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Chiamati all’amore

maggio 26th, 2011

VI domenica di Pasqua Anno A

“Se mi amate osserverete i miei comandamenti”

At 8,5-8.14-17; 1Pt 3,15-18 Gv 14,15-21

Gesù si dirige agli apostoli con parole di tenerezza, in un momento  pieno di emotività e denso di esperienza,  in cui ognuno di noi è passato, o passerà.  E’ un padre che parla ai figli prima di lasciarli: “non vi lascerò orfani… pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi”. Non rimarrete soli, chiederò per voi chi vi consoli, chi stia con voi. E ancora: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti… chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama… chi ama me sarà amato dal Padre e anch’io lo amerò”. Triangolo di amore:  l’uomo, Gesù e il Padre.  Legame  mirabile  tra comandamenti e amore.

I canoni della legge che ogni ebreo doveva osservare erano circa seicentoquaranta. Secondo la legge antica, consegnata da Dio a Mosè sul monte Sinai, i comandamenti sono dieci. Gesù li riduce a due: “Ama Dio con tutto il cuore e il prossimo tuo come te stesso”, che poi, in realtà, è uno solo, perché il secondo è simile al primo.  Che diversità dagli uomini che tendono sempre a moltiplicare le leggi e a renderle più pesanti;  non solo nelle istituzioni ufficiali ma anche nelle associazioni, gruppi, congregazioni e ordini religiosi, dove spesso le norme reggono il vivere insieme, a volte senza anima!

Se c’è un prima e un dopo, Gesù  mette l’amore  prima della legge. Il compimento della legge non è la prova dell’amore: al contrario, osservo la legge grazie all’amore. L’amore è la premessa della legge. Infatti, Gesù dice: “se mi amate osserverete i miei comandamenti…”;  se mi amate, la legge non sarà un giogo, l’osservanza della legge non sarà un comando, perché l’amore non si comanda, ma sarà un frutto dell’amore. L’unico  comandamento di Gesù è l’amore; è un ideale di perfezione a cui l’uomo è chiamato; è il  comandamento, che, se vissuto in verità, ci fa riconoscere come discepoli di Gesù. E’ la condizione in cui si fa esperienza di Dio, lo si contempla  con gli occhi della fede, si diventa testimoni veri del Dio in noi. “Se ci amiamo gli uni gli altri Dio dimora in noi e in noi il suo amore è giunto a pienezza” (Gv 4,12).

Signore, non lasciarci orfani, inviaci il Consolatore, fa’ che sappiamo accogliere quella forza nuova che ci rende capaci di vivere in novità di vita, che ci fa sperimentare Dio in noi, che ci fa compiere la legge non come un giogo, ma come una manifestazione dell’amore. Fa’ che il nostro amore ai fratelli non sia inquinato dal desiderio di apparenza, o di approvazione. Insegnaci ad amarci e ad amare gli altri gratuitamente, come tanti testimoni di ieri e di oggi che hanno vissuto fino al sangue l’amore per i fratelli. Grazie per i tanti Lena Tonelli o Vittorio Arrigoni… Continua a suscitare in mezzo a  noi testimoni, profeti e martiri come segno del tuo amore per noi e richiamo al nostro amore per te e per i fratelli. Amen.

Teresita Conti, fsp

Una fede attraversata dalle domande

maggio 19th, 2011

V domenica di Pasqua Anno A  22 maggio 2011

“Io sono la via”

At 6,1-7, 1Pt2,4-9; Gv 14,1-12

Prima di lasciare questo mondo Gesù rassicura i suoi discepoli:  “non sia turbato il vostro cuore … vado a prepararvi un posto, poi verrò di nuovo e vi prenderò con me … e del luogo ove io vado conoscete la via “. “Non sappiamo dove vai come possiamo conoscere la via? “, domanda  Tommaso. Risponde Gesù:  “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre”.  Il dialogo è semplice, lineare, ma il suo contenuto non è facile.  Incalza Filippo : “mostraci il Padre e ci basta”.  E Gesù di rimando: “da tanto tempo sono con voi… io sono nel Padre e il Padre è in me… chi ha visto me, ha visto il Padre”.  Aveva dimenticato, Filippo, che Gesù aveva parlato loro del Padre, li aveva rassicurati dicendo: “ il Padre sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate…   voi pregate così:  Padre nostro …” ( Mt 6,7-9)

E’ un incalzare di domande e risposte che mettono a nudo l’incapacità di comprendere degli apostoli e il grande desiderio di capire.

Gli apostoli vogliono capire e con l’ingenuità dei semplici, fanno domande. Le risposte di Gesù aprono scenari nuovi, fanno intravedere qualcosa che va oltre la normale quotidianità e gli apostoli sono attenti, ma il linguaggio è difficile.

“ Io sono la via”: la strada per incontrare il Padre è ripercorrere il cammino di Gesù. Egli è  il modello, spetta a noi conoscerlo per imitarlo, per seguirlo nei suoi pensieri, nella sua condotta, nella sua accoglienza, nei suoi insegnamenti.

Gesù è un uomo straordinario, è Figlio di Dio. Come possiamo noi imitarlo? Forse, come gli apostoli dobbiamo fare domande, farci domande.  Vivere  in atteggiamento di ricerca continua, di confronto con il vangelo. Non importa il commettere errori, non importa il cadere; importante è imparare dagli errori, importante è rialzarsi, importante è il confronto con ciò che ha fatto Gesù, e come lo ha fatto. Importante è camminare,  importante è essere curiosi di trovare la strada che è più propria, la strada per diventare noi stessi. Se non avremo più domande da farci, se crederemo di aver capito tutto, se decideremo di non dover più cercare avremo finito di capire, avremo finito di scoprire, avremo chiuso la porta alla verità e alla vita.

Signore, donaci il gusto della ricerca, il desiderio di conoscerti, la gioia di imitarti. Facci assaporare l’ebbrezza del cammino. Concedici di non ignorare le nostre inquietudini, di non stancarci di cercare e di percorrere la via che Dio mostra a ciascuno di noi. Offri risposte materne alle domande di significato circa il nostro quotidiano andare. Rimettici in cammino ogni volta che ci perdiamo  sulle sabbie dell’effimero e  facci scoprire  le orme dell’eterno. Amen

Teresita Conti, fsp

La voce del Pastore nel tempo

maggio 12th, 2011

La voce del Pastore nel tempo

IV domenica di Pasqua Anno A   15 maggio 2011

At 2,14a.36-41;      Sal 22; 1Pt 2,20b-25;         Gv 10,1-10

“ Sono venuto perché abbiano vita in abbondanza”

Cristo Risorto, in questa IV domenica di Pasqua, ci viene incontro come Buon Pastore. E’ una immagine oggi quasi incomprensibile, mentre  per gli antichi era ricca di significato.

Il pastore delle pecore è  colui che protegge le pecore, le difende dai briganti, le conosce una per una, le  chiama per nome, è ascoltato dalle pecore, cammina davanti a esse. Dà la propria vita per le pecore; il mercenario invece le abbandona. Il pastore buono, Gesù, è venuto per servire, la sua autorità consiste nel far crescere quanti gli sono affidati;  il suo compito è quello di farli vivere in pienezza: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” .

Vita abbondante. Vita piena. Significa accogliere e vivere tutto il tempo, riempire di vita ogni istante. Il tempo è pieno del mistero di Cristo; mistero che si sviluppa nel tempo nel divenire della creazione, secondo l’immagine paolina:“la creazione geme e soffre le doglie del parto, fino ad oggi. … anche noi … gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” (Rm 8.21-22).

Partecipare al processo che investe tutta la creazione, accogliere il tempo come dono di Dio,  come  attimo pieno di senso, come sfida che rischia di sfuggirci, come impegno per conoscere e imitare Gesù è vivere in pienezza.

Per crescere, per maturare in saggezza, per conoscere e conquistare il nostro cuore, per risolvere i nostri conflitti interni abbiamo bisogno di molto tempo, forse di più di quello che abbiamo bisogno per crescere fisicamente.

A volte sperimentiamo un rapporto conflittuale con il tempo: non ho tempo, ho perso tempo, ci vuole troppo tempo…  In realtà non c’è tempo per sé, non c’è tempo per riconoscere la presenza di Gesù in noi,  non c’è tempo per ascoltare l’altro, non c’è tempo per stupirci davanti alla creazione.

Viviamo l’accelerazione del tempo: le macchine, gli aerei, le navi spaziali devono essere ogni volta più veloci. I fertilizzanti chimici devono velocizzare i tempi di produzione, i capitali devono essere trasferiti il più velocemente possibile per aumentare i guadagni. Questo processo che sembra non si possa fermare ci coinvolge, ci avvolge nel suo turbine e ci fa trascurare la vita.

Dove ci porta questa accelerazione  contro il tempo?  Vale la pena vivere in questa corsa?

Da una poesia indiana:

Ti auguro tempo per il tuo Fare e il tuo Pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti e correre, ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo  per stupirti e per fidarti, tempo per toccare le stelle
tempo per crescere e per maturare.
Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita.

Teresita Conti, fsp

Viandanti che si raccontano

maggio 5th, 2011

III domenica di Pasqua Anno A   8 maggio 2011

“Ci ardeva il cuore nel petto”

Atti 2,14.22-33; 1aPt 1,17-21; Lc 24,13-35

Mentre nella prima lettura troviamo un Pietro rassicurato, che non ha più timore e  parla a voce alta di ciò che ha visto e capito, nei pellegrini di Emmaus c’è ancora dubbio e incredulità.

Due discepoli si dirigono insieme verso un villaggio vicino. Mentre camminano parlano,  condividono lo stesso dolore, e parlarne fa loro bene, si ascoltano, si accolgono. Avevano un sogno che  ha  alimentato nel loro cuore l’illusione  che fosse “lui, Gesù,  a liberare Israele”. Ormai tutto è finito, non c’è margine per la speranza , non resta che tornare a casa, alla grigia  quotidianità.

Uno sconosciuto si mette al loro fianco. Cammina con loro, li invita a raccontare. Hanno il cuore pieno, si sentono ascoltati e parlano. Trapela la delusione, la rassegnazione. O “sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti”, dice lo sconosciuto. E “incominciò allora a spiegare che il Messia doveva soffrire”. E mentre parlava i discepoli in ascolto, incominciano a rasserenarsi, incominciano a intravedere la mano di Dio negli avvenimenti, e il loro cuore si prepara a capire.

Siamo tardi di cuore quando di fronte alle difficoltà e alla precarietà della vita, alla immaturità della nostra fede, alla debolezza e fragilità della nostra speranza, ci lasciamo prendere dalla delusione, dall’indifferenza, ci  chiudiamo nel nostro piccolo mondo, nei nostri poveri  interessi.

C’è un particolare importante che l’evangelista riporta solo alla fine del racconto, in bocca ai discepoli dopo la rivelazione: “non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino“. Rifiorisce la speranza, una nuova luce si fa strada: scoprono che  la croce è la parola definitiva da ascoltare, da accogliere, da capire, da pregare. E’ lo Spirito che fa ardere il loro cuore.

Ci arde il cuore di stupore e di emozione quando contempliamo due giovani innamorati, l’amore di una mamma per  il suo  bimbo, l’esplodere della primavera, un cielo stellato, o quando ci sentiamo  gratificati dallo  studio o dal lavoro,  quando compiamo una buona azione, quando costatiamo che nel mondo non c’è solo il male, ma anche tanto bene. Quando scopriamo nel bene e nel bello che ci circonda l’amore di Dio per  l’uomo, per noi. Lasciamoci ardere il cuore: Gesù è ancora e sempre in mezzo a noi.

“ A tutti i cercatori del tuo volto, mostrati, Signore;

a tutti i pellegrini dell’assoluto, vieni incontro, Signore;

con quanti si mettono in cammino, e non sanno dove andare, cammina, Signore;

affiancati e cammina con tutti i disperati sulle strade del mondo;

e non offenderti se essi non sanno che sei tu ad andare con loro,

tu che li rendi inquieti e incendi i loro cuori;

non sanno che ti portano dentro;

con loro fermati perché si fa sera;

e la notte è buia e lunga”. (D.M.Turoldo)

Sr Teresita Conti, fsp