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QUESTO E’ MIO FIGLIO, ASCOLTATELO

febbraio 29th, 2012

II domenica di Quaresima                      4 marzo 2012 

Il segno di questa seconda Domenica di Quaresima è il monte.

Le  letture  si articolano  nella dinamica dell’ascesa e della discesa dal Monte  di Dio “il monte che io ti indicherò”. Abramo si avvia verso la cima del monte a passo lento con pensieri pesanti, la sua e quella di Isacco somigliano ad una marcia forzata, in silenzio. Il cuore  di Abramo è colmo di angoscia perché quel figlio, che ha atteso per tutta la vita, ora deve restituirlo a Dio. Mille interrogativi si affollano nella sua mente e diventano preghiera a quel Dio che mantiene le promesse, ma chiede anche la prova della fede. Yavhè premia la sua disponibilità e sulla cima del monte, mentre Abramo intensifica la sua preghiera costruendo l’altare del sacrificio, gli fa comprendere che il Dio, nel quale ha riposto la sua fiducia, non è come gli altri dei, non vuole vittime umane, chiede l’adesione assoluta alla sua volontà. Risparmia il figlio della promessa e pronuncia su di lui la grande Benedizione. La discesa dalla montagna sa di liberazione, di leggerezza, di danza. E’ l’inizio di un rapporto nuovo tra Dio e l’umanità: le promesse di Yavhè sono vere e definitive.

Anche Gesù intraprende l’ascesa verso un monte alto, in compagnia di Pietro, Giacomo e Giovanni. I tre ignorano la finalità di quel cammino e sentono solo la fatica dell’ascesa. Portano dentro tanti interrogativi riguardo a quel Maestro, presentato loro da Giovanni, ma ancora avvolto dal mistero. Aspettano una spiegazione, ma il cammino si fa in silenzio; il Maestro non osa profanare il raccoglimento, li deve preparare alla grande rivelazione. Sulla cima del monte, i tre sono avvolti da una nube. Lo scenario che si apre ai loro occhi è inatteso: luce, biancore, presenze profetiche e la voce di Dio che ammonisce : “Questi è il Figlio che io amo più d’ogni altro. Ascoltatelo!”.

Gli interrogativi e le paure dei tre  si sciolgono come neve al sole, lo stupore infinito non impedisce a Pietro di fare la sua richiesta: “Maestro,  perché non restiamo qui per sempre? E’ così bello, così mistico questo luogo!”.

Gesù si aspettava questa richiesta, ma si limita a imporre  il silenzio su questo avvenimento, almeno fino a quando il Figlio dell’Uomo non sarà risuscitato dai morti. I tre non capiscono, sono troppo complesse le situazioni nelle quali il nuovo Maestro li pone, però restano fedeli al mandato.

La discesa dal monte  si trasforma anche per loro in una marcia di leggerezza, di gioia. Hanno fatto esperienza di Dio. Il Maestro li ha messi a parte del Suo Mistero e questa predilezione, mentre conferisce loro un senso di felicità, li lega  a Lui  definitivamente ponendoli al centro del Mistero dell’Uomo Dio ed  esigendo da loro una fedeltà indiscussa.

I tre testimoni della Sua trasfigurazione non possono più avere dubbi sulla divinità del loro Maestro  e quell’attimo di condivisione della sua Gloria dovrà accompagnarli sempre, nei successi e nei fallimenti della vita pubblica di Gesù, sul monte delle beatitudini, attraverso le strade della Palestina, nella salita del Calvario, fino alla Resurrezione del Maestro.

Signore, in questo tempo di quaresima,
permettimi di salire con te sul monte della trasfigurazione,
Non ti chiedo di penetrare il mistero della nube.
Lasciami accanto a Te, Figlio prediletto del Padre,
e insegnami ad ascoltare.

     Sr. Mariateresa Crescini
     Sup. Gen. M.P.V.

CONVERTITEVI E CREDETE AL VANGELO

febbraio 23rd, 2012

La prima domenica di quaresima si apre col segno dell’Alleanza, un segno a valenza universale che abbraccia tutti gli esseri viventi, si estende per tutte le generazioni e riconduce  il mondo  nell’immenso arco della misericordia di Dio. Il  racconto del diluvio non è descritto in tutta la sua drammaticità, la prima lettura ne dà solo la conclusione con la consegna dell’arcobaleno e la promessa da parte di Dio  di ricomporre per sempre l’amicizia con le sue creature.  E l’uomo risponde  trasformando la sua gratitudine in preghiera come riporta il Salmo responsoriale:

Fammi conoscere, Signore le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri,
guidami nella tua fedeltà e istruiscimi,
perché tu sei il Dio della mia salvezza.

Nel Vangelo si apre il vero scenario quaresimale  presentato dallo scarno racconto dell’Evangelista  Marco : Gesù è spinto nel deserto, vi rimane quaranta giorni ,  vive tra le bestie selvatiche  ed è servito da spiriti celesti. Le tentazioni non sono esplicitate. Non si accenna al digiuno, ma ci sono tutti gli elementi per capire che la prova del deserto è per Gesù una prova dura, un passaggio difficile che precede  l’inizio della vita pubblica. Intanto c’è la precisazione dei giorni “  ..e nel deserto rimase quaranta giorni” . La lunga sosta espressa da un numero che è altamente simbolico, dice che nella solitudine, nel silenzio, nelle asperità del luogo, Gesù prega.  La sua preghiera è un lungo, ininterrotto colloquio con il Padre, per cogliere la Sua  Volontà e ricevere dallo Spirito l’investitura per la  stagione pubblica della sua vita di Figlio prescelto per rinnovare con il proprio  Sangue l’Alleanza Nuova.

Giovanni ha preparato la strada, ora Gesù deve percorrerla tutta  intera , deve richiamare l’attenzione delle creature al dono di misericordia del Padre, deve  annunciare l’imminenza del Regno :  Convertitevi e credete al Vangelo. È il grido di Gesù sulle strade della Galilea, quasi a  storicizzare definitivamente   il patto di Alleanza sancito da Dio con Noè.  Non può sfuggire  infatti il  parallelo interessante tra i quaranta giorni del deserto e quelli del Diluvio che furono anch’essi  un lungo, tragico  dialogo di Dio con l’umanità per  riportare l’uomo sulla strada della giustizia, dell’onestà,  della fraternità, per dare un volto nuovo al creato.  Un dialogo duro, ma sempre tonificato dalla paternità di Dio e firmato dal segno dell’Alleanza: l’Arcobaleno della pace rinnovata.

Trasforma, Signore i nostri quaranta giorni in un dialogo
ininterrotto con Te che rinnovi la nostra vita e ci aiuti
ad aprire un cammino di vera conversione.

Sr Mariateresa Crescini
Sup. Gen. M.P.V.

Rinnovaci, Signore, con il tuo perdono

febbraio 15th, 2012

VII Domenica T.O. B                    19 febbraio 2012

Is 43,18-19.21-22.24b-25       Sal 40    2Cor 1,18-22              Mc 2,1-12

La liturgia della parola delle precedenti domeniche ha presentato diversi miracoli di Gesù collocati nella cosiddetta “giornata tipo” nella quale sono evidenziati la preghiera e le guarigioni. A partire da questa domenica e per altre domeniche del T.O. vengono proposti brani del racconto di Marco, conosciuti come “controversie galilaiche”, dette così per distinguere questi testi, localizzati nella regione della Galilea, dove Gesù inizia il ministero; si tratta di testi, dai quali emerge l’autorità messianica di Gesù e la novità del suo vangelo.

Il brano di oggi unisce il miracolo della guarigione del paralitico e la discussione sul potere di Gesù di perdonare i peccati.

Il paralitico che viene guarito è immagine dell’uomo e della donna di ogni tempo che non sa più camminare secondo il vangelo, né individuare l’orizzonte delle necessità e delle povertà del prossimo, poiché una paralisi più profonda l’ha colpito/a, quella del peccato.

Gesù elimina soprattutto la radice del peccato che impedisce alla persona di agire secondo Dio e di aprirsi ai fratelli.

Interessanti sono alcuni particolari per comprendere il contesto entro il quale è collocato questo miracolo. La città di Cafarnao, posta sul lago di Tiberiade, centro commerciale importantissimo, divenne il centro abituale dell’attività di Gesù, con sede stabile presso la casa della famiglia di Simon Pietro (ad essa allude «Si seppe che era in casa» Mc 2,1).

Si menziona poi lo scoprimento del tetto. Non è un’esagerazione, ma un espediente frequente per poter accedere all’interno della casa, quando gli altri passaggi erano chiusi. I tetti delle antiche case palestinesi, erano costruiti da terrazze in terra battuta, mista a canne e travetti di legno. Praticarvi un’apertura era abbastanza facile. Al tetto, poi, si accedeva dall’esterno attraverso una scala a pioli o a gradini.

Il perdono dei peccati, che costituisce il significato più profondo a cui rimanda il miracolo di guarigione, era prerogativa esclusiva di Dio, come osservano gli scribi presenti alla predicazione di Gesù. Anche il testo della prima lettura contiene questa stessa affermazione: «Io cancello i tuoi misfatti; per riguardo a me non ricordo più i tuoi peccati (Is 43,25)». Gesù, usando il verbo al passivo – che nei testi biblici è uno dei modi di esprimere Dio senza nominarlo – condivide questa convinzione: «Ti sono perdonati i peccati». Gesù si presenta come il Messia, il “Figlio dell’uomo” che rivela Dio, che, nella sua persona e attraverso di essa, agisce, risana, opera miracoli inaugurando così il tempo messianico, caratterizzato dalla guarigione-liberazione dal peccato.

Dina Scognamiglio

comsociali@usminazionale.it

Il lebbroso: dalla morte alla vita!

febbraio 9th, 2012

VI Domenica T.O. B                    12 febbraio 2012

Lv 13,1-2.45-46        Sal 31    1Cor 10,31-11,1              Lc 7,16

 

La cornice del miracolo della guarigione del lebbroso narrato nel brano del vangelo è quella descritto nel testo della prima lettura che ben sintetizza il cap. 13 del Levitico, nel quale sono contenute le norme che riguardano chi è colpito dalla lebbra.

La lebbra era considerata una malattia che privava delle disposizioni richieste per il culto chi ne era colpito. Le particolari prescrizioni racchiuse nei capp. 13-14 del Levitico lasciano però intendere che gli antichi chiamavano con questo nome ogni malattia della pelle, non solo la malattia vera e propria della lebbra. Presso gli ebrei la lebbra aveva anche un altro significato, quello di indicare il castigo di Dio. Il termine ebraico nega’, infatti, indica sia la lebbra, sia l’essere colpiti da Dio (cf Is 53,4, dove il Servo del Signore è presentato come «castigato, percosso d Dio e umiliato», mediante l’uso di questo stesso termine dal doppio significato). Per questo la lebbra era considerata come un castigo di Dio e il lebbroso era escluso dalla vita della comunità fino a quando il sacerdote, accertata la guarigione, non lo reintegrava nella comunità con l’offerta di un sacrificio (cf Lev 14,2-32), e l’invito di Gesù al lebbroso a presentarsi al sacerdote). Anche Gesù viene a contatto con questa mentalità.

Dalla lettura del testo evangelico sembra che egli ne sia come “scosso” o “sdegnato”, secondo alcuni codici che leggono “adirato” (in greco, orghistéis) anziché «ebbe compassione», come si legge nel testo odierno. In quest’ottica ci viene presentato il sentimento amorevole di Gesù verso il malato e non il suo sdegno verso l’emarginazione a cui il lebbroso è stato costretto.

Nel contesto dei miracoli, la guarigione dalla lebbra è da comprendersi come uno dei segni messianici. La presenza di Gesù Messia è presenza che toglie ogni male, spezza le catene che tengono l’uomo in schiavitù e libera da ogni emarginazione. I suoi miracoli indicano la sua potenza di guaritore e di liberatore, ma soprattutto la sua identità di Figlio di Dio. È importante riflettere su un duplice aspetto. Il verbo di guarigione usato nel testo del vangelo è il verbo greco katharízo (“guarire”, “mondare”, “purificare”) che, nella sua esteriorità, indica la guarigione dalla malattia e la purificazione esteriore da ciò che impediva il culto, ma nel suo vero significato è usato per indicare la guarigione e la purificazione dal peccato, di cui la lebbra – e ogni altra malattia – erano come una figura.

Il brano, infatti, sottolinea da una parte come molta gente veniva «a lui da ogni parte» solo per avere una guarigione, quindi rimanendo solo all’aspetto esteriore della missione di Gesù. Dall’altra, è sottolineato come Gesù se ne stesse «in luoghi deserti», a indicare che il miracolo rimanda a qualcosa di più profondo e di più significativo, che la persona riesce a comprendere solo nel silenzio, nella riflessione, nella dialogo con Dio.

Dina Scognamiglio
comsociali@usminazionale.it

La missione di fronte al dolore umano

febbraio 2nd, 2012

V Domenica T.O. B                     5 febbraio 2012

Giobbe 7,1-4,6-7        Sal 146    1Cor 9,16-19.22-23              Mc 1,29-39

La preghiera di colletta evidenzia il filo che unisce le letture di questa domenica: il mistero del dolore e il nostro modo di avvicinarlo; infatti, così si esprime: rendici puri e forti nelle prove, perché sull’esempio di Cristo impariamo a condividere con i fratelli il mistero del dolore. Le parole-chiave della liturgia della parola di oggi e delle successive domeniche sono proprio salvezza-salute, peccato-malattia, perdono-purificazione (guarigione).

La prima lettura racconta di Giobbe che vive una dura esperienza di sofferenza che lo porta a considerare la vita dell’uomo come una fatica sterile e insopportabile.

Di fronte alla sventura incomprensibile che lo ha colpito, invoca Dio chiedendogli di ricordarsi di lui. La debole speranza in Dio di Giobbe sofferente trova in Gesù il suo compimento. Infatti, il Ricordati che Giobbe dice a Dio è un desiderio di incontro, di richiesta di attenzione; è Dio, in definitiva, che in Gesù incontra il desiderio di Giobbe; un desiderio che interpella in ogni tempo l’impegno della Chiesa. È come dire: sii riflesso e immagine di quel Dio che porta le ferite dell’uomo, se ne fa carico e ne prende cura.

Il brano evangelico conclude la “giornata tipo” di Gesù, iniziata con la predicazione nella sinagoga e l’esorcismo dell’indemoniato nella sinagoga stessa.

La ricostruzione che Marco ne fa, avviene alla luce della risurrezione, dalla quale vengono illuminati i miracoli e le parole di Gesù. Infatti, i testi di risurrezione e il brano odierno usano lo stesso verbo – in greco, eghéiro, “ sollevarsi”, “risorgere” – per indicare sia la risurrezione di Gesù sia la guarigione della suocera di Pietro («egli, si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano»). Basta la presenza di Gesù e il suo gesto perché la suocera sia guarita.

Gesù, però, non si ferma, e «venuta la sera» quella casa diventa il punto di riferimento dell’intero villaggio: «gli portavano tutti i malati e gli indemoniati».

Come la risurrezione di Gesù è all’inizio della missione degli apostoli, così la guarigione che egli opera nella donna la conduce alla missione, al servizio del vangelo, espressi con il verbo diakonéo, “servire a mensa” («la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli»).

Ciò che fa la suocera di Pietro, servendo Gesù e i suoi, è l’immagine del servizio della parola e dell’eucaristia nella Chiesa.

Il vangelo poi, mette anche in evidenza che, per poter operare tutti i miracoli, Gesù offre l’esempio di un forte clima di preghiera: «al mattino presto si alzò quando era ancora buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava».

La preghiera parla al cuore, mette in rapporto con Dio che non è solo in astratto buono, ma è la radice di ogni bene e ogni buona azione ha in lui la fonte e il compimento. È lui la sorgente a cui ristorarsi per riprendere il quotidiano cammino della vita

Dina Scognamiglio

comsociali@usminazionale.it