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Gesù, profeta e figlio obbediente

gennaio 26th, 2012

IV Domenica T.O. B                     29 gennaio 2012

Dt 18,15-20        Sal 94    1Cor 7,32-35              Mc 1,21-28 

La liturgia della parola invita a riflettere in questa domenica sull’aspetto profetico di Gesù. La prima lettura tratta dal libro del Deuteronomio parla del profeta come colui che porta a compimento una promessa; infatti, il profeta biblico non è colui che predice il futuro, ma colui che si fa carico del bisogno dell’uomo di comunicare con Dio, di conoscerne la volontà e di compierla in pienezza, come avverrà in Gesù.

Nella storia della interpretazione biblica, il testo della prima lettura è stato letto in chiave cristologica. Il profeta, che Dio suscita è Gesù. L’ascolto non è più dovuto a Mosè o agli antichi profeti biblici, ma a Gesù, Figlio obbediente e colui che rivela definitivamente la volontà del Padre, come appare nell’episodio evangelico della trasfigurazione (Mt 17,5): «Questi è il mio figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo».

L’evangelista Marco presenta Gesù, profeta potente in parole e in opere e come profeta misterioso (segreto messianico), infatti annota: egli «insegnava come uno che ha autorità». Gesù è figura molto autorevole che provoca lo stupore di chi lo ascolta, di chi lo conosce, di chi intuisce nel suo modo di essere una novità che fa la differenza rispetto a scribi e farisei. Gesù appare autorevole anche per le parole che dice ma non solo, anche per come le dice. Entra di sabato nella sinagoga, come chi ogni sabato la frequentava per incontrare Dio nella sua parola, ciò che non avveniva stando alle parole di chi quel giorno ha ascoltato Gesù: si sentivano solo le parole scontate degli scribi, incapaci di suscitare stupore. Con Gesù è finalmente una parola nuova, che procede dal cuore stesso di Dio. 
Il racconto degli avvenimenti che Marco descrive nel testo del vangelo odierno è conosciuto come la “giornata tipo” di Gesù. È una giornata scandita dall’insegnamento, dai miracoli e dalla preghiera. Egli concentra tutti i miracoli di Gesù nella prima sezione del suo vangelo mentre gli altri evangelisti li descrivono in tutta la loro narrazione.

I miracoli descritti fanno scoprire progressivamente la vera identità di Gesù, che si rivelerà pienamente nel mistero pasquale. Per questo Gesù impone il silenzio dopo ogni suo miracolo. «Taci! Esci da quell’uomo», fino a che la croce e la Pasqua non siano diventate il vero criterio di comprensione del suo agire e dei suoi miracoli. È quello che gli esegeti chiamano “il segreto messianico”, cioè far comprendere che la salvezza offerta da Gesù e ciò che lui è non si manifestano nei miracoli che egli compie, ma nella sua obbedienza al Padre, che gli ha indicato il cammino della croce.

È particolarmente interessante anche notare come il primo miracolo di Gesù, descritto in Marco, sia la guarigione dal demonio e l’ultimo la guarigione di un cieco (Mc 10,46-52). Il demonio e l’uomo spiritualmente accecato sono, infatti, i due più ostinati nemici del Regno.

Dina Scognamiglio

comsociali@usminazionale.it

Convertitevi e credete al Vangelo

gennaio 19th, 2012

III Domenica T.O. B                     22 gennaio 2012

Gen 3,1-5.10        Sal 24    1Cor 7,29-31              Mc 1,14-20

Due le tematiche che attraversano la liturgia della Parola di questa domenica: la chiamata e la conversione, sottolineate dalla prima lettura e dal vangelo.

Il libro di Giona è uno dei libri più brevi ma molto importante per la sua apertura all’universalismo perché ci mostra l’amore, la misericordia e la benevolenza di Dio per ogni persona. Questo, infatti è il senso dell’invio del profeta Giona presso i Niniviti. Nel simbolismo biblico, Ninive è la città pagana per eccellenza, dove tutto è lontano da Dio, è la personificazione di chi si compiace della propria sufficienza e non indugia a sfidare chiunque pone resistenza alla sua potenza. Ninive è considerata dai profeti come l’identificazione del male e della violenza di fronte alla quale Dio non può né tacere né restare immobile.

Il libro di Giona presenta Ninive – capitale dell’impero assiro – come una città «molto grande, di tre giornate di cammino» e descrive anche l’atteggiamento interiore di questa città entrando nel fondo dell’identità di Dio e facendo scoprire che il popolo di questa città ha lo stesso Dio d’Israele, come maestro e padre.

La pedagogia di Dio è quella della conversione e della salvezza, non quella della condanna e del giudizio, come vorrebbero gli Israeliti che Giona impersonifica.

Giona accetta con fatica la gratuità dell’amore di Dio, che non chiede nulla in cambio e non pone nessuna condizione.

La storia di Ninive è storia di salvezza, come è stata quella di Israele. Alcune espressioni descrivono il ritorno a Dio di Ninive; “quaranta” è il numero che, nel simbolismo biblico, indica la durata della penitenza; “credere” è il verbo della fede – in ebraico amàn – il verbo che la Bibbia usa per Abramo e ora per gli abitanti di Ninive.

«Bandire il digiuno e vestire il sacco» sono gli atteggiamenti della penitenza che, anche quelli di Ninive, fanno propri. Questa uniformità di atteggiamenti mostra con forza il messaggio del libro di Giona: ogni persona può essere un possibile ascoltatore della parola di Dio e può credere in lui con la stessa fede di Abramo, padre dei credenti.

Il vangelo presenta lo sfondo della predicazione di Gesù che Marco sintetizza nella frase: «il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».

Il tempo è il momento stabilito per la nostra salvezza, il Kairós verso cui converge tutta la rivelazione biblica, l’occasione offerta ad ogni persona per cambiare radicalmente la direzione della propria vita. È il significato del verbo “convertirsi”, che nel greco dei vangeli – metanoéin – indica un cambiamento profondo del modo di vivere e di pensare alla luce del vangelo di Gesù. “Credere” è un verbo forte, esprime l’atteggiamento di Abramo nei confronti di Dio e del discepolo che si converte a Gesù e al suo vangelo.

L’evangelista Marco descrive l’atteggiamento di fede dei discepoli di Gesù mediante l’avverbio “subito” e l’espressione “lasciarono tutto”. Dalle parole scritte del suo vangelo, questi atteggiamenti rimbalzano nel tempo e anche ora nella vita quotidiana di ogni cristiano.

                                                                                              Dina Scognamiglio

                                                                                              comsociali@usminazionale.it

Ascoltare è ricevere-accogliere la propria identità

gennaio 12th, 2012

II Domenica T.O. B                     15 gennaio 2012

1Sam 3,3b-10.19             Sal 39    1Cor 6,13c-15a.17-20              Gv 1,35-42

Leggendo con attenzione i testi liturgici di questa domenica, IIa del Tempo Ordinario, ci si accorge che uno dei fili d’oro che li lega è la parola ascolto. Già dall’inizio della Celebrazione eucaristica, infatti, con la preghiera di colletta, chiediamo a Dio la stessa capacità di Samuele, quella di non lasciare cadere a vuoto nessuna delle Sue parole.

La seconda lettura ci invita a metterci in ascolto del nostro corpo. Alla comunità cristiana di Corinto Paolo propone il vangelo del corpo. Il corpo è tempio di Dio e ciò significa che l’uomo entra in comunione con Dio – come avviene nel culto del tempio – con tutta la sua corporeità. Lo sottolinea  anche il salmo responsoriale, nel quale ogni parte del corpo dell’uomo è coinvolta nella preghiera: «mi hai aperto gli orecchi»; «la tua legge è nel mio cuore»; «ho le mani alzate verso di te».  Ascoltare il proprio corpo, è, dunque, ascoltare lo Spirito che lo abita.  

Il vangelo ci parla di un ascolto: si tratta di ascoltare lo sguardo per poter ricevere il proprio nome, la propria vocazione, la propria identità. Gesù, ascoltando lo sguardo di Giovanni che si fissa su di lui, riceve, insieme alla sua parola, anche il nome e la sua vocazione. Ecco l’agnello di Dio… cioè un messia-servo – infatti, il termine aramaico taljà significa sia “servo” sia “agnello” – che ama la vita e offre la sua per tutta l’umanità. Anche Pietro ascolta lo sguardo di Gesù che si fissa su di lui. Pietro riceve il proprio nome = Simone, la propria identità, la sua vocazione.

La prima lettura, racconta la vicenda del giovane Samuele, il personaggio che diverrà uno dei grandi protagonisti della storia di Israele. Come indica l’etimologia ebraica del nome, Samuele significa “chiesto a Dio” o “Dio ha ascoltato”. Infatti egli è il figlio chiesto a Dio da Anna ed Elkana, due sposi impossibilitati ad avere figli (1Sam 1-2). La loro richiesta fu ascoltata da Dio con il dono di questo figlio.

Accompagnato al tempio dalla madre quando aveva quattro anni, Samuele viveva nel tempio notte e giorno con una attenzione particolare all’ascolto della voce di Dio per vivere ogni giorno la sua vita di fede. Samuele crebbe, il Signore fu con lui né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole; da qui si comprende che l’ascolto non è una esperienza passeggera legata a momenti particolari, ma l’ascolto è uno stile, un habitus che accompagna l’intera vita nella ricerca appassionata del senso delle parole e della Parola, nella crescita operosa della fede.

Un esempio, questo di Samuele, che interpella, scuote la nostra pigrizia, il nostro modo di ascoltare; ce lo insegna anche il profeta Eli nei confronti del giovane Samuele che non ascolta e lo rimanda indietro: torna a dormire! gli dice. Ma poi capisce che anche i più giovani sono destinatari di una chiamata, disponibili a non lasciare cadere una sola delle parole che Dio rivolge loro perché sono stati disponibili in una determinata circostanza ad ascoltare una voce che li chiamava.

                                                                                        Dina Scognamiglio

                                                                       comsociali@usminazionale.it

Immersi in Dio, amati per sempre

gennaio 5th, 2012

    Battesimo del Signore                         8 gennaio 2012

Il tempo di Natale si chiude con il racconto del Battesimo di Gesù. Il Bambino, di cui abbiamo celebrato la nascita, ci viene incontro sulle rive del Giordano, nella prima manifestazione della vita pubblica.

Nella sua infanzia, Gesù per due volte si era rivelato al mondo: prima ai pastori, poi ai Magi. Ora, presso il Giordano, si mette in fila insieme con i peccatori per ricevere da Giovanni il Battesimo di penitenza. Il Figlio di Dio si immerge nella nostra umanità di peccato per trasformarla  e per storicizzare l’Alleanza nuova che Dio ha stretto con le sue creature.

Nella prima  lettura il segno della Nuova Alleanza è dato dal grande banchetto descritto dal profeta Isaia: 

  “Su ascoltatemi e mangerete cose buone 
    e gusterete cibi succulenti
   
… Io stabilirò con voi un’Alleanza eterna”.

Nella seconda lettura, l’Apostolo Giovanni attesta che Gesù è il Cristo destinato dal Padre alla salvezza dei fratelli.  

Nel Vangelo, Giovanni, il battezzatore, aveva salutato Gesù come “ l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” e quando se l’è trovato dinnanzi l’ha proclamato  innocente, senza macchia. Voleva rifiutargli il battesimo perché  Gesù non aveva bisogno di penitenza in quanto aveva assunto la natura umana, ma non il peccato,  ma Gesù non intende  prendere  le distanze dall’umanità peccatrice. Il suo battesimo era solo un annuncio di cambiamento, una profezia di vita nuova che sarebbe nata dall’Acqua, dal Sangue e dallo Spirito.

Il Figlio di Dio si immerge nell’acqua del  Giordano e lascia che il Padre riveli la sua vera identità: quando   risale dall’acqua si verificano segni meravigliosi che dicono a Giovanni e a tutti presenti  che Lui era l’inviato di Dio, il Messia atteso del quale lo stesso Giovanni aveva detto : “… un uomo più grande di me al quale io non sono degno di sciogliere i calzari”.

I cieli che si aprono sono il segno che Dio si è definitivamente riconciliato con gli uomini.

Come la colomba annunciò a Noè il principio di una nuova vita, lo Spirito Santo che discende sotto forma di colomba sta a dire che Gesù è venuto a portarci la vita di Dio.

La voce che viene dal cielo e proclama “Questi è mio figlio” ci dice che Gesù è molto più di un uomo, è Persona divina.

Il nostro battesimo è l’attualizzazione del Battesimo di Gesù.

Ogni battezzato  è chiamato a vivere la gioia della figliolanza divina perché a ciascuna creatura, rigenerata nell’Acqua e nello Spirito, il Padre ripete “ Tu sei mio figlio amato e prediletto”. 

Accogliamo   questo amore e lasciamoci plasmare dallo Spirito. Non dimentichiamo che il giorno del battesimo  siamo stati  innestati in Cristo, primo missionario del Padre ed abbiamo ricevuto anche noi l’investitura missionaria: il battesimo è un dono che colma di grazia il cuore di ogni cristiano e lo obbliga a condividere con i fratelli l’abbondanza della grazia divina.

Sr. Mariateresa Crescini 
Sup. Gen. M.P.V.