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LA FORZA DELL’AMORE

ottobre 31st, 2012

XXXI Domenica T.O. B                                                 4 novembre 2012 

Shemà, Israel! (Dt 6,4)

Le letture dell’odierna domenica conducono al cuore del messaggio cristiano di cui il comandamento dell’amore è l’essenziale chiave di lettura.
Non è semplicemente un sentimento ma il fondamento della vita stessa che sussiste e si àncora nel rapporto esistenziale con il Signore, l’unico Dio, da amare con tutto il cuore, l’anima, le forze (prima lettura); è un amore che presuppone l’ascolto, cioè la capacità di andare oltre le apparenze e le formalità della Legge per accogliere la Parola e viverla fedelmente (Dt 6,3). Può sembrare “normale” per un popolo come Israele che ha fatto della fede in Dio la sua radicale scelta di vita.
Le difficoltà nascono quando l’amore per l’unico Signore, con cui si esprime la professione di fede, si intreccia con l’amore per il proprio simile, il fratello.

Forse è proprio per questo che lo scriba, sinceramente, chiede chiarimenti a Gesù (Vangelo), per capire qual’è la priorità; forse questo scriba, nel suo cammino di fede, fa un passo in avanti, si mette “in crisi”; sente il desiderio di vivere in modo più essenziale il rapporto con Dio, passando dall’osservanza dei comandamenti – la coscienza morale – all’intima e personale conoscenza del Dio dell’Amore, il che vale più di tutti i sacrifici e gli olocausti (Mc 12,33).

Non sei lontano dal Regno di Dio (v. 34): è come se Gesù gli dicesse, questa è la chiave per entrare nel Regno e vivere da figli, perché il Padre è Amore e vuole comunicarsi in una relazione d’amore. Si, ma come si realizza ciò? Offrendo la vita per i fratelli, amandoli come se stessi – cioè gratuitamente come ama Dio – e in forza di quest’amore testimoniare la propria fede nell’unico Signore.

Un’altra strada da percorrere è tenere fisso lo sguardo su Gesù, il Figlio, il Sommo Sacerdote, che con il suo sacrificio, l’offerta della vita, intercede per noi incessantemente presso il Padre (seconda lettura) e garantisce la fedeltà di questo amore, offrendo se stesso una volta per tutte (Eb 7,27). È sufficiente? No, perché anche a noi chiede di amare come ha fatto Lui. Qui si entra nella vera difficoltà ad amare il prossimo, tuttavia non c’è alternativa: il comandamento parla chiaro. Non si può amare Dio se non si ama il fratello … e non solo a parole, ma con i fatti!
È necessario tornare allo Shemà Israel, perché senza ascolto della volontà di Dio, della sua Parola, c’è la tentazione ricorrente di costruire un’esistenza autoreferenziale, individualista, in cui l’altro rimane un altro e basta.
Non solo: in una società secolarizzata e scristianizzata come la nostra, attraversata da profondi mutamenti culturali, la Parola può scivolare senza risonanze in una totale indifferenza ed incomprensione.
Eppure proprio in questa “desertificazione spirituale” la Parola si fa carne e in Gesù Cristo Crocifisso e Risorto ci rivela la pienezza dell’amore di Dio: sta a noi accogliere e vivere nella carità operosa il comandamento dell’amore, nella verità, con coerenza, nella più disinteressata gratuità.

Solo così è possibile rivolgersi a Dio, con quella confidenza che permette di invocarlo come mia fortezza, mio liberatore, mia potente salvezza (Salmo responsoriale).

C’è carestia di ogni cosa.
Ma specialmente c’è per tutti,
poveri come ricchi, c’è carestia d’amore…
E’ freddo intorno, più freddo ancora è nel cuore degli uomini.
Fate la carità di un po’ d’amore ai vostri simili.
Rompete il ghiaccio dei cuori…
La carità è un amore sincero, profondo, disinteressato,
col quale si ama il prossimo per amor di Dio.
E perciò affinché si possa dire
che c’è vera carità nelle opere verso il prossimo,
bisogna che preceda l’amor di Dio

                                            (Servo di Dio G.B. Manzella)

                                                                            Sr. M. Carmela Tornatore 
Suora del Getsemani
srcarmela.get@tiscali.it

IL GRIDO DELLA FEDE

ottobre 25th, 2012

XXX Domenica T.O. /B                                                                       28 ottobre 2012

Rabbunì, che io veda di nuovo! (Mc 10,51)

È iniziato l’anno della fede. Una coincidenza liturgica consente di meditare e approfondire la nostra esperienza di fede attraverso la Parola di questa Domenica del tempo ordinario.

 “La conoscenza della fede introduce alla totalità del Mistero salvifico rivelato da Dio” (Porta Fidei, 10): con la mediazione delle parole del Santo Padre leggiamo l’episodio del miracolo di Gesù al cieco (Vangelo).

Un uomo – Bartimeo, povero cieco mendicante di Gerico – grida perché vive nel buio del suo limite; l’oscurità lo isola, lo emargina, la sua esistenza è chiusa in un circuito senza speranza (il mantello), il cuore si raffredda, la mente subisce il martellante ritmo di una vita vuota, mediocre, parassitaria. Schiavo del suo stesso limite: l’ignoranza della fede (la cecità).

Cosa lo spinge a gridare e ad invocare il nome di Gesù, Figlio di Davide (Mc 10,47)? Ne sente parlare e ciò è sufficiente per suscitare un moto interiore, la richiesta di perdono: abbi pietà di me!
È il grido della fede che supera la cecità fisica, ogni dubbio ed ogni ostacolo; è il grido del povero che conosce la sua povertà e la presenta senza maschere, invoca la misericordia di Dio perché Dio è la Misericordia e il povero è l’oggetto preferenziale di questo amore senza limiti.
Gesù – la Misericordia –  si ferma e ascolta il suo grido, lo accoglie nella sua debolezza, esaudisce la sua richiesta di ritrovare ciò che era perduto (la vista, la fede). Ed ecco la salvezza donata dopo aver fatto questo importante percorso di conversione ed aver sperimentato la misericordia del Padre: Va’, la tua fede ti ha salvato (v. 52).
Il cieco risanato segue il Maestro, non più in un’esistenza “a tentoni” ma sulla strada (v. 52, con Gesù in un cammino che ha come condizione principale la fede in Lui, in un processo di incarnazione continua al passo con i fratelli più deboli.

In fondo è l’esperienza di tanti credenti – convinti di credere! – che si accontentano di una fede superficiale, devozionale, routinaria; una fede (possiamo chiamarla così?) che non cresce, rimane vincolata a quel “mantello” (egoismo, presunzione, orgoglio, autosufficienza, indifferenza) perché non c’è stato il passo fondamentale, l’incontro con il Risorto, che fa scattare il salto di qualità: dall’oscurità di una fede emotiva non consapevole ad una fede intelligente e consapevole in Gesù,vera Luce che illumina l’esistenza oscura di chi “ha perso” la fede, di chi ha una fede vacillante, di chi ha una fede “in ricerca”.

Cristo, il Sommo Sacerdote, rivestito della nostra debolezza (seconda lettura) apre la via della salvezza offerta da Dio Padre nel suo Figlio a tutti coloro che credono in Lui; Cristo, il Figlio di Davide, realmente libera dalla cecità e restituisce una visione nuova della vita in cui il pianto e il dolore, il non-senso, lasciano il posto alla gioia, alla consolazione, alla speranza (prima lettura).

Così riecheggia anche il salmo responsoriale: Nell’andare se ne va piangendo… ma nel tornare viene con gioia… una gioia che nasce dall’aver ricevuto il dono della fede nel Signore Gesù, per gridare con forza la potenza trasformante del Vangelo.

Signore io credo, io voglio credere in Te.
O Signore fa’ che la mia fede sia piena,
senza riserve e che essa penetri nel mio pensiero,
nel mio modo di giudicare le cose divine e le cose umane.
O Signore fa’ che la mia fede sia libera,
cioè abbia il concorso personale della mia adesione,
accetti le rinunce e i doveri che essa comporta
e che esprima l’apice decisivo della mia personalità.
O Signore fa’ che la mia fede sia umile,
e non presuma fondarsi sull’esperienza del mio pensiero e del mio sentimento,
ma si arrenda alla testimonianza dello Spirito Santo,
e non abbia altra migliore garanzia che nella docilità alla Tradizione
e all’autorità del Magistero della Santa Chiesa.
                                  (Paolo VI, da Preghiera per ottenere la fede, 1968)

 Sr. M. Carmela Tornatore
Suora del Getsemani
srcarmela.get@tiscali.it

Carriera o servizio?

ottobre 18th, 2012

XXIX Domenica T.O.B                                                                21 ottobre 2012

Il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà le loro iniquità. (Is 53,11)

La Parola di questa domenica consente di fare un ulteriore passo nella sequela del Maestro, di entrare con profonda introspezione e con graduale comprensione, nel Mistero del Servo sofferente, Gesù il Figlio di Dio.

Isaia (prima lettura) rivela la sofferenza di Colui che, per riparare le iniquità degli uomini, offre se stesso e da questa offerta trae una discendenza di salvati: il sacrificio riparatore (v. 10) si manifesta, in tutto, evento di salvezza per l’umanità.

L’Autore della Lettera agli Ebrei (seconda lettura) calca la mano sulla sofferenza riparatrice e sulla solidarietà del sacrificio espiatorio di Gesù, il Sommo Sacerdote. Per questo Gesù prende la nostra carne in tutta la sua debolezza – escluso il peccato – e sperimenta ogni tipo di sofferenza, beve sino in fondo il calice amaro della difficile volontà del Padre e riscatta per ogni uomo la pienezza della grazia e la misericordia di Dio.
C’è motivo per non dissiparsi e perdere la fiducia, anzi manteniamo ferma la professione di fede (v. 14) per superare le prove e le tentazioni intercorrenti nella vita del discepolo.

È evidente che la sofferenza crea non pochi problemi di accettazione (Vangelo), meglio sarebbe non ci fosse, meglio seguire un Maestro che senza troppe complicazioni conquista il premio prestigioso della gloria, trascinandosi con sé i suoi discepoli. Basterebbe così poco ad un Messia dal potere facile!
Ragionamento distorto di discepoli duri e rallentati nel capire ciò che Gesù in molti modi cerca di trasmettere: è venuto per servire, non per essere servito; il Regno appartiene ai piccoli e non ai grandi, e per essere piccoli bisogna essere umili; la via del Maestro è la via della croce e della morte, inevitabile per ottenere il premio della salvezza e il trono della vera gloria….

La pretesa di Giacomo e Giovanni verrà esaudita con modalità diverse dalle aspettative dei due che mirano all’esercizio del potere, per dominare e ottenere privilegi esclusivamente umani. Gesù li richiama subito alla missione che Lui è venuto a compiere: servire e dare la propria vita in riscatto per molti (Mc 10, 45).
Sono, tuttavia, molto lontani dall’idea di servizio che intende il loro Maestro: si dovrà attendere di vederlo sulla croce per capire che servire è amare e regnare è servire.

Quale lezione per i discepoli di tutti i tempi, che battezzati – morti e risorti con Cristo – cercano ancora di ottenere privilegi e microscopiche fette di potere, per assicurarsi uno spazio e un ruolo (anche nella Chiesa) con cui dominare dall’alto, esigendo dai fratelli piena sottomissione: altro che dare la vita da servi!
Non rimane che affidarsi al Dio della pace e del perdono (cfr. Colletta) e ripetere la lode del Salmista che canta e cerca unicamente la gloria di Dio, ripetendo più volte: L’anima nostra attende il Signore, Egli è nostro aiuto e nostro scudo (Salmo responsoriale).

Il contrario dello spirito di potenza
è lo spirito di sottomissione agli altri,
è un’obbedienza d’amore al bene degli altri…
Essere i servitori gli uni degli altri,
essere gli ultimi, essere quelli che si abbassano:
tutto ciò non è letteratura, non è un mito,
è la vicendevole obbedienza cristiana. (Madeleine Delbrêl)

Sr. M. Carmela Tornatore
Suora del Getsemani
srcarmela.get@tiscali.it

Così ricchi, così poveri!

ottobre 10th, 2012

XXVIII Domenica T.O. B                                           14 ottobre 2012

L’ho amata più della salute e della bellezza,
ho preferito avere lei piuttosto che la luce,
perché lo splendore che viene da lei non tramonti. (Sap 7, 10)

 I testi odierni della Liturgia della Parola fanno contemplare ciò che è prioritario e fondamentale nella vita di ogni battezzato e, in modo particolare, nella vita di chi si è radicalmente donato al Signore con la rinuncia totale ai beni e alle “ricchezze” di qualsiasi genere.

Una scelta così disumana – nel senso che si oppone all’istintiva e naturale tensione di possedere il più possibile – richiede una sapienza trascendente che solo Dio può concedere e che non trova riscontro in nessuna esperienza di vita, tanto che nemmeno la salute e la bellezza sono in grado di superarne lo splendore e l’immensa ricchezza spirituale che ne deriva (prima lettura).

Occorre dunque un cuore saggio (Salmo responsoriale) che sa sperare nel Signore e attende con fiducia la gioia piena che ri-compensi i giorni bui e tristi della tribolazione; è l’invocazione di chi ha la certezza di ricevere ciò che ha  sempre atteso e crede, in anticipo, che sono veramente beati i poveri e gli afflitti perché pongono in Dio tutta la loro sicurezza.

Non è così per il tale (Vangelo di Marco) che vorrebbe risolvere le sue difficoltà esistenziali con Gesù e sentirsi giustificato da una osservanza morale della Legge. Cosa manca a costui che, apparentemente, ha tutto?
Lo sguardo di Gesù penetra fino al punto di divisione dell’anima: Lui è la Parola efficace e tagliente, che discerne i sentimenti e i pensieri del cuore (seconda lettura), Lui solo può denudare e scoprire i veri motivi di una ricerca di felicità e indicare il modo per realizzarla: “Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!” (Mc 10,21).

È il bivio che prima o poi ogni cristiano deve affrontare: non è sufficiente avere scelto il battesimo, c’è un passo in più da compiere per raggiungere la libertà ed unirsi a Gesù; non si può improvvisare, perché è un impegno costante nella vita di fede; non si può ignorare con l’indifferenza o con la mediocrità, perché prima o poi a quella Parola bisogna rendere conto (cfr. Eb 4,13).

Il Tale (sono anch’io?) ritorna sui suoi passi e il suo cuore è gonfio di tristezza: rinuncia alla libertà vera… ma non alla ricchezza in cui ha riposto ogni sicurezza!

È difficile – non impossibile! – entrare nel Regno di Dio, perché esso appartiene ai poveri; e così Gesù corregge il tiro di mentalità anche per i discepoli che lo seguono, i quali, al sentirlo parlare di sequela radicale, si lasciano prendere dallo stupore e dal panico (è la stessa reazione di fronte a Gesù Risorto), e subito cercano riparo nella loro generosità: “Noi abbiamo lasciato tutto…” (Mc 10, 28).

Ed ancora una volta un grande insegnamento di Gesù conforta e rassicura i discepoli: non perderanno niente di ciò che avranno lasciato per il Regno di Dio, anzi tutto avrà una risonanza amplificata e la vita eterna nel tempo che verrà (cfr. Mc 10,30), insieme a qualche piccola difficoltà necessaria per conformarsi in tutto al Maestro.
Dobbiamo sempre fare i conti con la realtà in cui viviamo, la mentalità e le mode sub-culturali che ci stringono da tutte le parti.
Difficile, ma non impossibile testimoniare la scelta per il Vangelo.
Perché niente è impossibile a Dio. Basta volerlo.

Possiamo rifiutare Cristo come rifiutiamo gli altri:
non ti darò le mie mani per lavorare,
i miei occhi per vedere,
i miei piedi per camminare,
la mia mente per studiare,
il mio cuore per amare.
Tu bussi alla mia porta,
ma io non aprirò.
Non ti darò la chiave del mio cuore. (Beata Madre Teresa di Calcutta)

 Sr. M. Carmela Tornatore
Suore del Getsemani
srcarmela.get@tiscali.it

Il sogno di Dio

ottobre 4th, 2012

XXVII domenica T.O.B                                             7 ottobre 2012

Colui che santifica e coloro che sono santificati
provengono tutti da una stessa origine… (Eb 2,11)

I testi liturgici della Parola evidenziano, in questa domenica, il disegno originario voluto da Dio e contraddistinto dall’unità.
Significativo il brano di Genesi (prima lettura) in cui si descrive la solitudine di Adamo, che Dio ha plasmato dalla terra; una solitudine che non viene colmata dal resto della creazione, perché nulla è simile all’uomo (…per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse, v. 20). La creazione della donna (ishshah) simile all’uomo (ish) dà inizio alla famiglia umana: è il raggiungimento dell’unità e la pienezza della comunione, il compimento della relazione nell’alterità, la scoperta dell’altro da sé, il tutto suggellato dalla forza dell’amore unificante donato da Dio per la realizzazione del suo progetto (…e i due saranno un’unica carne, v. 24).

La benedizione del Signore accompagna e conferma l’origine divina dell’unione coniugale che si prospetta eterna e feconda, colma di pace per l’uomo e la donna che temono il Signore e camminano nelle sue vie (Salmo responsoriale).

Gli avversari di Gesù, nel Vangelo di Marco, si servono di un argomento così delicato come quello della fedeltà coniugale per metterlo in difficoltà; ma Gesù rimanda alle origini, non cade nel tranello delle “scuole di pensiero” del tempo, e fornisce una risposta che va bene per tutti e sempre: all’inizio della creazione… (Mc 10,6), riportando alla volontà del Creatore, coscientizzando i suoi ascoltatori su una morale “familiare” costruita sui generis (per la durezza del cuore) ma non corrispondente al disegno divino.
Gesù corregge puntando sulla fedeltà dell’amore coniugale e sull’indissolubilità della medesima unione, perché di quell’unione è garante Dio stesso (…l’uomo non divida ciò che Dio ha congiunto, v. 9).

La debolezza e la fragilità umane, causate dal peccato, rappresentano quella ferita sempre aperta nel cuore dell’uomo, attraverso la quale si può insinuare diabolicamente il male; ferita che può essere rimarginata dalla grazia di Dio offerta a noi attraverso il sacrificio del Figlio, reso perfetto per mezzo delle sofferenze… a vantaggio di tutti (seconda lettura).
Il peccato divide l’uomo in se stesso e le sue conseguenze si ripercuotono su ogni forma di comunione, tra le persone, nella Chiesa e con Dio. La famiglia umana, realizzata dall’unione della coppia uomo e donna, è il paradigma vero e unico dell’unione di Cristo con la Chiesa e l’icona del Dio Uno e Trino nella sua unità e indissolubilità.
Oggi, la Parola ci pone di fronte all’interrogativo serio del nostro tempo: come difendere il valore della famiglia che si allontana dal progetto di Dio? Vale la pena dare una risposta che sia concreta e immediata, perciò accogliamo la Parola e lasciamoci sollecitare perché ognuno senta, nel proprio ambito di fede, il richiamo forte a scelte di vita responsabili e coerenti che testimonino la fede e annuncino la bellezza del Vangelo.

La sfida che il vero amore sponsale
amore che è segno visibile dell’amore di Dio per l’umanità –
non solo è bello ma è vivibile
in una società che tende ad isolare e ad omologare,
è una sorta di provocazione profetica.
C’è qualcosa che vale e dura,
un’alleanza d’amore più forte di qualunque vincolo,
perché è raggio del sole eterno di Dio. (C.M. Martini)

Sr. M. Carmela Tornatore
Suora del Getsemani
 srcarmela.get@tiscali.it