustizia, la coerenza tra parola e vita, tra teoria e prassi.

Per ben otto volte scorre sotto gli occhi o giunge al nostro udito: “Io vi dico”. La parola ultima è Sua. Definitivamente e solo soltanto Sua.

Sr Biancarosa Magliano, fsp

biblioteca@usminazionale.it

Lo ha detto Gesù

febbraio 3rd, 2011

5° domenica T.O. A  06 febbraio 2011

Is 58,7-10     1Cor 2,1-5     Mt 5,13-16

Tre brani scritturistici, quelli di questa domenica, che sono di una simpatica e coinvolgente brevità e di una altrettanta intensità di messaggio. E s’innesca subito il pensiero su un’altra brevità biblica: Dio è amore. E chi riuscirà mai a sviscerarla?

I nostri testi sono: di 4 versetti il primo e il terzo; 5 versetti per il secondo.

Ancora Isaia (il Terzo), ancora lui che, pur distante nel testo dal Secondo e dal Primo, ancora una volta si richiama alle “opere” di giustizia e di amore, nelle quali scopre la “luce” come frutto della vera fedeltà alla Legge. Il popolo ebraico, tutto immerso nella pratica esteriore e irreprensibile nel culto, vuole ricostruire il tempio distrutto. I parametri di Dio, sono altri. Per Lui la frattura tra culto e vita non deve esistere. Anzi, allo splendore del culto, egli preferisce l’ospitalità ai senza tetto, la spartizione del pane con l’affamato, il saziare chi è digiuno, il vestire chi è nudo.

Le parole non sono sufficienti, il dire non basta, perché si realizzino profezia e testimonianza. L’osservanza del sabato non basta. Alla parola devono aggiungersi le opere, tutte quelle che  giustizia e carità esigono. Lo dirà anche Gesù quando parlerà del giudizio universale: le opere, la vita di carità sarà come lo spartiacque tra i ‘buoni’ e i ‘cattivi’, tra chi andrà alla destra e chi alla sinistra (cfr Mt 25,31-46). E ne scriverà anche Giacomo nell’unica sua Lettera:la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa” (Gc 2,17). Senza contraddire l’insegnamento di Paolo (Rm 4,5-6), Giacomo, come Isaia, esalta il “prendersi cura” del prossimo, il lavorare per il recupero di frange disagiate della popolazione.

E quando avrai fatto tutto quello che devi fare “la tua luce sorgerà come aurora”. Allora per il tuo male e il tuo patire, per  il tuo faticare e, anche, il tuo stancarti a favore degli altri, giungerà la soluzione: “la tua ferita si rimarginerà presto”. In tutto ciò il Signore è aiuto e sostegno e premio.

Paolo nella seconda Lettura descrive le qualità precise del discepolo autentico: egli non conta sulle proprie capacità né sulle proprie argomentazioni. Lascia agire in sé la potenza di Dio. Il vero discepolo ripete quanto l’amore, la potenza di Dio, appunto, gli hanno manifestato e gli consentono di dire. La vita cristiana ha il suo inizio nell’azione dello Spirito; la stessa predicazione di Paolo ha il suo principio nella grazia e nella forza dello Spirito che lo “informa” – gli dà forma nel pensiero e nella vita; lo illumina per la comprensione del mistero della croce – del Crocifisso – e lo spinge ad annunciarlo, a “dirlo”. E’ Dio che plasma l’apostolo e lo sostiene, gli dà forza per l’annuncio.

Il Vangelo è la continuazione del passo della domenica scorsa. E propone la prima parte del brano in cui si susseguono le cinque antitesi: avete sentito che fu detto, ma io vi dico. Gesù paragona la vita del cristiano a due realtà: il sale e la luce. Il sale, come elemento che da sapore al cibo e lo conserva, è l’icona dei cristiani chiamati a rendere la terra gradevole e saporita, a trasformare la realtà con la sapienza del proprio dire e del proprio vivere. Che sarebbe un cibo senza sale? Che sarebbe una comunità senza la testimonianza, la profezia del cristiano? Il sale che non compie la sua funzione, viene buttato e calpestato! La condanna del discepolo potrebbe essere sicura. Lo ha detto Gesù!

E come la luce rende visibile ogni cosa, così il cristiano è il segno visibile dell’amore di Dio per l’umanità, e della sua presenza; punto di riferimento per chi è alla ricerca della verità, della giustizia, dell’amore, del senso della vita, di una spiegazione ‘altra’, valida, convincente. Nel molto vaneggiare di oggi, nella vacuità di tante situazioni e di tante parole, nello sconquasso di alcuni valori, è tempo di dottrina particolarmente illuminata, di oculata vigilanza, di consistenza evangelica. Lo ha detto Gesù: “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”.

Sr Biancarosa Magliano, fsp

biblioteca@usminazionale.it