Search:

PREPARATE LE STRADE

novembre 30th, 2011

II settimana di Avvento           4 dicembre 2011 

La seconda settimana di avvento ha come sentinella Giovanni Battista che fa eco al profeta Isaia e comunica l’urgenza dei preparativi perché la venuta di Dio è imminente:

“Nel deserto preparate le vie al Signore, spianate nella steppa la strada del nostro Dio” (Is.40,19)

Certamente è un invito alla disposizione personale del cuore, a colmare i vuoti dell’egoismo, a spianare le resistenze, a lasciarsi raggiungere dalla misericordia. A noi è chiesto di preparare i selciati, di non congestionare il traffico, di rendere agevole l’arrivo del Signore e Lui si impegnerà a completare l’opera di salvezza. Le strade che noi prepariamo avranno sempre qualche inconveniente strutturale e solo il suo passaggio  darà il tocco estetico al nostro lavoro per trasformare le nostre piccole realtà: il deserto fiorirà, la steppa diventerà un prato di narcisi e la gloria del Signore invaderà la terra.

Sulle strade che noi sapremo preparare il Signore incontrerà l’umanità sofferente e si attarderà ad ascoltare, guarire, rimettere in piedi le creature offese dalla vita.

Le prenderà per mano, le farà entrare nel raggio della sua luce.

Su quelle strade il Signore cercherà la pecora perduta, risanerà il paralitico, darà la vista ai ciechi, conforterà lo sfiduciato, farà riposare coloro che  sono oppressi dalla fatica e dallo sconforto, metterà in piedi coloro che hanno ceduto alla stanchezza.  

Il profeta Isaia descrive lo stile di accoglienza e di accompagnamento che contraddistingue  il nostro Dio: “Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto c e conduce pian piano le pecore madri. (Is 40,11 ) 

Le strade di cui parla Isaia oggi non sono più quelle immediatamente vicine alle nostre realtà, ma si sono ampiamente allargate al mondo, lo spazio delle nostre culture ha preso dimensioni universali. Tutti i carismi sono partiti per nuovi percorsi e hanno abitato i deserti.   

 Oggi tutte le strade del mondo ci appartengono perché la novità della Vita Religiosa ha raggiunto i popoli e ha portato a tutti la lieta notizia dell’arrivo del Signore. Bisogna dilatare i passaggi, collaborare con le Consorelle  di altre culture, sentirci fraternamente unite ai popoli, sollecitare con loro l’attesa del Signore. Occorre spaziare sui nuovi percorsi del mondo, aprirci alla grazia dell’internazionalità e sentirci responsabili dei nuovi sentieri sui quali viaggiano i nostri Carismi.

 L’accoglienza del nuovo sarà  lo strumento necessario per realizzare cammini transitabili, per veicolare i Valori che contano.

Tuttavia l’impegno personale e comunitario non si esaurisce nella preparazione delle strade, ma esige la consegna di una fede robusta, di un edificio costruito sulla roccia. Il Dio che viene si propone al mondo come portatore di pace, di consolazione, di giustizia e questi valori poggiano su una testimonianza di vita accolta e vissuta all’insegna del servizio, del sacrificio, del disprezzo di sé e dell’assunzione di responsabilità fino al sacrificio della croce.

In questa dinamica entra discretamente, ma efficacemente Maria, la Madre Immacolata che si fa Maestra di attesa e insegna al mondo a credere alla Parola che Lei ha accolto,  custodito e  donato al mondo. Il suo magnificat riempirà di musica le nostre strade e, nell’attesa, donerà al mondo il ritmo del passo.  

Sr Mariateresa Crescini
Sup. Gen. M.P.V.

Vigilanti

novembre 24th, 2011

 

PRIMA SETTIMANA DI AVVENTO

Quattro verbi spalancano l’itinerario dell’Avvento e ci mettono in cammino nelle quattro settimane  che ci preparano al Natale:

Vigilate  –  Preparate le strade   –  Rallegratevi    –  Accogliete

La prima settimana si apre con l’ottimismo del profeta Isaia che rassicura il popolo:  Dio non ha dimenticato la promessa. I secoli per Lui sono come il giorno di ieri che è passato, come  un turno di veglia  nella notte. (Ps 89 ) La Promessa di Dio si realizza  nelle       potenzialità germinali di bene che sono nel mondo. Occorre saperle vedere, con attenzione, con vigile attesa: alzate il capo e vedete.  Secondo Isaia,  la   Salvezza che si presenta con la fragilità e la freschezza di un germoglio, richiede ancora esercizio di fede e di pazienza, ma  “….. crescerà in onore e gloria e chi avrà perseverato sarà chiamato santo”.

Per tutta la settimana l’attenzione del profeta è focalizzata su questo germoglio che cresce, che imbevuto dello Spirito del Signore è ricco di sapienza, d’intelligenza, di consiglio, di timore del Signore. Da questo germoglio scaturirà il mondo nuovo, fondato sulla giustizia  e realizzato in  quell’armonia di pace  nella quale  le creature  potranno vivere insieme, senza conflitti, senza paure, in un contesto di fraternità universale capace di ricreare i rapporti affettivi del paradiso terrestre.

Nelle letture di questa prima settimana troviamo persone e immagini che illuminano in modo particolare il verbo dell’attesa “vigilate”. Nel vangelo di lunedì, spicca la figura generosa del centurione. Un uomo nuovo che, emerso dal limbo dei pagani, accorcia le distanze tra il popolo e Gesù facendo una professione di fede inaspettata. Il popolo che aveva atteso da millenni il Messia aveva tante riserve sulla persona di Gesù e invece un pagano lo interpella con naturalezza, dà per scontato che quest’uomo è figlio di Dio e ha potere in cielo e in terra . E’ attento alla sua parola, lo attende vigilante all’entrata della città di Cafarnao e gli chiede aiuto. E Gesù non può nascondere lo stupore di fronte alla fiducia di uno che non appartiene al popolo eletto, non conosce i profeti, non è informato sulla pienezza dei tempi, eppure lo ha riconosciuto, gli è andato incontro, ha creduto in Lui. Gesù è stupito da tanta fede e  davanti al popolo che lo sta ascoltando fa eco alla visione cara ad Isaia:“Verranno dall’Oriente e dall’Occidente e si sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli”. Mt 8,11.)

Nel vangelo del giovedì, dalla tenerezza del germoglio, Gesù ci porta alla resistenza della roccia. L’immagine della casa si staglia netta davanti ai nostri occhi con un gioco di fragilità e di robustezza. Nelle settimane passate abbiamo visto con angoscia le case distrutte dalle intemperie e la perdita di vite umane ci ha insegnato che non si può costruire sulla sabbia. Le fondamenta hanno bisogno di  ancorarsi alla roccia. E’ Lui la nostra roccia, la pietra che non teme le tempeste, che sorregge la nostra fragilità, che sfida i venti, che resiste ai mutamenti climatici e rimane vigilante nell’attesa di una Venuta che è stata, che è e che sarà.

 Sr Mariateresa Crescini

Sup. Gen. M.P.V.

Regalità d’amore

novembre 17th, 2011

 

XXXIV T.O.A                     20 Novembre 2011

 Ez 34,11-12.15-17             1Cor 15,20-26.28              Mt 25,31-46

 Re dell’universo… E lo sguardo e il pensiero e la capacità immaginativa spaziano, superano ogni orizzonte, perché l’universo non ha strettoie, l’universo non ha confini: “Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui: quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili”. Egli era ed è la finalità prima e ultima, l’alfa e l’omega, ieri, oggi e sempre: era ieri, è oggi e sarà sempre. Re e Signore. Perdono e Salvezza. Promessa e Realtà.

Ma questo re, nato, come uomo per purissimo e sconfinato amore, in un presepe e deposto in una mangiatoia, è anche pastore. Lo dice la Prima lettura di questa domenica in cui l’agiografo, che è il profeta Ezechiele, secondo la tradizione ebraica, raffigura Dio sotto “l’immagine classica del pastore e quindi anche del re”. Un pastore quasi ansioso per la sorte del gregge che gli è affidato; lo cura con passione e amore; è attento ad ogni pecora secondo la sua diversa situazione: fuggitiva, perduta, smarrita, ferita, fragile; in situazione di precarietà è sicurezza, di nebulosità è chiarezza, di oscurità è luminosità.

Perché l’amore e l’attenzione sono fatti di compartecipazione piena, quindi di opere, di gesti, di vicinanza, di presenza.

 La stessa idea di fondo è nella pericope paolina. Cristo, il nuovo Adamo, – risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti, ma che in Lui riceveranno la vita – quando sarà la fine consegnerà il regno a Dio Padre. Quel Regno che si è conquistato là sul Golgota, appeso a una croce. E tutto sarà sottomesso a Lui. Tutto – ecco altra espressione di universalità – in Dio troverà la sua consistenza e il suo indistruttibile valore.

 Il brano di Matteo  è una rappresentazione diretta, un discorso ‘sulle cose ultime’ o ‘escatologico’. Dipinge in una pagina di forte intensità il giudizio di Dio affidato al Figlio dell’uomo, là al compimento della storia. Sono due quadri paralleli e antitetici che descrivono chi – nell’umanità – compie il bene e chi compie il male. Ma ‘tutti’ – ancora una volta l’universalità – saranno sotto sentenza’: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli…”. Cristo, Re-Messia, rende giustizia ai suoi fedeli. Un re che è pastore come dalla prima lettura, quindi un re che guida, che porta al pascolo, ma anche un re che è giustizia. Perché qui appare in modo evidente l’oggetto del giudizio ultimo: ‘l’amore per i più piccoli’, gli indifesi, gli affamati, gli assetati, gli stranieri, i miseri, gli ammalati, i carcerati.

Nel regno dei cieli entra chi ha avuto una fede operosa, anche se non ne è cosciente. Entrano anche quelli che non sanno di aver servito il Signore nei fratelli, ma effettivamente hanno speso la vita per essi. L’amore rimane la grande discriminante della storia: quella che definisce i veri discepoli di Cristo ed è anche l’impegno fondamentale per il tempo della storia, in attesa della venuta piena e definitiva del Signore Gesù, re dell’universo!

                                                                                     Sr Biancarosa Magliano, fsp

biblioteca@usminazionale.it

Nessuno è senza talenti

novembre 10th, 2011

 

XXXIII T.O.A                     13 Novembre 2011

Pro 31,10-13.19-20.30-31            Tes 5,1-6                Mt 5,1.6

Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.

Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene.

Così ci fa pregare il salmo responsoriale della domenica odierna. Ed è una logica sintesi della Prima Lettura, la quale a sua volta è una sintesi ragionata di una pericope più estesa. E’ la descrizione di un focolare armonioso dove esistono bellezza e pace, giustizia e diversità di presenza e di compiti. Il brano è davvero uno spaccato di letteratura sapienziale sulla donna: tesse l’elogio della donna saggia, laboriosa, prudente, dall’occhio attento e dalle mani solerti. E’ come l’abc della buona madre di famiglia.

Se il timore del Signore è l’inizio della sapienza, vivere in pienezza la propria identità di donna è mettere a servizio della vita, della gioia, della pace altrui, di tutte e di tutti, la propria esistenza giorno dopo giorno, ora dopo ora, senza distinzioni di lavoro, senza scelte egoistiche, senza ricerche di ritorni o rimborsi. E’ la gratuità piena perché ogni altro o altra abbia vita.

Il brano paolino annuncia la definitiva venuta del Cristo glorioso con un termine gradito e valorizzato dai profeti: “giorno del Signore”; esso indicava il giudizio divino sulla storia umana. Paolo, che usa linguaggio e atmosfera apocalittica per descrivere quel momento risolutivo, vuole che i suoi lettori pensino a quel momento e vivano nella luce dell’attesa. L’immagine che prevale, – contrasto tra giorno e notte, tra luce e tenebre, tra veglia e sonno – sono simboli dell’opposizione tra attesa e inerzia, tra bene e male. Pur nella lotta, nella fatica, il cristiano è fidente perché sa che la sua sicurezza è in Cristo. Il resto, secondo Qoelet, è vanità.

Il brano evangelico è una deliziosa e saporosa parabola sulla concretezza della vita, sugli impegni della quotidianità, sul valorizzare o sprecare i doni di Dio. Siamo vocazione e progetto. La vita ci è stata donata perché la andiamo costruendo giorno dopo giorno con i suoi talenti che possono essere tanti o pochi. La parabola parla appunto di un signore ricco che affida  alcuni talenti ai suoi tre servi. Torna e trova che due li hanno fatti fruttificare; il terzo, pigro e diffidente, no; lo seppellisce. I primi due sono elogiati. Il terzo condannato senza possibilità di redenzione. La vita è ‘talenti’ e i talenti si devono ‘sfruttare’ al massimo. Nella misura in cui sapremo farli fruttificare, nella misura in cui diamo ciò che siamo e ciò che abbiamo, saremo anche maggiormente gratificati se non altro dalla gioia di aver reso felici altre persone.

Siamo vocazione e progetto; abbiamo un passato a cui rifarci per coglierne i valori posti in radice; siamo un presente che fugge man mano, ma da riempire di luce e di vita; siamo aperti a un futuro con la fiducia che “se Dio ci dona tutto ciò che possiede ovvero l’amore che non tradisce e la vita che non muore, noi possiamo conservare questa vita e questo amore soltanto se li moltiplichiamo con amore e come dono di vita nella nostra quotidianità limitata”.

Sr Biancarosa Magliano,fsp

biblioteca@usminazionale.it

Dio voce che risveglia

novembre 3rd, 2011

XXXII domenica T.O. A                 6 Novembre 2011

Sap. 6,12-16           1Ts 4,11-18            Mt 25,1-13

 “Clima di tensione e vigilanza” è il sottofondo di tutta la liturgia della Parola di questa domenica.

La prima lettura è una breve, densa e saporosa pericope del libro della Sapienza, forse l’ultimo libro dell’Antico Testamento, scritto da un ignoto autore che voleva rinsaldare la fede e la speranza degli ebrei della diaspora giudaica erudita, presenti in Egitto. In sintesi l’autore invita a “cercare la sapienza” – ossia quella capacità di valutare ogni cosa alla luce di Dio creatore e padre “in ogni istante della vita, in ogni luogo e in ogni attività interiore”. Superficialità e indifferenza, apatia e freddezza, abulia e inerzia non sono certamente valori né umani né cristiani. In sintesi, c’è come onestà tra chi cerca e chi vuole essere cercata: se la cerchi, davvero la trovi; c’è come empatia tra ricercatore e ricercata: si fa attendere seduta – non in fuga – sulla porta di casa, la mattina. La si può trovare anche per strada, in atteggiamento di benevolenza. E chi potrà averne timore? Deliziose immagini di uno scrittore ‘carico di sapienza’ e di esperienza.

Le chiarificazioni-invito offerte da Paolo vanno nella stessa luminosità e concretezza, pur con un tema di particolare difficoltà: il tempo della morte, dell’incontro definitivo con il Signore della vita e della morte, del tempo e della fine dei tempi. L’attesa cristiana – dice in altre parole Paolo – deve essere vissuta con sapienza, alla luce del mistero pasquale, di Cristo morto e risorto per amore. Questo mistero offre l’interpretazione più precisa di una situazione apocalittica, definitiva, sì, ma non di tormento, né di angoscia o travaglio. Paolo vuol infondere fiducia, perché i diversi tipi di morte sono soltanto ‘un passaggio gioioso per la comunione eterna con il Signore”. E’ l’appuntamento con Dio, non più sul Sinai, ma nella Gerusalemme celeste.

La nota parabola del vangelo è un piccolo capolavoro. Secondo gli usi nuziali di quel tempo e di quel luogo si costituivano due cortei dalle case dello sposo e della sposa verso il luogo della celebrazione delle nozze, che si concludevano con un banchetto. Soprattutto la sposa andava incontro allo sposo con un corteo di coetanee. Nella parabola sono dieci, suddivise in due categorie: le sagge che vanno alla festa con tutto l’occorrente e le insipienti che non sanno guardare lontano; non sanno progettare; non sono capaci di supporre delle alternative. La conclusione è sulla linea della logicità: chi è pronto, chi attende sveglio può entrare e partecipare al banchetto. Chi si è appisolato, senza una minima attenzione a possibili disguidi, chi dorme deve accettare di non essere conosciuto.

Sr Biancarosa Magliano fsp

biblioteca@usminazionale.it