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Continua ad aver fede

giugno 28th, 2012

 

Domenica XIII Domenica del T. O. B        1 luglio 2012

Sap 1,13-15; 2,23-24; Sal 29; 2Cor 8,7.9.13-15; Mc 5,21-43

 “Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano” (Sap 1,13)

Con le parole del libro della Sapienza, con le quali inizia la liturgia di questa domenica, ci viene rivelato il grande mistero e la grande verità:  Dio ci ha creato per la vita e l’esistenza.

Il Vangelo ci immette in un altro grande mistero del quale noi, che apparteniamo a questo mondo (Sap 2,24), ne facciamo pienamente esperienza: “la non esistenza, la malattia, il male, la morte”.

Noi chiamati a vivere facciamo i conti con la nostra precarietà, frutto della corruzione introdotta non dal volere Divino, ma dall’invidia del diavolo. Il Vangelo odierno rivela la reazione umana di fronte a questa condizione di male, perché sia la malattia –(la donna emorroissa)- come la morte – (la figlia di Giàiro )– sono considerati un male e gli infetti vanno tenuti lontano perché impuri, ignorati dalla società come inesistenti.  Le due donne hanno in comune “12 anni”: per una sono anni di malattia in cui esperimenta la perdita della vita donatale – il sangue- (Mc 5,22). L’altra è una fanciulla di appena “12 anni “gravemente malata tanto da aspettare solo la morte (Mc 5,25). Una fede, che si afferra al desiderio di essere guarite, le unisce. Ed è la speranza che incoraggia a rompere le catene dei pregiudizi, anzi delle condanne, deliberate dalla collettività sociale, che nega ogni possibilità di essere salvati (Mc 5, 35).

La speranza di sopravvivere – perché di questo si tratta: di conservare l’esistenza, la vita – incoraggia a rischiare di essere rifiutati non dalla folla che detta sentenze, ma dalla paura di essere riconosciuti da Gesù. Ed è invece la speranza della guarigione che spinge con forza e decisione Giàiro e la donna emorroissa a chiedere aiuto al Signore che passa. Il loro coraggio viene premiato con la guarigione, anzi di più: viene data loro con la fede la salvezza/vita eterna.
Riceveno la fede, che non è solo il risultato del desiderio di essere guariti, liberati, reintegrati, risuscitati, ma del grande dono di un Dio che si lascia toccare (Mc 5,28), che ci porge la mano per rialzarci (Mc 5, 41) e ci incammina lungo le strade della città come nuove creature, che mettono da parte il pianto per dare spazio alla gioia e al ringraziamento (Sal 29).

La liturgia si presenta così come una danza della vita voluta da Dio e ricevuta per donarla, così come ci esorta San Paolo nella Seconda lettera ai Corinzi: è nella carità che siamo chiamati a spendere i nostri giorni, i nostri anni, tendendo la mano ai fratelli che si trovano nello stato d’indigenza.

Veronica Olivares

Giovanni il precursore!

giugno 20th, 2012

Domenica, 24 giugno 2012     Natività di San Giovanni Battista

La figura del Battista nella Sacra Scrittura, come nella Storia della Salvezza, fa da cerniera tra l’antico popolo dell’attesa e il nuovo popolo del compimento. Proprio con il Battista si chiude e si realizza la profezia della venuta del Messia, che egli stesso per primo annuncia come “L’Agnello di Dio” che viene a liberare il suo popolo.  

Questa è la vocazione e missione di Giovanni Battista: preparare le vie al Signore Gesù e annunciare la sua venuta:“Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali” (At 13,25).

La liturgia di questa domenica, nella quale celebriamo la nascita di Giovanni Battista, è impregnata  di due grandi racconti di vocazione di profeti: Geremia e Isaia. Includendo quest’ultimo nella categoria dei profeti e considerandolo uno di loro – profeta tra i profeti – egli, come loro, è coinvolto pienamente, nella sua vocazione e nella sua missione, per essere “luce delle nazioni” e portare “la salvezza fino all’estremità della terra” (Is 49,6). Il Battista è chiamato ad essere colui che preparerà la via del Signore, venuto per “per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere” (Ger 1,10) tutte le false profezie che l’uomo del suo tempo e di ogni tempo si costruisce per mascherare la Verità e la Giustizia; è venuto per “edificare” e “piantare” (Ger 1,10) la novità delle speranze nel Messia che deve venire e che viene a liberare il suo popolo dalla schiavitù del peccato, del male, della morte. 

La Storia della Salvezza è una storia scritta da Dio. L’uomo, da parte sua, è chiamato solo ed esclusivamente a dare la sua disponibilità e capacità di accogliere il disegno che Dio gli propone.  Ieri, come oggi, il Signore chiama nuovi profeti che con la loro fede-fiducia e il loro coraggio-agire con il cuore, si lascino per primi, trasformare-demolire-abbattere per amore e divenendo così SEGNI di contraddizione e di novità evangelica.

 La nascita del Battista, segnata dall’incredulità di suo padre Zaccaria, sottolinea la difficoltà dell’uomo nel credere che Dio interviene nella storia personale e comunitaria: “Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose”. (Lc 1,66). D’altra parte evidenzia anche la potenza di Dio, che l’uomo può accogliere e alla quale può solo arrendersi (Lc 1,5-17).

 Giovanni Battista, precursore di Cristo, divenne in un certo senso cristiforme e profezia non solo annunciata ma vivente.

sr Veronica Olivares Cortes FMC

Il seme: realtà inizialmente invisibile

giugno 14th, 2012

XI domenica T.O.                                 17 giugno 2012

Ez 17,22-24            2Cor 5,6-10            Mc 4,26-34

 Abbiamo pregato – per alcuni giorni della scorsa settimana – antifone di ingresso cariche di speranza e di consolazione:

Il Signore è mia salvezza, di chi avrò paura?
 Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore?

Davvero, nelle nostre fragilità vere e reali, penose e imbarazzanti, possiamo contare su un ‘supporto’ solido e tenace, sicuro: su Dio stesso.
E le letture di questa domenica, nella loro brevità, che sa di poesia e di concretezza, diventano motivo e veicolo di corposa certezza.

Dalla prima lettura, attraverso il racconto della parabola del cedro cantata da Ezechiele, capiamo che il Signore nostro Dio sa trasformare un ramoscello preso dalla cima del cedro e piantato su un alto monte, in albero che mette rami e fa frutti. Sarà un glorioso emblema dell’albero messianico; sarà la descrizione iconica di una certezza: il Signore che ha creato l’universo, sa guidare i popoli; sa difendere i poveri e i piccoli, gli umiliati e gli oppressi. Un esile ramoscello, nei misteriosi piani di Dio, diventa segno di vita. Un piccolo popolo, un tempo fuggiasco, diventa la radice di Jesse su cui spunterà il Salvatore dell’umanità tutta.

Il Vangelo è ancora sulla stessa linea: è scritto di un piccolo seme gettato sul terreno da un solerte agricoltore. Il seme germoglia e cresce secondo la sua stessa natura, e diventerà il frutto sognato e ambito. Ed è scritto del granello di senape, seme minutissimo, realtà quasi invisibile che diventerà albero frondoso: rappresenta il regno, la signoria di Dio, sotto la cui protezione tutte e tutti, grandi e piccoli, potenti e miseri possono sentirsi sicuri e tutelati. Anche questa pericope è una di quelle in cui è presente l’antitesi: gli inizi estremamente umili, realtà nascosta e pertanto inizialmente invisibile diventa splendore e sicurezza, forza e protezione per i fragili: gli uccelli, i popoli migratori, vi possono deporre il loro nido, la loro tenda, la loro dimora.

Ma quel seme – la Signoria di Dio – viene seminato anche nei nostri cuori. Deve crescere dentro di noi, nel silenzio, nella preghiera, nell’offerta quotidiana a Lui del nostro vivere e del nostro operare. Finché tutto il nostro vivere e operare sia per Lui, con Lui, in Lui.

La seconda lettura è una sintesi o, anche, una illustrazione della prima e della terza. Paolo si sente, si sa pellegrino; sa che la fiducia non può essere posta ‘dai tetti in giù’ come scriveva un Beato dei nostri tempi Timoteo Giaccardo, grande e appassionato devoto di san Paolo. Durante l’esilio, “lontano dal Signore” sperare è spesso drammatico, sempre faticoso. Allora urge aggrapparsi alla fede. La vita umana è essenzialmente questo: dal presente spesso angosciante guardare al futuro che sarà glorioso e sarà ‘per sempre’.
E potremo invocare la prossima settimana quasi ogni giorno:

Ascolta, Signore, la mia voce:
a te io grido.
Sei tu il mio aiuto,
non respingermi, non abbandonarmi,
Dio della mia salvezza.

Biancarosa Magliano, fsp

FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME

giugno 6th, 2012

Domenica del Corpus Domini        10 giugno 2012

La Domenica del Corpus Domini, nella mia memoria, coinvolgeva tutti  e aveva una luce diversa dalle altre domeniche. I balconi delle case  erano ornati con drappi colorati, con tappeti, con copriletti damascati. Dalle  finestre, fiorite di gerani nella primavera avanzata, pendevano stole rosse con la croce  ricamata in oro.

Il passaggio della processione invadeva gli animi di commozione e di pace.   Non c’erano statue, ma solo un bellissimo ostensorio dorato che brillava al sole di maggio e, al centro, l’Ostia Magna.

Lungo le strade del Paese si snodava un corteo lunghissimo aperto dalla croce e da una fila di popolo. Davanti all’Eucaristia, sorretta dal Sacerdote, sotto un baldacchino, procedevano lenti alcuni bambini  in rigorosa divisa di Paggetti. Davanti a loro c’erano le bambine vestite da angioletti con un cestino di petali profumati che venivano gettati a piccole dosi in omaggio al Corpo del Signore. Seguiva la fila dei bambini di Prima Comunione e poi tutte le Associazioni.

La banda con solennità segnava il passo della processione e la gente intonava :

Inni e canti sciogliamo o fedeli al Divino Eucaristico Re,
Egli ascoso nei mistici veli cibo all’alma fedele si diè.

 Lungo le strade vestite a festa, le diverse  contrade avevano allestito un altare  con merletti,  tappeti di fiori e candele. Il sacerdote si fermava, deponeva per pochi minuti l’ostensorio. Tutti tacevano  e si mettevano in ginocchio. Gli uomini si toglievano il cappello in segno di rispetto, le mamme indicavano la Sacra Ostia e dicevano ai piccoli: –  E’ il Corpo del Signore ! I bambini spalancavano gli occhi e mandavano un bacio. Dopo il segno della Benedizione, la banda riprendeva a suonare e il corteo continuava  il cammino. I petali dai cestini degli angeli diminuivano, le strade si facevano  più belle, la gente pregava con devozione e Gesù, nel Santissimo Sacramento, benediceva ogni angolo del paese.

IL Corpus Domini era il giorno della grande vicinanza di Gesù con la sua gente, era l’incontro, la festa, l’omaggio dei grandi e dei piccoli. Era il grazie di tutti  a quel Corpo che Gesù aveva donato al Padre  per la salvezza del mondo e che nel grande mistero del Suo amore  è rimasto con noi per nutrirci, pane del cielo  donato alla  terra, pane degli Angeli dato agli uomini, per essere la Compagnia di ogni creatura.

La sera degli azzimi, a Gerusalemme, Gesù  si era premurato che  il cenacolo fosse ben preparato perché  lì  sarebbe rimasto per  noi sotto le specie del pane, celebrato come  Memoria di Lui lungo i secoli della storia.

Ogni anno la Chiesa,  nel Giorno del Corpus Domini, rinnova la fede nella Sua presenza:

 Sotto il velo che  il grano compose, su quel trono raggiante di luce,
il Signor dei Signori si ascose, per avere l’impero dei cuor.
Dei tuoi figli lo stuolo qui prono, o Signor dei potenti ti adora.
Per i miseri implora perdono, per i deboli implora pietà.

Sr. Mariateresa Crescini
Sup. Gen. M.P.V.