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Penso secondo Dio o secondo gli uomini?

agosto 25th, 2011

XXII T.O. Anno A               28 agosto 2011

Ger 20,7-9    Rm 12,1-2     Mt 16,21-27

La pericope di Geremia qui riportata è una delle più celebri e drammatiche ‘confessioni’ del profeta. Geremia, appena liberato dai ceppi in cui lo aveva relegato Pascur, alto funzionario sacerdotale del tempio, vorrebbe chiudersi in un ostinato silenzio. A che serve parlare, gridare, annunciare il volere e le minacce dello stesso Dio, se tutto ciò arreca a lui, immeritatamente, continui guai: scherno, derisioni, beffe? E’ giusto sottomettersi a fatiche, adempiere incombenze quando queste possono essere occasione od opportunità di umiliazioni e derisioni? A colpo d’occhio, sicuramente no; alla luce del solo raziocinio umano, certamente no. Ognuno alberga in sé il diritto al rispetto, alla stima. Ma il Dio della vita, della creazione, nella fedeltà a se stesso può esigere anche questo. Nessuno può permettersi di tradire la propria coscienza e quelle ‘norme divine’ scritte con sapienza infinita dal Dio della vita appunto in quella parte di sé che è la propria coscienza. Geremia lo ammette: “Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo”. E’ l’ansia missionaria, è la dirittura di coscienza di tanti uomini onesti, di tanti cristiani di oggi che non tradirebbero mai quel Dio che li inabita e li spinge all’azione, alla evangelizzazione….

La pericope paolina è di altrettanta densità. Con essa Paolo – conclusa la sezione prettamente teologica della sua Lettera ai Romani – dà inizio alla sezione morale e pratica. Egli invita i suoi lettori ad offrire il proprio corpo – centro delle relazioni che legano l’uomo a Dio, e a tutta la realtà creata, fratelli e sorelle compresi – come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. È l’esaltazione dell’ ‘umanità’ cui Dio stesso aveva dato vita con un suo intervento diretto, là nell’Eden. Tra l’ ‘uomo’ e Dio deve intercorrere in continuità una relazione di dipendenza che, alla luce di un sano discernimento, diventa sacrificio, ossia offerta, oblazione genuina; diventa dono disinteressato e gratuito; diventa gesto cultuale che ha il suo centro unificante nell’amore sincero. Ci si offre per amore e nell’amore.

Il brano dell’evangelo racconta di un dialogo tra Gesù, il Maestro, che ‘comincia a spiegare’ e i suoi discepoli, intenti all’ascolto. Gesù, senza ambiguità né riduzioni tattiche, predice quanto gli sta per succedere: gli anziani, i capi dei sacerdoti e gli scribi lo manderanno a morte; ma egli risusciterà senza molto tardare: “il terzo giorno”, esattamente. I discepoli, nella persona di Pietro, non accettano un discorso umanamente inaccettabile. E Gesù, il Maestro interviene. Non corregge il proprio discorso, non lo addolcisce, non minimizza. Anzi:

a)   invita esplicitamente ad accettare la croce, a seguirlo, anche fino al martirio, se necessario (v. 24);

b)   pone in aperta antitesi il ‘perdere’ e il ‘trovare’. La ‘perdita’, la rinuncia e la donazione non sono fini a se stesse, ma portano a trovare un tesoro mai soggetto a smarrimento. Donando tutto, si ritrova tutto e per sempre (v. 25);

c)   riprende il tema della radicalità. Nulla, davvero nulla, anche se prezioso, può essere messo a confronto con una vita totalmente donata, per amore (v. 26).

Alla fine, quando il Maestro ora lì presente, verrà nella gloria del Padre suo, della cui volontà è stato fedele esecutore, essi riceveranno il giusto riconoscimento delle proprie azioni.

Sr Biancarosa Magliano, fsp
biblioteca@usminazionale.it

Rivelati a noi stessi

agosto 17th, 2011
XXI T.O. Anno A                     21 agosto 2011
Is 22,19.23           Rm 11,33-36           Mt 16-13-20
 
La liturgia di questo tempo per la prima Lettura spazia nella Parola e allo stesso tempo segue un itinerario preciso. Abbiamo avuto testi presi da Isaia, profeta, dal Primo libro dei Re, dal Libro della Sapienza. Sono tutti brani dove la parola del Signore esprime messaggi carichi di vita, di forza, di sapienza. E’ la ‘presenza capillare’ e ‘trascendente’ di un Dio e Signore che ha posto in essere la creazione e non la abbandona, ma la accompagna nel fluire nel tempo.
Togliendo l’intrigante Sebna dal potere e sostituendolo con il sapiente Elìakim Dio prova che può esistere un nuovo stile di potere avulso da intrighi o interessi personali. Dio ha voluto aver bisogno dell’uomo, ma quest’uomo non può seguire il libero/capriccioso arbitrio personale. Il potere è servizio di carità.
Il brano di Paolo è come il corollario del brano di Isaia. E’ una dossologia di Dio creatore, reggitore e termine ultimo dell’universo. ‘Presenza’ e ‘azione’: da lui, per mezzo di lui, e per lui sono tutte le cose.
Secondo il brano di Vangelo proposto oggi, ancora una volta, viene espressa – qui davvero in forma storica – l’interesse di Dio per l’uomo. Con una fine legge psicologica che impone di riversare sull’interlocutore le sue stesse parole perché possa coglierne meglio il valore, e diventarne responsabile, Gesù interroga i suoi discepoli, poi si appoggia sulla loro risposta per fare loro una ulteriore domanda. Sulla risposta sicura, decisa e fidente di Pietro, Gesù parte per la solenne investitura il cui effetto non avrà termine mai: “Tu sei Pietro e su questa pietra…”. Pietro diventa detentore degli stessi poteri di Dio; i suoi interventi saranno interpretazioni e attualizzazioni nel tempo e negli uomini della volontà di salvezza di Gesù, il Messia. Senza interruzioni; senza deroghe; senza cedimenti.

Sr Biancarosa Magliano, fsp
biblioteca@usminazionale.it

La lezione di una fede ‘pagana’

agosto 10th, 2011

XX  T.O. Anno A                 14 agosto 2011

Is 56;1.6-7             Rom 11.13-15.29-32          Mt 15,21-28

Il brano di Isaia è già un annuncio di quello che saranno la pericope evangelica e il brano paolino. Il popolo ebraico, appena rientrato dall’esilio, deve riorganizzare la propria vita religiosa comunitaria e personale. Il Signore lo ‘accompagna’ in questa faticosa gioia. Essere rientrati nella propria terra è ‘bello’. Di fatto l’ideale è: ‘non più stranieri’; non più giudei né greci. Non più cananei, né altro popolo. Partendo da questa idea di fondo, il brano di Isaia, che dà inizio alla terza parte del libro, è un invito ad accogliere il piano di Dio che sogna un mondo umano giusto e verace, al quale si appartiene con l’osservanza del sabato, con la fedeltà all’alleanza, il pellegrinaggio al ‘monte santo’ di Sion; la vita di preghiera.

La pericope paolina riporta prima tre versetti (13-15) e poi (quattro (29-32) del capitolo undici della Lettera ai Romani. Paolo fa una specie di raffronto tra sé, ora ‘convertito’ e quello che costituiva il suo popolo amato, gli ebrei appunto, in opposizione al popolo dei gentili con il quale egli si sente identificato. E’ quasi un invito a ‘convertirsi’; tant’è che spera di svegliarne la loro gelosia. Egli è totalmente convinto che ‘Dio vuole che tutti siano salvi”, ed è pure certo che l’albero della Chiesa ha le sue radici nel popolo ebraico, i”nostri fratelli maggiori” come li definiva Giovanni Paolo II.

Il testo evangelico è un misto di tenerezza e calore materno e di apparente freddezza. E’ il sentire e il patire di una donna non di razza giudaica, che ha una figlia tormentata dal demonio. Quale male peggiore? Qui taumaturghi e medici normali non possono proprio far nulla… Ed è espressione – da parte di Gesù – di fedeltà alla Legge, al passato, alla storia, alle mansioni avute, sapendo però che questa fedeltà può esigere svolte, liberazione. Gesù difende la propria posizione con il silenzio prima, poi con un richiamo a quanto gli è stato chiesto dal Padre suo; poi con una provocazione avvilente, in quanto equipara la richiedente a un cagnolino… La donna-madre non molla. Ingoia il silenzio, accetta la provocazione e torna all’assalto. E’ vero, i cananei, suo popolo, non sono equiparabili agli altri popoli; possono anche essere considerati gente da strapazzo; ci sono barriere etniche; ma quella figlia deve essere guarita, liberata. E Gesù può farlo ed effettivamente lo fa perché la fede della donna è grande! Oggi – questo nostro tempo – è il tempo dell’apertura, del dialogo su dubbi e speranze nel mutuo rispetto della verità e della libertà, degli scambi anche teologici, iniziando a condividere gioie e pene per giungere poi anche alla condivisione delle ricchezze più vere e quindi quelle che non mutano con il variare delle stagioni, le ricchezze spirituali.

Biancarosa Magliano fsp

biblioteca@usminazionale.it

Paura e fede

agosto 3rd, 2011

XIX T.O. Anno A                07 agosto 2011

1Re 19,9ª.11-13ª              Rm 9,1-5                Mt 14,22.33

Nel brano della prima lettura ritornano termini particolarmente biblici: monte, notte. Ripetendo il cammino di Israele, Elia, che fugge da Gezabele, la regina che lo perseguita, giunge all’Oreb-Sinai e lassù e di notte Dio gli si rivela nella sua genuina realtà simboleggiata dalla brezza serale. Non certamente nel terremoto che in un sussulto di pochi secondi sbriciola quartieri o città intere causando vere tragedie; non nel vento impetuoso che può squassare i monti e sbriciolare le rocce; non nel fuoco che tutto distrugge o divora. I fenomeni atmosferici o sismici preannunciano la venuta di Dio. Ma Dio appare ad Elia, suo profeta, sulla soglia della caverna; nella intimità dello sguardo e dell’attenzione volto verso di sé, nel godimento di un venticello soave che rende maggiormente godibile il luogo e il clima. Lì, nella calma del vento e del cuore, Elia può ascoltare l’interrogativo di Dio: “Che fai qui, o Elia?”.

Paolo nella seconda lettura dimostra di essere convinto teste di se stesso, di quello che gli preme in cuore. Non ha bisogno di altri testimoni. E dalla prima all’ultima parola c’è tutto l’amore, tutta la passione, tutta l’ansia, la tenerezza per il suo popolo. E’ un rovente soffrire, un prolungato patire di lui di fronte alla situazione stagnante dei suoi ‘consanguinei secondo la carne’, che non vogliono ammettere l’incarnazione del Figlio di Dio, la venuta del Messia atteso, non accettano la salvezza. E’ disposto ad essere lui maledetto, escluso dalla comunione con Cristo, in loro favore. E scrive un commosso e glorioso elenco dei ‘privilegi’ con i quali Dio ha accompagnato questo suo popolo: l’adozione a figli, è popolo eletto, scelto da Dio; a loro JHVH si è presentato prima nel deserto e poi nel tempio di Gerusalemme; ha stipulato alleanze con Abramo, con Mosé, con i loro padri; ha donato loro la legge attraverso Mosé sul monte Sinai. In sintesi li ha accompagnati nello scorrere della loro pur tormentata storia, e anche a volte nella loro infedeltà. Non è mai venuto meno alle sue promesse. Nella pienezza del tempo ha mandato tra loro il suo Figlio nato da donna. Per questo deve essere creduto!

Nel vangelo si legge che Gesù, congedata la folla, “salì sul monte, in disparte a pregare”. Il luogo del contatto personale con il Padre non è soltanto il monte; Gesù ha altre urgenze, la sua preghiera ha bisogno delle condizioni necessarie a tutti: lo stare in disparte, in solitudine, il non voler essere disturbato da niente e da nessuno, il silenzio. Quel sano vuoto interiore, quella quiete dell’anima che permettono e facilitano la meditazione, la relazione con il divino. Il preoccuparsi della gente, degli apostoli che trafficano e sono preoccupati sulla barca perché il mare è agitato, viene dopo. Dopo la preghiera Gesù scende a valle, si lascia’toccare’ dal travaglio degli apostoli e si presenta con le stesse parole che ripeterà dopo la risurrezione: “Non abbiate paura, sono io!”. Il cuore degli apostoli, del temerario prima e pauroso dopo Pietro, il vento, riacquistano la propria normalità. Tutto si risolve e condensa in un gesto di adorazione e di una ammissione: “Davvero tu sei il Figlio di Dio”.

                                                                           Biancarosa Magliano
                                                                           biblioteca@usminazionale.it