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La logica del Maestro

luglio 28th, 2011

XVIII T.O. A.                     31.07.2011

Is 55, 1-3      Sl 144/145     Rm 8,35.37-39        Mt 14,13-21

Sullo stile dei venditori ambulanti di derrate alimentari assiepati sulle piazze dell’Oriente, questo appello del Secondo Isaia è un invito suadente e carico di compassione per i suoi lettori. “Chi ha fame e chi ha sete venga”. Cibo e bevanda sono gratuiti, sono donati, messi a disposizione. Il Signore li offre a chi ha fame e a chi è assetato, senza alcuna discriminazione. Non occorre denaro; non è mercato; non è uno scambio: ti do purché tu mi dia. E’ liberalità, magnanimità, è regalo, soprattutto perché l’offerta del Signore va oltre le pure necessità fisiologiche. Egli offre sapienza, fedeltà, soprattutto assicura alleanza, garantisce lealtà. Quello che ha compiuto nei confronti di Davide lo può fare anche ora con questo suo popolo. La compassione e la tenerezza di Dio non hanno limiti né di tempo né di persone: sono per tutti e per sempre.

Il salmo ribadisce lo stesso concetto: insiste sulla bontà, sulla misericordia, sul compatimento di Dio verso tutti. E’ un autentico commosso e realistico inno a un Dio tutto e solo Amore e Compassione, proteso non sull’uomo soltanto, ma su tutta la sua creazione: cura i passeri e le stelle, i fiori e le pietre, l’erba del campo e chi la coltiva; conta i capelli, fornisce il pane all’affamato…

Il brano di Paolo inizia in forma solenne, non soggetta a titubanze o timori, la propria certezza della mutua fedeltà tra lui e il Signore Gesù, tra lui e il Messia atteso, venuto, conosciuto, amato, annunciato. Nessuno, e niente, potrà sottrarlo al possesso di Dio. Le persecuzioni, la carestie, le avversità e pur tutte le vicende liete nulla potranno su di lui. Egli e il Signore sono così presi l’uno nell’altro che tutto il resto non conta più nulla.

Nel Vangelo è sottinteso l’intenso patire di Gesù per la morte violenta subita dal cugino Giovanni il Battezzatore. Saputo l’accaduto, si ritira in solitudine. Molte sofferenze della storia umana non sono condivisibili. Ognuno se le porta in cuore e in silenzio, da solo. Ma la folla non lo abbandona perché ha bisogno di Lui, della sua parola perché ‘parla come nessun altro’, del suo potere taumaturgico. Di fatto Egli crede a quanto i discepoli gli raccontano sulla situazione precaria degli ascoltatori e ne sente compassione: sono stanchi, mandali a casa… Ma Gesù non obbedisce; piuttosto riversa sui discepoli la soluzione del problema: “voi stessi date loro da mangiare”. Poi, come ritornando sulle sue parole, valorizza l’esistente: le sue mani prendono, benedicono, spezzano e danno… Prende i cinque pani e i due pesci e li dona in altrettanto cibo capace di sfamare cinquemila uomini senza contare le donne e i bambini. Il senso umano compassionevole di Gesù lo porta a non chiedere un ulteriore sacrificio: chi è venuto ad ascoltarlo ha percorso un lungo cammino; li fa sedere sull’erba e li sfama, non da solo. Coinvolge i discepoli, che passano dall’egoismo al dono, al servizio, alla condivisione.

Sr Biancarosa Magliano, fsp

biblioteca@usminazionale.it

Tesoro della vita

luglio 21st, 2011

XVII T.O. Anno A 24.07.2011

Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto (Mt 13, 44)

1Re 3,3.5.7-12 Rm 8,28-30 Mt13,44-52

Salomone, dopo aver eliminato tutti i suoi nemici, ha raggiunto una fama a vasto raggio, anche perché genero del Faraone, avendone sposato la figlia. Inoltre ha costruito una propria sede, il tempio e le mura di cinta di Gerusalemme. Per questo sale su l’altura di Gàbaon e là offre il sacrifico di ringraziamento al Signore riconoscendone il dominio e il potere. E di notte in sogno Iddio gli parla. Tre termini biblici significativi. Il monte era considerato luogo di culto a JHWH. La notte, creata da Dio, è destinata alla sua lode, ma è anche tempo adatto in modo specifico per le rivelazioni di Dio e per la preghiera, oltre che del giudizio e della morte. Il sogno è segno di profezia e di rivelazione, di ammonimento e di comando, via misteriosa per la comunicazione divina. Ebbene, là sulle alture di Gàbaon, in sogno durante la notte il Signore apparve a Salomone e gli parlò. L’iniziativa è sempre di Dio. E’ lui, Padre e Creatore, il primo a parlare. Scuote l’interesse di Salomone. Il quale, in questo suo inizio di governo, riconosce di essere re perché il Signore guida la storia e attua la promessa fatta a Davide. Nella sua richiesta ammette il proprio limite, la propria incapacità, la propria possibilità di errore. Implora saggezza, capacità di giudizio e di discernimento: distinguere il bene dal male e tutto ciò che bene e male significano: giustizia, pace, solidarietà, verità, difesa del debole e i singoli opposti: violenza, soppressione del debole, menzogna, ingiustizia, egoismo. Il Signore lo ascolta e ‘concede’ quanto richiesto. Più avanti nello stesso testo è scritto: “in ogni parte della terra si desiderava di avvicinarlo per ascoltare la saggezza che Dio aveva messo nel suo cuore”.

I due versetti della Lettera di Paolo ai Romani riportati per questa domenica sono un inno teologico alla fedeltà di Dio, al piano di salvezza che Egli ha tracciato nella storia e in tutto l’essere. Dio ‘conosce da sempre’ e con amore l’umanità da lui stesso voluta; la ‘predestina’ alla ‘conformità’ con il Figlio suo, la predispone a modellarsi sulla forma di Cristo così da esserne ‘l’immagine’, la riproduzione, non la fotocopia; ogni creatura umana deve essere un altro Cristo. Dio la ‘chiama’ alla fede, la giustifica, la redime, la rende santa; per questo la glorifica, la renderà partecipe della stessa sua gloria. E’ uno splendido crescendo dovuto alla altrettanto splendida capacità di Paolo di capire e di rivelare ai suoi lettori le misteriose e appassionanti vie di Dio. Un Dio che invita l’umanità alle sue stesse altezze.

Il Vangelo di questa domenica chiude il discorso complessivo delle parabole riportato da Matteo. Sono tre immagini significative per i lettori del suo tempo – agricoltori e pescatori – e per noi lettori di oggi. Il tesoro, la perla, e la rete con la sua discriminante, richiamano a qualcosa di così alto valore per cui vale pena disfarsi di tutto quanto si possiede, non del solo superfluo, o dell’eccedenza, e rapidamente, senza nessuna perdita di tempo, nessun ragionamento illusorio, nessuna disquisizione sterile. Il cristiano del nuovo millennio è questo: non si aggrappa al transitorio; non idolatra nulla, neppure il proprio punto di vista; con abilità, scaltrezza, perspicacia, va all’essenziale, alla perla, al tesoro; al vangelo tout court.

Sr Biancarosa Magliano, fsp

biblioteca@usminazionale.it

L’ultima parola…

luglio 13th, 2011

XVI  T.O. Anno A      17.07.2011

Sap 12,13.16-19      Rm 8,26-27       Mt 13,24-43

L’inizio della prima Lettura – estratto da quel piccolo gioiello che è il libro della Sapienza – è come un commosso gesto di adorazione; un riconoscimento dell’identità del Dio ‘cristiano’, che ama la giustizia, ma sceglie la clemenza e la moderazione nell’attesa che la creatura torni a lui e riporti armonia nel concerto della creazione. Un Dio che non ha vincoli, che non deve render ragione a nessuno, e perciò è ‘libero’ in se stesso, è sapiente e compassionevole, capace di obiettività: sa dar prova di forza, se necessario e rigetta l’insolenza di chi se ne ride. E chi gli è fedele, deve fare quel che ha fatto lui. E’ quasi, ma non ancora l’“imparate da me…”. Lo scrittore sacro afferma: “Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo…”. Il credente ha una sola via davanti a sé: la via dell’amore paziente, della misericordia, dell’indulgenza, del perdono. Anch’egli è – era – peccatore, e, se ha invertito la  rotta, se si è ‘convertito’, è perché Dio si è reso presente in modo efficace in lui: il pentimento è dono di Dio.

Ben prega il salmo responsoriale: Tu sei buono, Signore, e perdoni.

La pericope della Lettera ai Romani è, ancora una volta, brevissima: due versetti. E’ come la splendida sintesi di un trattato di teologia: dà prova dell’esistenza e dell’opera della terza persona della Trinità. E riporta anche l’unica volta in cui Paolo parla della intercessione dello Spirito Santo. Paolo ammette la fragilità umana, la “nostra debolezza”, incapace di pregare con formulazioni e atteggiamenti opportuni, convenienti; lo Spirito presente in chi crede, conosciuto e riconosciuto dal Padre, supplisce a tutte le precarietà umane con la sua forza di intercessione. Nell’intesa, nella comunione tra il Padre e lo Spirito l’uomo ne esce accolto, ascoltato, salvato, redento. Con questa certezza il cristiano, tempio della Trinità, può guardare al suo futuro, con fiducia, con la speranza cristiana appunto.

Il brano, preso dal Vangelo secondo Matteo, offre alla meditazione la narrazione di tre parabole molto conosciute: quella del grano sparso nel campo a cui il nemico aggiunge di notte la zizzania, e quelle in cui si parla del granello di senape e del lievito. Piccola cosa il granello di senape; piccola cosa la porzione di lievito. Gesù gioca sulla contrapposizione, sulle differenze. Seme e lievito, nascosti anche se attivi nella prima parte della loro vicenda, faranno esplodere la terra e la pasta. Ciò che adesso è piccolo – seme-porzione di lievito – saranno ambedue di proporzioni rilevanti nella storia umana. Ambedue rimandano alla presenza e all’agire libero di Dio, il quale sovverte la logica di questo nostro mondo e tempo. Quanto Gesù compie e dice, è poca cosa, è irrilevante di fronte all’esplodere dell’esistenza cristiana lungo i secoli e i millenni. Il suo Regno si estenderà tra tutti i popoli, nessuno escluso. La parabola della zizzania, seminata dal nemico, rimanda all’enigma della presenza del male nel mondo e di chi lo propone, e/o lo compie: è seminata nella notte, nell’oscurità, nell’inganno. Nonostante ciò, su tutto, sui tempi, sul radicamento del male, sulla salvezza del ‘bene’ e ‘dei buoni’ veglia il padrone. Veglia il Signore. L’ultima parola è sua.

Sr Biancarosa Magliano, fsp

biblioteca@usminazionale.it

La Parola che cambia la vita

luglio 6th, 2011

XV° Domenica T.O. Anno A  10 luglio 2011

Is 35,10-11    Rm 8,18-23   Mt 13,1-23

La prima lettura, due versetti e una leggenda: la leggenda del Dio che guarda l’opera da lui voluta; e come lui l’ha voluta. Una realtà visibile, icona di una realtà invisibile, ma non meno realistica e suscitatrice di ammirazione e commozione. E parola di gioiosa speranza: Dio creatore, fiero della propria opera che, nel metterla in esistenza egli giudicò buona – “e vide che era cosa buona”. Ora si sofferma a contemplarla. La pioggia o la neve cadono sul campo, penetrano silenziosamente nel terreno; non lo forzano; non gli fanno violenza. Raggiungono il seme, lo fecondano ed esso risponde positivamente.

E’ piccola cosa un seme; è piccola cosa un chicco di grano. Quasi inconsistente. Pesa pochi grammi; occupa poco spazio. Ed è destinato ad altro: essere ancora seme, ma non a favore di sé; per generare altro alla vita, ad essere alimento, ad essere pane, dopo che la pregnante spiga sarà scossa e i semi, diventati farina, mescolati con un po’ di acqua e poco lievito, diventeranno pane. Così è la Parola di Dio. Dio non parla invano. Egli disse e fu fatto. Egli parla, rivela. L’umanità tutta è la destinataria del suo messaggio. Eluderlo la rende infeconda, ne azzera le possibilità di maturare in sapienza e grazia.

Paolo, in un brano tra i più intensi di tutta la Lettera ai Romani, afferma che la condizione attuale della creazione è contrapposta a quella futura: è caduca, effimera, fugace, vulnerabile. E nella sua nativa, precaria identità, essa pure, ‘geme’ nell’attesa della redenzione; attende di essere liberata dalla caducità. Il vivere cristiano è appunto questo: è vivere ‘il già e non ancora’. È vivere in pienezza la propria creaturalità, nell’attesa certa di entrare ‘nella libertà della gloria dei figli di Dio’. La liberazione piena avverrà in forza dello Spirito, che ci rende ‘figli nel Figlio’, per sempre. In modo imperituro. L’intero cosmo. – dice Paolo – verrà assunto e redento. Nel cosmo e con il cosmo l’umanità.

Il vangelo non è un ‘piccolo’ brano; è più esteso di altre volte. Gesù, affascinante predicatore che valorizza spesso simboli della natura per lanciare il proprio messaggio, racconta una parabola, quella del seminatore – e ne dà le spiegazioni. Il seme lanciato dal seminatore non cade tutto su terreno buono, ma su terreno sassoso, fra le spine, lungo la strada… Le conseguenze stanno nella logicità del discorso. Soltanto il seme caduto sul terreno buono dà frutto. Nel racconto di Gesù sono presenti due verbi e un sostantivo che hanno un alto valore realistico: ascoltare-comprendere e terreno. La Parola deve essere ascoltata, non semplicemente udita, e compresa, conservata, custodita nella mente e nel cuore, ruminata, ragionata ‘fatta passare’ parola per parola, appunto; confrontata con altre parole. La mente e il cuore devono essere liberi da egoismi, da ‘inutilità’. Soltanto così incide sulla vita e poco a poco la trasforma, il pensiero diventa un pensare biblico, evangelico; e la vita diventa evangelica.

Il messaggio di questa domenica non può andare disperso. Ogni proclamazione della Parola non può essere ‘presenziata’ e nulla più; non si può udirla con la mente randagia, a spasso, o sfilacciata come una frangia che non trattiene nulla. La Parola è dono del Verbo di Dio, vivo e vero, uno e trino.

Sr Biancarosa Magliano, fsp

biblioteca@usminazionale.it