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Il canto dell’amore deluso

settembre 29th, 2011

 

XXVII T.O. Anno A             02.10.2011

Is 5,3-7        Fil 4,6-9        Mt 21,33-43

Tre brani, tre capolavori. Preziosi nella loro sinteticità e nella loro concretezza, offrono un messaggio di indubbio valore teologico, etico, spirituale. Su Dio e sulla sua creatura.

Il primo è un capolavoro di poesia ebraica, il ‘canto della vigna’ che, nel suo splendido inizio, richiama il Cantico dei cantici. Qui, invece, è un canto che diventa lamento; un’attesa che diventa delusione, una speranza che diventa sconforto: “Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi”.

Nella Bibbia la vigna è spesso presentata come immagine del popolo d’Israele, amato e custodito da Dio. Essendo il clima della Palestina favorevole alla coltivazione delle vigne, il lavoro che essa richiede da parte dell’agricoltore diventa immagine della cura che Dio ha per il suo popolo, “la sua piantagione preferita”.

Ma, e se il popolo non risponde; se il popolo disattende i richiami, se non gradisce la protezione; infine, se rifiuta l’Amore? Diventa oppressore e sanguinario… Il non ascolto e il rifiuto di Dio si trasformano in malevolenza, avversità, odio, forse anche vendetta. 

Paolo, in questo brano, esprime ancora una volta tutta la sua tenerezza per quella comunità da lui fondata per prima, da lui amata forse come nessun’altra, anche perché essa aveva provveduto a sue situazioni di emergenza. Per questo possono vivere senza particolari angosce; possono sempre e comunque rivolgersi con fede e ferma speranza al Dio della pace. Possono – e debbono – appoggiare il loro pensiero su tutto il bene che viene sparso sul loro cammino, su tutto ciò che è giusto, puro, amabile, degno di onore. Così come ha fatto e sta facendo lui. La sua testimonianza sta loro dinanzi come sprone e incoraggiamento. Nella pace che viene da Dio. 

La storia della salvezza ha tappe a volte luminose, altre volte essa si presenta con angoli di oscurità, di nebulosità. Ne è prova la parabola di oggi che ha come sottofondo la vigna; parla di un uomo tutto dedito alla piantagione e alla difesa-custodia di una vigna, appunto. Non può accompagnarla nel suo crescere e nel suo produrre frutti. Altri impegni lo attendono lontano. La affida a contadini di sua fiducia, i quali, però, con quell’egoismo e quella possessività che si annidano spesso nel cuore umano, se ne fanno beffa. Ne vogliono raccogliere e godere i frutti; anzi, aspirano a diventarne i proprietari. Per questo uno dopo l’altro eliminano gli inviati del padrone, suo figlio compreso. Ai contadini traditori, a chi rifiuta la salvezza, spetterà l’inesorabile giudizio di Dio: i malvagi moriranno miseramente; la vigna sarà consegnata ad altri.

E’ l’enigma umano, amalgama di aspirazioni alte e di velleità. Le aspirazioni alte devono concretizzarsi in fedeltà quotidiane: accettazione piena della salvezza offertaci dal Figlio di Dio fattosi uomo.

Sr Biancarosa Magliano

biblioteca@usminazionale.it

Il sì delle parole, il sì della vita

settembre 22nd, 2011

XXVI T.O. Anno A              25.09.2011

Ez 18,25-28            Fil 2,1-11      Mt 21,28-32

Ancora una volta un discorso di antinomie; di antitesi, di opposti, che alla fine non solo non si sfuggono, ma si superano l’un l’altro: la perversione del giusto, del santo, della persona ‘per bene’, eticamente perfetta ha agli antipodi la conversione dell’ingiusto, del peccatore. Così Ezechiele, profeta dell’esilio babilonese di Israele, assicura i suoi lettori che l’ultimo giudizio, l’irrevocabile è quello di Dio che si basa sulla reale vita dell’uomo. Sei ‘buono’, sei fedele a lui? Avrai la vita, quella che non finisce. Abbandoni la verità , ti addentri nella via del male? per te non resta che il giudizio di condanna. Il Dio annunciato da Ezechiele non è un sovrano sadico, è il padre della misericordia, della giustizia. Non toglie all’uomo la libertà di cui gli ha fatto dono; lo rispetta nella sua individualità, e lo rispetta nelle sue scelte: dalle quali dipende l’ora e il poi, che – non si sa quando.- ma verrà.

Il brano di Paolo è come l’effusione della sua paternità. Introdotto da quattro ‘se…’ che sono come uno scongiuro carico di affetto, culmina con un celebre inno pasquale. E’ un appello all’unità, alla comunione, che investe tutta la persona, all’amore fatto di opere, pertanto alla compassione. E’ un pressante invito all’umiltà, a imitazione del Figlio di Dio, di Gesù, che, pur essendo Dio, appunto, è entrato pienamente nella nostra umanità; non gli interessa far valere la sua uguaglianza a Dio come motivo di prestigio; si sommetterà a una morte infamante per amore che diventerà motivo di salvezza dell’intero universo. Il suo farsi ‘servo’ gli meriterà l’essere ‘innalzato’ ad avere un nome che è ‘al di sopra di ogni altro nome’. E’, ancora una volta, l’antitesi evangelica: il farsi piccolo, il diventare ‘bambini’ per entrare nel regno dei cieli.

Il brano di Matteo esprime palpabilmente una situazione antitetica. Due figli difficili che incarnano atteggiamenti e attuazioni opposte. L’ubbidienza, la supposta deferenza, forse ipocrisia, che diventa contestazione, negatività; la ribellione, l’apparente indisciplina che diventa sudditanza, subordinazione, servizio. I farisei del tempo di Gesù, quelli del tempo delle comunità di Matteo potevano vivere queste ambivalenze. Ma in ogni uomo e in ogni donna esiste la duplice possibilità: acconsentire e ribellarsi, promettere e non mantenere; negarsi e poi, con il pentimento, o almeno un ripensamento diventare consenzienti e attuativi. La ‘grazia’ del Signore Risorto, cui è dato ‘un nome al di sopra di ogni altro nome’, ha il potere di far fruttare anche quel pizzico o tanta buona volontà’ che alberga in ogni cuore umano.

Sr Biancarosa Magliano, fsp

Biblioteca@usminazionale.it

Dal merito alla grazia

settembre 15th, 2011

XXV T.O.A              18 settembre 2011

Is 55,6-9       Fil 1,20c-24-27a       1-11   Mt 20,1-16

In questa pericope, considerata parte dell’ultima pagina del Secondo Isaia, è descritta quasi l’antinomia tra l’umanità e il suo Creatore, tra l’immanente e il Trascendente, tra il Signore glorioso e santo e l’umanità fragile, incerta, impastata di precarietà, peccatrice, bisognosa di ritrovare la via della fedeltà, della vicinanza, della sudditanza al suo Signore, che ‘largamente perdona’, ‘ha misericordia’, ‘è paziente’. Essendo Egli il totalmente Altro, non può, pertanto non deve, essere giudicato secondo i nostri schemi lillipuziani e le nostre vie spesso contorte. Davvero, ‘i suoi pensieri non sono i nostri pensieri’; essi vanno ben oltre le nostre potenzialità. Egli è pur sempre un Dio che, perché crea, ama e vuol salvare; per questo il suo nome deve essere lodato in eterno e per sempre (cf salmo responsoriale).

In questo primo brano della Lettera ai Filippesi – alla cui lettura si dà inizio oggi – Paolo si dice talmente certo della propria verità, ossia della propria appartenenza a Cristo, del suo ‘vivere Cristo’ da ammettere che per lui morte o vita –riunirsi definitivamente con Lui o continuare nella fatica dell’annuncio – per lui – sono la stessa cosa; hanno lo stesso valore. Nell’una e nell’altra – così opposte in se stesse – Paolo è consapevole di poter rendere la propria testimonianza, offrire il proprio servizio al vangelo, quindi al ‘suo’ Signore Gesù. Il resto è polvere, che si volatilizza.

Allo stesso tempo questo è un brano carico di umanità. Con Ef,Col e FM è lettera ‘scritta dalla prigione’; ma la comunità di Filippi ha un movente diverso: è la prima chiesa fondata da Paolo in territorio europeo, durante il suo secondo viaggio missionario. Gli è particolarmente cara, anche perché dai filippesi ha ricevuto aiuti, ma soprattutto perché desidera che siano superate le tensioni interne e i conflitti in essa presenti. La chiesa di Filippi deve continuare ad essere quella comunità solida, ben avviata e attiva degli inizi. Per loro, perché così sia, accetta di ‘rimanere nel corpo’ a prodigarsi perché vivano in comunione, perché la loro ‘vita nuova in Cristo’ giunga a pienezza.

Il testo di Matteo riporta una delle tante parabole evangeliche, che suscitano dibattiti: i personaggi di cui si parla vivono reazioni diverse: i primi assunti per lavorare nella vigna non ammettono si essere equiparati nello stipendio a chi è giunto verso la fine della giornata. Il datore di lavoro non si scompone più di tanto. Gesù non cambia le finalità dell’incarnazione: Egli è venuto per la salvezza di tutti; non se ne abbiano a male i farisei, i giudei, i ‘primi’. Non se ne abbiano a male i contemporanei di Matteo che non applaudono al trapasso dal giudaismo all’universalismo. Ancora una volta Gesù è venuto perché ‘tutti gli uomini siano salvati’. Tutti, nessuno escluso.

Sr Biancarosa Magliano

biblioteca@usminazionale.it

Il difficile perdono

settembre 8th, 2011

XXIV T.O.A    2011      11 settembre 2011

Sir 27,30-28,7                   Rm14,7-9      Mt18,21-35

E’ forte, quasi duro, l’autore del Siracide, ‘scriba’ giudaico dell’inizio del II secolo a. C. la cui opera è giunta sino a noi nella versione greca fatta da un suo nipote. Inizia infatti decisamente così:“Rancore e ira sono cose orribili” e ne definisce immediatamente il soggetto e l’ubicazione: “e il peccatore le porta dentro”. Se il peccato, secondo l’Antico e il Nuovo Testamento, è disobbedienza a un comando divino che produce divisione tra Dio e la sua creatura, allora il peccato diventa un potere e chi lo commette diventa un suo dipendente. Inverte i termini: non più servo di Dio, ma servo del peccato. Non più alle dipendenze dell’amore, – in fine alle dipendenze di Dio che è Amore, dell’unione, della pace – ma della discordia, della divisione, della lontananza, della rottura. Per questo nella pericope – in linguaggio schietto, dove non si trovano raggiri di parole – è subito consigliato quanto il peccatore deve fare: sradicare il rancore e l’ira, l’ansia o il proposito di vendetta, in sintesi ‘perdonare’. Deve compiere una autentica metanoia, una inversione: cambiare mentalità. Non è forse egli stesso debitore di perdono?      

E’ quanto viene affermato con una significativa e nota parabola riportata dal vangelo secondo Matteo. Essa è costruita in tre scene a due protagonisti:

a)    servo e padrone: il debito del servo è immane, smisurato, ma al padrone basta l’espressione di buona volontà, di un desiderio di riparazione, e il perdono non si fa attendere; è concesso;

b)    servo e altro servo: il servo ha da parte di un collega un credito esiguo, irrilevante, ma la sua esigenza è spietata, inesorabile, non conosce dilazione, nessuna tolleranza;

c)    padrone e servo: il padrone sdegnato, vista l’intolleranza del servo, diventa egli stesso intollerante; il servo è messo in mano agli aguzzini.

Al racconto della parabola segue l’applicazione evidente e chiara di Gesù: se non perdoni non puoi chiedere di essere perdonato. Se non estirpi dal tuo cuore il rancore e l’ira, il proposito di vendetta, se non ti rappacifichi dal di dentro con il tuo debitore, sempre e comunque – settanta volte sette – non ti puoi dire cristiano; non puoi pretendere di avere il perdono di Dio che pure è ‘misericordia’. E’ la legge del taglione nel suo versante positivo: anziché “occhio per occhio, dente per dente” viene proclamata la legge del perdono illimitato. Come ha fatto il Padre dandoci suo Figlio, morto in croce per la salvezza di me, di te, di tutti e tutte noi che eravamo e siamo peccatori.

“Un uomo che resta in collera con un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore” (I lettura) e come può pregare: “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”? E’ la legge ‘cristiana’ di cui parla Paolo in una pericope brevissima, ma splendida: “nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso; perché se noi viviamo, viviamo per il Signore… Sia che viviamo, sia che moriamo siamo del Signore”.

Tre brani quasi scritti a una sola mano; vi soggiace patente il ‘pensiero’ di Dio: la relazione con il prossimo ha una sua convergenza nella relazione con Dio.

                                                                                     Sr Biancarosa Magliano

biblioteca@usminazionale.it

Correzione fraterna frutto dell’amore

settembre 1st, 2011

XXIII T.O. Anno A                       4 settembre 2011

Ez 33,1.7-9             Rm 13,8-10             Mt 18,15-20

La Parola di Dio non è mai, davvero mai, comoda o accomodante. E’ sempre, davvero sempre, particolarmente sferzante. Non ammette le due misure; non accetta alibi; non consente un ‘sì’ che poi sarà convertito in un ‘no’, in un ‘ci ripenso’. O la ascolti, la accogli, la mediti e la trasformi in preghiera e in vita o ti ‘mette fuori’. Fuori del progetto di Dio, extra il ‘pensare’ di Dio. Potrebbe succedere ad Ezechiele, il profeta deportato a Babilonia dieci anni prima della distruzione di Gerusalemme e che deve fare da ‘sentinella per la casa di Israele’. Deve spiare l’orizzonte della storia, scoprire e ravvisarvi i segni nascosti e ‘dirli’ al popolo. Deve vegliare e ammonire; vigilare e riprendere. La pusillanimità, il doppio agire o il doppio parlare per non imbattersi in giudizi negativi altrui, non sono permessi. Il nostro è un Dio dall’unica parola: “se non parli… e il malvagio morirà, della sua morte domanderò conto a te”; ma “se tu avverti il malvagio… tu ti salverai”. E’ la logica dell’onestà di Dio.

Il brano di Paolo non si discosta da questa traiettoria di vita cristiana, che porta ad amare i fratelli e le sorelle sino al sacrificio della propria vita. Per amore sono vigile sulla vita di mio fratello; per amore mi spendo perché a tutti giunga l’annuncio della Parola di salvezza; per amore metto la mia vita a servizio del bene, della giustizia, della pace, della gioia, della fraternità, “a causa della speranza che ci attende nei cieli” (cf Col 1,5). Amare è imitare Dio, che per primo ci ha amati, dandoci, per amore, il suo stesso unico Figlio. Non poteva fare di più.

Il brano matteano si sofferma su un addentellato particolare dell’amore fraterno: la correzione. “Se il tuo fratello…”. E’ discorso ‘ecclesiale’, frutto della particolare attenzione che Matteo ha per l’organizzazione e il governo della Chiesa ed è condizionale, non assoluto: ‘se…’. Ed è una norma, forse già in uso nella comunità ai tempi di Matteo, che comprende tre tappe o momenti:

a)     il contatto personale, nel segreto. Il giustamente esaltato rispetto della persona impone alcune regole. Il difetto o il possibile limite altrui non può, non deve essere pubblicizzato;

b)     il sostegno di altri fratelli, ma in numero ridotto, non più di due o tre; la comunità, il gruppo, verranno coinvolti dopo, soltanto se il primo e il secondo tentativo non avranno dato i risultati attesi, voluti, cercati;

c)      la presenza dell’intera ‘ekklesia’, della comunità e questa è così importante che dal suo giudizio di perdono o di condanna, dipenderà il giudizio di Dio. Quanto la Chiesa decide – il perdono o il giudizio – diventa perdono o giudizio di Dio. Il ‘legare’ o lo ’sciogliere della comunità è convalidato da Dio stesso.

E tutti questi passi sono ordinati alla santificazione, al raggiungimento della perfezione dell’amore.

La Parola di questa domenica esige una particolare attenzione per i messaggi che racchiude, per le persone singole e la comunità cui esso va diretto. Nessun uomo, nessuna donna è un’isola; mai. Va amato nella sua individualità, ma anche come membro di una comunità, della mia comunità, o del gruppo anche di lavoro cui appartengo.

Accogliamo allora l’invito espresso nel ritornello al salmo responsoriale: “Ascoltate oggi la voce del Signore”.

Sr Biancarosa Magliano,fsp

biblioteca@usminazionale.it