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OSANNA AL FIGLIO DI DAVIDE

marzo 29th, 2012

Domenica delle Palme/B                         1 aprile 2012

In questa domenica che precede la Pasqua l’Evangelista Marco descrive la marcia della pace e della riconoscenza.

Gesù ha  ordinato ai discepoli di prendere una cavalcatura di eccezione, un puledro d’asina, un animale umile, silenzioso, amico dei buoni. Gesù, per dare al popolo la gioia di esprimere tutta la riconoscenza non ha scelto una lettiga, né la sedia gestatoria e nemmeno un’auto blindata, nonostante il pericolo che correva. Del resto, nella vita del Figlio di Dio   l’asino è stato sempre una presenza discreta. Era servito a Maria e Giuseppe per raggiungere Betlemme, nella stalla aveva fatto compagnia e riscaldato il Messia, nella fuga in Egitto lo aveva portato lontano da Erode. Ora lo porta in trionfo.
Quella mattina è salito volentieri, come un grande re, su quella giovane puledra e improvvisamente si è formato un corteo coloratissimo: davanti c’era l’asina cavalcata da Gesù, intorno i discepoli tutti sussiegosi, dietro e ai lati, una moltitudine di bambini, di donne, di ragazzi che cantavano, pregavano, inneggiavano. Nessuno portava cartelli di protesta, ma tutti avevano fiori in mano, anzi la gente aveva strappato i rami degli ulivi e gridava:  “Evviva il Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome di Dio! 

I Dottori della legge volevano far tacere la folla, ma quella gridava più forte: “Benedetto il Regno del nostro padre Davide che è arrivato a noi!”
Gesù se ne stava silenzioso e guardava quella folla impazzita che sventolava rami di palme per dirgli grazie. un grazie solenne.  C’erano quelli che una volta erano lebbrosi e Lui li aveva  sanati, c’erano gli storpi ormai guariti, c’erano quelli che erano stati ciechi e ora lo potevano vedere, i sordi potevano udire le urla della gente. 
C’erano anche i cinquemila che avevano assistito alla moltiplicazione dei pani.
Era un vero trionfo.

Però, a rileggere bene questa pagina del Vangelo, manca qualcuno troppo importante per  essere assente: Maria, la Madre. Perché non ha assistito a questa festa fatta proprio per il Figlio suo? Nessuno l’ha chiamata?
Forse Maria ha fatto come tutte le mamme: ha lasciato il posto agli altri, non si è associata all’allegria della folla.  Lei sapeva che, solo cinque giorni dopo, quella gente avrebbe urlato contro Gesù per mandarlo in croce e allora Lei, la Madre Dolorosa, sarebbe andata incontro al Figlio verso il Calvario, per abbracciarlo, sostenerlo, e accoglierlo tra le sue braccia.  Le mamme fanno tutte così.

SIMBOLI E PREGHIERA PER I TRE GIORNI SANTI

GIOVEDI’ SANTO : il catino

Fissa nelle mie mani, Signore, il catino di acqua che deterge il male del mondo. Fa’ che mi accosti alle Consorelle con il garbo di chi vuole soltanto servire; dammi il desiderio di sentirmi l’ultima per comunicare coraggio, speranza, fiducia a coloro che per  l’età, la stanchezza, la paura hanno rallentato il passo.

VENERDI’ SANTO  : la croce

Signore, il mio sguardo non è fisso sulla tua croce, ma sulle mie piccole croci quotidiane che mi sembrano insopportabilmente pesanti. Non sono capace di assumere le pene del mondo, i problemi della gente, il sangue versato dai nuovi martiri della fede.

Metti nel mio orizzonte solo la tua croce e inchiodami nella solidarietà universale 

SABATO SANTO : il silenzio

Parliamo troppo,  Signore, abbiamo tante ragioni da affermare, tante parole da dire, tanti diritti da accampare. Donaci il silenzio che ascolta, che medita, che adora. Lascia che il nostro sguardo contempli tua Madre ai piedi della Croce per abbracciare il dolore di tutte le madri e dare al mondo la speranza della Resurrezione.

 Sr. Mariateresa Crescini
Sup. Gen. M.P.V

LA LEGGE NEL CUORE

marzo 22nd, 2012

V domenica di Quaresima/B      25  marzo 2012

Ger 31, 31-34                   Eb 5,7-9                 Gv 12,20-33

Andiamo a grandi passi verso la Pasqua e la Liturgia della quinta settimana continua a parlare di fiducia da parte di Dio verso il suo popolo. L’Alleanza conclusa più volte con i Padri è stata ripetutamente rinnovata. Ogni volta, Dio ha dovuto riscrivere il suo patto d’amore perché veniva infranto il legame di reciprocità che doveva tenere ferma l’amicizia divina. Dio l’aveva impressa perfino sulla pietra, pensando che potesse durare in eterno, ma ha dovuto ricominciare sempre da capo a causa della fragilità umana. Tuttavia non ha mai perso la fiducia nelle creature, ha sperato e voluto legarle a sé nonostante tutto fino a raggiungerle nella profondità dell’essere per scrivere il suo amore nei loro cuori.

Dio ha lungamente sognato il giorno in cui non si doveva più scrivere la legge sui filatteri, nei codici, nelle pergamene. Avrebbe mandato Suo Figlio, Parola Incarnata, e il  Suo amore sarebbe diventato un’esperienza quasi fisica, scritta nei cuori, trasformata in sentimenti di amore, di gratitudine, di fraternità e soprattutto di “conoscenza del Signore”.
A seguire la liturgia di questa settimana ci rendiamo conto che il sogno di Dio si è infranto  nella durezza dei cuori e nell’orgoglio dei Capi. In questi giorni leggiamo che l’ostilità verso Gesù diventa sempre più visibile, c’è la paura diffusa che si dichiari apertamente Figlio di Dio.  Il popolo crede in Lui, potrebbe dare sfogo a tutta la simpatia e riconoscerlo come Messia perché, in verità, l’alleanza è scritta nel cuore degli umili, dei poveri, anche se  è gravemente offuscata nei cuori dei sapienti, di coloro che si sentono detentori della Verità.  Anche i popoli stranieri, presenti alle giornate di festa in Gerusalemme, sono incuriositi dalla saggezza di quest’uomo e chiedono a Filippo di avvicinarli a Gesù per capire meglio il senso di una  presenza così contraddittoria. Filippo e Andrea portano i Greci da Gesù e il Messia, in presenza loro, non sfoggia una sapienza teologale, ma annuncia la  propria morte con un’immagine carica di significato profetico: “Se il chicco di grano, caduto a terra non muore, rimane solo, se invece muore, produce molto frutto… se uno mi vuole servire, mi segua e il Padre lo onorerà”. È come se dicesse:“Almeno voi accogliete l’amore del Padre”.

Non sappiamo che idea ne abbiano riportato i Greci; la liturgia ci dice che il popolo di Dio ha preferito voltarsi indietro e dichiarare valido solo il passato, quando a firmare il patto dell’amore non era Gesù, ma Abramo: “Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo stati mai schiavi di nessuno…” (Vangelo).

Spesso anche la durezza dei nostri cuori può infrangere il sogno di Dio e allora preghiamo con il salmo responsoriale di questa domenica:

“Crea in me un cuore puro, rinnova in me una spirito saldo.
Non cacciarmi lontano dal tuo volto
e non privarmi del tuo santo spirito”
(Salmo 50).


Sr Mariateresa Crescini
Sup. Gen. M.P.V.

DIO HA FATTO MOLTO DI PIÙ…

marzo 16th, 2012

IV domenica di Quaresima/b                                                  18 marzo 2012

Il cammino quaresimale continua all’insegna del dialogo di Dio con il suo popolo. Un Dio che richiama premurosamente i suoi figli, che ha viscere di misericordia, che dà prova di grande pazienza. Il suo sguardo si posa sul popolo specie quando questo attraversa la grande tribolazione dell’esilio. La schiavitù rafforza la nostalgia per la terra dei Padri, il dolore ammutolisce le labbra e gli strumenti di preghiera e di canto tacciono, appesi ai salici della terra straniera, “Finché la terra non abbia scontato i suoi sabati “. Quando il ricordo del tempio si fa struggente, Dio si china ancora sul popolo e  mette fine all’esilio. Il re Ciro ricostruisce il tempio di Gerusalemme e invita i prigionieri a “salire” verso quel tempio dove la misericordia di Dio è musica di consolazione.

È lo stile di Dio la cui fedeltà non si interrompe, ma dura nei secoli. Lo ripete S. Paolo nella Seconda Lettura: “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo”.

Nel vangelo Gesù incontra un uomo speciale, Nicodemo, con lui rievoca la misericordia di Dio nel deserto, quando Mosè aveva innalzato il serpente di bronzo. Il solo sguardo levato verso quella figura bastava per salvare il popolo. Ora, spiega Gesù, nella pienezza dei tempi, Dio ha fatto molto di più: ha innalzato Suo Figlio, lo ha sacrificato sulla Croce e ha garantito la salvezza per sempre.

Lungo tutta questa settimana, la Liturgia ci parla dell’amore e della misericordia di Dio che libera i prigionieri, disegna strade nuove al suo popolo…. “Non avranno più né fame né sete, non li colpirà più l’arsura perché colui che ha misericordia li condurrà alle sorgenti” (Is 49,10) 
Gesù, in prossimità della pasqua, ripete parole e gesti di misericordia, ma sente su di sé lo sguardo pesante dei farisei, i giudizi dei dottori della legge, si aggira in prossimità del tempio, guarisce lo storpio  nella piscina di Siloe e cerca in tutti i modi di convincere i giudei che Egli esercita il potere in nome e per conto del Padre. Ma i cuori si fanno duri, non bastano più i miracoli, anzi accrescono il malessere dei capi, vogliono arrestarlo, ma hanno paura della gente che ha fiducia in Lui e lo chiama profeta.

A questo punto entra in scena Nicodemo, lo aveva incontrato di nascosto, aveva dialogato con Gesù e, in qualche modo, ora prende le sue difese e dilaziona il tempo dell’arresto: non si giudica un uomo senza averlo prima interrogato. Sperava forse che anche i capi si accostassero al Maestro; era sicuro che li avrebbe illuminati, pacificati, ma l’orgoglio non permise loro di vedere la verità: “La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato di più le tenebre.” (Vangelo).

Succede anche ai nostri giorni, cerchiamo la verità, ma facilmente andiamo a leggerla in ambienti di ombra, per questo la Liturgia ci invita a pregare:

Dio, che illumini ogni uomo che
viene in questo mondo, fa’ risplendere
su di noi la luce del tuo volto, perché
i nostri pensieri siano sempre conformi
alla tua sapienza e possiamo amarti con cuore sincero. (Dopo la Comunione)


                                                                                              Sr Mariateresa Crescini

                             Sup. Gen. M.P.V.

Io sono il Signore Dio tuo

marzo 8th, 2012

III domenica di Quaresima/b                     11 marzo 2012

Il segno di questa domenica è il tempio.

In prossimità della festa di Pasqua, Gesù sale a Gerusalemme e si avvia nel luogo privilegiato per l’incontro con il Padre. Sapeva che il tempo della sua passione era vicino e aveva bisogno di mettersi tra le braccia del Padre e restare nella Sua luce. Certamente si aspettava un clima di raccoglimento e di preghiera anche se le feste generano sempre un po’ di movimento e di animazione. Quando giunse nel luogo Santo di Dio fu sconvolto dalla confusione e dal commercio scambiati come culto divino. “Trovò gente che vendeva buoi, pecore, colombe…”. Ebbe un sussulto di scoramento e di rabbia, prese delle cordicelle e cacciò via tutti.

Gesù, come tutta la sua gente, sapeva che il Padre durante tutto il cammino di salvezza   aveva richiamato il popolo a precise modalità di culto: “Perché mi offrite tanti sacrifici? Sono sazio degli olocausti di arieti e del grasso dei giovenchi; il sangue di tori, di agnelli e di capri io non gradisco… lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni, dal mio cospetto. Smettetela di agire male e fate il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova…” (Cf Is 1,11-17)

Quel popolo che Dio aveva richiamato tante volte alla purificazione del cuore continuava ostinatamente ad offrire soltanto vittime di capri e di tori e, nelle feste, moltiplicava le offerte.
La legge che Dio aveva solennemente consegnato a Mosè era ripetuta con le labbra e non riusciva mai a fare breccia nei cuori. Era più facile contrattare un animale piuttosto che osservare i Comandamenti di Dio. Era più sbrigativo presentare l’offerta che elaborare un atteggiamento di sottomissione, di umiltà, riconoscendo le proprie miserie e presentando a Dio “un cuore contrito e umiliato”.

Nella prima lettura del sabato, il profeta Osea sembra quasi giustificare l’impazienza di Gesù:
“… che devo fare per te, Efraim, che dovrò fare per te, Giuda? Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce. Per questo li ho abbattuti per mezzo dei profeti, li ho uccisi con le parole della mia bocca… poiché voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti“ (Os 6,5).

Lungo tutta la settimana la liturgia ci fa incontrare con il Dio misericordioso che guarisce la lebbra del corpo e dello spirito, che non ha misura nel perdonare le nostre mancanze  e  chiede anche a noi di esercitare la misericordia e il perdono verso i nostri fratelli.

In questa terza domenica, nella preghiera di Colletta,  la liturgia ci fa pregare proprio secondo lo stile che sarebbe piaciuto a Gesù quando ha varcato  la soglia del tempio di Gerusalemme.

“O Dio misericordioso, fonte di ogni bene,
tu ci hai proposto a rimedio del peccato il digiuno,
la preghiera e le opere di carità fraterna:
guarda a noi che riconosciamo la nostra miseria
e, poiché ci opprime il peso delle nostre colpe,
ci sollevi la tua misericordia”
(preghiera Colletta).

Sr. Mariateresa Crescini
Sup. Gen. M.P.V.